Bidone azzurro

di Mauro Mirci

– ‘U vidi, Vicè? E’ un pericolo per la circolazione. Bisogna levarlo subito dalla strada, prima che arriva qualcuno e se lo butta sotto.
Il brigadiere Vincenzo Tumminia rimase per qualche secondo a osservare il grande bidone azzurro che occupava la carreggiata della provinciale. Un normalissimo fusto cilindrico da duecento litri, di quelli utilizzati per trasportare gli oli minerali; poggiato sull’asfalto come se da un momento all’altro qualcuno dovesse venire a riprenderselo. Tutto regolare, se non fosse stato per il fatto che al centro della strada provinciale era decisamente fuori posto. Il brigadiere si cavò il berretto per rinfrescare la testa calva e migliorare la qualità del pensiero.

– Con questo caldo mi dovevi chiamare? – disse aspro a Pippo Speranza.
– Che ci voglio fare Vicé, se ‘sto bidone è spuntato proprio oggi?
– E tu non lo potevi levare dalla strada e basta? Oppure, meglio, non potevi chiamare la Stradale o l’ufficio tecnico della Provincia? In fin dei conti non è che questa è strada comunale.
– Il primo di maggio? Vicé, tra sì e no sono riuscito a trovare a te. L’ultima volta che ho chiamato la Stradale lo sai che mi dissero?
Tumminia si strinse nelle spalle, mentre comprendeva che aveva commesso un errore gravissimo nel dare la stura alla logorrea cronica del cantoniere provinciale Pippo Speranza.
– Mi dissero: “Che fa, le mani non ce le ha?”
– Va bene, ho capito.
– ‘Sti bastasi. Lo sanno che se c’è sospetto che si tratta di oggetti pericolosi…
– Senti Pippo, ascolta a me…
– …C’ho l’obbligo di avvertire la Pubblica Sicurezza e…
– BASTA PIPPO. STATTI MUTO ORA!
Più dell’urlaccio di Tumminia, doveva essere stata la sua espressione esasperata a far tacere il cantoniere.
– Scusa, Vicè – disse Speranza mortificato. – Lo so che tante volte esagero, ma è come una malattia.
Tumminia fece un sorriso, per dimostrare che non s’era arrabbiato sul serio.
– Me lo dice pure ma mugghieri. E’ che quando comincio a parlare mi prende come…
Il sorriso sparì, sostituito da uno sguardo feroce. Speranza era logorroico, ma non stupido.
– Scusa Vicé.
Per qualche istante sulla strada regnò un relativo silenzio. Dalla vicina masseria di Toti Di Vita provenivano le voci dei festeggiamenti per il primo di maggio.
– Allora, vediamo se ho capito bene – riprese Tumminia. – Eri di servizio su questo tratto di strada e ti sei accorto che al centro della carreggiata c’era quello. – E indicò il bidone.
– Preciso come hai detto. Anche se è bello dritto, ho visto che è ammaccato. Capace che è caduto da un camion che lo trasportava ed è rimasto là.
– Possibile – disse Tumminia. – Però, come si fa a perdersi un bidone così e a non accorgersene nemmeno? Sarà un fusto da duecento litri.
– Certo, certo – approvò Speranza.
– Ma è possibile che non sei riuscito a spostarlo?
– Bedda matri, Vicé, pesa quanto a mia suocera. – Rise. Poi aggiunse, più serio: – Provai a spostarlo. Però, quando ho visto ‘u cunigghiu, mi fermai.
– Quale coniglio? – fece Tumminia aggrottando un sopracciglio.
– Vieni, che te lo faccio vedere.
Pippo Speranza si incamminò verso il bidone, seguito da Tumminia. Quando vi giunsero accanto, il cantoniere disse: – Ecco, io ero qua, che cercavo di spostare il bidone, e mi cascò l’occhio là.
Il cantoniere Indicò la cunetta a lato della carreggiata, due metri più avanti. Un grosso coniglio grigio giaceva per metà sull’asfalto e per metà nell’erba.
– Vabbé – disse Tumminia, – bracconieri…
– No no.Quali bracconieri. Colpi di fucile non ne sentii, e ‘u cunigghiu non è schifiàto. Ferite non ne ha.
– E allora?
– Mentre guardavo u cunigghiu, m’accorsi che in mezzo all’erba c’erano anche una gazza e quarchi surciu. Tutti morti come ‘u cunigghiu. Se guardi bene, vicino alla cunetta ci sono anche due o tre lucertole.
– E tu dici che è colpa del bidone?
– Che ne so io? Ma siccome non voglio fare la fine d’u cunigghiu, il bidone non lo sposto.
Visto che non c’era da attendersi la collaborazione di Speranza, il brigadiere gli fece segno di farsi da parte e s’avvicinò al bidone. Cominciò a esaminarlo. Non aveva nulla di strano, anche se era completamente anonimo. Niente scritte, marchi o targhette; ed era anche lucido, come se fosse nuovo di fabbrica. Un normalissimo fusto da duecento litri venuto fuori da chissà dove.
Tumminia stava per raggiungere nuovamente il cantoniere, quando qualcosa attirò la sua attenzione. Si inginocchiò accanto al fusto e ne esaminò il bordo inferiore. Nel metallo c’era una fenditura lunga tre dita. Era sottile e seguiva il segno lungo e stretto dell’ammaccatura prodottosi durante la caduta. La fenditura era coperta interamente da una sostanza trasparente e rigida. Sembrava una specie di resina fuoriuscita dal bidone e solidificatasi al contatto con l’aria. Strano, pensò Tumminia.
Gettò un’occhiata al coniglio. La vista dell’animale rigido e immobile turbò il brigadiere, che sentì imperioso il bisogno di rialzarsi e allontanarsi da lì. Senza degnare Speranza di uno sguardo, tornò veloce verso la vecchia Punto di servizio e afferrò il microfono della radio.
– Centrale centrale rispondi centrale, cambio – recitò veloce senza togliere gli occhi dal bidone. Non rispose nessuno.
– Tumminia a centrale, rispondi centrale, cambio – riprese il brigadiere con maggiore partecipazione Il perdurante silenzio gli fece dimenticare il rispetto per le procedure radio.
– Carlo. Carlo. Tumminia sono. Mi senti? Minchia, vuoi vedere che siamo in zona d’ombra?
– Che, non lo sai che alla Femmina Morta non pigliano manco i cellulari? – fece Speranza, intromettendosi nel monologo del brigadiere. Tumminia insultò sottovoce un paio di santi. Rimase immobile con il microfono in mano, indeciso se incaricare Speranza di andare in paese per telefonare a qualcuno – pompieri, laboratorio d’igiene e profilassi, carabinieri, chi capitava prima, basta che fosse qualcuno in grado di togliergli quella responsabilità dalla spalle –, oppure se montare in macchina e provvedere lui stesso. La voce di Toti Di Vita lo riscosse dai suoi pensieri.
– Comantante, che succedi? – Il faccione largo e rosso di Toti veniva avanti faticosamente lungo un sentiero che incrociava la provinciale. Sotto, il torace e il ventre di Toti erano di dimensioni proporzionali a quelle del viso, mentre le gambe e le braccia, pur massicce, in confronto col resto del corpo apparivano insolitamente piccole.
– Ciao Toti – disse Tumminia, avvicinandosi a Toti per stringergli la mano. – Stavamo ragionando con Pippo Speranza sopra a questo bidone.
– Minchia, comantante. – esclamò Di Vita, vedendo il bidone. – ‘Sto fusto bisogna levarìlo di cursa dalla strata, prima che ci ‘n’trunza qualcheduno.
– Lo dissi pure io – gli fece eco Speranza.
– Perché io, invece, lo volevo lasciare là – ribattè acido Tumminia, aggiungendoci poi qualche santione. – Manco la radio della macchina funziona.
Per qualche istante rimasero tutti e tre a osservare il fusto, in silenzio.
– E pirché non telefona di in casa mia? – fece Di Vita.
– C’hai il telefono fisso? – chiese Tumminia illuminandosi in volto.
– Certo – rispose Di Vita.
– Non è che si può stare in campagna senza avere un telefono – disse Speranza, con l’aria di chi approva una decisione oculata.
– E ppi forza. Chi lo sapi che può capitari? Che saccio, uno che si sente mali, un autro che si rumpe l’ossi… – spiegò Di Vita.
– E perché? Metti che c’è qualcuno che ti vuole male? Quando una se ne sta con la famigghia, perso in mezzo alle campagne… – disse Speranza.
Di Vita fece un sorriso. – In questo caso non mi servi ‘u telefono. Mi servi ‘a scupetta . – Poi scoppiò a ridere, seguito a ruota da Speranza. Smisero quando si accorsero che il brigadiere non faceva loro compagnia, e tamburellava nervoso con le dita sul tetto bianco della Punto, proprio sopra la prima “P” di Polizia Municipale. Allora Di Vita si ricordò degli obblighi dell’ospite.
– Pirché non acchiana in casa mia, comantante? Ci sono tutti i miei parenti. Si mancia qualchiccosa, si bivi un biccheri di vino. Accussì fa puri lei la festa di il primo di maggio.
Speranza muoveva la testa su e giù, istintivamente, ricordando che Di Vita aveva anche un allevamento di maiali e ad ogni festa ne macellava uno, giusto per accompagnare degnamente il nero che produceva nelle sue vigne del Solazzo.
– No, Toti, grazie lo stesso, ma non posso venire. Se qualcuno s’inguarra il bidone davanti mentre passa con la macchina, la responsabilità è mia – rispose Tumminia. Immediatamente Speranza si produsse in nuovi e più ampi cenni d’assenso.
– Vedi che vuole dire fare i pubblici ufficiali, Toti? Manco il primo di maggio in famiglia ci possiamo fare. – Poi, sempre rivolgendosi a Di Vita, ma guardando verso Tumminia, aggiunse: – Certo, se ci sbrighiamo di qua, magari un’affacciata, più tardi, la facciamo. Che dici, Vicè?
– Basta ca ni muvemmu. – rispose il brigadiere.
– Allora facemmu accussì – disse Di Vita. – Il cantonieri acchiana in casa mia, ci spiega ‘u fattu a mia mugghieri e telefona. Io resto co il comantante e ci faccio cumpagnia. Allora, comantante? Ci piaci accussi?
Tumminia si strinse nelle spalle fece “sì” con la testa. Poi, temendo di essere stato scortese, aggiunse: – Certo, va bene, grazie!
– Allora vado e torno – disse Speranza.
– Sì. Fai veloce, e poi vienimi a dare una mano per deviare il traffico – si raccomandò Tumminia.
Poi diede una lunga occhiata alla strada deserta.
– Vabbé, pure che non fai veloce è uguale. Basta che non ci metti tutta la giornata.
Di Vita ritenne giusto intervenire.
– Sentisse, signò Speranza. Dopo che telefona, si facissi dari una poco di sasizza di mia mugghieri. Fecimo puri il pani: i guastidduni di du chila. Si facissi dari di mio figghiu Petru qualchiccosa per il comantante. Ci raccumannassi che ci dà il vino di st’annu.
L’espressione di Speranza si fece radiosa.
– Grazie, Toti, sei troppo gentile! Allora, Vicè, a chi è che devo chiamare?

Tumminia e Toti Di Vita stanno seduti sul grosso ramo ritorto di un vecchio olivo spezzato dal fulmine. Se allargassimo di poco il campo della nostra immagine vedremmo Pippo Speranza inerpicarsi per lo stretto sentiero per cui è giunto Di Vita. Intorno, i campi di grano, ancora verdi, punteggiati qua e la di olivi e mandorli.
Ampliamo ancora un poco il nostro campo visivo. La scena arriva a ricomprendere, oltre ai nostri protagonisti, anche l’allegra tavolata nell’aia di Toti Di Vita, e anche le tavolate di tre o quattro masserie vicine. Udiamo voci, tarantelle, richiami di donne e uomini affaccendati attorno a enormi grigliate di carne. Allarghiamo. Ora vediamo anche Pizzo d’Elsa, piccola e silenziosa, arroccata su tre spuntoni di roccia calcarea che vengono fuori, inattesi, dalla monotonia di una lunga serie di dolci colline color tabacco. Pizzo d’Elsa assomiglia a un vecchio grifagno che si tiene stretti i suoi spuntoni rocciosi come tesori
E ancora oltre, Enna. Anch’essa sorge su un monte scosceso, ma è più simile a una dama distesa su un canapè. Poi, a mano a mano che il nostro sguardo accoglie porzioni sempre più grandi di Sicilia, riusciamo a vedere un certo numero di strade statali, la Palermo-Catania, gli autoveicoli che scorrono su di essa.
Ecco, proviamo a osservare con più attenzione le strade.
E’ il primo di maggio. Chi può festeggia in campagna – fuoriporta, come dice chi abita in città -. Inoltre è gia mezzogiorno passato. Probabilmente per questo il traffico è scarso. Ci sono pochi veicoli in giro, e dal nostro punto di vista privilegiato possiamo studiarli uno per uno. Ce ne sono alcuni che, curiosamente, trasportano solo bidoni azzurri.

Tumminia e Di Vita si erano seduti sul grosso ramo ritorto di un vecchio olivo, spezzato dal fulmine.
– Comantante, che sono i carrabbineri lo saccio, ma chi è il Lippo?
Tumminia si sfilò la giacca della divisa. Sotto, la camicia era intrisa di sudore e l’originario azzurrino s’era trasformato in un azzurro intenso. Rabbrividì, colto da una improvvisa sensazione di freddo. – LIP, non Lippo. Significa Laboratorio di Igiene e Profilassi. Sono quelli che devono fare le analisi per capire cosa c’è dentro il fusto.
– Ah. – fece Di Vita, sollevato. – I dutturi chimichi.
– Già.
– Comu chiddi di Madamosè. Chiddi chi mazzavano i cruddi.
Tumminia rimase spiazzato dalle parole di Di Vita. Poi gli tornarono in mente i telegiornali di qualche anno prima. Rivide le immagini di decine di corpi riversi nelle stradine in terra battuta di un villaggio dall’aspetto miserevole. Ricordò anche, più recenti, le discussioni nei bar di Pizzo d’Elsa ai tempi della guerra del 2003 contro l’Irak. Fece un mezzo sorriso e disse ironico: – Più o meno.
Di Vita, soddisfatto per avere ricollegato il LIP a qualcosa che conosceva, si accese un mezzo toscano e cominciò ad ammorbare l’aria con nubi di fumo grigio e denso. Tumminia tossì un paio di volte. Di Vita non sembrò notarlo.
– Lo sapi che mio figghiu si ha sistimato?
Il brigadiere pensò al suo maggiore, che era fuoricorso cronico e di lavoro non parlava nemmeno per sbaglio. – Davvero? – disse poi. – Quanti anni ha?
– Diciannovi. Pinzassi, si ha diplomato l’anno scorso, e già l’hanno chiamato pi travagghiari co l’AGIP.
– E’ perito industriale?
– Chimico, chimico! Antonio pirìto chimico è! – disse Di Vita, orgoglioso che suo figlio avesse un titolo che l’accostava ai grandi della storia e ai funzionari del LIP.
– Dov’è, a Gela?
– Nooo, a Gela ormai, stanno smantellanno tutti cosi. Prima ci fìciro fari un misi a Priolo, poi lo mannàrrono fisso a Agrigento, ne l’impianti nuovi.
– Ma vero è che ad Agrigento trovarono tutto ‘sto petrolio?
– Minchia! Mio figghiu dice che ci putemu fari concorrenza a l’arabi.
– A Roma pigliarono un terno. Dopo che hanno trovato il petrolio dalle poltrone non li sposta più nessuno.
– Pi fforza! Dopo che l’autri si hanno manciato l’Italia, arrivano chisti e trovano ‘u petroliu. Burrasconi resta in capo a la poltrona finu a che campa. Eh, caro comantante: chissu culu è!
Tumminia fissava il sigaro di Di Vita. Si alzò in piedi.
– Con permesso.
– Lei è patrone. – rispose Di Vita.
Il brigadiere si diresse verso la Punto, entrò nell’abitacolo, e cominciò a frugare nel cassettino del cruscotto. Dopo qualche minuto fu premiato. Venne fuori dalla Punto stringendo tra le dita una MS ridotta in condizioni pietose, ma ancora fumabile.
– Oh, Toti, mi fai addumare?
– A disposizione – rispose Di Vita, porgendo al brigadiere il toscano dalla brace rosso vivo.
Tumminia si accese la sigaretta e si sedette di nuovo sul ramo d’olivo, aspirando soddisfatto grosse boccate di fumo. Restituì il sigaro a Di Vita. – Meno male che Carlo non pulisce mai il cruscotto, sennò questa me la scordavo – sospirò infine.
– E’ sua moglieri, vero? – chiese Di Vita.
– Ah?
– Dicivo, è sua moglieri chi non la vuoli fari fumari?
Tumminia, mestamente, fece di sì con il capo.
– C’ho una punta d’asma. Poco, però, una cosa da niente. Solo che mia moglie mi ha fatto sparire tutte le sigarette e s’è messa d’accordo con Concetta la tabacchina. Quella non me ne vende più manco se mi metto in ginocchio. Ora, se mi voglio fumare una sigaretta in santa pace, mi tocca arrivare fino a Enna. Questa… – disse, tenendo delicatamente la sigaretta tra indice e medio, – …è l’ultima del pacchetto che comprai un mese fa. – Guardò l’orologio. – Pippo si starà mangiando tutta la tua sasizza.
– Cu a bona saluti.
Rimasero ad ascoltare le voci che provenivano dalla casa di Di Vita. Poi giunse anche il suono di una mazurca.
– Ballano – sentenziò DiVita.
– Beati loro. – Tumminia si grattò la pelata. – Che primo maggio di minchia che sto passando. – Aspirò l’ultima boccata e gettò la cicca sull’asfalto delle provinciale. – Ora che ci hanno militarizzati, poi, siamo combinati peggio dei carabinieri.
– Però vi pagano chiù assai, no comantante?
– Quando mai. Solo che il governo dice che dobbiamo diventare una nazione moderna…
– Accussì ci rumpèmu ‘u culu all’ingrisi e all‘americani.
– Certo, come no. Come al tempo di Mussolini. Con rispetto parlando, il culo è meglio che ce lo guardiamo noi.
– Pirché, comantante? Io sentii Burrasconi ne la televisioni che spiegava che abbiamo diventato chiù ricchi de l’americani, co tutto il petrolio di Agrigento.
– E tu ascolta a quello che ti troverai bene. Intanto in America non riusciamo più a vendere manco una buatta di pomodori.
– E chi nni ‘nteressa. Vuoli diri che i pumadori ci li manciamo noautri. Ma a vota di petroliu… – Bussò con le nocche contro il legno sul quale erano seduti. – Cca hannu a vèniri a tappuliàri!
Tumminia comprese che non sarebbe mai riuscito a far capire a Di Vita la reale sostanza delle relazioni internazionali. Desiderò che quella che aveva appena fumato non fosse proprio l’ultima sigaretta nascosta in macchina. Quasi quasi, do un’altra guardata. Non si sa mai, pensò.
Guardò l’ora. Le 12 e 48.

Alle 12 e quarantotto del 1° maggio duemila…, a Roma, piazzale della Farnesina, è un via vai di auto blu e grigioverdi. Alcune di esse sono impegnate ormai da ore in una staffetta che ha come punti di sosta anche il Quirinale, il Viminale e il ministero della difesa, in via XX settembre.
In un’ampia sala situata nei sotterranei del Quirinale, un certo numero di individui – maschi e femmine, in divisa e in borghese – confabula riuniti in crocchi di tre-quattro persone. A un certo punto qualcuno, forse una segretaria, sibila: – Il Presidente.
Silenzio.
Il Presidente varca la soglia. Esibisce un colorito giallastro e piccoli accumuli di saliva densa agli angoli della bocca. Senza il cerone del trucco appare per quello che era: un ultrasettantenne con problemi epatici.
– Qualcuno vuole spiegarmi cortesemente cosa sta succedendo? – chiede con il suo abituale tono pacato.
Il generale di corpo d’armata Brighetti fa un passo avanti.
– Ehm, signor Presidente. Ho paura che abbiamo tirato troppo la corda.
Segue un nuovo silenzio.
– Ah – esclama il Presidente avvicinandosi al tavolo delle riunioni operative e cercando senza successo di acchiappare la spalliera di una sedia.
Il generale Brighetti gli si accosta e tira la sedia per lui. Il Presidente crolla esausto. – E…? – chiede.
– Ci sarebbe da stabilire la linea di condotta, signor Presidente.
– Tipo?
– Le direttive da dare alle forze armate, signor Presidente.
Brighetti deposita sulla scrivania davanti al Presidente una cartelletta contenente diversi fogli dattiloscritti. Sono in inglese. Dall’intestazione del documento un’aquila li fissa severa.
– E devo proprio farlo io?
– Sì, signor Presidente. Rientra tra le sue attribuzioni da quando la carica di Presidente della Repubblica è stata accorpata a quella di Presidente del consiglio dei ministri.
Brighetti sistema meglio il documento davanti al Presidente. Sorride. – Ma siamo tutti qui per coadiuvarla. Ecco, signor Presidente – dice rassicurante. – Ho fatto predisporre anche una traduzione, che troverà nella cartelletta. Ci hanno posto un ultimatum.
– Un, ehm, ultimatum?

Pippo Speranza si ricordò quello che doveva fare solo dopo avere svuotato tre bicchieri del miglior vino di Di Vita, e aver fatto fuori non meno di un metro e mezzo di salsiccia alla griglia. L’aveva trovata ben cotta, proprio come piaceva a lui. Merito anche del budello fine che era stato utilizzato. Quattro belle fette di pane di casa avevano accompagnato il tutto.
Si sa come vanno queste cose. Come mai da queste parti? A favorire! Tastasse stu vinu, sennò m’offennu. Insomma, ancora cercava di spiegare quello che succedeva sulla provinciale, che già si era trovato seduto con il bicchiere colmo e il piatto pieno. Mentre se ne stava a capotavola, al posto di Toti Di Vita – la moglie aveva insistito tanto -, un cognato del padrone di casa s’era messo a parlare di una multa che i carabinieri di Mirabella gli avevano affibbiato per motivi a lui poco chiari. Sentendo parlare di carabinieri Speranza s’era tirato una gran manata sulla fronte, e aveva urlato: – Minchia, la telefonata!
Gli fu messo immediatamente a disposizione un antidiluviano apparecchio di bachelite, assiso sopra un traballante tavolinetto della cucina.
– Pronto. Pronto. Speranza sono, il cantoniere delle Provincia. Volevo parlare col maresciallo Fazzi.
– Speranza, io sono. Che c’è?
Speranza gli spiegò tutto, convinto che il maresciallo gli avrebbe detto, come sempre, che aveva altro da fare.
Invece Fazzi ascoltò tutta la storia senza interomperlo. Poi disse: – Non è che Tumminia sta cercando di aprire il bidone, vero?
– No marescià, non penso. Perché?
– Stamattina, vicino Caltagirone, un Daily ha avuto un incidente e s’è ribaltato sulla statale. Era pieno di bidoni. Azzurri, come quello che avete trovato voi. Appena i vigili del fuoco hanno cominciato a sgomberare la strada, un bidone s’è rotto e sono morti tutti.
Speranza ebbe l’impressione di vivere un sogno. Pensò di aver capito male. – Come. Morti? – chiese con un filo di voce.
– Morti, morti. Ora tutta l’area è perimetrata, c’è l’esercito e hanno fatto evacuare pure Caltagirone per precauzione. La cosa strana e che il furgone aveva la targa dell’AFI e il guidatore era americano pure lui. Però a Sigonella dicono che non lo conoscono. Sperà, è una cosa grossa. Corri da Tumminia e digli di non toccare il bidone, che io nel frattempo vi mando qualcuno.
La cornetta rimase a penzolare dal tavolino, mentre Pippo Speranza correva verso la provinciale alla massima velocità che gli permettevano la salsiccia e il vino che gli riempivano la pancia.
* * *
– E suo figghiu Gianni? – chiese Di Vita.
– Studia – rispose Tumminia, guardando impaziente l’orologio.
– Ah, questi picciotti. Danno sempri pinzèri.
Tumminia si sentì punto nel vivo. – No, no. Quali pensieri. Il fatto è che Gianni s’è scelto una laurea difficile. Non è che a Catania ti fanno diventare avvocato così. Ci vuole il suo tempo. – Boccheggiò per un attimo, a corto di idee. Poi decise di cambiare tattica.
– L’hai sentito il telegiornale di ieri?
– Comu no! L’Inter pigghiau ‘na scoppula…
Tumminia ebbe la tentazione di continuare su quella strada. Poi, rendendosi conto che le sue competenze calcistiche erano quasi inesistenti, passò al pettine fitto tutti i ricordi riguardanti il telegiornale della sera prima, alla ricerca di un argomento che interessasse Di Vita e che, nel contempo, lui fosse in grado di sostenere. Lo trovò.
– Lo sentisti cosa dissero i giornali francesi?
– Chi? La storia chi ni vonnu buttari fuora di l’Unioni Europea?
Tumminia sorrise: Toti aveva abboccato subito. Di suo figlio Gianni e dei suoi studi, per quel giorno, non si sarebbe parlato più.
– Ma lo sai che al comando è arrivato un fax dove ci dicono di stare in allarme per la situazione internazionale che c’è?
– Davvero? – fece Toti sbalordito.
– Davvero. – disse Tumminia. – Non te lo dovrei dire sai, ma mi pare una cosa tanto assurda. Avà, i francesi tirano una scorreggia e tutta l’Italia si mette in stato d’emergenza.
– Intantu il presidenti francisi se ne uscì dicennu che ci facemu cumparanza all’arabi che ficiro scoppiari la turri Eiffelli. – obiettò Di Vita.
– ‘U presidenti francisi è minchia tanto quant’è alto.
– Intanto l’americani ci diediro ragioni ai francisi.
– Oh Toti! Ma fammi capire: davvero ti credi che ora ci mettiamo a fare la guerra contro i francisi e gli americani?
– No, la guerra no. Però ‘u sapemu comi sono fatti l’americani. Si infilano co un dito e poi c’azzìccano tutto il braccio. Che è, non se lo ricorda che combinarono ne l’Iracchi?
– Toti, quella era una dittatura. Noi alleati siamo.
– Mah. Quanto è questioni di soldi, si scànnano puro tra fratelli carnali. Intanto si ne uscirono a diri che l’armi chimichi all’Iracheni, all’epoca, ce l’abbiamo venduto noautri.
– E digli che cercano. Ma quali armi chimiche, che l’esercito italiano c’ha ancora i carri armati del quindici diciotto.
– Comantante, io c’ho tanto di rispetto pe lei, ma ai tempi di la guerra con l’Iracchi, l’americani se n’hanno, con rispetto parlanno, futtuto se c’erano o non c’erano l’armi chimichi. Dissero che c’erano, poi non li trovarono e ficiro finta di nenti, che intanto ne l’Iracchi ci avivano intrasuto con tutti li scarpi.
Tumminia scosse il capo constatando un’altra volta che con Toti Di Vita non c’era proprio verso di ragionarci. Poi sentì un rumore sordo. Per un attimo credette si trattasse di un’automobile, magari quella dei carabinieri, oppure dei tecnici del LIP. Alla fine, si rese conto che il rumore non proveniva dalla strada. Mise una mano a mo’ di visiera, e cominciò a scrutare il cielo. Infine vide l’aereo.

Il viso del Presidente è una maschera di cartapecora. Il sorriso onnipresente del Capo della Nazione sembra congelato tra miriadi di rughe che increspano la pelle stanca. Non più gialla, ma grigia.
– Ma deve esserci un equivoco. Quando mai abbiamo avuto armi chimiche, noi – sta garbatamente dicendo il Presidente. – Un malinteso. Certamente un malinteso.
Borbottii all’altro capo della linea. Il generale Brighetti origlia con attenzione. “Le avete e le troveremo. Stavolta siamo sicuri” sente riferire dall’interprete. Poi si accorge che il Presidente lo sta fissando. Arretra di sue passi.
– Senti Dud, non so chi vi abbia passato queste informazioni.
Brusio.
– No, Dud, non sto mettendo in dubbio nulla, ci mancherebbe. Ma si poteva affrontare la cosa in maniera dive…
Urlacci in miniatura che coprono il tono impersonale della traduzione simultanea . Il presidente diventa paonazzo. Continua a sorridere ma gli trema la mano con la quale tiene la cornetta.
– Io, ehm, volevo invitarti a… Insomma, anche in nome della nostra amicizia. In fin dei conti siamo tra i vostri migliori alleati.
Borbottii.
– Perché “siamo stati”? Siamo, siamo…
Borbottii alterati.
– Come “vie diplomatiche”? Gesù Dud, ci avete praticamente dichiarato guerra!
Nuovi urlacci. Stavolta l’interprete, prima di parlare, attende che l’urlatore abbia terminato. Il Presidente lo ascolta. Per la prima volta il suo sorriso ha un tentennamento. Giusto un attimo ma resiste. Anzi no. Gli angoli della bocca si volgono piano piano verso il basso. Il colorito del Presidente ora tende al cianotico.
Il generale Brighetti si avvicina. – Allora? – chiede ansioso.
– Ha chiuso la comunicazione – risponde il Presidente con voce incerta.
– Ma cosa ha detto?
– Mi ha detto di non chiamarlo più Dud.

L’aereo aveva la forma di un triangolo. Volava altissimo, lasciando lunghe scie di condensa, che spiccavano, bianche e nitide, contro l’azzurro intenso.
– B-2A. Spirit – disse sottovoce il brigadiere che condivideva col figlio minore Nicola la passione per l’aeromodellismo militare. – Il bombardiere invisibile. Solo gli americani si potevano inventare un aereo con la forma così.
– Lo sapiva io. Visto che stanno arrivanto? – fece Di Vita.
– Ma che vai a pensare? Starà andando verso Sigonella. Capace che deve atterrare là.
Di Vita, visto che aveva terminato il sigaro, si alzò in piedi. Sembrava di cattivo umore e per niente convinto dalla spiegazione di Tumminia.
– Comantante, con rispetto parlanto, mi pari che Pippo Speranza ci sta cugghiunànnu… Oh, finalmente. Arriva.
Infatti, Speranza stava arrivando di corsa lungo il sentiero già percorso all’andata.
– Comantante, guardasse com’è agitato.
Tumminia non gli badò. Era rimasto come incantato ad ammirare l’aereo americano. Era la prima volta che ne vedeva uno dal vivo, anche se lo distingueva a malapena dato che volava a qualche chilometro di quota. Eppure, anche così, sembrava tale e quale al modellino che aveva montato assieme a suo figlio Nicola.
Non seppe trattenersi. Alzò una mano e lo salutò.

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