Sicilia-Milano-Sicilia

Storia quasi completamente vera
di Mauro Mirci
Era, mi sembra, il mio terzo anno di università e mia madre mi comunicò che doveva andare a Milano. Se volevo potevo accompagnarla.
Se volevo.
Se non volevo sarebbe andata da sola, tanto lo sapeva com’ero fatto. Intuii subito la trappola, ma non potei fare a meno di cascarci dentro senza opporre resistenza.
– Che ci vai a fare a Milano?
Cambiò subito tono. La voce le si fece dolce.
– Tu lo sai che due anni fa dovevo operarmi alla schiena, no?
– Sì.
– E lo sai che non mi sono fatta operare per amore tuo. Per non lasciarti solo.
Per la verità sapevo che, con la scusa di mettere in ordine alcune faccende di casa che non si potevano rimandare, aveva firmato il foglio di uscita dell’ospedale Garibaldi di Catania ed era tornata di corsa al paese. In ospedale non s’era fatta vedere più.
Ma decisi di non buttarla subito in polemica, tanto più che il motivo della fuga poteva essere veramente quello che aveva detto.
– E quindi? – dissi.
Mi accarezzò la testa.
– A Milano c’è una persona che deve visitarmi e forse può risolvermi la questione dell’ernia.
– Uno specialista?
– No, quale specialista.
Cominciavo a capire, ma non ero ancora sicuro.
– Ma tu lo sai che tua zia Raffaella – disse mia madre, – non riusciva ad avere figli e allora è andata a Milano da questa persona?
– No, non lo sapevo.
– Lui, appena l’ha vista, le ha detto: cara signora, non si deve preoccupare. Avrà una bella bambina.
– Ah.
– E anche tuo zio Pippo, quando è andato da lui per non mi ricordo che cosa, insomma, si è risolto tutto.
– Ma tutto cosa?
– Non me lo ricordo, ma si è risolto tutto. E comunque, ha indovinato che doveva nascere tua cugina.
– Bella forza. Dice, deve nascere una bambina. Ha il cinquanta per cento delle possibilità di azzeccarci.
– Basta, sei incredulo, lo sapevo. Ci vado da sola.
E quindi, eccoci sul treno Catania-Milano, vagone cuccette. Siamo partiti in autobus dal paese. Appena il tempo di fare i biglietti in agenzia. Sola andata, perché mia madre insiste che non sa quanto ci tratterremo. Magari il trattamento del tizio di Milano necessita di convalescenza.
Le dico che mi pare strana una convalescenza senza operazione chirurgica, comunque faremo come dice lei. Tanto, lo so, la sua risposta sarebbe comunque: pago io e decido io.
Il viaggio dura un’eternità. La notte in cuccetta è un supplizio. Lo scompartimento è pure fin troppo caldo, ma a tratti una corrente ghiacciata, scappata da chissà dove, mi raggiunge. Dormo quasi nulla. L’indomani, alla stazione di Milano, mi sento come se mi avessero picchiato tutta la notte. Mia madre, contrariamente al suo solito, non si lamenta di nulla.
– Sarà che siamo vicini a lui, già mi sento meglio.
Prendiamo il tram. Mia madre si è portata appresso una borsa da viaggio in tela, disegnata a girasoli. Inguardabile Dentro ha messo un pacco di pasta di mandorla e qualche ricambio di biancheria intima. E anche un biglietto che tira fuori e mi porge con gesto autoritario.
– Tieni.  Vedi dove dobbiamo andare.
Il biglietto è scritto su carta di quaderno. Riconosco al volo la grafia di zio Pippo, tutta lettere curve e svolazzi. Sembra un esercizio di bella scrittura. Leggo l’indirizzo, lo riferisco a mia madre. Lei scuote la testa.
– Dillo a lui – fa, indicandomi il conducente del tram.
Dopo un paio di fermate scendiamo. Poi saliamo su un altro tram, scendiamo e ne prendiamo un altro ancora. Non provo nemmeno a capire dove siamo.
La cosa che mi colpì di più durante quel vagare in tram fu l’assoluta piattezza di Milano. Tutte strade pianeggianti e indistinguibili tra loro. Alla fine il tram ci lasciò all’incrocio tra due vie assolutamente identiche. Il conducente ci aveva raccomandato: avanti per quella via lì sino alla prima traversa. Poi prendete a sinistra. Quella è la strada che cercate.
Eseguimmo.
La nostra destinazione era una casetta dall’intonaco grigio, roba degli anni ’60, credo. Tre piani con balconi e finestre grandi e le persiane verdi. Cercammo il nome sul citofono. C’era.
– Hai visto che il Signore ci aiuta? – disse mia  madre, tutta soddisfatta. E si segnò con la croce.
Mi venne da pensare che ci avevano aiutato più i conducenti dei tram, ma preferii tacere. Niente liti, avevo deciso prima di partire, niente discussioni. Sarei stato un accompagnatore distaccato, una sorta di guardia del corpo che mai si sarebbe fatto coinvolgere nelle personali e intime emozioni di mia madre. Il mio era un compito di servizio, nulla di personale. C’era un cliente da accompagnare e scortare e la mia missione consisteva nel far sì che non corresse rischi e il suo viaggio si svolgesse senza intoppi.
La cliente, ovviamente, era impersonata da mia madre.
Assunsi l’aplomb di Kevin Costner nel film “Guardia del corpo” e chiesi: – Vado?
– Suona – disse mia madre.
Suonai.
– Sìiiii? – fece una vocina femminile nel citofono.
– Abbiamo una appuntamento con il signor Maccarone. Veniamo dalla Sicilia.
– Oh, sì, i siciliani. Salite, salite – fece la vocina.
La voce apparteneva a una donna milanese tra i cinquantacinque e i sessanta. Cioè, non per stare a dire cose ovvie, ma la tipica donna milanese, se proprio avessi dovuto descriverla, l’avrei descritta così. Magra, in camicetta, maglioncino di lana e gonna sotto il ginocchio. E poi scarpe di cuoio marrone col tacco bassa, le calze color carne, i capelli freschi di permanente, gli occhiali di tartaruga dalle lenti rettangolari, il viso scavato e il sorriso tutto dentiera.
E, chiaro, anche l’accento milanese.
Aveva i modi della perpetua. O della segretaria di uno specialista.
– Entrate – disse, – accomodatevi. Il Maestro ci raggiungerà tra poco.
Teneva le mani giunte e ogni tanto le sfregava tra loro. Si muoveva a scatti, velocemente. Girava la testa di continuo, come se l’ambiente avesse necessità di essere tenuto costantemente sotto controllo. Ci trovavamo in uno stanza che sembrava una via di mezzo tra uno studio medico e quella di un esoterista. Negli scaffali facevano bella mostra di sé tutti i volumi di un’enciclopedia scientifica, quelli dell’Enciclopedia della Donna, e quelli di una serie di manuali medici. E poi Bibbie, Vangeli e Atti degli Apostoli in edizioni diverse. Una foto di Wojtyla sulla papamobile, in piazza San Pietro, scattata da qualcuno che stava in mezzo al pubblico. Ninnoli vari, alcune bamboline etniche, forse peruviane, piatti decorati con scene bucoliche, vecchi portacandele con relative candele (utilizzate). Quaderni, decine di quaderni, apparentemente usati, disposti in un’unica pila, di piatto. Un vocabolario Zingarelli, un dizionario dei sinonimi e dei contrari. Libri di pranoterapia, scienze esoteriche, cartomanzia. Una quindicina di encicliche papali. Un volume ancora incellofanato: “Tutta la verità sull’Età dell’Acquario alla luce di ciò che Gesù Cristo ci ha insegnato”. Una ventina di copie di un volume d’un editore per me sconosciuto. Si leggeva il titolo sul dorso. “Saverio Maccarone. Ho incontrato Gesù nella metropolitana”.
Riflettei che il nostro Maccarone, quindi, oltre a predire il sesso dei nascituri, s’interessava d’occulto, di New Age, di religione cattolica e, a quanto pare, aveva anche scritto un libro dove raccontava frequentazioni prestigiose nel sottosuolo.
– Accomodatevi – insisté la tipica donna milanese. Io e mia madre prendemmo posto su due poltroncine decisamente vintage, di stoffa fiorata.
– Elvira – sentimmo chiamare.
– Eccomi , Maestro – disse la tipica donna milanese e fuggì fuori.
Sentimmo sussurrare in corridoio.
Poi il Maestro fece la sua apparizione.
***
– E hai fatto bene – stava dicendo il Maestro a mia madre. – Cara, hai fatto benissimo a non farti toccare dai medici.
Mia madre aveva appena finito di raccontare a Saverio Maccarone la sua avventura al reparto neurologia dell’ospedale Garibaldi di Catania. Non aveva taciuto nulla delle sue ernie, operabili ma non operate a causa della fuga, che motivò così: in pratica, l’insano proposito era maturato allorquando, nel giorno in cui era stata sottoposta a esami radiografici con iniezione di un mezzo di contrasto nella colonna vertebrale, gli infermieri l’avevano dimenticata, spossata e stordita dal dolore, in un seminterrato dove era stata lasciata sola in attesa dell’arrivo di un inserviente che era poi andato a prenderla senza alcuna fretta.
– Certo – aggiunse mia madre. – Sarebbe stato diverso se ci fosse stato mio figlio.
Si voltarono per lanciarmi uno sguardo severo.
– Ma – mentì mia madre, – io non gli avevo detto nulla per non distrarlo dalle lezioni dell’università.
Il Maestro annuì. Ma in maniera da far capire con chiarezza che aveva intuito la menzogna, pronunciata da mamma solo allo scopo di attenuare, ai suoi occhi, la mia colpa, imperdonabile, di non averla assistita, attimo dopo attimo, mentre in ospedale la sottoponevano a trattamenti per i quali il paragone con la tortura era d’obbligo.
– Suo figlio studia all’università? – chiese il Maestro?
– Sì – disse mia madre. E sorrise. Era orgogliosa di me, ma lo sarebbe stata ancora per poco.
***
Non saprei dire quanto tempo trascorse dal sì di mia madre, forse tre quarti d’ora, forse mezz’ora.
Ecco, facciamo mezz’ora.
Mezz’ora dopo scappavamo, mia madre  e io, alla ricerca di una fermata del tram, o dell’autobus. Oppure di un taxi, di un noleggio con conducente, di un passaggio in autostop, di un paesano capitato lì per caso in macchina e disponibile a portarci via di corsa.
Camminavamo veloci, con la paura di essere affiancati da una pattuglia dei carabinieri già muniti della nostra descrizione dettagliata. Forse anche di un identikit.
“Si segnala la presenza di due siciliani. Una donna, dell’apparente età di anni 55, con capelli castani freschi di parrucchiere e acconciatura retrò alla Nicoletta Orsomando. Reca con sé un’inguardabile borsa da viaggio a motivi floreali (pare girasoli gialli e arancio). Un giovanotto, di anni 20 circa, sul metro e ottanta, spettinato come uno che ha passato la notte in treno e la barba lunga di qualche giorno. Veste con jeans azzurri abbastanza lisi, camiciotto da boscaiolo e giubbotto da poco prezzo, grigio. Ha l’aspetto dell’immigrato clandestino, ma pare sia italiano. Presumibilmente, i due sono madre e figlio.”
Avevamo fretta di allontanarci dall’indignazione e dalla  casa del Maestro Maccarrone.
Riuscimmo a raggiungere, tra bus e tram, la stazione centrale. Unica soluzione, nell’immediato, per riguadagnare la Sicilia: un convoglio composto solo di vagoni con posti a sedere.
– Ma allungabili – disse il bigliettaio mentre incassava il contante sortito dall’inguardabile borsa di mia madre.
E poiché era siciliano anche lui, eravamo le uniche persone in coda e, evidentemente, aveva necessità di intrattenere rapporti umani con qualcuno, ritenne doveroso spiegarci, almeno per sommi capi, come si poteva trasformare un posto a sedere della Ferrovie dello Stato in un comodissimo giaciglio per la notte. Fui delegato da mia madre ad ascoltare e comprendere ed eseguii. Il gentile bigliettaio disse, mimò e descrisse, e io dissi, come si conviene in questi casi: certo, naturale, ho capito. L’altoparlante chiamava i passeggeri, mia madre sbuffava, io dovevo fare pipì, e il generoso bigliettaio ci teneva adesso a entrare nei dettagli della versatilità della comoda poltrona in pelle che avrebbe costituito, per almeno le prossime venti-ventiquattro ore, il luogo dove avremmo atteso di rivedere l’amata Isola dalla quale ci eravamo allontananti e alla quale, prestamente, desideravamo far ritorno. Il bigliettaio altruista continuava a dilungarsi in chiarimenti e specificazioni, tanto da farmi propendere, oramai, per l’ipotesi che più che altro si trattasse di logorrea.
– Sì – dissi. – Vabbe’ – lo rassicurai. – Certo, certo – lo blandii, mentre tentavo di svincolarmi dalla sua collosa gentilezza.
Lo udii augurarci un buon viaggio e raccomandarsi per i turni di qualcosa e finalmente fui libero di raggiungere mia madre.
La quale, ancora piena di rancore nei miei confronti, marciava con la decisione di un fante d’assalto, in direzione d’un binario a caso, perché non aveva pratica di stazioni ferroviarie e ignorava che i treni hanno l’abitudine di partire da binari ben definiti, non certo dal primo trovato.
– Mamma  – chiamai. – Non di là.
La pipì si faceva sempre più impellente
Lei continuò ad andare avanti, costringendomi ad arrancarle dietro.
– E dove, allora?
– Binario 8.
Si bloccò.
– Portamici.
– Aspetta. Devo andare in bagno.
– Tienitela. Adesso non c’è tempo.
E fu il viaggio di ritorno. Il vagone ferroviario ci accolse in uno dei suoi scompartimenti. I sedili apparvero confortevoli, come il prolisso bigliettaio aveva preannunciato e accolsero i nostri corpi sfibrati e stanchi. Assieme ai corpi sfibrati e stanchi di altri due passeggere dall’aspetto rassicurante; due signore anziane del catanese.
L’altoparlante dichiarò qualcosa d’incomprensibile, ci fu una serie di fischi, altre dichiarazioni dell’altoparlante e il treno si mosse. La detestabile borsa a girasoli di mamma cadde dalla sue gambe. Ignorando il perdurante stimolo a urinare, mi chinai e la raccolsi. Lei me la strappò dalle mani sibilandomi: – Dammela.
– Mamma, non fare così – la implorai.
– Stai zitto – m’intimò.
La pipì riuscii a farla solo quando, finalmente, il treno uscì dalla stazione e il capotreno sbloccò le porte dei bagni.
Capii la faccenda dei turni, tardivamente e inefficacemente accennata dall’ossessivo bigliettaio. Il fatto era che i sedili erano allungabili e, davvero, potevano essere trasformati in comodissimi giacigli, atti a consentire lo stiramento e il riposo delle esauste membra inferiori dei passeggeri. Solo che i sedili – sei – erano tre per lato, e allungandone uno si occupava lo spazio in mezzo. Risultato, se ne potevano allungare in totale solo tre, e le gambe andavano posizionate anche sul sedile di fronte. Quindi, i giacigli ricavabili erano solo il cinquanta per cento del totale. Tre. E nello scompartimento eravamo quattro. La cosa più razionale sarebbe stata quella di organizzare dei turni per riposare. Quelli di cui aveva detto il bigliettaio. Ma, dalle espressioni delle mie tre compagne di viaggio, compresi che l’ipotesi di darsi il cambio non era assolutamente considerata. Rinunciai anche solo a farvi cenno.
Alle ventidue, dopo essere stato freddamente invitato da mamma ad armeggiare coi sedili suo e delle due anziane passeggere, mi trovai privo di posto. Le tre signore si allungarono in posizioni comode e riposanti e a me non restò che trovare collocazione su uno strapuntino in corridoio.
Però mi ringraziarono. Cioè, mi ringraziarono le due estranee. Mia madre distese le gambe, si coprì con una giacca e chiuse gli occhi.
– Mi raccomando – disse. – Fai attenzione a quelli con le bombolette.
Mi ricordai che la vulgata dava per certo l’intervento, a un certo punto della notte e dalle parti delle Calabrie, di bande di rapinatori armati di gas narcotizzanti. La porta scorrevole si chiuse e mi giunse, netto, lo scatto della serratura.
Passai un paio d’ore sullo strapuntino. Poi passeggiai nello spazio in testa al vagone, accanto al bagno. Infine, vinto dal sonno e dalla noia, verso le tre di notte mi distesi per terra, davanti allo sportello del nostro scompartimento. Ogni tanto passava qualcuno e diceva:
– Mi scusi.
E gli toccava scavalcarmi per andare oltre.
Ogni tanto passava qualcun altro e diceva:
– Ma guarda tu.
E mi scavalcava senza preoccuparsi di disturbare il mio già agitatissimo riposo.
Poi dopo che avevo comunque preso sonno, mezzo sdraiato e mezzo seduto contro la porta dello scompartimento, si trovò a transitare uno salito dalle parti di Roma, che senza troppi riguardi mi urtò col valigione che si trascinava appresso e maledisse tutti ‘sti barboni zozzi che pigliano il treno senza manco pagare il biglietto.
Lo mandai mentalmente a quel paese.
Sperai che arrivassero presto le Calabrie e i ladri anestesisti, così che, caritatevolmente, usassero su di me i loro pietosi gas soporiferi consentendomi di tornare a casa mia senza avvertire ulteriori sofferenze e mortificazioni.
Mi ero illuso che, una volta a Catania, mia madre si sarebbe rabbonita.
Non fu così.
Mi illusi che lo avrebbe fatto durante il tragitto in treno da Catania a Dittaino.
E mi sbagliai ancora.
Solo sull’autobus che dalla stazione di Dittaino doveva portarci al paese, mi disse:
– Ora chi glielo dice a tua zia.
Tenne lo sguardo fuori dal finestrino per tutto il tempo viaggio.
Udimmo lo squillo del telefono mentre ancora armeggiavamo con le chiavi di casa. C’era, in quel suono, qualcosa di imperioso e urgente. Un urlo d’impazienza. Riusciva ad assumere un tono di rimprovero. Come a dire: sono qui che chiamo da molto tempo e ancora nessuno risponde. Allora, vogliamo prenderla ‘sta benedetta cornetta?
Entrammo.
Il telefono smise di suonare appena gli fummo vicini.
Né, per la fretta di rispondere, accendemmo lampadine o aprimmo gli scuri delle finestre. Eravamo entrambi accanto all’apparecchio silenzioso, lo sguardo fisso sulla tastiera che s’intravedeva appena nella penombra.
Il telefonò si rianimò.
– Il Maestro – mormorò mia madre, improvvisamente intimorita.
“La polizia”, pensai io, mentre cercavo di ragionare su come le cose erano andate e se, veramente, avevamo fatto o causato qualcosa che poteva essere previsto come reato dal codice penale.
Mia madre alzò la cornetta.
– Pronto – sussurrò con voce tremebonda.
Sentii qualcuno che parlava in modo concitato, vidi mia madre annuire più volte, e tentare di interrompere l’interlocutore.
– No, ma… Non è successo nien… Vabbe’, però lui non ha…
Mentre la vocina nel ricevitore continuava nel suo monologo inarrestabile, mise una mano sul microfono e disse sottovoce:
– Disgraziato! – esagerando il labiale e facendo uno sguardo feroce. Poi mise in bocca la mano aperta, di taglio, mordendosi l’indice e mostrandomi i denti.
Gesto che tutti i siciliani conoscono benissimo e sottintende, più o meno, la frase “t’ammazzerei a morsi, dilaniando le tue carni e provocando forte sanguinamento e schizzi ematici tutt’intorno, sempre sperando che la mia azione sia non solo cruenta, ma anche tale da farti provare dolore insostenibile e urla elevatissime.”
Ne ricavai una sensazione di immediato pericolo, perché la vista di quel viso improvvisamente trasfigurato mi diede una prima idea delle telluriche forze ancestrali che ero andato a stuzzicare col mio comportamento sconsiderato del giorno prima.
Venne fuori che il Maccarone, anziché chieder l’intervento delle forze dell’ordine, come avevo ingenuamente temuto, s’era risolto a ben più pesante e vendicativa azione: aveva telefonato alle persone che ci avevano raccomandato presso di lui, cioè zio Pippo e zia Raffaella. Per lui nutrivano ammirazione e devozione profondissime, e piuttosto che offenderlo, si sarebbero fatti uccidere alla maniera di San Lorenzo, cucinati sulla graticola e pregando, al giusto punto di cottura, di essere rivoltati per abbrustolire bene la parte ancora cruda.
Saverio Maccarone aveva tuonato in teleselezione, accusandoli di non saper discernere tra un probo cristiano, debitamente credente, e un laido bestemmiatore degno della più turpe stirpe di pirati barbareschi, saracini e miscredenti.
Ossia io.
Dopo avere descritto, secondo il suo punto di vista, ogni mia azione e ogni mia parola, li aveva travolti con tutta un’antologia di visioni apocalittiche, terrificanti evocazioni della Geenna, cupe predizioni sull’avvento di angeli della morte, demoni appositamente incaricati di vendetta e via discorrendo.
Alla fine della telefonata, e alle loro professioni d’estraneità alle mie turpi azioni, li aveva invitati ad andare con Dio.
Invito che, come sa chiunque abbia frequentato una sacrestia, se pronunciato con il giusto tono può assumere anche il significato di andarsene a fare quella certa cosa in quel certo posto.
Pare che zio Pippo abbia addirittura pianto. Zia Raffella, virile e massiccia, come tutte le sorelle di mia madre, s’era attaccata al telefono e aveva iniziato a fare squillare il nostro apparecchio a ripetizione, sino a che non avevamo risposto.
E quindi eravamo lì, a subire severe reprimende telefoniche, almeno sino a quando mia madre, che continuava a lanciarmi sguardi carichi di rancore ma stava anche scocciandosi alquanto per il vociare di sua sorella, non disse: – Va bene, ho capito, però non è successo niente.
Parole incomprensibili di zia Raffaella.
– Ma se io gli telefono e gli faccio chiedere scusa?… Come, non vuole essere chiamato! E come si fa a chiedergli scusa?
Mi rilassai. Per un attimo avevo previsto un furioso wrestling verbale con mia madre che voleva costringermi a implorare perdono al Maestro
Ancora mia madre. La chiacchierata con zia Raffaella iniziava a farsi concitata.
– Ma dimmelo tu cosa devo fare. Scuse non ne vuole, perdono non ne dà, parlare non gl’interessa, che devo fare io?
Pregare, sentii dire a zia Raffaella nel ricevitore, smorzato dalla distanza ma ben chiaro. Pregare per le nostre povere anime peccatrici che avevano offeso un uomo santo che mai avrebbe immaginato offese simili da persone che aveva accolto in casa propria, con animo puro e piena fiducia. Così forse ci saremmo salvati, io e la mamma, dalle fiamme dell’inferno che già ci lambivano.
La suggestione fu così efficace che, per un istante, mi parve di sentire pure odore di bruciato.
– Ma come te lo devo dire che non è successo niente! Niente è successo! Mio figlio non gli ha fatto niente, e per due parole dette senza volere non c’è motivo di fare tutto ‘sto bordello.
Bordello? Mamma aveva detto proprio così?
Pareva proprio di sì, anche perché, evidentemente a richiesta di sua sorella ribadì: – Sì, sì, bordello. A quel signore lì non gli abbiamo fatto niente. Per due parole di Mauro s’è messo a fare come un pazzo, e io di qua, e io di là, e andate via, e non mi toccate, e non mi parlate, e non mi guardate… E chi gli aveva fatto niente. Però i soldi e le paste di mandorla se li è presi, non è che ce li ha tirati appresso.
Voce della zia Raffaella.
– Senti, se ti piace è così. Se non ti piace è così lo stesso. Non lo posso ammazzare a mio figlio. E se l’uomo santo non vuole scuse e non perdona, sai che ti dico? I soldi li ebbe, le paste di mandorla pure e la guarigione l’ha fatta. Ognuno a casa sua e nessuno deve dare niente a nessuno.
E buttò giù la cornetta. Ebbi la tentazione di applaudirla e abbracciarla, ma il suo sguardo mi scoraggiò.
– Disgraziato – disse, – ma a te che ti costava convertirti due minuti? Per forza contro gli dovevi dare?
– Ma ma’, se era santo come dite voi, doveva riuscire a convertirmi pure se io non volevo. Non dicevate che sa fare i miracoli?
E a questo punto mia madre disse: – Ma vaffanculo, va’. – Parole che mai prima avevo sentito uscire dalla sua bocca e mai le avrei sentito pronunziare negli anni a seguire.
***
Oggi, che da quei fatti è passato qualche decennio, sono in grado di comprendere perfettamente l’utilità e l’efficacia dell’ipocrisia. Dal punto di vista di mia madre la cosa avrebbe dovuto funzionare così. Il Maestro le avrebbe parlato, avrebbe capito da quali mali era afflitta1. Poi Maccarone avrebbe fatto qualcosa, invocato un santo, un beato o simili e sarebbe intervenuto sulle cause del male.
Dopo, pagamento di compenso (libera offerta in denaro) e consegna del pacco di paste di mandorla delle quali, aveva assicurato zia Raffaella, il sant’uomo era goloso.
Infine saluti, sorrisi e viaggio di ritorno.
Insomma, una visita ambulatoriale con terapia metafisica. E se c’era da recitare qualche preghiera e fingere devozione, si poteva pure sacrificarsi un poco, ché le preghiere e la devozione non costano soldi e allora si poteva fare senza problemi. D’altro canto, se il verbo che si usa per le preghiere è “recitare” evidentemente l’azione prevede di già un certo grado di finzione.
Mia madre non è mai stata particolarmente religiosa. Andava in chiesa quando necessario, ma non d’abitudine. La domenica mai, Quando ero bambino mi costringeva al bagno settimanale, poi mi vestiva bene, mi pettinava il cespuglio che avevo in testa e mi mandava in parrocchia. Prima catechismo, poi messa. Non si scappava.
Ma lei non veniva mai.
Se tentavo di farle notare che il suo comportamento era, diciamo, incoerente, mi rimproverava dicendo che, se non poteva venire a messa era per colpa mia, che lasciavo tutto in disordine e l’obbligavo a restare a casa per riordinare, pulire, lavare stirare, cucinare e via discorrendo.
Attribuirmi la colpa era un ottimo modo per chiudere il discorso.
Mi sono fatto l’idea che tutto derivasse dal personale rapporto che mia madre aveva con Dio. Che poi, a occhio e croce, doveva essere uguale a quello che intratteneva con mio nonno. Suo padre.
***
Mio nonno si chiamava Samuele ed era un falegname. Non l’ho mai conosciuto. Morto otto anni prima della mia nascita, mi è noto solo per ciò che sua moglie e le cinque figlie raccontano di lui. Aveva gli occhi chiari ed era un uomo terribile e gelosissimo, ma cantava e raccontava storielle nel suo laboratorio. Gli amici lo adoravano ed era un grande fumatore, soprattutto in compagnia.
Questa cosa della compagnia non mi è mai stata chiara. Insomma, pare fosse un  buon intrattenitore (sciampagnoso è il termine, cioè frizzante e allegro come lo champagne) ma, al contempo, mia madre e le sue sorelle garantivano che era un uomo dedito solamente alla famiglia, chiuso nel suo laboratorio artigiano a piallare e inchiodare tavole, salvo quando, dopo essersi tolte le scarpe, saliva al piano di sopra, silenzioso e inavvertito come un felino in cerca di preda, per verificare se una o più delle sue figlie, dal balcone, stava facendo l’amore “da lontano” con qualche giovanotto, giù in strada2.
– Papà, ci hai fatto paura – pigolavano le ragazze, tutte agitate e tremebonde. Poi tornavano chi a cucire, chi a studiare, chi a rassettare, come si conviene a delle fanciulle per bene e timorose del padre secondino.
Che tanto secondino, però non doveva essere, se alla fine, fece studiare sino al diploma magistrale tre figlie su cinque, e se la maggiore, addirittura, s’innamorò di un portiere di calcio veneto e se lo sposò.
Mia madre garantisce che tutto, in casa, accadeva all’insaputa del padre, perché suo padre non voleva.
– Ma cosa non voleva – chiedevo sempre io.
– Niente – rispondeva mia madre ogni volta. – Per mio padre non si poteva fare niente. Perciò, se volevi fare qualcosa, lui non lo doveva sapere. L’unica persona con la quale ci si poteva confidare era nonna.
Ecco, mio nonno si è impresso nella mia fantasia con le sembianze di un gentile e, a tratti, divertente orco. Più o meno come mia madre immagina Dio.
Anche Lui non vuole che si faccia nulla, basta dare un’occhiata ai Dieci Comandamenti e ascoltare le omelie domenicali dei preti. Tutta un’antologie di divieti e di obblighi che mia madre, nemica per natura di ogni costrizione, deve sempre aver trovato inaccettabili. Ma per garantirsi il Suo amore, la Sua protezione, è sufficiente che Dio non conosca certi fatti, che il tuo pensiero gli sia ignoto.
Il prete dice: – Prega – e tu preghi.
Il prete chiede di andare a messa e si va a messa.
Il prete chiede la confessione e tu entri nel confessionale, reciti l’atto di dolore, confidi alcune cose che, a tuo giudizio, possono rappresentare peccati accettabili, e ti sottoponi alla punizione con rassegnazione: un tot di pater, ave, gloria.
Neanche tanto.
Se il prete s’accontenta del rispetto di certi doveri formali, perché Dio non dovrebbe fare lo stesso? E quindi, se uno non crede, o crede poco, se non ama sempre il prossimo suo come sé stesso, se non crede nei santi e nei miracoli, alla fine, cosa conta se Dio non lo sa? Fingere si può. Il rito cattolico prevede una serie di gesti formali che vanno bene per mascherare dubbi e scarsa fede: il segno della croce, le preghiere recitate ad alta voce, il segno della pace, il battersi il petto.
Forse il prete si accontenta di questo, per crederci fedeli. Mamma di sicuro crede che basti per sembrarlo.
Una volta, molti anni fa e discutendo del nostro viaggio a Milano, le chiesi – ma sul serio, non avevo voglia di fare sarcasmo, quella volta là – come potesse realmente credere che con Dio fosse possibile fingere. Dio, il Creatore di tutto, l’Essere onnisciente e perfettissimo, onnipotente e onnipresente. Scruta dentro il tuo cuore, interroga la tua anima. Sa tutto di te quando tu ancora non sai.
– Come potevo fingere, mamma? – le dissi. – Se davvero Dio parlava attraverso Maccarone, per bocca di quel villano fatto santo guaritore, come potevo azzardarmi a fingere fede sapendo che la mia simulazione sarebbe stata palese? E se Dio non era lì, perché, molto banalmente, non esiste, che senso aveva far finta di credergli?
Mamma scosse la testa.
– Non capisci – disse. – Esistono cose che la gente non immagina. Dio c’è, e non è come crediamo noi. E smettila di parlare così, ché pari un prete, pure se dici che sei scredulo. Quella volta bastava stare zitto, perché non c’era bisogno di raccontargli tutto, a quello là. E manco a Dio.
Ma io credo che mamma disse così solo per il piacere di contraddirmi e dimostrare che mi sbagliavo.
Ha sempre deciso lei. Difficilmente qualcuno è riuscito a farle fare qualcosa che non voleva. Sono quasi convinto che le parole della dichiarazione d’amore, a mio padre, le abbia dettate lei.
Rivolgersi al Maestro Maccarone deve esserle sembrato l’unica maniera per risolvere il suo problema di salute. Non che ci credesse tanto, secondo me, ma se persone di cui aveva stima le garantivano i risultati, allora qualcosa doveva esserci. “Non è vero, ma ci credo”, recitava Peppino De Filippo. In definitiva conveniva crederci. Conveniva assecondare il Maestro, blandirlo, rassicurarlo che non eravamo lì solo per scroccare una guarigione miracolosa, ma che eravamo buoni cristiani, credenti e devoti, come lui si attendeva.
Perché il Maestro si proponeva come intermediario con Gesù, che agiva attraverso lui. Non si riconosceva alcun merito, solo quello di credere ed essere disponibile a ospitare Gesù nel suo cuore. E quindi anche noi dovevamo essere disposti ad altrettanto.
A noi sarebbe bastato annuire, dire “sì, certo” ogni tanto.
Ma perché noi? Mia madre fu brava. Sembrava veramente pervasa dallo spirito devozionale e religioso.
Io non ne fui capace.
***
Nello studio del Maestro, dopo aver risposto alla sua domanda se io frequentassi l’università, mia madre fu fatta distendere su un lettino, supina, con la schiena scoperta. Prima il Maestro le aveva chiesto data e ora di nascita, aveva ricavato il suo tema natale.  Aveva recitato delle preghiere alla Madonna e si era fatto nuovamente raccontare la fuga dall’ospedale dove il neurochirurgo aveva programmato di operarla d’ernia alla colonna vertebrale.
Mia madre aveva le mani poggiate sul piano della scrivania. Maccarone le coprì con le sue, con un gesto di rassicurazione e affetto.
– Ha fatto bene, signora. Chissà che cosa le avrebbero combinato. I medici, brutta gente.
Lo disse col tono di chi, con la classe medica, ha un conto in sospeso. E poi diagnosticò che i problemi di mamma alla schiena non erano ciò che il neurochirurgo aveva decretato, ma si trattava di ben altro. Ben altro!
Restammo col fiato sospeso, in attesa che ci rivelasse che ben altro intendeva. Invece disse:
– Ecco, signora, scopra la schiena e si distenda su quel lettino a pancia in giù. Vedrò cosa posso fare.
La manipolazione avvenne a mani nude e con l’ausilio di un oggetto sferico, d’avorio, credo. Durò una quindicina di minuti e si concluse con la frase: – Abbiamo finito. Vedrà che starà meglio.
Mentre mia madre si sistemava camicetta e golfino, il Maestrò mi scrutò con particolare attenzione.
– Suo figlio mi sembra un po’ scettico – disse rivolgendomi un sorriso e dando le spalle a mamma.
Vidi la testa di lei raddrizzarsi di colpo. Aveva subito percepito il pericolo. Mi fece un segno con gli occhi. “Digli che non è vero e che non sei scettico” diceva quel gesticolare di bulbi oculari e palpebre.
– Perché è scettico? – disse l’uomo santo.
– Guardi – risposi, – non è necessario che ne parliamo.
– E perché?, parliamone. Non mi vuole concedere nemmeno una chiacchierata.
Il Maestro, in quell’attimo, mi sembrò un tipo simpatico. Aperto. Ma sì, perché non dialogare un poco con uno che ha idee diversissime dalle tue? Non è forse il confronto tra idee diametralmente opposte il modo più stimolante per dialogare tra menti raziocinanti?
– Io non credo – buttai lì. Brutalmente se vogliamo.
Maccarone strinse le labbra è annuì.
– In cosa, esattamente, non crede.
“In Dio e in tutta la sequela di santi, beati e madonne nelle quali credi tu” mi venne di rispondere, ma giudicai troppo brusca una frase del genere, così dissi:
– In certi riti e certe credenze.
Frase infelice, lo so. Lui ridacchiò.
– Non crede nelle credenze? E in che mobili crede?
Mi rabbuiai e lui lo percepì subito.
– No, mi perdoni. Era per alleggerire l’atmosfera. Non voglio che lei si senta obbligato a parlarmi di ciò che non le va. Se non ha voglia, lasciamo perdere.
Poi disse la frase che mi fece decidere di dissotterrare l’ascia di guerra.
– Del resto è un atteggiamento comune a molti sedicenti atei un certo disagio nei confronti di argomenti attinenti la presunta mancanza di fede in Dio.
– Ma io non ho detto che sono ateo. A modo mio credo in qualcosa.
Nel frattempo Maccarone aveva abbandonato la posizione accanto al lettino e si era riportato dietro la scrivania. Mia madre s’era ricomposta ed era rimasta seduta sul lettino. Mi guardava sbigottita.
– Ah – fece i Maestro. – Quindi crede. E allora in cosa non crede?
Feci un gesto ampio con il braccio. Nelle mie intenzioni quel gesto doveva rendere esplicito il mio rifiuto di degnare di fede ciò che arredava la stanza che, in un certo senso, costituiva una sorta di rappresentazione esemplare di tutto ciò che mi provocava repulsione verso il sacro così come, nella mia vita, mi era stato sempre presentato.
Repulsione verso i libri di scienze occulte, di pranoterapia, verso i ninnoli comprati a San Giovanni Rotondo, le corone dei rosari appesi per ogni dove, le immagini di madonne inebetite e di martiri serafici, le encicliche papali in bella mostra, le sue esperienze con Gesù in metropolitana, i pendolini, i temi natali (aveva ancora quello di mia madre sulla scrivania), le madonnine di Lourdes piene d’acqua benedetta, le invocazioni e le preghiere nei quadretti appesi alla parete di fronte. Nell’onnicomprensività del gesto capitò di metter dentro anche la foto con Wojtyla, le bamboline etniche, i piatti decorati, il vocabolario Zingarelli e il dizionario dei sinonimi e dei contrari. C’entravano poco con la logica del discorso – anche se solo mimato – ma così andò.
Maccarone si guardò intorno, come per verificare che ciò che avevo indicato davvero meritasse l’attenzione di una discussione sulla fede.
– Ma in me, ci crede? – chiese.
Mi strinsi nelle spalle.
– Lei, quindi, non crede che sua madre trarrà beneficio da ciò che abbiamo fatto prima.
– Sinceramente?
– Certo!
– No.
Scosse il capo, perplesso.
– E allora perché l’ha accompagnata qui.
Esitai. Avrei potuto rispondere: “Per via del senso di colpa”. Dissi, invece:
– Potevo mandarla da sola? Mia madre non ha mai viaggiato da sola. Sa che non credo in certe pratiche. Gliel’ho detto. Ma è mia madre e a me tocca seguirla, per il suo bene, anche se non condivido quel che fa.
Qualche istante di silenzio. Maccarone adagiò le spalle sulla sedia, congiunse le mani sotto il mento, chiuse gli occhi e li riaprì subito.
– Prima ha detto che crede in qualcosa, a modo suo. E in che cosa crede, a modo suo? – disse.
– Nell’uomo.
– Crede nell’uomo… In che modo?
– Credo che l’uomo sia ciò che determina il proprio presente e il proprio futuro. Nel bene e nel male. Non ho mai visto accadere miracoli, se non quelli determinati dall’ostinazione e dall’ingegno dell’uomo. Non so se esista un essere supremo che governa tutto. Forse sì, ma non credo sia importante. Importante, per l’uomo, è fare tutto per il bene dell’uomo. Se poi esiste un dio, credo sia tanto superiore a noi da non considerare degna di nota la razza umana. Secondo me – Maccarone inarcò un sopracciglio, – Secondo me l’unico dio che esiste sono le forze fisiche e naturali che regolano l’universo, le galassie, i pianeti. E, all’opposto, che governano l’infinitamente piccolo. Un dio così non può avere nessun interesse per la razza umana. Non ha senso immaginare che possa dedicarsi a giudicare tutto ciò che ogni essere umano ha fatto, e ad ascoltare le nostre preghiere, le nostre invocazioni, a indignarsi per i nostri peccati. Se un dio così esiste, bene. E se pure volesse giudicare il nostro operato, sarebbe talmente tanto grande e superiore a ogni cosa che non potrebbe mai giudicarci prendendo a metro di giudizio le superstizioni contenute in un libro le cui origini si perdono nella notte dei tempi o in un altro che racconta la vita di un uomo convinto d’essere il figlio di una divinità del medio oriente. Sin da bambino ascolto le predicazioni di preti e prelati che mi spiegano cosa è giusto e cosa è sbagliato. Ma, secondo me, preti e prelati si arrogano il diritto di conoscere l’aldilà quando, il più delle volte, non conoscono nemmeno l’aldiquà. E se un dio non esiste, sarà meglio vivere il nostro presente come meglio possiamo, perché tanto un’eternità non c’è. In ogni caso non possiamo farci nulla, non dipende da noi.
Vidi mia madre farsi piccola piccola. Maccarone giocherellava col cordino di un piccolo pendolo.
– Ma io guarisco davvero la gente, sa?
Mi strinsi nuovamente nelle spalle.
Il Maestro si alzò e uscì dalla stanza. Lo osservammo allontanarsi in silenzio e ritornare pochi minuti dopo.
– Lei è una persona istruita. Allora legga, legga cosa scrivono i giornali di me.
Mi consegnò tra le mani una piccola pila di riviste già aperte sulle pagine che gli interessavano. Scorsi velocemente gli articoli. In alcuni c’era la foto di Maccarone dietro la sua scrivania, in quello stesso studio. In un altro, la foto di un tizio dalla faccia rotonda che mi sembrava guardarmi incredulo. Accanto alla sua immagine, il titolo del pezzo recitava: “Come sono stato guarito  con l’imposizione delle mani”.
Dopo qualche minuto di velocissime letture sapevo che Saverio Maccarone era andato a parlare, nella redazione della rivista, con un giornalista (il tizio nella foto) per denunciare una presunta faccenda di malasanità. Nell’occasione il giornalista gli aveva confessato di soffrire da giorni di un’emicrania devastante, e che aveva provato più cure senza risultato. E Maccarone gli aveva detto:
– Faccia provare me – e gli aveva poggiato le mani sulla fronte.
“Subito ho sentito un flusso caldo, come un fluido”, aveva scritto il giornalista, “provenire dalle mani di Saverio, e il dolore attenuarsi. In pochi istanti mi ha pervaso una sensazione di profondo benessere e di serenità. L’emicrania era sparita, anzi, era come se non ci fosse mai stata. Ho capito subito che quest’uomo ha dei poteri fuori dal comune, ma ho pensato che potevo ingannarmi. Una coincidenza è sempre possibile. Qualche giorno dopo, una collega mi disse di accusare un forte mal di testa che durava dalla sera prima e non voleva saperne di smettere. Chiamai Saverio con il pretesto di chiedergli delle informazioni sulla vicenda personale della quale mi aveva parlato. Feci in modo di farli incontrare e dissi alla collega: ‘Lo sai che l’altro giorno, il signor Maccarone ha guarito la mia emicrania?’ Lei ha riso. ‘E come ha fatto? Magari potrebbe guarire anche la mia. Sto impazzendo da ieri’. Allora Saverio si è alzato e ha detto: ‘ Se vuole, posso farlo.’ La collega ha acconsentito e Saverio le ha poggiato le mani parte sulla fronte e sulle tempie. L’espressione di sollievo che è apparsa sul viso della mia collega è stata sufficiente a dimostrarmi che Saverio possiede dei poteri particolari.”
Anche gli altri articoli parlavano di guarigioni e imposizioni delle mani.
– Allora – disse Maccarone. – Cosa ne pensa, adesso?
Mi sembrava di aver riconosciuto le riviste. Andai alla pagina di copertina per esserne certo. Erano periodici che avevo visto spesso in spiaggia, nelle sale d’attesa, dal barbiere. Contenevano articoli dove si parlava di omicidi efferati, di pettegolezzi su coppie famose, di vicende boccaccesche. Titoli xenofobi, foto di paparazzi e articoli su certi “misteri del sesso” si rincorrevano nelle pagine.
– Mah – esclamai.
Maccarone si riprese le riviste e le posò sulla scrivania. Poi mi prese le mani tra le sue.
– Ecco, mi dica cosa sente. Non lo avverte il calore delle mie mani? Le pare normale?
– Sì, Mauro, non lo senti il calore delle mani? – intervenne mia madre, incoraggiante. – Io, prima l’ho sentito.
Non sentii nulla di particolare.
– Be’, ha le mani calde. Ma non mi sembra che sia una cosa particolare. Molte persone hanno le mani molto calde.
Maccarone sembrava perplesso. Tornò a sedersi dietro alla scrivania. Seguirono alcuni minuti di silenzio.
Mia madre, sempre seduta sul lettino, era annullata
– Allora lei crede che io non sia onesto, che inganni la gente.
Ecco, lo sapevo che saremmo andati a finire lì. Cominciai a pentirmi di essermi impelagato in quella discussione senza uscita. Ma quale confronto tra idee diametralmente opposte e dialogo tra menti raziocinanti. Davanti a me c’era un tizio che diceva di possedere poteri paranormali e di cui, in realtà, non sapevo nulla. Se non che i miei zii erano convinti fosse una santo. Ma non ho mai tenuto in grande conto le capacità di discernimento dei miei  zii.
– No – improvvisai. – Credo che esista gente suggestionabile e che lei veramente crede di fare del bene.
– Ma in realtà li inganno.
– Non ho detto che li inganna. Può anche darsi che lei sia in buona fede.
– E come fa a dire che sono in buona fede ma a non credere che veramente riesca a curare le persone.
Non sapevo come uscirne. Dissi:
– E che vuol dire – e rimasi con la bocca aperta, in attesa che mi venisse in mente qualcosa di plausibile da dire. L’unica cosa che venne fu: – Uno può credere in buna fede di avere delle capacità. Per esempio un pittore può essere convinto di dipingere capolavori e magari i suoi quadri non sono capolavori. In buona fede si possono compiere anche azioni riprovevoli. Non si dice forse che il sentiero per l’inferno è lastricato di buone intenzioni? Guardi – non ne avevo consapevolezza, ma stavo per condurre il dialogo al suo punto di collasso, – guardi, portando il discorso al limite della sue logiche conseguenze secondo me anche Hitler, forse, era in buona fede. Possibilmente credeva davvero in tutte le nefandezze che raccontava ai tedeschi. Ciò non toglie che fossero comunque nefandezze, istigazioni alla violenza, al razzismo e alla sopraffazione.
Sorrisi. Credevo di aver detto una cosa intelligente.
Maccarone boccheggiò. Poi mormorò, tra sé e sé:
– Il sentiero per l’inferno, Hitler, la buona fede.
Poi sbottò: – E io che guarisco la gente sarei come  Hitler? Ma che demone può provocare simili vaneggiamenti? Oh, Signore onnipotente, perché sottoponi a tali prove di fede il tuo servo?
Si alzò di botto. La sedia emise uno stridìo agghiacciante. Temetti volesse picchiarmi. Attraversò la stanza a passo di carica e usci nel corridoio. Mia madre mi guardava esterrefatta.
– Ma perché gli hai detto quelle cose? – disse.
In stato semiconfusionale risposi: – Ma non ho detto niente di offensivo. Si stava discutendo.
Sentimmo voci concitate in corridoio. La signora tipicamente milanese raccomandava calma, il Maestro diceva no, no, no.
Lei disse: – Basta, calmati.
Lui rispose: – Devo capire.
I passi pesanti nel corridoio segnalarono il ritorno del Maestro. Subito dopo era davanti a me. Capii che  non aveva più voglia di chiacchierare con me quando mise da parte il “lei”.
– Tu, che metti in dubbio la divinità del Signore, tu che accosti pratiche sante alle uccisioni di un tiranno.
Mi stava puntando l’indice contro ed era decisamente minaccioso. Non lo avevo notato prima, ma aveva delle mani enormi, da persona abituata a un lavoro manuale pesante. Il suo dito aveva le dimensioni di un’arma impropria.
– Tu, stolto, che disquisisci con la stupidità della scimmia, con l’arroganza di questa era moderna che non rispetta nulla, che non ama nulla, che non crede in nulla. Capace solo di pronunciare frasi senza senso, confuso come lo furono dal Signore onnipotente i costruttori della torre di Babele.
Mi venne col viso a pochi centimetri dal naso. I suoi occhi erano iniettati di sangue, i pori dilatati, la fronte lucida di sudore. Odorava di selvatico.
– Cambia – disse. – Convertiti a Dio, o sarai perduto e la Geenna ti accoglierà. Oh, già sento il puzzo della tua anima combusta.
Riscappò fuori. Ancora le voci della donna, ancora lui che rispondeva no, no, no.
Di nuovo dentro lo studio.
– E la Sua voce disse: ‘Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?’. Lo sai di chi sono queste parole, eh, lo sai?
Ero inebetito. Quella frase mi sembrava di averla già sentita, ma la mente non connetteva. Volevo andare via, fuggire da quell’uomo.
Balbettai un:  – No.
– Di Dio, ignorante – urlò, – di Dio erano quelle parole. E Saulo era Paolo. Era l’apostolo Paolo!
Mi guardava. Si aspettava una risposta che non venne.
Urlò ancora:
– E io che perdo il tempo a donare perle ai porci, parole di saggezza alle scimmie.
Una delle sue mani enormi scattò in alto. Rinculai all’indietro mentre mia madre lanciava un urlo. La mano si schiantò con un ciaf sonoro sulla guancia del Maestro. Uno schiaffo, un altro schiaffo.
– Mia. Mia è la colpa, perché accolgo i miscredenti nella mia casa.
Altro schiaffo.
– La colpa e mia.
Gli afferrai un polso.
– Ascolti, basta, non è il caso che faccia così.
La mia voce aveva un tono di sufficienza. In realtà me la stavo facendo sotto. Scosse la mano dal suo braccio.
– Non toccarmi – urlò. – Via, fuori dalla mia casa.
Tentai di dirgli qualcosa. Lui uscì definitivamente dalla stanza. Restammo, io e mia madre, a osservarci. Mia madre scuoteva la testa, arrabbiata.
Sentimmo la voce di Maccarone che urlava:
– Elvira, mandali via. Cacciali.
Si sentì una porta che sbatteva.
***
La tipica donnina milanese entrò, con i suoi piccoli movimenti a scatti. Mia madre, adesso, era incapace anche di guardarmi male.
– Cosa gli avete fatto – sibilò la tipica donnina milanese.
– Ma… niente – disse mia madre.
– Via via, svelti. Andate via subito, prima che il Maestro torni.
Cosa voleva dire: prima che il maestro torni? Era andato ad armarsi? Rischiavamo ritorsioni fisiche? Era andato a chiamare la polizia? Eravamo due siciliani a Milano, in casa di un tizio forse stimato, da alcuni considerato un sant’uomo. Lo avevamo sconvolto e forse, nel fermargli il polso, lo avevo fatto con troppa violenza. Rischiavamo l’arresto, forse.
Mia madre prese in mano la situazione. Indossò di corsa la giacca e tolse dall’inguardabile borsa a girasoli la confezione di paste di mandorla.
– Cosa fa? – disse la tipica donna milanese.
– Le dia al Maestro, gli dica che gli chiediamo perdono. E gli dia anche questi.
Le mise in mano un biglietto da centomila lire.
– No, lasci stare, riprenda i suoi soldi e questa scatola.
Mia madre mi prese per un braccio.
– Dia tutto al Maestro, con le nostre scuse. Cammina tu. Andiamocene. Per oggi hai fatto abbastanza danni.
Appena fuori, mentre scappavamo (perché si trattò di fuga), dissi:
– Però i soldi se li è presi.
— Zitto – disse mia madre. – Ha ragione il Maestro: sei una scimmia. E pure un asino.
Andò così.
Mia madre mi tenne il muso per un po’, convinta che avessi compromesso la sua guarigione miracolosa. Dopo qualche mese, quando il ricordo dell’avventura fu abbastanza annacquato da poterci ridere su, le chiesi: – Ma tu, davvero, hai sentito qualcosa mentre ti faceva quelle cose alla schiena?
– Non lo so. Però ho sentito qualcosa che si muoveva, come – ci pensò un attimo, – come se sentivo la colonna vertebrale che si allungava.
– Davvero?
Lei annui.
– Davvero?
Mi mandò a quel paese con un gesto del braccio e, siccome era ora di pranzo, andò a cucinare qualcosa.
Mi ritrovai per casa il libro di Maccarone, quello intravisto nella  sua libreria personale e dove, nel titolo, affermava di avere incontrato Gesù nella metropolitana. Ce lo aveva fatto avere zio Pippo, probabilmente per convincermi della santità di Maccarone.
Leggendo, scoprii il l’origine della sua avversione per i medici. In gran parte del libro parlava di una sua carissima amica (lui diceva amicizia, ma dal tono delle frasi, mi sembrava d’intuire sentimenti più profondi) morta dopo una dolorosa malattia senza che i molti dottori che l’avevano avuta in cura fossero stati capaci di guarirla o, almeno, preservarla dalle sofferenze. Solo la fede, scriveva Maccarone, le aveva dato un po’ di conforto e di sollievo. Sicché, concludeva, tutti i medici sono inetti e inutili, oltre che, in molte occasioni, crudeli e insensibili.
Raccontava, poi, la faccenda delle guarigioni nella redazione del giornale; di come, dopo la pubblicazione degli articoli, sempre più gente cercasse di lui, gli chiedesse di imporre le mani, sanarli da dolori e malanni; di come quella gente fosse diventata sempre di più, gli offrisse denaro, favori di come le insistenze fossero, a volte, importune, moleste, insidiose, offensive.
Lui non capiva, scriveva, la natura del suo dono. E iniziava a trovarlo insopportabile. Perché il potere di dare sollievo e guarire gli altri doveva assumere, per lui, il carattere di un supplizio continuo? Di un conflitto con il prossimo che, secondo il Vangelo, avrebbe dovuto amare come sé stesso? Solo che, adesso, lui sentiva di iniziare a odiare sé stesso, o almeno una parte di sé.
E, infine, mentre una sera percorreva in metrò il tratto compreso tra Lampugnano e Porta Venezia, in piedi, nella carrozza deserta, aveva avvertito una sensazione di terribile estraniamento. Come preso da un vortice, il suo corpo aveva perso sensibilità e, in una nube di luce, aveva visto un occhio enorme, dalla pupilla di circa quindici centimetri, andargli incontro. Era un occhio glauco, subito riconosciuto come l’occhio di Gesù. Il messaggio che aveva udito era stato quello di aiutare il prossimo perché era volontà di Dio.
Basta.
E così aveva fatto. All’arrivo a Porta Venezia era un Saverio Maccarone diverso. Consapevole di cosa era diventato e dei suoi doveri
Questo scriveva. Questo tocca credere.
I miei zii affermavano di credere in lui ciecamente. Mia madre aveva creduto in lui per convenienza. Io non gli avevo creduto per principio, ma mi sarebbe piaciuto convincermi che esiste davvero qualcuno capace di guarire malattie del corpo e dell’anima con qualche gesto e una preghiera sincera.
Ma sono incapace di essere diverso da come sono.
E non sono granché.
Note
1 Ma non ebbe bisogno di sforzarsi. Lei descrisse con minuzia ogni patologia della quale era a conoscenza, descrivendo con precisi dettagli ogni attimo del suo ricovero in ospedale nel 1972 per certi lancinanti dolori alla schiena.
2 “Fare l’amore da lontano”, ossia scambiarsi sguardi languidi, lanciarsi baci, parlarsi col labiale, mimare gesti romantici, lanciarsi bigliettini e via discorrendo. Cioè fare le cose tipiche degli innamorati che devono stare distanti. Cose che adesso non fanno più perché hanno i cellulari e si chiamano e messaggiano a piacimento, senza necessità di far lavorare le meningi per lottar contro distanze fisiche e parenti gelosi.
Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *