In memoria di Alfredo

di Grazia Maria Scardaci

Mi affrettavo a rileggere le pagine del suo diario, quasi appunti di vita, sterili e poco conformi alla sua veste nel vivere; si rallegrava della compagnia e con un suo unico sguardo comunicava mille pensieri.
Lo scialle nero, tipico delle vedove, era sostituito dai miei capelli, tanti, lunghi e foltissimi, del colore del lutto; circondavano il mio collo e svelavano le mie spalle, contuse a volte, torturate altre, ma sempre larghe e pronte a difendere la mia famiglia.
Il colorito olivastro della mia pelle creola celava le lacrime, e gli occhi, i miei occhi dalle folte ciglia, non necessitavano più di nessun trucco per scolpire, come ciuffi, i distesi i lembi di ciglia, quasi come di prezzemolo su di un terreno ormai arso dalle lacrime.

Il mio letto era ormai una casa, la sua valigia una dimora per la mia anima; tutto era segnato in quei diari, troppo e niente dei suoi pensieri.
Il caldo prepotente batteva le persiane di legno, quelle sul mio balcone a Crenni; la tenda stretta come un fiocco per nascondermi al mondo ed io denudata, protetta da una sottile sottoveste nera, ero rannicchiata nel mio letto di fango e nelle lenzuola del sudore.
La valigia m’interrogava ed io, indispettita, coprivo il volto al mio dovere; scorgevo in quella infinità un folto e nutrito tafferuglio di appunti, stralci di giornali vecchi e impolverati, antichi quando il mio Paese e coperti da celofane bucati e d’odore di passato.

Le foto emergevano come dittonghi nella lingua latina, ognuno per sostanza e talvolta per emergenza; raffiguravano una storia a tinte gialle, marcatamente gialle, senza inizio e senza fine, rappresentavano generazioni e generazioni di uomini posti in piedi o dietro le seggiole e donne sedute o accovacciate quasi in preghiera o in adorazione.
La terra e lo sfondo era sempre uguale: giallo di renella fine; le stesse case nelle medesime zone del Paese, tutte di fronte la facciata di casa mia.
Un semicerchio di persone vicine e avvicinabili sorrette da amici e da appoggi locali; Alfredo era il Sindaco, il più bello fra tutti i suoi predecessori, il più ascoltato fra tutti i suoi parenti e la sua parola era come un tuono che si abbatteva sopra una casa.
Prendeva appunti su di tutti i suoi concittadini e nella valigia trovavo nomi, visi di persone che conoscevo non solo di nome ma di cui ignoro la storia; Tommasino il farmacista, aveva aperto la farmacia nella bottega dietro casa, racconta la valigia che prese in carico una certa partita di medicinali per un tale, inserito sotto nome di Rocco, e talmente tanto galenico da far saltare una miniera ma, nell’elenco, vicino il suo nome c’era scritto un simbolo più ed un numero, nove per l’appunto, e tanti furono gli appartamento che gli diedero al villaggio nuovo delle cooperative sociali, quelle costruite per i bisognosi ma con fronte al mare e spalle alla montagna.
Cercando saltavano fuori angoli di pensieri, una valigia piena come una scatola di paste di mandorla la mattina di Pasqua; Morgante la figlia del medico condotto, dopo il tragico incidente del marito vicino alla ferrovia, ebbe assegnata una casa ampia ed un ampio frutteto dal consiglio comunale, presieduto da padre di Alfredo, e le fu destinato un vitalizio di cento ottanta mila lire con una motivazione:”Meriti straordinari a tutta la giunta comunale”.
Il medico condotto si uccise ma Morgante prosperò.
Il giornale, con la data di ieri, è ancora aperto sopra i cuscini: spiegazzato e senza pietà racconta ciò che Alfredo non era.
Trafiletto laterale e pagina centrale parlano di lui, della sua morte; senza rispetto, senza giudizio, non conoscendolo per quel uomo straordinario che era stato nella mia vita.
Mi prese bambina, avevo quattordici anni, mi sposò a sedici per un debito di gioco con mio padre, ed oggi a ventiquattro sono già vedova.
Non sono subito stata moglie, forse un giocattolo, ma nell’ultimo periodo mi picchiava perché ero diventata troppo donna; ero cresciuta sotto di lui ed adesso, qualche volta, sopra volevo andare io, ma ciò di cui parlano i giornali non era affatto vero.
Parlano di prostituzione in un Paese in cui le donne non vivono all’aperto e si nascondono dietro i loro uomini;
Parlano di armi in un posto in cui il rispetto si coltiva a colpi di trinchetto o con in mano un badile; Parlano di droga quando innocenti fiorellini rossi costeggiano le strade di montagna e rallegrano l’ambiente.
Sono falsità, pidocchi di bugie e la sua fucilata dritta al petto indica solo che il suo tempo era ormai trascorso: nulla più.
Alle 16.00 ci saranno i funerali; ripongo tutto nella valigia che in tanti cercano, indosso il mio abito nero e saluto Alfredo appiccando il fuoco sui suoi appunti di vita, sulla valigia del passato, in ricordo di lui.
La famiglia è salva ed il fuoco comincia ad alzarsi.
In memoria di Alfredo indosso il mio velo nero sulla testa, mia aggrappo al vicesindaco, suo cugino, e l’accompagno nel suo ultimo viaggio e al suo ultimo incarico.
Lascio bruciare la casa dietro di me, la mia memoria il mio matrimonio; il cugino vicesindaco mi porge il braccio, mi tiene alla vita e addolorato saluta la salma sino all’ultimo, sempre insieme a me, dopo mi accompagnerà in casa della sua amica Morgante dove lei e le sue affittuarie, tutte donne, mi aiuteranno a trascorrere la notte.
Addio Alfredo, piango sulle mani di tuo cugino, rimango un famiglia ma, faccio tutto in memoria di te.

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