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	<title>paroledisicilia.it &#187; mauromirci</title>
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	<description>&#34;Coso&#34; online con ricorrenti crisi d&#039;identità</description>
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		<title>Angelo Orlando Meloni parla di &#8220;forconi&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 13:05:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letture]]></category>

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		<description><![CDATA[Così è (se vi pare). Forconi frittate e day after a Siracusa Angelo Orlando Meloni Le cinque giornate dei forconi, con il blocco degli snodi autostradali e la paralisi fisica e cognitiva della Sicilia, forse sono state l’inizio di una stagione di proteste e disordini, o forse finiranno nel nulla. Ma se dare sfoggio di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Così è (se vi pare). Forconi frittate e day after a Siracusa</p>
<div>Angelo Orlando Meloni</div>
</div>
<p>Le cinque giornate dei forconi, con il blocco degli snodi autostradali e  la paralisi fisica e cognitiva della Sicilia, forse sono state l’inizio  di una stagione di proteste e disordini, o forse finiranno nel nulla.  Ma se dare sfoggio di virtù profetiche è spesso esercizio ozioso, mentre  le ore passavano, le notizie latitavano e la benzina finiva, noi  plebei-chic inoccupati e figli di papà siamo stati costretti a  passeggiare e a esercitare l’arte del pensiero in una forma diversa del  solito “vaffa” contro un suv scelto a caso.</p>
<p>A quanto pare, per lo meno dalle mie parti, esistono una protesta di  destra e una protesta di sinistra che fanno a testate. E se durante le  cinque giornate siracusane si sono visti i cartelloni “Contro il  malgoverno Monti”, nessuno ha mai letto o sentito slogan “Contro il  malgoverno Berlusconi” durante il regno incontrastato del partito delle  libertà. Due squadre irriducibili non parlano tra di loro: gli  intellettuali salottieri guardano con sospetto i padroncini e lavoratori  plebei, rei di aver creduto per vent’anni alle parole del <em>ringmaster</em>.</p>
<p>[<a href="http://www.doppiozero.com/materiali/fuori-busta/cosi-e-se-vi-pare-forconi-frittate-e-day-after-siracusa" target="_blank">leggi tutto il post su doppiozero</a>]</p>
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		<title>Pagliaro. I cani di via Lincoln</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 22:21:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letture]]></category>
		<category><![CDATA[antonio pagliaro]]></category>
		<category><![CDATA[i cani di via lincoln]]></category>
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		<description><![CDATA[A Piazza Armerina, da due anni, si organizza una manifestazione intitolata &#8220;Libri sotto il gelso&#8221;. In realtà i gelsi sono due e vegetano felicemente nel cortile del monastero di Sant&#8217;Anna. Sono due begli alberoni di gelsi rossi. I &#8220;libri sotto il gelso&#8221;, per fortuna, vengono presentati al termine del periodo di maggior produzione di gelsi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1675" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2012/01/pagliaro-tomassini.jpg"><img class="size-medium wp-image-1675  " style="border: 1px solid black; margin: 2px;" title="pagliaro-tomassini" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2012/01/pagliaro-tomassini-300x231.jpg" alt="" width="300" height="231" /></a><p class="wp-caption-text">Veronica Tomassini e Antonio Pagliaro</p></div>
<p><em>A Piazza Armerina, da due anni, si organizza una manifestazione intitolata &#8220;Libri sotto il gelso&#8221;. In realtà i gelsi sono due e vegetano felicemente nel cortile del monastero di Sant&#8217;Anna. Sono due begli alberoni di gelsi rossi. I &#8220;libri sotto il gelso&#8221;, per fortuna, vengono presentati al termine del periodo di maggior produzione di gelsi e, anche se qualche caduta tardiva ogni tanto si verifica, finora nessuno tra autori, moderatori e assessori intervenuti è stato colpito né macchiato.<br />
Il 5 settembre 2011 il gestore di questo sito ha avuto il piacere di presentare ai piazzesi i libri di Veronica Tomassini e Antonio Pagliaro. Due romanzi entrambi pubblicati dall&#8217;editore <a href="http://www.laurana.it">Laurana</a> di Milano.<br />
Il gestore di questo sito, ovviamente, per ognuno dei due libri ha preparato, nell&#8217;occasione, un bel <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2009/luglio/20/Papellu_co_9_090720011.shtml" target="_blank">papello</a> con annessa breve rassegna stampa. E poi ne ha dato lettura al pubblico. Giusto la scorsa settimana, mentre rimetteva in ordine la libreria di famiglia, ha ritrovato i papelli all&#8217;interno dei romanzi. Nessuna traccia delle rassegne stampa. Ha pensato che magari, giusto per tener memoria di quella serata, poteva ricopiare in un bel file doc i papelli e poi metterli on line. C&#8217;è pure una bella foto di Veronica e Antonio. E&#8217; stata scattata un po&#8217; prima dell&#8217;inizio, quando il gestore di questo sito sudava copiosamente per il caldo e il timore che il cortile rimanesse semivuoto.<br />
Comunque è andata, ed è stata, a mio avviso, una bella serata.<br />
Basta. Eccovi il papello scritto per &#8220;I cani di via Lincoln&#8221;, di <a href="http://www.antoniopagliaro.com/">Antonio Pagliaro</a>.</em> Quello dedicato a &#8220;Sangue di cane&#8221;, di Veronica Tomassini, <a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/2012/01/23/tomassini-sangue-di-cane/" target="_blank">è stato pubblicato il 23 gennaio scorso</a>.<br />
<span id="more-1673"></span><br />
<strong>I cani di via Lincoln</strong></p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/08/cani-di-via-lincoln.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1553" style="border: 2px solid black; margin: 2px;" title="cani-di-via-lincoln" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/08/cani-di-via-lincoln-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a>“<a href="http://www.laurana.it/libro_4.php">I cani di via Lincoln</a>” è il secondo romanzo di Antonio Pagliaro. La storia (nella struttura, nella tipologia narrativa, nello stile) ricalca le orme del classico noir, ma con elementi di particolarità che lo collocano in quela particolare categoria che sta a cavallo tra la narrativa di genere e la letteratura in senso stretto. Della narrativa di genere ha la caratteristica (il pregio) di essere un vero e proprio “page turner”, ossia un libro che si legge d’un fiato per vedere “come va a finire”.<br />
La costruzione della trama è sapiente e ogni personaggio svolge magnificamente il compito che l’autore gli ha assegnato.<br />
In Italia il noir, a differenza del giallo, non è la narrazione di un’indagine. Di solito c’è una contrapposizione (il conflitto) tra due schieramenti che si fronteggiano e cercano di prevalere l’uno sull’altro. Nel nostro caso gli schieramenti sono addirittura tre. E, nel noir, non c’è un assassino da scoprire, ma la suspence è creata dalla curiosità di scoprire come farà uno schieramento a prevalere sull’altro.<br />
Nel nostro caso gli schieramento si delineano poco a poco.<br />
Corrado Lo Coco, già protagonista del primo romanzo di Antonio Pagliaro, “Il sangue degli altri”, giornalista de L’Ora (che adesso non esiste più, ma l’autore la fa rivivere per motivi narrativi), riceve la telefonata di Cinzia (diciamo la fidanzata), che mentre era in macchina con un certo Manfredi ha visto due cani impiccati alle lanterne di un ristorante cinese.<br />
Lo Coco, amico del tenente dei carabinieri Cascioferro, il protagonista di questo romanzo, lo chiama.<br />
Iniziano le indagini, ma i cinesi negano il fatto. Sembra un caso di intimidazione mafiosa (una richiesta di pizzo, probabilmente) ma pochi gorni dopo, nello stesso ristorante, avviene una mattanza: otto morti ammazzati a colpi di Kalaschnikov e  una persona in fin di vita. Una scena che, a qualche amante del noir, ricorderà sicuramente la strage del Nite Owl in “L.A. Confidential” (ma lì i morti furono solo sei).<br />
Parte l’indagine, coordinata da sostituto procuratore Elisa Rubicone.</p>
<p>E, a questo punto che il noir smette di essere romanzo di genere e diventa uno strumento per sezionare la realtà.<br />
Pagliaro riesce a riprodurre una Palermo dove, sotto un’apparente patina di normalità, si tessono e collassano accordi tra politica (qui rappresentata dal presidente della regione Salvino Cusumano), mafia, affari e i nuovi arrivati nel sottobosco malavitoso: le Triadi cinesi.<br />
Lo sviluppo è un crescendo di attese, ogni forza in campo sceglie la propria strategia e consolida la posizione.<br />
Ho usato a ragion veduta termini che evocano un’attività militare, perché quella che Pagliaro descrive è una guerra. Il lettore viene posto nella posizione di osservatore in prima linea e, contemporaneamente, di osservatore al di sopra del campo di battaglia. Ed è prevedibile lo sconforto che lo prenderà al momeno in cui si renderà conto che i vincitori della guerra non sono quelli che desidererebbe.</p>
<p>Allo stesso modo in cui ogni giorno leggiamo articoli e vediamo servizi attraverso i quali percepiamo chiaramente che la guerra è realmente in corso (e il teatro delle operazioni interessa gli appalti, le energie rinnovabili, la speculazione edilizia, gli esercizi commerciali, lo smaltimento dei rifiuti, la tutela ambientale) vede i nostri (le forze dell’ordine, la magistratura) in fase di ripiegamento.<br />
Le scene finali del libro non possono non ricordare fatti di cronaca degli anni ’80 e ’90. Non possono non richiamare alla mente le stragi del ’92, le guerre di mafia degli ’80, l’eliminazione di poliziotti e magistrati.</p>
<p>Per questo credo che quello di Antonio Pagliaro sia un libro che merita di essere letto: perché consente di rendersi conto che su certi assalti alla legalità e alla giustizia non si deve mai abbassare la guardia. Non è possibile convivere con la mafia, nonostante ciò che, anni fa, l’ingegnere Lunardi sosteneva*.</p>
<p>* E sosteneva: “Con mafia e camorra bisogna convivere e i problemi di legalità ognuno li risolva come vuole.” – La repubblica – 24 agosto 2001</p>
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		<title>l&#8217;11 febbraio 2012</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 22:58:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
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		<category><![CDATA[alcide cervi]]></category>
		<category><![CDATA[campirossi 1969]]></category>

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		<description><![CDATA[CampiRossi 1969 a Piazza Armerina [clicca sull'immagine per maggiori informazioni]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.fratellicervi.it/content/view/425/1/" target="_blank">CampiRossi 1969</a> a Piazza Armerina</p>
<p>[clicca sull'immagine per maggiori informazioni]</p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2012/01/campi-rossi-a-piazza.jpg"><img class="size-medium wp-image-1694   " style="border: 2px solid black; margin: 2px;" title="campi-rossi-a-piazza" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2012/01/campi-rossi-a-piazza-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" align="center&quot;" /></a></p>
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		<title>Tomassini. Sangue di cane</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 23:21:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A Piazza Armerina, da due anni, si organizza una manifestazione intitolata &#8220;Libri sotto il gelso&#8221;. In realtà i gelsi sono due e vegetano felicemente nel cortile del monastero di Sant&#8217;Anna. Sono due begli alberoni di gelsi rossi. I &#8220;libri sotto il gelso&#8221;, per fortuna, vengono presentati al termine del periodo di maggior produzione di gelsi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1675" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2012/01/pagliaro-tomassini.jpg"><img class="size-medium wp-image-1675  " style="border: 1px solid black; margin: 2px;" title="pagliaro-tomassini" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2012/01/pagliaro-tomassini-300x231.jpg" alt="" width="300" height="231" /></a><p class="wp-caption-text">Veronica Tomassini e Antonio Pagliaro</p></div>
<p><em>A Piazza Armerina, da due anni, si organizza una manifestazione intitolata &#8220;Libri sotto il gelso&#8221;. In realtà i gelsi sono due e vegetano felicemente nel cortile del monastero di Sant&#8217;Anna. Sono due begli alberoni di gelsi rossi. I &#8220;libri sotto il gelso&#8221;, per fortuna, vengono presentati al termine del periodo di maggior produzione di gelsi e, anche se qualche caduta tardiva ogni tanto si verifica, finora nessuno tra autori, moderatori e assessori intervenuti è stato colpito né macchiato.<br />
Il 5 settembre 2011 il gestore di questo sito ha avuto il piacere di presentare ai piazzesi i libri di Veronica Tomassini e Antonio Pagliaro. Due romanzi entrambi pubblicati dall&#8217;editore <a href="http://www.laurana.it">Laurana</a> di Milano.<br />
Il gestore di questo sito, ovviamente, per ognuno dei due libri ha preparato, nell&#8217;occasione, un bel <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2009/luglio/20/Papellu_co_9_090720011.shtml" target="_blank">papello</a> con annessa breve rassegna stampa. E poi ne ha dato lettura al pubblico. Giusto la scorsa settimana, mentre rimetteva in ordine la libreria di famiglia, ha ritrovato i papelli all&#8217;interno dei romanzi. Nessuna traccia delle rassegne stampa. Ha pensato che magari, giusto per tener memoria di quella serata, poteva ricopiare in un bel file doc i papelli e poi metterli on line. C&#8217;è pure una bella foto di Veronica e Antonio. E&#8217; stata scattata un po&#8217; prima dell&#8217;inizio, quando il gestore di questo sito sudava copiosamente per il caldo e il timore che il cortile rimanesse semivuoto.<br />
Comunque è andata, ed è stata, a mio avviso, una bella serata.</em></p>
<p><em>Precedenza alle signore. Il papello dedicato ad Antonio Pagliaro sarà pubblicato giovedì prossimo,  26 gennaio.<br />
</em></p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/08/sangue-di-cane.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1551" style="border: 2px solid black; margin: 2px;" title="sangue-di-cane" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/08/sangue-di-cane-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" /></a>Sangue di cane, in sostanza, è un lungo monologo, ma anche una sorta di lettera che la protagonista invia al suo grande amore Slawek. Lo ha incontrato a un semaforo. Lei studentessa di famiglia borghese, lui lavavetri polacco.<br />
Gli si concede completamente e immediatamente. Accetta di seguirlo alla “Casa dei morti”, un edificio in abbandono abitato da altri polacchi, uomini e donne. Tutti immersi nel fango della degradazione fisica e morale.<br />
Slawek odia quella casa, ma non ha altro posto dove andare. Lì o alle grotte, o ai giardinetti: posti diversi ma stessa umanità sprofondata nell’abisso.<br />
Il libro parla di una piccola odissea. Sono descritte, senza sconti, le vite dei due protagonisti e quelle degli altri personaggi. Spesso le morti. Non è un caso se la narrazione si apre con la descrizione di una morte, quella di Marcin, per abuso di alcol.<br />
Episodi di violenza e di abusi si alternano a tentativi di riconquista della “normalità”. Che per Slawek è invece una conquista nuova, poiché come s’intuisce dai suoi comportamenti e più avanti nel libro viene chiaramente detto, lui una vita normale non l’ha mai avuta. Abbandonato dal padre, ripudiato dalla madre, è costretto a fuggire all’estero dopo aver commesso delle rapine in Polonia. È un duro, Slawek, ma con la sua Misek è tenero e sperduto. Solo l’alcol l’allontana da lei. E le altre donne (e con una di esse, alla fine, fuggirà). E le risse.</p>
<p><span id="more-1690"></span><br />
Ma lei non lo lascia, anche se potrebbe in qualsiasi momento. Anche dopo aver avuto un bambino, Grzegorz. Accetta di seguirlo sugli Iblei, dove sembra aver trovato lavoro in una fattoria. Lo segue e l’appoggia nei suoi numerosi tentativi di recupero, tutti falliti per l’incapacità di fare a meno dell’alcol e delle donne.<br />
Le donne. Donne polacche che si litigano Slawek e percepiscono la protagonista come un’estranea; colei che senza averne diritto, si è appropriata di un uomo “loro”.<br />
Ma si diceva: la protagonista segue Salwek ovunque. In casa di Armida e Dino, il cieco, a casa di Faustina (una polacca che lavora in una locanda), da una suora laica conosciuta alla mensa della Caritas, e di suo fratello.<br />
Infine la comunità, il recupero, i genitori di lei che si riavvicinano.<br />
E una casa tutta loro, una vita normale. Da famiglia normale.<br />
Non proprio la felicità, ma qualcosa che ci somiglia molto.<br />
Ma Salwek non sembra capace di sopportare una vita normale. E fugge.</p>
<p>La storia è struggente come solo le storie d’amore sanno essere, e la si legge con animo accorato. La Tomassini usa molto la prolessi Anticipa, cioè, fatti che si svolgeranno più avanti nella trama. Ciò genera un curioso effetto di suspence, giacché di quanto accadrà siamo già, di massima, informati, e quel che si è curiosi di conoscere è il come accadrà, perché di Slawek si può solo immaginare che muoia, oppure che si salvi e tutto si risolva in lieto fine, e la fuga dalla sua Misek, anche se largamente anticipata, appare una conclusione così difficile da digerire che la chiusura del volume lascia l’amaro in bocca, e rabbia e il cuore pesante.</p>
<p>Sangue di cane è una narrazione torrenziale, senza requie. Un avanti e indietro nel tempo che pretende attenzione e coraggio.</p>
<p>- Una lettura -<br />
La protagonista torna a casa, nel “silenzio inoffensivo del suo mondo perbene”. È confusa. Sua madre cuce l’orlo di un vestito.</p>
<blockquote><p>Il bimbo dormiva, la confezione di latte in polvere era sul tavolo della cucina ed era vuota. Mia madre cuciva l’orlo di un vestito, seduta nel patio. “Mamma…”, barbugliai. “Sì?” “Mamma, quando passerà?” “Cosa?” “Il buio, mamma.” “Ma sono appena le quattro del pomeriggio”, ribattè”, alzando curiosamente gli occhi da sopra le lenti da vicino. “Il buio che ho dentro…”, insistei. “Dipende da noi, da cosa si vuole. Ora riposati, approfitta che il piccolo dorme”. Sapeva molto, non era il caso di ribadire, al contrario, sorvolare, omettere cancellare per purificare, come l’acqua al suo passaggio, acqua sulla forra brulla.Mi osservò con attenzione e poi aggiunse: “Sei uno straccio, va’ sei tutta sporca. Che hai sul petto? Che è ‘sta macchia? E le mani, guardati le mani, vai a lavarti. Vai. Non ce la fai proprio a chiudere”. “No”. “Non stai mai a casa, il bimbo ti cerca…” “Mamma, ti prego”, premetti il palmo delle mani sugli occhi con insofferenza, con disperazione. “Mamma, mi levo di torno, sennò. Perché lo abbiamo mandato via? È un cane lui? È un polacco, un uomo, è mio marito, è il padre di mio figlio”. “Per favore, per favore che mi viene male alla testa. Ma ti rendi conto? Si è venduto i regali del battesimo, si è giocato al videopoker i soldi del pranzo del vostro matrimonio. Ti basta o devo continuare? Oohh, papà ha lavorato una vita in fabbrica, abbiamo fatto sacrifici per te. Per cosa? Per farci rovinare da un balordo? Fai le tue scelte, ma non coinvolgere la tua famiglia e soprattutto il bambino. Vuoi lui? Bene, tienitelo. Esci di casa, trovati un lavoro, quello che ti pare, fai la tua vita, ma senza di noi. E non dimenticare che hai un figlio”. Mamma non era arrabbiata, era delusa e mortificata. Si finiva a ribadirle le cose invece. “Non posso”. “Non puoi che?” “Non posso allontanarmi da lui”, ammisi. Perché?”, mamma proprio non riusciva a capire. “Altrimenti muore”, conclusi, confusa e piena di vergogna.</p></blockquote>
<p>Bene, in questa scena io vedo la risposta alle tante domande che la lettura del romanzo solleva. Perché lei accetta, accetta senza remore, di precipitare nel mondo sotterraneo e degradato in cui Slawek la trascina. Perché non trova la forza di riemergere, anzi accetta di essere etichettata come albanese e non trova motivo di distinguere, di chiarire che lei, italiana, regolare, vive nell’abisso per sua scelta. Le risposte stanno nell’amore, e nella paura di perdere l’amato.<br />
Tutto Sangue di cane è una professione d’amore. È un romanzo duro, impietoso, non nasconde nulla. A volte è quasi irritante per quanto è esplicito. Ma scava nella vita della protagonista senza reticenze, ne tira fuori il grande cuore e il coraggio. Quel coraggio che è figlio dell’ingenuità e dei grandi ideali giovanili, se vogliamo.</p>
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		<title>Vincenzo Consolo&#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 14:58:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8230; non scriverà più.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8230; <a href="http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2012/01/21/news/addio_a_vincenzo_consolo_una_vita_tra_sciascia_e_einaudi-28533992/" target="_blank">non scriverà più</a>.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2012/01/vincenzo-consolo.jpg"><img class="size-full wp-image-1687 aligncenter" title="vincenzo-consolo" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2012/01/vincenzo-consolo.jpg" alt="" width="300" height="287" /></a></p>
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		<item>
		<title>A morte la scuola pubblica</title>
		<link>http://www.paroledisicilia.it/principale/2012/01/21/a-morte-la-scuola-pubblica/</link>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 14:53:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rubato qua e là]]></category>

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		<description><![CDATA[Rubincollo dal blog di Ivo Flavio Abela. ma.mi. ﻿Il 18 gennaio su Repubblica appare un articolo di Salvo Intravaia. Vi si riferisce di un&#8217;iniziativa del MIUR: la nascita di Scuola in chiaro, un portale particolarmente utile ai genitori che dovranno iscrivere entro febbraio i loro figli per l&#8217;Anno Scolastico 2012/13. I genitori potranno consultarvi tutti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ivoflavio-abela.blogspot.com/2012/01/torquemada-morte-la-scuola-pubblica.html" target="_blank"><em>Rubincollo dal blog di Ivo Flavio Abela. ma.mi.</em></a></p>
<p>﻿Il 18 gennaio su Repubblica appare <a href="http://www.repubblica.it/scuola/2012/01/18/news/pagano_le_famiglie-28337189/" target="_blank">un articolo di Salvo Intravaia</a>. Vi si riferisce di un&#8217;iniziativa del MIUR: la nascita di Scuola in chiaro, un portale particolarmente utile ai genitori che dovranno iscrivere entro febbraio i loro figli <a href="http://cercalatuascuola.istruzione.it/cercalatuascuola/" target="_blank">per l&#8217;Anno Scolastico 2012/13</a>. I genitori potranno consultarvi tutti i dati (compresi quelli finanziari) relativi a tutte le scuole della loro area geografica. L&#8217;articolo riferisce dunque i risultati emergenti dai dati relativi ai Licei di dieci grandi città italiane: un campione indubbiamente ristretto e legato a realtà urbane fortemente connotate per ovvie ragioni &#8211; Torino, Milano, Genova, Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Palermo e Cagliari &#8211; quasi la scuola pubblica italiana potesse essere rappresentata esclusivamente dalla somma fra le realtà scolastiche superiori di dieci capoluoghi di provincia. Per non dire del fatto che le scuole pubbliche milanesi devono fare i conti con l&#8217;antagonismo del modello lombardo di scuola privata, laddove i genitori &#8211; tutti lautamente abbienti &#8211; investono una retta annua che va dagli 8.000,00 euro in su per ciascun figlio. L&#8217;articolo insiste inoltre sul fatto che le scuole sono costrette a chiedere contributi alle famiglie degli alunni. Solo in qualche riga viene detto che i contributi sono richiesti a &#8220;privati&#8221; (e i privati non sarebbero soltanto i genitori degli alunni).</p>
<p><span id="more-1682"></span></p>
<p>Il 19 gennaio su La bussola quotidiana, sorta di quotidiano on line nel cui comitato editoriale figurano i nomi (neanche a dirlo) di Vittorio Messori e Andrea Tornielli (e si è detto tutto), e che reca come curiosissimo sottotitolo Per orientarsi fra le notizie del giorno (come se tutti avessimo bisogno di una sorta di paraocchiata guida for dummies per apprendere ciò che accade quotidianamente), appare un <a href="http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-scuola-statale-quanto-mi-costi-4234.htm#.TxeuuRB_W7s.facebook" target="_blank">articolo firmato da Erminio Ribold</a>. Vi viene ripreso il pezzo &#8220;repubblicano&#8221; di Intravaia in modo alquanto capzioso e forse non proprio da manuale d&#8217;onestà intellettuale: un piccolo esempio della strumentalizzazione a scopo &#8220;familistico&#8221; (che cosa c&#8217;entra Banfield? C&#8217;entra&#8230; C&#8217;entra&#8230;) di dati per loro natura oggettivi.</p>
<p>Qui ci si limita a qualche considerazione &#8211; per così dire &#8211; estemporanea, peraltro già verbalizzata in una mail privata da me indirizzata a una persona che dimostra ampiamente di sputare nel piatto in cui mangia, dal momento che insegna (peraltro Religione Cattolica) in una scuola pubblica e che condivide le riflessioni di Riboldi.</p>
<p>La scuola pubblica (cosa peraltro rilevata ampiamente da Intravaia, ma dimenticata da Riboldi) non riceve finanziamenti adeguati per pagarsi neanche la carta igienica. Da tre anni a questa parte (ossia da quando l&#8217;amministrazione Berlusconi-Tremonti-Brunetta-Gelmini ha inopinatamente falciato i finanziamenti alla scuola pubblica senza ovviamente ledere di un minimo quelli destinati alle scuole private soprattutto cattoliche) molti genitori hanno addirittura deciso di autotassarsi perché sanno che le scuole pubbliche in cui mandano i figli non possono permettersi praticamente più alcunché.</p>
<p>Riboldi non considera &#8211; e mi ripeto &#8211; che l&#8217;articolo di Intravaia espone i risultati di quanto avviene solo in dieci città italiane. Troppo poco per una stima generale. Sono un insegnante e posso testimoniare che in tutte le scuole in cui ho insegnato si è scelto collegialmente di non avviare quelle attività extracurriculari il cui budget risultasse eccessivo o la cui realizzazione avrebbe implicato la richiesta di contributi alle famiglie. Queste ultime sono state chiamate in causa esclusivamente per i viaggi d&#8217;istruzione, peraltro dopo avere consultato più agenzie in modo da scegliere il preventivo più vantaggioso. E sottolineo che le scuole hanno sempre cercato di contribuire. In quanto ad altre attività extracurriculari, Riboldi (ma forse anche Intravaia, dal momento che non li nomina mai espressamente) dimostra di sconoscere anche un&#8217;altra realtà: quella degli sponsor. Mi è capitato più di una volta di partecipare alla realizzazione di attività extracurriculari finanziate da sponsor che mettevano a disposizione strutture, danaro, servizi in cambio della collocazione del loro logo sul materiale informativo relativo alla specifica attività, destinato agli studenti e alle famiglie.</p>
<p>In una buona scuola paritaria si pagherebbe solo l&#8217;equivalente del 30 % di ciò che si paga in una scuola pubblica, dice Riboldi. Ma forse egli dimentica che alcune scuole paritarie sono veri e propri diplomifici (qualità pari a zero insomma). Ignora anche (continuo a ripetermi) che in alcune scuole private lombarde si arriva a pagare una retta di 10.000,00 euro per figlio, cosa che i genitori fanno volentieri in quanto possono agevolmente permetterselo (e basta vedere il lusso imperante in tali scuole). Ricorderei inoltre a Riboldi che non sta scritto in nessun testo più o meno arcano o divino che i genitori possano scegliere nelle scuole private e paritarie gli insegnanti che più a loro aggradano. Inutile ricordare che i criteri di scelta dei docenti da parte del Dirigente di una scuola privata sono affatto soggettivi e che sovente un insegnante viene collocato in una scuola privata esclusivamente grazie a una bene assestata pedata nel suo deretano.</p>
<p>Infine (&#8220;infine&#8221; si fa per dire, dal momento ogni singolo capoverso dell&#8217;articolo di Riboldi potrebbe essere facilmente smontato) Ribaldi &#8230; pardon &#8230; Riboldi dovrebbe ricordare che l&#8217;idea che la scuola debba essere il luogo esclusivo in cui si forma precipuamente la persona (una delle follie partorite da Berlinguer) è stata subìta dalla scuola pubblica suo malgrado. E le conseguenze dell&#8217;applicazione di tale idea non possono essere pagate dalla scuola pubblica stessa che di necessità non può che osservare le regole che il Governo le impone. Un Governo sensato si limiterebbe ad agire sulle norme modificandole, non distruggendo chi quelle norme non può fare altro che osservare. Perché la Gelmini non ha agito in tal senso? Perché non corre ai ripari Profumo? Del resto è triste leggere che &#8211; nonostante la partecipazione delle famiglie alle spese &#8211; la scuola pubblica fa acqua: Riboldi dovrebbe ben sapere che non solo nelle scuole private (soprattutto se cattoliche) gli studenti vengono agevolmente promossi perché pagano, ma anche che non si può sempre attribuire la responsabilità degli insuccessi scolastici e degli abbandoni alla scuola pubblica e ai suoi docenti. Talora si farebbe bene a guardare la qualità dell&#8217;impegno degli alunni, fin troppo perduti ormai in una miriade di attività extrascolastiche (talvolta imposte dagli stessi genitori che riversano così le loro frustrazioni sui figli) con le quali la scuola non ha davvero alcunché da spartire, in quanto promosse da cosiddette agenzie formative ad essa estranee e &#8220;alternative&#8221;.</p>
<p>Insomma, cari genitori, riflettete. Se proprio cattolici più o meno integralisti siete, non abbiate timore: anche nella scuola pubblica si &#8220;studia&#8221; (sic!) Religione Cattolica. E anche bene, se è vero che gli insegnanti di Religione Cattolica non solo non hanno subìto alcun contraccolpo dagli scempi gelminiani, ma si sono visti lo stipendio pure aumentato, mentre gli insegnanti di Latino, Storia, Greco, Matematica, Fisica, Inglese, Arte, Musica, ecc. ecc. (tutte discipline inutili, fuorvianti, dannose perché potenzialmente in grado di modificare la struttura cognitiva e quella metacognitiva dei vostri figli a tal punto da poterli portare a ragionare con la loro testa &#8211; sacrilegio! &#8211; e magari a mettere in dubbio la liceità delle ingerenze del Vaticano nella loro vita e nei loro sentire e pensare) non solo vengono pagati poco e male, ma pure non lavorano più.</p>
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		<title>Chi è Orfeo?</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 21:57:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[francesco lanza]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;ultimo anno di Francesco Lanza di Mauro Mirci Il 1932 sembrava l’anno della ripresa, nonostante tutto. Attendeva sempre una risposta alle sue insistenti domande d’impiego. Potevano gli amici farsi sordi ai suoi appelli? Potevano, a quanto pareva, e questo è quanto pensava, ma ciò che sperava era diverso e la risposa che si dava era: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;ultimo anno di <a href="http://www.francescolanza.it">Francesco Lanza</a></p>
<p><em>di Mauro Mirci</em></p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2008/09/lanza.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-208" style="border: 2px solid black; margin: 2px;" title="lanza" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2008/09/lanza.jpg" alt="" width="100" height="111" /></a>Il 1932 sembrava l’anno della ripresa, nonostante tutto. Attendeva sempre una risposta alle sue insistenti domande d’impiego. Potevano gli amici farsi sordi ai suoi appelli? Potevano, a quanto pareva, e questo è quanto pensava, ma ciò che sperava era diverso e la risposa che si dava era: no, non potevano farsi sordi.<br />
Nel frattempo scriveva.<br />
In gennaio fu a Roma, a ricordare a chi di dovere le sue aspettative. E qualcosa scrisse, sul tavolinetto dell’albergo, approfittando della carta intestata. Poi a Tripoli, e furono le Storielle tripoline e le Storielle libiche. Non erano i Mimi (meno vissute, meno partecipate: non erano storie della terra sua, ma piuttosto una parodia). Non ci si avvicinavano neppure.<br />
Scrisse ancora. Qualche articolo, qualche prosa. Venne anche il saggio su Goethe e l’anima di Roma, ma roba da poco.<br />
Aveva alcune storie da finire. Su una s’arrovellava da quando era tornato dalla Russia. Come dire: una storia che viene da lontano. L’altra s’ispirava a luoghi più vicini, ossia il lago di Pergusa, e andava a comporre un altro capitolo di Proserpina.<br />
Ma era un modo per ingannare la solitudine e fingere un futuro che non arrivava.<br />
Intanto passano i mesi.<br />
Il posto ministeriale non arriva.<br />
Possono gli amici aver dimenticato?<br />
Possibile?<br />
Nel frattempo con Peppino Loggia si fanno esperienze spiritiche e “di vago sentore teosofico”.</p>
<p><span id="more-1668"></span><br />
Lo scrive all’amico Navarria il 15 ottobre.<br />
“Non arricciare il naso e non pensare che io mi lasci trascinare dalla suggestione”.<br />
No, trascinare dalla suggestione no, eppure, con quei fenomeni che si avverano – e sì, si avverano, davanti ai suoi occhi – il suo scetticismo deve fare i conti. Non basta lo sguardo divertito e distante, un certo atteggiamento da adulto che si confronta con i giochi dei bambini, la convinzione di raccogliere esperienze che magari finirano scritte a gran ludibrio di coloro che, sussiegosi e litanianti, evocano demoni e defunti con grandi cerimonie condite di cabbale e magie nerovestite.<br />
No, non basta.<br />
In meno di un mese rompe l’indugio e decide che qualcosa c’è.<br />
Qualcosa c’è.<br />
Scrive ancora a Navarria. È il 10 di novembre.<br />
“Si tratta di un fenomeno del quale voglio rendermi conto.”</p>
<p>Possono gli amici aver dimenticato?<br />
No, non hanno dimenticato.Voleva un posto da ministeriale e posto da ministeriale è stato: Ministero dell’Aeronautica. Un lavoro che è anche metafora del volo che vorrebbe compiere per lasciare tutto e ritrasferirsi a Roma, che è il centro di tutto ed è anche il posto migliore per fare quel che gli preme di più. Che è scrivere.<br />
Via, via da Valguarnera Caropepe.<br />
Carrapipi.<br />
Il posto lontano da tutto, dove arrivano solo coloro che si perdono e i braccianti in cerca di grano da mietere. Lo sanno bene nel ragusano, nel nisseno, nel catanese: così lontano?, a Carrapipi?, per significare un posto lontano, lontanissimo, un <em>finis terrae</em>.</p>
<p>Alla fine dei conti 1932 è stato veramente l’anno della ripresa. C’è riuscito per un soffio, ma lo è stato. La partenza per Roma è il 28 dicembre, dalla stazione di Valguarnera.<br />
In treno lo colgono i brividi di febbre. Troppo desiderato questo viaggio perché riuscisse. Già a Catania deve interromperlo.<br />
La sera del 31, mentre Catania prepara i festegiamenti per l’arrivo del 1933, chiuso in un camera dell’Hotel Sangiorgi, scrive all’amico Corrado.<br />
“Caro Corrado, mi ero l’altro ieri messo in viaggio per Roma, ma in treno sono stato colto da una febbre tale che ho dovuto fermarmi all’albergo. Si tratta di una iniezione suppurata con sintomi di setticemia. Per due giorni e per due notti ho delirato con la febbre a 41, solo come un cane. Ora la febbre è a 39. Ho telegrafato a parecchi amici, ma tutti si sono limitati ai semplici doveri di cortesia. Questa solitudine mi dà una maggiore disperazione. Aspetto domani mio fratello per tornare a casa. Ricado nella trappola, è proprio il mio destino.”</p>
<p>Niente, non è destino. Roma è là, irrangiungibile in riva al Tevere. E Valguarnera è come l’Ade, che lo ritrascina in sé. E se lui, Francesco Lanza, scrittore di scrittura elegante e promettente, è Euridice, chi mai impersonerà i panni di Orfeo? Forte la fortuna puttana, che dopo averlo tratto fuori da quel Limbo odiatissimo che è divenuto il suo paese, incuriosita e maliziosa ha girato gli occhi per guardarlo e ricacciarlo dentro?</p>
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		<title>I.M.D.: Dragoni e Lupare</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 07:20:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Freschi di stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Letture]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mauro Mirci La recente uccisione a Tor Pignattara, di Zhou Zheng e della sua figlia neonata ha riportato l’attenzione sulle attività dei cinesi in Italia. Accanto alla commozione per un fatto di sangue tanto barbaro, si rinnovano dubbi e pregiudizi. Scrive Il Messaggero: “Che Zhou Zheng si fosse arricchito recentemente non era sfuggito a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Mauro Mirci</p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2012/01/cover_dragoni_e_lupare.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1661" style="border: 2px solid black; margin: 3px;" title="cover_dragoni_e_lupare" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2012/01/cover_dragoni_e_lupare-203x300.jpg" alt="" width="203" height="300" /></a>La recente uccisione a Tor Pignattara, di Zhou Zheng e della sua figlia neonata ha riportato l’attenzione sulle attività dei cinesi in Italia. Accanto alla commozione per un fatto di sangue tanto barbaro, si rinnovano dubbi e pregiudizi. Scrive Il Messaggero: “<a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=43816&amp;sez=HOME_ROMA&amp;npl=N&amp;desc_sez=" target="_blank">Che Zhou Zheng si fosse arricchito recentemente non era sfuggito a nessuno nel quartiere. Come era stato notato il suo matrimonio extralusso, con macchine di grossa cilindrata parcheggiate davanti al ristorante. Ed è un fatto, su cui gli inquirenti stanno ragionando, che l’attività di money tranfer sia il nodo principale su cui punta la criminalità organizzata cinese.</a>”</p>
<p>La lingua batte dove il dente duole: immigrazione cinese e mafia, Triadi e malavita locale. Scorrono fiumi di denaro e si concludono affari poco chiari sull’asse Italia-Cina. Le indagini non sono sempre semplici: c&#8217;è una solida barriera etnica a ostacolarle. Non è solo la lingua. Anche se, per assurdo, parlassero lingue identiche, occidentali e cinesi, distanti quindicimila chilometri e migliaia di anni di storia ed evoluzione culturale, non si comprenderebbero lo stesso. L’incomprensione accentua le differenze e contribuisce al fiorire delle leggende, che traggono alimento dalla realtà e dal pregiudizio in misura pressoché identica.</p>
<p><em>Dragoni e lupare</em> sfata alcune di queste leggende e dà un contributo positivo alla conoscenza del fenomeno immigrativo cinese in Italia. L’autore è I.M.D., acronimo dietro il quale si cela un poliziotto-scrittore già autore di altri due volumi: <em>Catturandi</em> (2009) e <em>100% sbirro</em> (2010).</p>
<p><span id="more-1660"></span></p>
<p>Dragoni e lupare è un titolo d’impatto, che forse sposta l’attenzione del lettore verso gli aspetti  più suggestivi e noir della presenza cinese nel Belpaese, mentre se un merito ha questo libro è quello di rappresentare, per il tema, una sorta di sinossi, una visione a volo d’uccello del fenomeno. Il testo di I.M.D. esordisce con una manifestazione d’intenti che rappresenta anche un’ipotesi di lavoro: “<em>Tra mistificazioni, leggende e pregiudizi, cosa c’è di vero e di falso su una comunità, quella cinese, così vasta e silenziosa, giunta alla terza generazione in un’Italia ormai multietnica</em>”.  La risposta al quesito viene sviluppata nelle poco meno di 240 pagine del testo, che corredato di sostanziose bibliografia e webliografia, compendia opere di diversi autori e riporta, con stile asciutto e diretto, le esperienze di investigatori da anni impegnati in indagini sulle atività delle Triadi e sui loro rapporti con le mafie italiane. Alla fine, compresa l’infondatezza di alcuni luoghi comuni e di alcune diffuse convinzioni (quale, per esempio, quella che le organizzazioni malavitose cinesi facciano capo a un’unica, raffinata mente organizzativa) , il lettore viene messo di fronte a una interpretazione del fenomeno immigrativo, e delle sue distorsioni, più strettamente correlata a una visione globalistica e strategia dei rapporti tra le due nazioni (e, più generalmente, dei rapporti tra Cna e occidente industrializzato).</p>
<p>“<em>Il dibattito sull’esistenza o meno di una minaccia cinese è stato il tema sommerso – ma non troppo – di questo libro che, se pur incentrato sul fenomeno della criminalità cinese in Italia, non ha potuto non tenere conto dell’importanza nell’assetto economico e sociale del mondo, della Cina e delle sue contraddizioni. Tra i fattori di spinta dell’emigrazione cinese (e anche tra quelli di instabilità politica globale) si è citato il grande divario tra una popolazione maggioritaria molto povera e una minoritaria sempre più ricca, costituita in prevalenza da una borghesia elitaria vicina ai tecnocrati del partito. Nonostante la povertà, la censura, la violazione sistematica dei diritti dei cittadini, lo stato di polizia, l’assimilazione forzata di culture come quella tibetana, ecc., in economia vigono regole moto pratiche, così – oggi come ieri – la Cina offre  ‘qualcosa’ che un’impresa intelligente, oculata, sana, non può certo ignorare: un’economia che cresce a ritmi troppo competitivi per il resto del mondo. In parole povere, significa che compra e consuma per un volume superiore decine di volte rispetto all’Italia […] Insomma, una manna per le aziende che sono alla ricerca di nuove opportunità. […] si organizzavano convegni in cui si denunciavano le dure condizioni di lavoro degli operai cinesi e lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali senza riguardo per l’ambiente, si riceveva il Dalai Lama […] coloro che ieri sostenevano e facevano tutto questo, oggi chiedono aiuto a quel ‘nemico’, la Cina […] e si spera che il CIC (Cina Investmente Corporation) […] decida di comprare un pacchetto di titoli di stato italiani</em>”.</p>
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		<title>Campi Rossi 1969. Una lettura di Francesco Randazzo</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 18:24:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letture]]></category>
		<category><![CDATA[Rubato qua e là]]></category>
		<category><![CDATA[alcide cervi]]></category>
		<category><![CDATA[antonio russello]]></category>
		<category><![CDATA[campi rossi 1969]]></category>

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		<description><![CDATA[Oh, se sto mentendo, / la canzone che canto / la porti il vento. / Oh, che disincanto /se il vento cancella / quel che io canto. I versi di una canzone di Chicho Sanchez Ferlosio sono l&#8217;epigrafe e la chiave del libro di Mauro Mirci, &#8220;Campirossi 1969&#8243; scaturito da alcune foto di Antonio Russello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2012/01/cover_campirossi1969-300px.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1656" style="border: 2px solid black; margin: 2px;" title="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2012/01/cover_campirossi1969-300px-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a>Oh, se sto mentendo, / la canzone che canto / la porti il vento. / Oh, che disincanto /se il vento cancella / quel che io canto.</em></p>
<p>I versi di una canzone di Chicho Sanchez Ferlosio sono l&#8217;epigrafe e la chiave del libro di Mauro Mirci, &#8220;Campirossi 1969&#8243; scaturito da alcune foto di Antonio Russello in casa di Alcide Cervi. Lo spunto delle foto, diviene anche e soprattutto lieve e riservato fluire di memorie che Russello, timidamente svolge nel corso di alcune conversazioni registrate dal curatore/autore. Ne viene fuori una narrazione mista, fuori dalla saggistica e dalla narrativa, un racconto semplice ma profondo attraverso le storie di persone ed epoche che sembrano ormai lontanissime.<br />
Antonio Russello, fotografo, avventuriero, hidalgo e tzigano insieme, come solo certi siciliani sanno essere, ha scattato queste foto durante una visita nella tenuta di Alcide Cervi (padre dei sette fratelli vittime del nazifascismo). Le foto ritraggono, insieme al vecchio Alcide, un gruppo di amici, la compagnia dei burattinai di Otello Sarzi, che fu compagno di Resistenza dei Cervi, e alcune ragazze che li accompagnavano. Un gruppo, come dice lo stesso Mirci, un po&#8217; beat:<br />
<em>&#8220;Prima di vederle, ho pensato che avrei trovato in queste fotografie qualcosa di straordinario. Mi sono immedesimato in un giovane di fine anni &#8217;60, in attesa di un messaggio proveniente, in linea diretta, dagli anni in cui la contrapposizione tra rivoluzione e reazione era ancora più dura, ancora più sanguinosa. Invece ci ho trovato quotidianità e confidenza: nulla di non ordinario, di ecumenico. Nessuna liturgia della memoria. Qual è il significato di queste foto, allora? Cosa non sono capace di vedere? Qual è il loro messaggio? Mi dico che queste foto sono un link, l&#8217;anello di una catena. </em></p>
<p><span id="more-1655"></span></p>
<p><em>Esiste un solo presente, ma molti passati. Questa giornata del 1969, fissata in maniera indelebile sulla pellicola da Antonio Russello, collega il presente a un passato lontano oltre settant&#8217;anni e rende attuale ciò che altrimenti resterebbe cristallizzato nelle parole dei libri e nei carteggi degli archivi storici. La parola scritta è uno strumento di comunicazione potente; altrettanto lo è l&#8217;immagine fotografica. Ma insieme assumono una forza e un&#8217;efficacia impressionanti.&#8221;<br />
</em>Così infatti appaiono le foto, ma anche i ricordi e le parole che le accompagnano, forti di molti passati, fino al presente unico di ogni lettore osservatore, seme di semi ulteriori.<br />
Si sente un lieve vento, un respiro e la voce del vecchio Cervi:<br />
<em>&#8220;Guardate il seme, perché la quercia morirà, e non sarà buona nemmeno per il fuoco. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l&#8217;ideale nella testa dell&#8217;uomo.&#8221;</em><br />
Al lettore risuonano voci e vite, una certa purezza e ingenuità, forse da rimpiangere o forse semplicemente da custodire e trasmettere, come questo piccolo libro fa.<br />
<em>&#8220;Cervi riceveva di queste visite almeno un paio di volte alla settimana&#8221;<br />
&#8220;Ma cosa gli chiedevano?&#8221;<br />
&#8220;Ma niente. Andavano lì per amicizia, e poi era un bel posto. Non lo usavano come un&#8217;icona. Questo non si faceva, a quei tempi. La gente era più seria. Ci si rispettava. si stava insieme, si mangiava, si beveva, si cantava. Si cercava di stare bene insieme, in armonia&#8221;.<br />
</em>Poco importa se la memoria un poco mente, poco importa se il disincanto cancella l&#8217;illusione del canto della giovinezza o quello libertario del vecchio padre contadino di eroi ormai dissolti nella memoria collettiva.<br />
Come in un soffio si smuove tra le parole di Mirci e le foto di Russello, una <em>Erlebnis</em>, dal senso alto e civile, che non conforta ma lievemente rincuora, commuove, come qualcosa ritrovato in soffitta che rispolverato, torna a noi e ci parla.</p>
<p>f.r.</p>
<p>[<a href="http://mirkal.blogspot.com/2012/01/campirossi-1969.html" target="_blank">apparsa su Mirkal, blog di Francesco Randazzo</a>]</p>
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		<title>Il lavoro intellettuale in Italia&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 10:40:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
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		<category><![CDATA[lavoro intellettuale]]></category>
		<category><![CDATA[silvia bencivelli]]></category>
		<category><![CDATA[stages gratuiti]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8230; secondo Silvia Bencivelli. Se il nostro sta diventando un mestiere da fighetti è soprattutto colpa nostra. I nostri compagni di classe li abbiamo sgambettati noi, accettando di lavorare per quattro soldi o anche per niente. Perché noi possiamo permettercelo anche a trentacinque anni, ma loro non potevano permetterselo nemmeno dieci anni fa, e così [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8230; secondo Silvia Bencivelli.</p>
<blockquote><p>Se il nostro sta diventando un mestiere da fighetti è soprattutto colpa  nostra. I nostri compagni di classe li abbiamo sgambettati noi,  accettando di lavorare per quattro soldi o anche per niente. Perché noi  possiamo permettercelo anche a trentacinque anni, ma loro non potevano  permetterselo nemmeno dieci anni fa, e così hanno semplicemente scelto  strade meno creative e, almeno apparentemente, meno rischiose. Adesso  forse siamo tutti ugualmente felici o infelici, ma intanto il mercato  del lavoro intellettuale lo abbiamo sputtanato noi, perché siamo noi che  facciamo il mercato. E magari la figlia dell’infermiere e il figlio di  quello della Piaggio potevano dare a questo mondo un contributo che noi  non siamo nemmeno in grado di immaginare.</p></blockquote>
<p><a href="http://silviabencivelli.it/2011/il-colpevole-siamo-noi-noi-quei-fighetti-di-lavoratori-intellettuali/" target="_blank">[leggi tutto il post sul blog di Silvia Bencivelli, giornalista scientifica]</a></p>
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