Quello dei veleni

di Antonio Musotto

Mi ero dovuto trasferire a Bologna dopo che la società per cui lavoravo aveva ritenuto opportuno sospendere la vendita dei suoi prodotti nella regione in cui vivevo; era roba discreta, ma da solo non riuscivo a controbattere la concorrenza, ed i medici prescrivevano altre scatolette.
Mi guardavano in faccia, i giuda, mi dicevano, si si dottore certo le sue medicine le conosciamo certo le sue medicine sono efficaci. Ma sulle loro dannatissime ricette c’era sempre scritto il prodotto della concorrenza.
Ero certo che avrei ricevuto un richiamo per il fatto che le vendite non decollavano, e quando avevo chiesto più investimenti, l’eufemismo che si adopera per dire più soldi per convincere quei bastardi a prescrivere, mi era stato detto che dovevo aspettare, che quelli mi dovevano conoscere, che ce l’avrei fatta prima o poi.

Lessi il telegramma tre volte di seguito, ma il contenuto era chiarissimo, la zona non rendeva ed io mi dovevo spostare, entro quindici giorni.
E se rifiutassi il trasferimento? chiesi al direttore del personale, durante una telefonata che avevo esitato a fare, verrebbe licenziato, dottore, se ha letto il contratto che lei ha sottoscritto, è evidente che lei si legava a noi mantenendo la disponibilità a trasferte sul territorio nazionale, o a cambiare sede di lavoro qualora sia necessario.
Posai la cornetta, imprecai contro uomini e santi, in un impeto di rabbia distrussi l’agendina dove avevo segnato gli appuntamenti con i medici per i mesi successivi.
Sapevo benissimo, quello che avevo firmato, per cui disdissi il contratto di affitto dell’appartamento, vendetti il gommone, avvisai i miei vecchi che per qualche mese avrei abitato a Bologna. Ma è una città umida, portati le maglie di lana, disse mia madre.
Con Francesca fu molto più facile, mi togli il peso di quello che stavo per comunicarti mi disse quando la informai della mia partenza, nell’intervallo di un film, al cinema. Non sono più tanto sicura di amarti, e sono certa che la separazione saprà dirmi se provo ancora qualche sentimento per te. Non replicai, era cominciato il secondo tempo. Quando all’uscita dal cinema telefonò ad Andrea, il suo massaggiatore shiatsu, mi resi conto che era sicurissima del fatto che le cose tra noi erano arrivate al capolinea. Ed io, fesso, non me ne ero accorto. Non la riaccompagnai a casa. Fai venire Andrea le dissi, bastardo cafone rispose lei quando capì che non le avrei aperto lo sportello della macchina.
Un problema in meno, pensai, nessuna a cui telefonare e raccontare pietose bugie di lontananza sofferente, solo scorie di una storia da metabolizzare.

Mi riuscì difficile adattarmi al modo diverso di lavorare. Alla freddezza dei medici. All’indifferenza dei colleghi di lavoro, che mi bollarono subito come il terrone della Magnasalus Farmaci. Alla ringhiosa ostilità dei pazienti in sala d’aspetto. Alla supponente impazienza delle infermiere quando chiedevo loro un appuntamento per parlare col dottore.
I signori dottori avevano regole rigidissime ; non si poteva sgarrare, l’unica cosa poco rigida era la loro pancia. Il cibo che divoravano quando li invitavo a cena era impressionante . Mangia, strozzati, affogati pensavo mentre riempivano le loro guancione di tortellini e agnolotti, a spese della ditta.
Imparai a conoscere alcune espressioni dialettali, perché si ripetevano sempre quando uno di noi, un informatore medico scientifico, entrava in un ambulatorio. La maggior parte oscillava tra il dileggio ed il disprezzo: in una zona particolare dell’Emilia venivamo chiamati, scientificamente, quell’ del velen, quelli dei veleni.
Etimologicamente i pazienti avevano ragione, farmaco deriva dal greco farmakon che vuol dire appunto veleno, ma quest’appellativo mi dava ai nervi, soprattutto in considerazione del fatto che ero uno tranquillo, non violento , pacifista, che cercava di dar fastidio il meno possibile.
Se avessi potuto acquistare una vernice per diventare invisibile, giusto per il tempo necessario per traversare la sala d’aspetto dello studio medico e riapparire solo al cospetto del dottore, avrei investito la tredicesima ed anche parte della quattordicesima, ma questa vernice ancora non esisteva.
Mi sentivo i loro occhi da allevatori di porcelli sul collo, sentivo che perlustravano la mia figura appena entrato in ambulatorio, alla ricerca dell’indizio che potesse avvalorare la tesi che un uomo vestito dignitosamente con una valigetta nelle mani dovesse essere un vendidur, un rappresentant, quell del velen insomma. Maledetti.

Trascorsero alcuni mesi nella nebbia metereologica e nella foschia emotiva, entrai in rapporto confidenziale con il libraio che aveva la sua bottega, un negozietto piccolo pieno di libri persino sotto ai banconi, vicino all’Ospedale Rizzoli. Provai ad allacciare rapporti umani con la cassiera del self-service dove andavo a pranzare, ma lei mi considerava poco più di una impronta digitale sul cristallo del banco. Mi ascoltava parlare, accettò qualche passeggiata domenicale sotto i portici, ma non mi riuscì neanche una volta di portarla ad un cinema; temo che il cinema non le piacesse.
Intanto, quando scendevo dalla macchina, preparavo la borsa con i campioni ed i depliant, con le penne serigrafate con il nome del farmaco e mi avviavo verso la porta dello studio, mi rimbombava in testa, come musica di sottofondo, la frase ecco quell’del velen, appena aprivo la porta e mettevo il naso dentro l’ambulatorio, investito quasi sempre da una zaffata di odore di povero sudore , di pensionato, di malato vero e di malato immaginario, spingevo la porta e mi preparavo come il pugile in difesa a beccarmi l’epiteto sul muso. Passavano alcuni secondi, e qualcuno apriva la bocca: sapevo già cosa avrebbe detto.

Passò l’estate, torrida e schifosa, piena di zanzare. Non avevo abbastanza denaro per tornare a casa e me ne restai nell’appartamentino di Bologna, le cui condizioni climatiche erano tali che se fossi per caso deceduto mi sarei decomposto in pochi minuti…
E continuavano a dirmi, eh un altro, ecco il vendidur ma vada a casa che qui c’è brava gente che non può perder il suo tempo, gli animali aspettano.
La notte non riuscivo a prendere sonno, allora mi mettevo in macchina, andavo nei viali, calmavo la mia ansia con una compagna a pagamento, ma non molte, non me la passavo bene. Poi tornavo a casa, mi addormentavo spesso nel divano davanti al balcone aperto e sognavo. Sognavo di possedere una pistola, sognavo di entrare in qualche sala d’aspetto e sparare a bruciapelo a quelle vecchie troie che non avevano nulla da fare, e che intralciavano il mio lavoro.
Non mi sentivo più tanto pacifista e non violento; presi anche informazioni su come comprarla, la pistola, ma erano tempi duri, non ci voleva molto a finire dentro come fiancheggiatore di terroristi. E poi costava cara. Lasciai perdere, continuai a sognarle, le stragi.

Una sera stavo guardando una tribuna politica in cui un noto paladino dei diritti umani panneggiato di cachemire stava elencando gli stati in cui era ancora ammessa la pena di morte. Descriveva con dovizia di orridi particolari le varie metodiche per comminare l’estrema pena. Mentre i suoi denti bianchi scintillavano sotto la luce dei riflettori, e l’affettato giornalista gli somministrava le blande domande che avevano addomesticato di concerto prima della trasmissione, mi venne l’idea che avrebbe risolto i miei problemi di sopravvivenza ambulatoriale.
Mi recai presso un consorzio agricolo. Ne scelsi uno fuori provincia, non mi conoscevano e speravo che non avrebbero fatto troppe domande.
Ho un grande magazzino infestato dai ratti, cosa posso fare? Un rimedio radicale, non le solite esche dissi al magazziniere, uno con la faccia da tossico che immaginavo non avrebbe resistito a qualche banconota da 20 euro fatta scivolare in mano per non scrivere il mio nome sul registro degli acquirenti delle sostanze tossiche.
Lui mi guardò con lo sguardo semiallucinato. Vuole provare con il gas? È facile, basta una compressa e i suoi topastri son belli e stecchiti .
Acquistai le compresse di cianuro e l’acido per scioglierle, finanziai al tossico un paio di trip, conservai separatamente le due confezioni, non volevo gasarmi da solo durante il viaggio di ritorno, e pensai al modo in cui mettere alla prova la mia soluzione radicale.
Un aiuto inatteso mi venne dalla mia ditta . Come omaggio natalizio aveva preparato degli spargiessenze copiati da un modello orientale, in cui si doveva mettere a bagno una compressa di aromi, ed il profumo di erbe e fiori esotici si spargeva per la stanza.
Ne acquistai una decina da un indiano per strada, in modo che non fossero riconoscibili, li lavai e li misi nella borsetta da lavoro.
Una domenica, per fare qualcosa di diverso, andai a fare un giro a Borgo Panigale, con la scusa di prendere gli orari dei voli per Punta Raisi.
Là incontrai un drappello di medici, accompagnati dall’informatore scientifico di una grande ditta americana, uno che conoscevo bene. Speravo che non mi vedessero, invece uno del gruppo mi chiamò e mi chiese dove stessi andando. Da nessuna parte risposi io. Ah dottore, disse ancora lui, stiamo andando in Messico con il suo amico. ma lei non ci ha ancora portato da nessuna parte, neanche un weekend con le famiglie, forse non le siamo simpatici?
Certo, simpaticissimi erano, vi organizzo un fine settimana lungo a Treblinka, senza ritorno, pensai mentre li salutavo.

Per la prima prova scelsi l’ambulatorio più odioso, uno di quei posti dove mi era capitato che i rustici pazienti mi spingessero fuori dallo studio, dopo avermi apostrofato con la solita insopportabile frase. Ve lo do io il veleno mi dissi a mezza voce mentre parcheggiavo l’auto nei pressi dello studio medico.
L’ambulatorio non era molto affollato, ma i pochi presenti brontolarono ugualmente quando la segretaria dello studio, una cicciona baffuta, disse loro che io avrei parlato col dottore alle undici e mezzo.
Mi misi tranquillo a leggere il giornale. Ogni tanto controllavo il mio regalino custodito nelle tasche della borsa da lavoro.
Feci la mia intervista al medico, che continuò a farsi gli affari suoi mentre parlavo. Scriveva ricette, rispondeva al telefono, sputacchiava i pezzi del sigaro spento che ruminava tra i denti. Gli feci gli auguri per le festività imminenti, non mi rispose neanche. Artigliò invece le penne che gli lasciai sulla scrivania, e le mise rapidamente in un cassetto: fanno schifo stè penne disse invece quelle della Menarelli sì che scrivono ben.
Perché le hai conservate allora, carogna, pensai. Biascicai un saluto ed uscii dalla sua stanza.
Mi fermò sulla soglia: Ah dottore, la sua ditta non ci manda a fare il weekend sulla neve? Se possibile vorrei andarci con lei che è tanto beneducato.
Forse l’anno prossimo risposi, ma speravo di leggere il suo necrologio al più presto.
Mi avvicinai alla pelosa cicciona, sprizzando cordialità augurali da tutti i pori, almeno da quelli scoperti: faceva un freddo cane ed ero tutto intabarrato. Le dissi che avevo un regalino natalizio che avrebbe sicuramente migliorato l’aria di quella sala d’aspetto.
Come si usa? chiese. Semplicissimo , risposi. basta mettere questo solvente qui nella vaschetta, poi lasciare sciogliere la pillolina di essenze, mettere il coperchietto traforato ed in pochi minuti qui sembrerà di essere in paradiso. Anche se ero sicuro che tutte le carogne sedute sulle sedie da bar di plastica e metallo cromato avrebbero meritato quello stesso posto all’inferno che stavo prenotando per me.
La cicciona si dimostrò entusiasta del regalo, mi strinse persino la mano, mi chiese quando volevo tornare a trovare il dottore. Beh non ho ancora fatto il programma per l’anno nuovo.Le telefono…all’obitorio pensai con un sadico ghigno interiore.

A trecento metri di distanza mi aspettava la seconda visita della giornata . Ero un professionista serio, non perdevo tempo, così ignorai il bar dove un paio di altri informatori scientifici bevevano il caffè e parlavano di stipendi e macchine in leasing. Entrai nello studio del dottor Marelli, una laida vecchia mi indirizzò il solito Eh, eh, quell’ del velen.
Ben detto signora, le dissi mentre mi accingevo a profumare di eternità anche questo ambulatorio.

Aggiungi ai preferiti : permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *