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	<title>paroledisicilia.it &#187; I poco noti</title>
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	<description>&#34;Coso&#34; online con ricorrenti crisi d&#039;identità</description>
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		<title>Nino Savarese, il fascino discreto della saggezza</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 10:49:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;autore ennese, ingiustamente poco noto, fu molto apprezzato da Leonardo Sciascia e Vincenzo Consolo. Possibile che l&#8217;industria culturale continui a ignorarlo? &#60;Salvatore Scalia* L&#8217;ombra s&#8217;addice ad uno scrittore discreto ed appartato come Nino Savarese. I suoi libri costituiscono così scoperta piacevole per pochi intimi, per avventurosi esploratori delle meraviglie nascoste della letteratura siciliana. Non che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>L&#8217;autore ennese, ingiustamente poco noto, fu molto apprezzato da Leonardo Sciascia e Vincenzo Consolo. Possibile che l&#8217;industria culturale continui a ignorarlo?</em></p>
<p><em>&lt;<strong>Salvatore Scalia*</strong><br />
<a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2008/11/savarese.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-522" title="savarese" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2008/11/savarese.jpg" border="2" alt="" hspace="2" vspace="2" width="150" height="133" /></a>L&#8217;ombra s&#8217;addice ad uno scrittore discreto ed appartato come Nino Savarese. I suoi libri costituiscono così scoperta piacevole per pochi intimi, per avventurosi esploratori delle meraviglie nascoste della letteratura siciliana. Non che manchi, o sia mai mancata, l&#8217;attenzione dei critici e degli studiosi, anzi copiosa è la messe delle analisi dell&#8217;opera dello scrittore nato a Enna nel 1882 e morto a Roma nel 1945. Ma il non essere mai divenuto autore noto al grande pubblico nasce dal suo essere stesso, dalle sue intime propensioni, dall&#8217;attenersi alla discrezione, da una propensione al vivere appartato, dal dispregio per l&#8217;effimero, dal culto per i ritmi millenari della natura al cui confronto impallidiscono le azioni umane, anche le più grandiose o distruttive.<br />
Savarese perciò aveva come punto d&#8217;osservazione ideale la sua Enna, la campagna ennese e il piccolo podere di San Benedetto.<br />
<span id="more-1170"></span><br />
Non che fosse estraneo alla storia e al dibattito culturale dei suoi tempi, anzi ne era profondamente partecipe e coinvolto. Aveva avuto una lunga parentesi romana dal 1909 al 1915 e a Roma visse spesso a intervalli, collaborando a giornali e riviste. Il culto per il frammento gli deriva dalla sua militanza tra gli intellettuali della «Voce», il ritorno al classico e alle tradizioni dalla sua viva partecipazione all&#8217;esperienza della rivista «La Ronda», come dimostra il saggio di Michela Sacco Messineo «L&#8217;aurea lontananza» (:duepunti edizioni, pp. 136, euro 12).<br />
Dall&#8217;analisi puntuale della studiosa, preoccupata di inserire lo scrittore siciliano in un contesto nazionale liberandolo dai condizionamenti regionalistici, viene fuori un autore che, anche nei nostri tempi smaliziati e a quasi un secolo di distanza dalle opere più rappresentative, non solo resta un modello di scrittura ma ha anche molto da dire e da insegnare.<br />
In realtà non bisogna essere molto originali per scoprire Savarese: basta seguire i consigli di Leonardo Sciascia che gli rese omaggio indirettamente titolando i suoi primi racconti «Le parrocchie di Regalpetra» calco dei «Fatti di Petra», per un&#8217;affinità tra Racalmuto ed Enna; oppure farsi guidare dall&#8217;ammirazione di Vincenzo Consolo in una breve prefazione alla raccolta di alcuni racconti pubblicati su «L&#8217;Ora» di Palermo e pubblicati in volume nel 1988 per iniziativa di Vittorio Nisticò e Mario Farinella.<br />
Consolo faceva propria la lamentela di Arnaldo Bocelli nel numero della rivista «Galleria» del 1955 dedicato a Savarese, Lanza e Brancati: «Possibile che in questa inflazione di carta stampata, fra tanto scialo di opera omnia, non ci sia modo di raccogliere se non tutto, il meglio di uno scrittore come Savarese?».<br />
A distanza di tanti anni possiamo fare nostra questa lamentela. Possibile? Possibile che l&#8217;industria culturale continui ad ignorare Savarese? E possibile che Enna, la sua città, il cuore pulsante ed ispiratore della sua scrittura nulla faccia per ricordarlo periodicamente?<br />
Tra l&#8217;altro nel 1927 fondò e pubblicò a Enna, in collaborazione con l&#8217;amico Francesco Lanza, il periodico «Lunario Siciliano» a cui collaborarono Aurelio Navarria, Arcangelo Blandini, Emilio Cecchi e Telesio Interlandi.<br />
L&#8217;allegoria morale del principe Daineo di Ballanza protagonista del romanzo «Gatterìa», pubblicato nel 1925, non perde d&#8217;attualità descrivendo un essere che«non era del tutto bestia né completamente uomo». Per i suoi comportamenti gatteschi ispira nella gente riflessioni «sulla natura degli uomini: che da volgari desiderano elevarsi ad aristocratici e da nobili si industriano a mutarsi in bestie». Il romanzo volterriano si prende gioco del linguaggio astratto di Epicarmo Gorgia, il filosofo a cui il giovane viene affidato, incapace di afferrare la realtà, di illuminare l&#8217;ignoto, di capire ciò che intorbida le coscienze, ciò che spinge il savio a comportamenti gatteschi, e l&#8217;animale ad atteggiamenti umani. E dobbiamo concordare con Daineo, e con lo scrittore che gli mette in bocca le parole, quando nella sua filastrocca, apparentemente incoerente prima di morire, afferma «forse l&#8217;uomo non è uomo ma chi sa che cosa!»<br />
Altri racconti aveva scritto Savarese sull&#8217;esempio di Voltaire, anche in questo caso facendosi precursore della passione di Sciascia per il pensiero illuminista. Lo scrittore ennese dopo un apprendistato sul realismo verghiano e derobertiano, aveva assunto come numi tutelari anche Manzoni e Leopardi. E soprattutto aveva come stella polare la saggezza e la semplicità contadine contrapposte in ogni sua opera alla vita di città, alla modernità e alla tecnologia che spersonalizzano l&#8217;uomo, lo rendono ipocrita e lo riducono una scatola vuota.<br />
«Ormai siamo vincitori e padroni: gli dei, i semidei, gli eroi ed i fantasmi sparvero sotto i nostri colpi. Abbiamo chiuso le porte in faccia alla natura», così scrive in «Congedi» opera del 1937.<br />
Antimilitarista e pacifista, rimase scosso dalla carneficina della Prima guerra mondiale. Scrisse anche contro l&#8217;attesa dell&#8217;uomo forte. Del fascismo apprezzò la bonifica delle campagne ennesi, ma il culto del mondo contadino e il ritorno all&#8217;ordine dei suoi compagni di strada della «Ronda» non possono essere confusi con un&#8217;adesione al regime. Prima delle critiche aperte contenute in «Cronachetta siciliana dell&#8217;estate del 1943», in cui racconta l&#8217;invasione anglo americana dell&#8217;isola dalla sua Enna, le sue allegorie costituivano implicitamente una presa di distanza dal fascismo, così come poteva farlo un intellettuale abituato a guardare con distacco la storia.<br />
Commentando la caduta del dittatore, in «Cronachetta» scrive: «Confessiamoci tutti colpevoli. Le colpe di un uomo hanno così profondamente potuto incidere nel nostro destino: perché erano anche colpe nostre, perché i suoi difetti erano i nostri difetti».<br />
Sembra l&#8217;Italia di ieri, ma è anche l&#8217;Italia di oggi, di sempre.</em></p>
<p><em><em><strong>[<strong>*</strong>da "La Sicilia" del 29.08.2010, pag. 30 - <a href="http://giornaleonline.lasicilia.it/GiornaleOnLine/pdf_sfoglia.php?move=1">vedi la pagina in pdf</a>]</strong></em></em></p>
<p><em><em>Vero è che le opere di Savarese non sono oggetto dell&#8217;interesse di quella che Scalia chiama &#8220;industria editoriale&#8221;, tuttavia la piccola Papiro editrice ha di recente pubblicato tre volumetti, ripubblicando &#8220;Ploto, L&#8217;uomo Sincero&#8221;, &#8220;Malagigi&#8221; e &#8220;Cronachetta Siciliana&#8221; [<a href="http://www.papiroeditrice.it/catgen.htm#NINO_SAVARESE_">qui</a>]. Anche Sellerio ha dedicato energie all&#8217;autore ennese, <a href="http://www.sellerio.it/merchant.php?bid=667">pubblicando</a> &#8220;Gatteria&#8221;. &#8220;I fatti di Petra&#8221; è nel catalogo dell&#8217;editore nisseno Salvatore Sciascia e, di questo libro, si parla <a href="http://www.italianisti.it/FileServices/121%20Guazzelli%20Teresa.pdf">su italianisti.it</a> e, molto più modestamente, <a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/2008/11/nino-savarese-i-fatti-di-petra/">anche qui</a>. ma.mi.</em></em></p>
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		<title>Mario Rapisardi secondo De Gubernatis</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 21:42:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ricevo da Silvio Ulivelli e volentieri diffondo. ma.mi. Il profilo biografico di Mario Rapisardi scritto da Angelo De Gubernatis nel 1912, e mai più ristampato esce in una nuova edizione completa di introduzione, nota biografica e commento al testo. L’Autore indugia soprattutto sulla personalità morale del poeta catanese, cercando di riscattarla dalla «fosca leggenda» costruitagli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ricevo da Silvio Ulivelli e volentieri diffondo. ma.mi.</em></p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/07/rapisardi-miniatura-copert.jpg"><img src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/07/rapisardi-miniatura-copert.jpg" alt="" title="rapisardi-miniatura-copert" width="200" height="298" class="alignleft size-full wp-image-1128" hspace="2" vspace="2" border="2"/></a>Il profilo biografico di <strong>Mario Rapisardi </strong>scritto da Angelo De Gubernatis nel 1912, e mai più ristampato esce in una nuova edizione completa di introduzione, nota  biografica e commento al testo.  L’Autore indugia soprattutto sulla personalità morale del poeta catanese, cercando di riscattarla dalla «fosca leggenda» costruitagli intorno dai suoi nemici; sono invece trascurate le contingenze private e pubbliche della sua vita, d’altronde povera di accadimenti. Il libretto comincia con il ritratto del carattere e dello stile di vita del Rapisardi, abbozzato in una nota di Amelia Sabernich, sua fedele compagna dal 1885; seguono pagine autobiografiche del Rapisardi, tratte da Peccati confessati del 1883, che rievocano la formazione morale e letteraria del poeta fino ai vent’anni.<br />
<span id="more-1127"></span><br />
De Gubernatis delinea poi la carriera accademica di Rapisardi, accenna alla polemica con il Carducci e conclude con una veloce descrizione della sua opera letteraria, un personale giudizio e infine una panoramica sulla fortuna del poeta in Italia e all’estero.<br />
Il lavoro di De Gubernatis è ancora oggi un prezioso strumento di conoscenza per chiunque desideri avvicinare la controversa personalità umana e artistica di Mario Rapisardi, che ai nostri giorni è praticamente sconosciuto ma occupa un posto rilevante nel panorama della poesia italiana del secondo Ottocento.</p>
<p>Mario Rapisardi, di Angelo De Gubernatis. Edizioni Remo Sandron. Pagine: 60. Prezzo: € 9,00.</p>
<p><strong>Angelo De Gubernatis</strong> (Torino, 1840 – Roma 1913) è una figura di poligrafo e organizzatore culturale molto nota e influente ai suoi giorni. Indianista, letterato, fondò e diresse diverse riviste di studi orientali e di letteratura. Scrisse numerose opere di erudizione in vari campi, e inoltre opere drammatiche ispirate alla mitologia indiana. Si dedicò assiduamente al genere biografico, compilando alcuni dizionari e numerose monografie su personaggi a lui contemporanei.</p>
<p>Il libro si può acquistare sul sito <a href="http://www.sandron.it">www.sandron.it</a></p>
<p>Note<br />
A Mario Rapisardi, poeta e letterato catanese idolatrato dai suoi concittadini ma presto caduto nel dimenticatoio, è dedicato il bel sito internet <a href="http://rapiasrdi.altervista.org/index.htm">rapiasrdi.altervista.org</a> (proprio così, con il cognome sbagliato!)</p>
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		<title>Giustizia per Francesco</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jul 2010 15:42:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Mauro Mirci E&#8217; la metà di settembre del 2005. Francesco Ferreri, tredici anni, non fa ritorno a casa. Tutti i suoi compaesani di Barrafranca, in provincia di Enna, sono coinvolti nella ricerca. Alla fine Francesco viene trovato: il suo corpo giace in un calanco di contrada Bessima, un luogo che molti utilizzano come discarica. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Mauro Mirci</p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/07/francesco.jpg"><img src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/07/francesco.jpg" alt="" title="francesco" width="181" height="250" class="alignleft size-full wp-image-1101" /></a>E&#8217; la metà di settembre del 2005. Francesco Ferreri, tredici anni, non fa ritorno a casa. Tutti i suoi compaesani di Barrafranca, in provincia di Enna, sono coinvolti nella ricerca. Alla fine Francesco viene trovato: il suo corpo giace in un calanco di contrada Bessima, un luogo che molti utilizzano come discarica. E come un rifiuto qualcuno (il suo assassino,o almeno un suo complice) lo ha abbandonato lì, tra carcasse di frigoriferi e calcinacci. Ucciso con numerosi colpi alla testa. Partono le indagini. A marzo dell&#8217;anno successivo vengono arrestati quattro adulti e un minorenne, che però, per la sua giovane età, non è imputabile. Si parla di pedofilia e stupri. Forse Francesco non aveva voluto subire, oppure aveva subito e voleva denunciare. I quattro adulti vengono tutti condannati in primo grado. Un ragazzino, coetaneo di Francesco, testimonia per l&#8217;accusa: afferma di avere riconosciuto uno dei sospettati e la sua testimonianza sembra decisiva. Anche una ragazza, inizialmente, testimonia contro i sospettati. Poi però ritratta. Sembra, comunque, di essere giunti alla verità. Una verità terribile, ma comunque anticamera della giustizia.<br />
E invece no.<br />
Nel maggio del 2010 la corte d&#8217;appello di Caltanissetta assolve tutti gli imputati. Che, è vero, affronteranno anche il terzo grado di giudizio, ma rimangono innocenti sino a che non verrà dimostrato il contrario.<br />
L&#8217;assassino di Francesco, quindi, rimane ancora senza nome e, se il terzo grado confermerà l&#8217;appello, quel nome rimarrà forse ignoto per sempre.<br />
Chi ha ucciso Francesco Ferreri, dunque? E perché.<br />
<span id="more-1100"></span><br />
E chi risarcirà (e come) le altre vittime di questa vicenda? I genitori di Francesco, suo fratello. E il ragazzino che, per aver testimoniato contro il presunto assassino, subisce l&#8217;ostracismo dei suoi concittadini. Emarginato e isolato, s&#8217;è guadagnato l&#8217;epiteto di &#8220;infame&#8221; in un luogo dove questa parola è riservata a tutti quelli che rompono il patto non scritto dell&#8217;omertà.<br />
Scrive la madre di Francesco: &#8220;<a href="http://giustiziaperfrancesco.blogspot.com/p/lettera-aperta-della-mamma-di-francesco.html">C’é veramente il vuoto assoluto intorno a me in cui si aggira indisturbato un assassino libero, la cui esistenza, dalla fine del processo e dal suo risultato, fà tremare e inquieta la mente di centinaia di genitori, come tormenta la mia.</a>&#8221;<br />
E Michele Pennisi, vescovo di Piazza Armerina, alla cui diocesi appartiene Barrafranca: &#8220;<a href="http://giustiziaperfrancesco.blogspot.com/p/lettera-del-vescovo.html"><em>Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati </em>(Mt 5,6). Ma è importante anche chiedere la giustizia degli uomini.</a>&#8221;<br />
Confidiamo nella giustizia che le parole dell&#8217;evangelista prefigurano. Agli uomini non possiamo che porre, senza sosta, lo stesso ripetitivo e banale quesito: chi ha ucciso Francesco?</p>
<p>Il 9 luglio prossimo, a Barrafranca, si terrà una manifestazione dalle 9 alle 12,30. Sarebbe importante partecipare.<br />
[<a href="http://giustiziaperfrancesco.blogspot.com">giustiziaperfrancesco.blogspot.com</a>] </p>
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		<title>Ancora sul Domina 2010</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Jun 2010 17:31:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ricevo da Michele Antonellini e volentieri diffondo. ma.mi. &#8220;DIARIO DI CLASSE&#8221; di Emanuele Marfisi (Discanti editore) vince il Premio Domina &#8220;Diario di classe&#8221;, romanzo d’esordio dell’autore imolese Emanuele Marfisi – che narra le vicende di un alunno degli anni Ottanta, oggi maestro precario nella provincia bolognese – ha appena ricevuto due importanti riconoscimenti. L’opera si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ricevo da Michele Antonellini e volentieri diffondo. ma.mi.</em></p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/06/marfisi-domina.jpg"><img src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/06/marfisi-domina.jpg" alt="" title="marfisi-domina" width="376" height="250" class="alignleft size-full wp-image-1097" /></a>&#8220;DIARIO DI CLASSE&#8221; di Emanuele Marfisi (Discanti editore) vince il Premio Domina</p>
<p>&#8220;Diario di classe&#8221;, romanzo d’esordio dell’autore imolese Emanuele Marfisi – che narra le vicende di un alunno degli anni Ottanta, oggi maestro precario nella provincia bolognese – ha appena ricevuto due importanti riconoscimenti.</p>
<p>L’opera si presenta come un efficace ritratto, spesso ironico, della generazione che è stata adolescente durante gli “spensierati” anni del disimpegno.<br />
La vis narrativa (vivace, edificata su battute destinate a suscitare riso e sorriso) ha consentito al romanzo di concorrere al Premio nazionale di letteratura umoristica Umberto Domina di Enna. Premio che Marfisi ha vinto.</p>
<p>Il romanzo si è anche classificato secondo ex aequo a un altro premio nazionale: il Cava de’ Tirreni. Per un approfondimento sul libro (sinossi, estratti, recensioni) è possibile consultare la scheda pubblicata sul sito dell’editore <a href="http://www.discantieditore.it">www.discantieditore.it</a>.</p>
<p>Nella foto allegata, l’autore riceve il premio Domina da Giuseppe Monaco, presidente della provincia di Enna.</p>
<p>Michele Antonellini<br />
Discanti editore<br />
via Cairoli 7<br />
48012 Bagnacavallo (Ra)<br />
tel. e fax 0545 63002<br />
www.discantieditore.it<br />
e mail segreteria@discantieditore.it</p>
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		<title>Disastri annunciati!</title>
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		<pubDate>Tue, 11 May 2010 16:03:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come accade da qualche anno a questa parte, con mio grande piacere e onore, mi è stato chiesto anche per il 2010 di intrattenere per un pomeriggio gli iscritti dell&#8217;Università Poolare del Tempo Libero &#8220;Ignazio Nigrelli&#8221;, di Piazza Armerina. Come accade ormai da qualche anno a questa parte (tranne, credo, i primi due), gli organizzatori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come accade da qualche anno a questa parte, con mio grande piacere e onore, mi è stato chiesto anche per il 2010 di intrattenere per un pomeriggio gli iscritti dell&#8217;<a href="http://www.universitapopolarenigrelli.it/">Università Poolare del Tempo Libero &#8220;Ignazio Nigrelli&#8221;</a>, di Piazza Armerina.<br />
Come accade ormai da qualche anno a questa parte (tranne, credo, i primi due), gli organizzatori delle attività dell&#8217;UPTL hanno mi hanno chiesto sin da agosto di fornire il titolo della mia chiacchierata (pubblicano il programma a ottobre, mi pare, e quindi devono avere lo idee chiare un po&#8217; prima, anche per motivi tecnici), e io ho atteso fino all&#8217;ultimo minuto per darlo. Quest&#8217;anno, poi, alla ennesima telefonata di sollecito, consapevole di non avere la più pallida idea di cosa volevo raccontare, ho risposto semplicemente citando il titolo di un racconto, &#8220;<a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/2009/07/preannunzio-di-disastro/">Preannunzio di disastro</a>&#8220;, che qualche amico benevolo ha pubblicato online, e qualche altro amico condiscendente ha letto.<br />
Intavolare un monologo di un&#8217;ora e mezza, magari seguito da dibattito, sulla semplice base di un titolo sparato là per là, è tutta un&#8217;altra cosa, però. M&#8217;è toccato lavorarci un po&#8217;, dunque. Nè è venuto fuori un canovaccio, che spero di essere capace di rispettare e, ancora di più, spero non si riveli causa di noia e sbadigli.<br />
Tema (ma era facile prevederlo): disastri. Grandi e piccoli, globali e non.<br />
Si parlerà di lord britannici che si guardano in cagnesco, di vulcani dell&#8217;Oceania, di Waterloo, di navi inaffondabili e iceberg (be&#8217;, nessun mistero, direi), di ATO rifiuti, di alcune pagine deliziose di un libro pubblicato (probabilmente ma non sicuramente) a spese dell&#8217;autore, di linea, e, forse (ma magari no), di ira divina e lussuria.<br />
<strong>Domani, mercoledì 12 maggio, alle 17 e 30, scuola media Cascino di Piazza Armerina.</strong></p>
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		<title>I Mimi di Lanza in inglese</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Apr 2010 10:06:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Francesco Lanza, autore valguarnerese poco noto ai più, viene tradotto in inglese. Per la precisione è &#8220;Mimi siciliani&#8221;, la sua opera più famosa, ad aver subito la trasposizione nella lingua di Shakespeare. Di questo libro Vincenzo Consolo scrisse: &#8220;I Mimi sono il più straordinario, singolare, originale libro del novecento italiano&#8221;, ma certo non devono avergli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Francesco Lanza, autore valguarnerese poco noto ai più, viene tradotto in inglese. Per la precisione è <a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/04/sicilian_mimes_small.jpg"><img src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/04/sicilian_mimes_small.jpg" alt="" title="sicilian_mimes_small" width="150" height="231" class="alignleft size-full wp-image-1011" hspace="2" vspace="2" border="1"/></a>&#8220;Mimi siciliani&#8221;, la sua opera più famosa, ad aver subito la trasposizione nella lingua di Shakespeare. Di questo libro Vincenzo Consolo scrisse: &#8220;I Mimi sono il più straordinario, singolare, originale libro del novecento italiano&#8221;, ma certo non devono avergli creduto in molti se del volume è così difficile rinvenire traccia nelle librerie, e proprio chi scrive, sentendosi rispondere picche da un rinomato rivenditore di libri online, dovette ripiegare su un&#8217;edizione assai impolverata, malmessa e, a dire il vero, poco curata, che trovò su una bancarella paesana.<br />
In ogni modo, su <a href="http://www.francescolanza.it">francescolanza.it</a> &#8211; il bellissimo sito curato da Enzo Barnabà e Sebastiano Giarrizzo &#8211; potrete leggere <a href="http://www.francescolanza.it/Mim_siciliani.pdf">i Mimi in formato pdf</a>.<br />
Sul medesimo sito, poi, se vi intendete dell&#8217;idioma anglosassone, avrete l&#8217;opportunità di leggere, gratis, <a href="http://www.francescolanza.it/Sicilian_mimes_Introduction.pdf">la prefazione di Gaetano Cipolla</a> ai Mimi in inglese, nonché <a href="http://www.francescolanza.it/Sicilian_mimes_brani_tradotti.pdf">la traduzione di alcuni brani</a> del libro di Lanza.<br />
Infine, giusto per non farsi mancare nulla, <a href="http://www.francescolanza.it/eventi.htm">un video di Andrea D&#8217;Agostino</a> che legge i Mimi.<br />
E&#8217; tutto.</p>
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		<title>Pensava fosse un cane e invece era la sua nemesi</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Aug 2009 17:55:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[I poco noti]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mauro Mirci Tatar Sarari ha 45 anni, è marocchino, vive a Enna. Il 25 di agosto del 2009, è martedì sera, se ne sta seduto davanti a un bar a Pergusa. Non conosciamo le condizioni climatiche. Data la stagione, la latitudine e la personale esperienza, immaginiamo condizioni caldo-umide degne di una foresta pluviale. A [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/08/cane-randagio.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-784" title="cane-randagio" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/08/cane-randagio.jpg" border="1" alt="" hspace="2" vspace="2" /></a><em>di Mauro Mirci</em></p>
<p>Tatar Sarari ha 45 anni, è marocchino, vive a Enna. Il  25 di agosto del 2009, è martedì sera, se ne sta seduto davanti a un bar a Pergusa. Non conosciamo le condizioni climatiche. Data la stagione, la latitudine e la personale esperienza, immaginiamo condizioni caldo-umide degne di una foresta pluviale. A tali condizioni possiamo, volendo, associare una birra ghiacciata da almeno 400 cl, non di meno. Insomma, dipendesse da noi, preferiremmo. Tuttavia, Tatar Sarari è marocchino, è possibile non beva alcolici perché mussulmano, oppure astemio, oppure soltanto perché la birra non gli piace e preferisce bere altro. Allora facciamo che abbia davanti un bicchierone di aranciata gelata.<br />
La spalliera della sedia sulla quale si trova sfiora la parete esterna del locale, lui guarda la strada (a Pergusa i locali si trovano lungo la statale 561, che attraversa l&#8217;abitato). Accanto a sè ha un bastone, appoggiato al muro.<br />
Passa un cane, un &#8220;meticcio randagio di grossa taglia&#8221;. In realtà questa descrizione ci dice poco. Diciamo allora che si tratta di un grosso cane, pelosissimo, alto una settantina di centimetri al garrese. Avrà sei o sette anni. E&#8217; fulvo, con una stella bianca sulla fronte, il pelo arruffato, grandi orecchie pendule, lo sguardo da povero diavolo. Qualcuno gli ha mozzato la coda, anni fa. Per divertimento. Lui ci ha sofferto un po&#8217; perché la coda gli serviva per mangiare. La dimenava, festosa, davanti agli avventori dei locali che affacciano sulla SS561, e quelli s&#8217;intenerivano e gli allungavano un boccone.<br />
<span id="more-783"></span><br />
Anche da quando non ha più la coda ci prova: dimena il mozzicone e qualcuno ancora si intenerisce. Ma meno di prima. Sarà veramente per la lunghezza? Oppure, quando aveva una estremità di dimensioni maggiori era ancora un cucciolone? Mah!, il nostro &#8220;meticcio randagio di grosse dimensioni&#8221; non conoscerà mai la risposta. Figuratevi noi.<br />
Comunque non ricorda quasi più il momento della mutilazione e soffre molto meno quando pensa alla sua coda. Cioé, a &#8220;tutta quanta&#8221; la sua coda.<br />
Passa un cane, si diceva, anche se adesso lo conosciamo meglio e potremmo anche chiamarlo &#8220;il cane&#8221; (ce n&#8217;è solo uno in questa storia); anzi, potremmo pure dare un nome a questo cane. Dare un nome ai cani è sempre un problema. Devono essere nomi corti, perché pare che riconoscano solo le sillabe finali di una parola, e per questo, se si vuole che riconoscano il nome intero è bene che sia breve, preferibilmente bisillabo al massimo. Ma Bob, Fido, Jack e via discorrendo ci appaiono banali e scontati. Vito no. Vito è un bel nome, anche se non è propriamente un nome da cane. Vito va benissimo.<br />
Chiameremo quindi Vito il cane di questa storia.<br />
Ecco, allora, Vito che passa davanti al bar. E davanti a Tatar Sarari.<br />
Pare &#8211; non è certo, ma lo sostiene più d&#8217;un testimone &#8211; che i due si fissino intensamente. Tatar forse (insomma, proviamo a immaginare) poggia il bicchiere sul tavolino tondo che gli sta di fianco, e forse allunga la mano verso il bastone. Vito subisce un cambiamento. Gli occhi da povero diavolo si trasformano in occhi da diavolo, senza aggettivo. Ringhia lo stretto indispensabile e prima che Tatar acchiappi il bastone, si fa sotto e stringe tra i denti il polpaccio destro del marocchino.<br />
Tatar urla. Vito stringe, si sente soddisfatto e stringe un altro po&#8217;. Il marocchino urla ancora. Urlano anche gli altri avventori del bar. Volano calcioni all&#8217;indirizzo dei fianchi di Vito; qualcuno afferrà una sedia per colpirlo. A questo punto Vito capisce che non è aria. Molla la presa e decide per la ritirata. Un tizio cerca di afferrarlo per il pelo, ma basta un ringhio, o forse il ribrezzo per quel vello avvezzo ai cassonetti dei rifiuti, per far desistere il volenteroso accalappiacani volontario.<br />
Vito se la dà a gambe. Tatar è rimasto a terra, e si tiene la gamba ferita. Il titolare del bar chiama ambulanza e vigili urbani.</p>
<p>Mentre alcuni vigili e accalappiacani perlustrano i dintorni alla caccia del cane di questa storia, Tatar Sarari viene portato in pronto soccorso. La cronaca dice &#8220;suture di accostamento della pelle&#8221;, &#8220;cinque punti&#8221; e &#8220;prognosi di dieci giorni&#8221;. Medici e infermieri manifestano solidarietà. Certo, se nessuno ci pensa a questi cani randagi, chissà come andrà a finire, ci sbraneranno tutti per strada.<br />
In pronto soccorso chiedono i documenti a Tatar. Lui fornisce (così dice la cronaca) &#8220;elementi molto provvisori&#8221; (cosa mai vorrà dire?). Alla fine si scopre la verità: Tatar Sarari non ha il permesso di soggiorno; inoltre fa l&#8217;ambulante e (be&#8217;, chiaro) non ha nemmeno la licenza.<br />
Viene avvertita la questura, da dove assicurano che hanno il decreto d&#8217;espulsione pronto, basta scriverci le generalità.</p>
<p>Un giornalista fa un giretto dalle parti di Pergusa. Trova qualcuno che ha assistito, qualcun altro che non ha assistito ma gli hanno spiegato bene com&#8217;è andata, qualche passante che ha sentito dire qualcosa ma s&#8217;è già fatto un&#8217;idea chiara di tutto.<br />
Quindi:<br />
1 &#8211; Il cane meticcio era &#8220;animale docile che non aveva dato mai fastidio ad alcuno&#8221;;<br />
2 &#8211; &#8220;il marocchino era solito camminare con un bastone e più volte aveva bastonato il cane&#8221;;<br />
3 &#8211; &#8220;il quale, martedì sera, vedendolo seduto al bar e con un bastone accanto, ha pensato che ancora una volta lo volesse bastonare, e, quindi, ha pensato di aggredirlo&#8221;.</p>
<p>Uno o due fanno anche battute del genere: aveva la camicia verde (intendendo il nostro Vito). Nessuna però supera in comicità quella del tizio che ha riferito i pensieri del cane.</p>
<p>Il giornalista torna a casa e prepara il suo pezzo. A un certo punto gli viene da scrivere che Vito (ma lui lo chiama &#8220;il cane&#8221;, non lo sa che l&#8217;abbiamo chiamato Vito) ha rappresentato la nemesi di Tatar. Poi riflette se sia il caso di scrivere Nemesi, con la maiuscola. E il verbo &#8220;rappresentare&#8221; è adeguato, o è meglio usare un semplice &#8220;è stato la nemesi&#8221;, anzi no, &#8220;è stato la Nemesi&#8221;?<br />
Decide allora di dare un&#8217;occhiata su wikipedia dove legge che nemesi viene dal greco nèmesis, derivato dal verbo nèmo, distribuire. Omero e Aristotele usano la parola con il significato di &#8220;sdegno&#8221;, &#8220;indignazione&#8221;, mentre Erodoto, Claudio Eliano e Plutarco le attribuiscono il significato di &#8220;vendetta&#8221;, &#8220;castigo&#8221;.<br />
Bene, pensa il giornalista, può andare. Nemesis era il nome di una dea della mitologia greca che compensava gioie e dolori secondo un principio di compensazione che, a suo modo, era una manifestazione di giustizia, la giustizia compensatrice o giustizia divina. Comunemente viene definito nemesi un fatto al quale è attribuito il significato di espiazione di una colpa o di un peccato. Peccato che va ben oltre la presunta bastonatura del cane, ma è originale, essendo l&#8217;extracomunitario, &#8220;ab origine&#8221;, cioé dal momento del suo ingresso in Italia senza permesso, colpevole penalmente e altrettanto penalmente perseguibile.<br />
Quindi, riflette il giornalista, l&#8217;aggressione del cane ha rappresentato la nemesi (ma sì, pure con la minuscola, va bene lo stesso) per Tatar Sarari. Ferito nelle carni e consegnato alla cinica giustizia. Come dire: cornuto e mazziato, senza offesa alcuna per il povero Tatar. Certo, sempre che si prendano per buone le parole del mattacchione che legge la mente canina, e quella di Vito (ma il giornalista pensa &#8220;questo cane&#8221;) in particolare.</p>
<p>Insomma, il nostro giornalista butta giù l&#8217;articolo, ma alla fine decide di tagliare la parte sulla nemesi, perché in redazione gli hanno detto che le notizie vengono meglio se stringate e comprensibili anche a chi non ha fatto il classico (cioé la maggior parte dei lettori). Riflette se sia il caso di lasciare le considerazioni del lettore di pensiero canino. Ma sì, pensa, in fin dei conti magari ha ragione lui: il marocchino aveva il bastone e il cane l&#8217;ha aggredito senza apparente motivo; ma se il marocchino aveva picchiato il cane e il cane ha veramente pensato quelle cose tutto si spiega. Dài, sicuro che è andata così.<br />
Infine invia la mail in redazione.</p>
<p>In ogni modo, pare che Vito sia ancora latitante.</p>
<p>[<em><a href="http://www.vivienna.it/notizie/notizia.php?id_news=31604&amp;titolo=Enna.%20Marocchino%20aggredito%20da%20cane%20ed%20espulso%20perch%E9%20clandestino">I fatti ai quali questo racconto è ispirato sono veri</a>. Il racconto, come tutti racconti che si rispettano, va ben oltre la verità. Per brevità possiamo possiamo pure dire che ciò che non corrisponde alla cronaca giornalistica è pura fantasia</em>]</p>
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		<title>Preannunzio di disastro</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Jul 2009 16:38:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[I poco noti]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mauro Mirci Nel dicembre del 2003, una disposizione della Regione Siciliana obbligava i comuni a costituirsi in società per azioni che avrebbero dovuto gestire il ciclo dei rifiuti di ogni ATO (Ambito Territoriale Ottimale). Nell’isola ne vennero individuati un po’ meno di trenta. La norma prevedeva che se i comuni non avessero agito nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Mauro Mirci</p>
<p><em>Nel dicembre del 2003, una disposizione della Regione Siciliana obbligava i comuni a costituirsi in società per azioni che avrebbero dovuto gestire il ciclo dei rifiuti di ogni ATO (Ambito Territoriale Ottimale). Nell’isola ne vennero individuati un po’ meno di trenta. La norma prevedeva che se i comuni non avessero agito nel senso indicato, le procedure sarebbero state comunque condotte da un commissario ad acta, a spese degli enti inadempienti. Alla mezzanotte del 31 dicembre 2003, gli ATO erano una realtà, almeno sulla carta. A metà del 2004, quasi nessuna – e forse proprio nessuna &#8211; delle società aveva ancora raccolto un solo sacchetto della spazzatura. I comuni continuavano gestire  e a pagare i servizi, anche se, formalmente, non avevano più il potere né il dovere di farlo.<br />
Ma gli ATO non erano ancora in grado di farlo.<br />
La situazione era discretamente ingarbugliata.<br />
Partirono dei fax da Palermo. Erano le convocazioni di molti tavoli tecnici, uno per ogni ATO.<br />
</em><br />
* * *</p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/07/lattina-con-testo.jpg"><img src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/07/lattina-con-testo.jpg" alt="" title="lattina-con-testo" class="aligncenter size-full wp-image-700" /></a>Mi telefona il capo.<br />
— C&#8217;è un tavolo tecnico a Palermo.<br />
— Devo venire anch&#8217;io?<br />
— Vuoi venirci?<br />
Nicchio un poco, perché col mio capo, di questi tempi, non corre sangue dolce, ma poi penso che è un buon Cristo, in fin dei conti, e forse ha bisogno di un po’ di conforto.<br />
— C’è anche il vicesindaco.<br />
Il vicesindaco è il prototipo di quello capitato lì per caso. Un esemplare politico tipo, che non sa nulla e ne parla come se avesse capito tutto. Soprattutto non ha mai idea di ciò che fa, ma riesce sempre a dare l’impressione di saperlo fare benissimo.<br />
<span id="more-699"></span><br />
Ha vissuto per anni a carico del padre, s&#8217;è sposato a carico del padre, fino ai trent&#8217;anni ha venduto lavabi e gabinetti nel negozio del padre. A trent&#8217;anni e qualche giorno ha scoperto di avere un talento particolare nel raccontare storie alla gente. Uno con più grilli per la testa si sarebbe convinto di diventare uno scrittore. Lui no. S&#8217;è messo in politica. Ha arringato la folla dal palco dei comizi, senza tralasciare il dialogo a quattr&#8217;occhi con ogni potenziale elettore. Grazie a questo suo talento ha smesso di farsi mantenere dal padre per mettersi a carico dalla collettività. Risulta disoccupato all&#8217;ufficio di collocamento, di fatto viaggia in BMW e la moglie sfoggia pellicce e borse di Louis Vuitton. E pare che non siano imitazioni.<br />
Mi viene in mente qualcun altro che, fino ai trent&#8217;anni ha lavorato nella bottega del padre e poi ha iniziato ad arringare folle. Ma la carriera è durata solo fino ai trentatrè. Il mio vicesindaco di anni ne ha già trentotto e tutti i tentativi di crocifiggerlo in consiglio comunale sono stati inutili. Credo sia solo una questione di aspirazioni. Si rischia parecchio a cercare di rendere migliore la gente, pochissimo a irretirla. Il mio vicesindaco ha molto senso pratico. Si accontenta del potere che gli viene dall’occupare una poltrona e di indossare abiti consoni al ruolo istituzionale. Possiede decine di cravatte deliziose. Ha un debole per le cravatte e non mette mai la stessa per due giorni consecutivi. Una volta ne ha regalata una anche a me. Il consiglio voleva una relazione sui costi annuali della raccolta rifiuti e io gliel&#8217;ho preparata a tempo di record dimenticando di dire un po&#8217; di cosette che gli sarebbero dispiaciute. Quasi nessuno dei consiglieri s&#8217;è accorto di nulla, e chi se n&#8217;è accorto s&#8217;è ben guardato dal farlo notare. La cravatta è stato un riconoscimento alla mia perizia e un modo per dirmi che mi vedeva simile a lui: uno che spiega le cose già capite e chiarisce quelle ben chiare. In fin dei conti va bene così. Troppi dubbi non vanno d&#8217;accordo col quieto vivere e un politico che mira a numerose rielezioni non deve mai turbare il quieto vivere.<br />
A pensarci bene, credo potrebbe fare bene anche senza di me. Anzi, no: ne sono sicuro. Ma si tratta pur sempre di un tavolo tecnico. E oggi non mi va di stare dietro alla scrivania.<br />
— Vabbé, vengo anch&#8217;io — dico al mio capo. — Sei sicuro che si parlerà solo di rifiuti?<br />
— Sicuro — risponde lui. — Perché, c&#8217;è il caso che si parli d&#8217;altro? — Sembra allarmato.<br />
Il mio capo è fatto così. Sembra sicuro del fatto suo, ma ogni mia domanda rischia di gettarlo nel panico. E&#8217; anche lui un bravo ragazzo capitato qui per caso e io sono colui che coi miei dubbi turba ogni giorno il suo quieto vivere. Prima faceva l&#8217;insegnante di liceo e spiegava ai suoi alunni le verità della matematica e della fisica. Da quando è stato assunto in comune ha scoperto che la verità si può montare e smontare alla bisogna. Mi piace immaginarlo, la mattina presto, davanti allo specchio, a interrogarsi sulla verità necessaria per il giorno che seguirà; a scegliere l&#8217;atteggiamento adeguato a spacciare per autentiche elucubrazioni di comodo e interpretazioni pretestuose di codici e codicilli. Questo è quello che immagino. Quello che so è che deve essergli costato parecchio cancellare dalla sua mente anni di formazione positivista per far tabula rasa di ogni resistenza al volere politico. Ha una grande casa con giardino, un mutuo da pagare, una moglie a carico, tre figli, i desideri propri del borghese medio-alto (l&#8217;estate in camper o in residence, visibilità sociale, un futuro senza preoccupazioni, una buona università per i figli, una pensione dignitosa) e non può permettersi troppi dubbi sui desideri del sindaco che lo paga. In fin dei conti ha ragione. Solo chi è come me può permettersi dubbi: sono scapolo, vivo con mia madre. Non mi costa molto allevare dubbi.<br />
— Ci vediamo alle nove in piazza — gli dico.</p>
<p>Alle nove, puntale, sono nella piazzetta davanti all&#8217;ingresso del municipio. Nella ventiquattr&#8217;ore ho stipato una quantità di documenti e circolari che parlano di rifiuti solidi urbani. Più puntuale di me è giunto l&#8217;autista con la Thema blu con le insegne del comune. Meno puntuali giungono il mio capo e il vicesindaco, gli aliti ancora odorosi di caffè e un&#8217;ombra di zucchero a velo sul bavero delle giacche. Brevi cenni di saluto.<br />
— Avete già fatto colazione? — chiede cordiale il vicesindaco a me e all&#8217;autista, ma è tardi e non attende risposta. Prende posto sul sedile davanti e ci fa segno di salire.<br />
— Prendiamo qualcosa all&#8217;autogrill. — Controlla l&#8217;orologio. — Oppure a Palermo.<br />
Montiamo tutti in macchina.<br />
— Il presidente non ci sarà — dice seccato il vicesindaco.<br />
— No? — fa il mio capo.<br />
—  Solo il vicecommissario. </p>
<p>Dalla tasca interna della giacca il vicesindaco cava un sigaro gigantesco, inizia a giocherellarci, ne taglia via un&#8217;estremità. Infine se lo caccia in bocca e l&#8217;accende.<br />
— Non vi dà fastidio, vero? Tu fumi, no?<br />
Mi accorgo che dice a me.<br />
— Sì, fumo.<br />
— Bene.<br />
L&#8217;abitacolo di riempie di fumo ancora prima che l&#8217;autista abbia girato la chiave. Ma né lui, né il mio capo, fanno presente che loro no, non fumano. </p>
<p>Partiamo. Il conducente tiene a bada con perizia tutti i cavalli motore che, per adesso, si accontentano di andare al passo sotto il cofano. C&#8217;è traffico. Un colpetto di acceleratore, il sibilo del turbo che s&#8217;eccita per un paio di secondi.<br />
— Metto il lampeggiante? — dice l&#8217;autista. Al vicesindaco brillano gli occhi, ma c&#8217;è stata maretta in consiglio, tempo fa: qualcuno ha criticato certe manie di protagonismo.<br />
— No, vai piano, tanto è cosa di minuti.<br />
Il paese è piccolo, i cavallini turbo possono riposare ancora un po&#8217;.</p>
<p>Siamo fuori dal traffico. L&#8217;ultimo semaforo e poi liberi, prima la statale, poi lo scorrimento veloce e quindi l&#8217;autostrada. Tra lo scorrimento veloce e l&#8217;autostrada una teoria di curve a gomito, inevitabile corollario delle strade di montagna. L&#8217;autista strombazza, non si sa mai, qualche camion o un autobus pieno di turisti francesi. Sarebbe ineducato dar loro il benvenuto sfasciandoci contro la fiancata, deturpare il bel logo della società di trasporti e lo sportellone del bagagliaio. Ma la strada è sgombra, sui rari rettilinei il motore riprende fiato e anche l&#8217;autista sembra distendersi e regge il volante quasi con delicatezza.<br />
L&#8217;autostrada. A19, Catania &#8211; Palermo. Non c&#8217;è casello. Ci infiliamo dentro con due colpi di sterzo leggerissimi, quasi impercettibili, buoni giusto per assecondare il raggio di curvatura della rampa d&#8217;accesso e uscire dalla corsia di accelerazione. Il conducente (che si chiama Vito) pigia sull&#8217;acceleratore, il turbo reagisce con orgoglio. Decine e decine di cavalli vapore frustati a sangue scaricano sull&#8217;asfalto tutta l&#8217;energia dei loro garretti sotto forma di attrito tra i copertoni larghi e il fondo stradale. Quello che non va via in calore e attriti interni si trasmuta in pura velocità. Alberi e guard rail che schizzano all&#8217;indietro appena l&#8217;occhio li ha intuiti. Il vicesindaco sorride compiaciuto. Dice qualcosa su un corso di guida veloce.<br />
— Eh, Vito? Come gli autisti seri.<br />
Vito grugnisce qualcosa, ma non sembra troppo lusingato dalle parole del vicesindaco. Si vede che pensava di essere un autista serio anche prima che il comune gli pagasse il corso di guida veloce.</p>
<p>Durante il viaggio si discute. Il vicesindaco fa sfoggio di efficientismo, pragmatismo e buonismo. Con abilità acrobatica riesce a intavolare discorsi che partono dal vuoto e al vuoto pervengono, ma con il tono di chi sta enunciando  profondissime massime o indiscutibili verità. Il conducente fissa la carreggiata con sguardo professionale. Gli invidio l’imperturbabilità e la guida fluida; al contempo ammiro il mio capo che riesce a dialogare col vicesindaco come se questi davvero dicesse cose sensate.<br />
<a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/07/palermo.jpg"><img src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/07/palermo.jpg" alt="" title="palermo" width="250" height="185" class="alignleft size-full wp-image-702" /></a>Finalmente giungiamo nella capitale del Regno. Si stende lasciva nella grande piana retrostante il golfo, come una prostituta d’alto bordo. La Conca d’oro risplende di luce. Di limoni rimane il minimo sindacale. In compenso abbondano seconde case abusive, lottizzazioni discutibili, villaggi vacanze sorti dalla sera alla mattina, sfasciacarrozze e orribili capannoni industriali. Il vicesindaco osserva incantato lo sfacelo. Mi sembra di intuire i suoi pensieri: sta elaborando gli imput visivi e tirando un conto alla buona di quanti voti può portare la sanatoria di un capannone o la variante urbanistica per uno sfascio. Sono convinto che sia proprio questa la sua personale idea di sviluppo industriale e urbanistico. Poi mi sembra cambi espressione. Probabilmente pensa che non ha ancora abbastanza entrature e consensi in consiglio per organizzare un massacro così in grande scala del nostro territorio comunale. E il sindaco, si dice, ha convinzioni abbastanza di sinistra, addirittura ambientaliste. Gli ha riconosciuto la carica di vice solo per accordi preelettorali, ma sulle politiche del territorio la pensano in maniera diversa. Forse il vicesindaco pensa: “Pazienza, magari alle prossime elezioni.”<br />
Ma forse ho sbagliato tutto. Magari pensava alla corruzione nei palazzi del potere, ai bizantinismi delle leggi regionali che consentono di sanare l’insanabile (un po’ come il potere di resuscitare i morti… be’, non proprio i morti, diciamo i malati gravi), alla potenza delle lobby, ai giri di favori, alla perfetta sudditanza dei dirigenti degli assessorati.<br />
Insomma, non so proprio cosa pensi, ma dice la prima cosa intelligente della giornata (certo, ammesso e non concesso che il soggetto dei suoi pensieri sia la città nella quale siamo diretti).<br />
— Bottana tra le bottane. —<br />
E tace.</p>
<p>La sala che ospiterà il tavolo tecnico è un cupo stanzone mal arredato. Per un po’ attendiamo in anticamera, assieme a politici e burocrati degli altri paesi e paesoni della nostra provincia. Saremo una trentina di persone.<br />
Ci accoglie il vicecommissario delegato all’emergenza rifiuti. La carica di commissario è toccata al presidente della regione, cioè a colui che non è riuscito a evitare l’emergenza. Dal punto di vista operativo fa tutto il vicecommissario. Pensa, organizza e agisce, ligio alle direttive del commissario.<br />
Il vicecommissario è un burocrate d’altissimo rango. Il suo curriculum è nutrito: laurea in giurisprudenza, capo del gabinetto del presidente, tante conoscenze e grande esperienza nelle arti di obbedire e comandare. Non passerà alla storia per aver risolto l’annoso problema, bensì per l’ammontare del suo stipendio.<br />
Si accinge a presiedere il tavolo tecnico, elegantissimo nel suo completo grigio-burocratico. Ignora chi siano molte delle persone che si trova davanti ma, grazie all’esperienza che gli ha conferito il lungo esercizio del potere, riesce di primo acchito a distinguere i notabili dai burocrati, riservando ai primi saluti affettuosi e ai secondi saluti distinti.</p>
<p>Entriamo. Ci accomodiamo attorno a una grande tavola rotonda, come i cavalieri della tavola omonima. Al posto di Re Artù sta il vicecommissario, e di fronte a lui, come fosse un Lancillotto bicefalo, una coppia di alti burocrati regionali. Confabulano con fare confidenziale, ogni tanto ridacchiano. Colgo qualche frase in cui si parla di barche da dodici metri, di mogli che rompono i coglioni, di collaboratrici con poppe rimarchevoli. Mi chiedo che supplemento di salario percepiranno per il solo fatto di essere qui, a quest’ora, seduti a discutere degli affari propri in presenza di estranei.</p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/07/tavolo-tecnico.jpg"><img src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/07/tavolo-tecnico.jpg" alt="" title="tavolo-tecnico" width="250" height="166" class="alignleft size-full wp-image-705" /></a>Faccio un’ultima considerazione: che i cavalieri della tavola rotonda erano meno numerosi di noi, e probabilmente per questo stavano più comodi. Ci sediamo tutti, gomito contro gomito, le valigette portadocumenti sotto il tavolo. Qualche volenteroso tira fuori degli appunti. Io sono tentato, ma decido di no. Estraggo dalla valigetta solo un bloc notes a quadretti con le prime pagine occupate da annotazioni buttate giù durante una giornata di studi sul recupero dei rifiuti da demolizione. Trecentocinquanta euro per ascoltare una mezza dozzina tra funzionari degli assessorati (gli stessi che redigono le disposizioni regionali) e docenti universitari. Le leggo velocemente. E’ già preistoria. Nuove circolari (scritte dagli stessi che avevano spiegato le vecchie), nuove interpretazioni autentiche. “Soldi buttati”. Non penso altro. Si comincia.</p>
<p>* * *</p>
<p>Il vicecommissario illustra a tutti il motivo della nostra presenza lì. C’è da gestire e smaltire un bel po’ di monnezza, cosa a tutti nota, ma pare che non esista un indirizzo da tutti condiviso in merito. Qualcuno obbietta che l’indirizzo, oltre a non essere condiviso, pare latiti del tutto. Che fine hanno fatto gli inceneritori ( — i termovalorizzatori, — precisa una voce), le aree per la preparazione del combustibile da rifiuti (il CDR famigerato, altrimenti noto come Combustibile Di <a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/07/ecoballe_rifiuti.jpg"><img src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/07/ecoballe_rifiuti.jpg" alt="" title="ecoballe_rifiuti" width="250" height="188" class="alignleft size-medium wp-image-704" /></a>Ronchi, che l’esperienza campana ha consentito di conoscere bene, sotto forma di grossi cubi maleodoranti di rifiuto fasciato nella plastica così com’era, giusto la pressatura per dargli forma adeguata, e disposti in grosse piramidi di ispirazione precolombiana a macerarsi e colare liquami scuri). E gli Ambiti Territoriali Ottimali?, gli ATO, com’è ormai comune dire, o ATI, secondo la dizione di qualche addetto ai lavori rispettoso del plurale anche negli  acronimi? Gli ATO, che hanno in mente di fare? Cioè, a parte insediare sceltissimi consigli di amministrazione e deliberare i compensi dei componenti?<br />
Si genera un chiacchiericcio fatto di consensi mormorati e suggerimenti a chi si è fatto portavoce del malcontento. Il commissario delegato all’emergenza non gode del consenso di tutti i soggetti interessati, soprattutto se i soggetti in questione sono rimasti fuori dalla spartizione delle poltrone in consiglio di amministrazione. Non che, strettamente, il commissario c’entri con la formazione dei CDA, ma si tratta, nella maggior parte dei casi, di politici di piccolo calibro. Hanno l’opportunità di manifestare le proprie rimostranze a qualcuno che conta e lo fanno, ancorché per interposta persona. Questo li fa sentire partecipi di un processo decisionale che, alla fin dei conti, passa sopra le loro teste, tutt’al più riconosce loro il ruolo – importante ma non essenziale – di soggetti deputati a facilitare i compiti altrui, e per questo da blandire saziando qualche appetito con le molliche che cadranno dalla tovaglia da pranzo.<br />
Le terminologia legata ai finanziamenti europei usa due parole (sostantivo e aggettivo) che rendono perfettamente l’idea: enti facilitatori. Due parole che definiscono bene il limite delle competenze e dei poteri. Tutto è già deciso da regolamenti e protocolli d’intesa, ma la burocrazia esige il suo. L’ente facilitatore dovrà garantire che tutto scorra secondo canali preferenziali e si concluda in tempi rapidi. Intercettare il finanziamento diventa l’obiettivo primario.<br />
Non è questo, in effetti, il ruolo di un ente facilitatore. Ben altre sono le performances (sì, proprio performances, come fosse un ballerino o un saltatore in alto) richieste all’ente: carte dei servizi, istruttorie veloci e ben delineate, uniformità di giudizio, percorsi di verifica interna, funzionari aggiornati che sappiano dove mettere le mani, programmazioni razionali e obiettivi chiari. Ma ovunque (o quasi ovunque: non poniamo limiti alla Provvidenza) nell’isola triangolare (di questa terra so, del resto dello stivale lascio dire a chi conosce) le carte dei servizi sono pii desideri o graziosi librettini colorati farciti di begli intenti, le istruttorie lunghi e tormentati percorsi a ostacoli, l’uniformità di giudizio una zavorra pesante che non consente favori agli amici, le verifiche interne formalità prive di significato. In più l’aggiornamento professionale è spesso alibi di grandi mangiate di pesce tutte spesate, e le mani è meglio che siano pochi e scelti a sapere dove metterle, ché se tutti ‘sti funzionari cominciassero a capire davvero come funziona la macchina sai che fatica tenere a bada la quantità di teste pensanti. E poi programmazioni messe insieme col bilancino del do ut des. E obiettivi fumosi, in linea con la vacuità della programmazione.<br />
Un quadro generale che farebbe tremare le vene dei polsi. Non fosse che non ce ne frega niente. Tutti attorno a questo tavolo tondo hanno superato la fase in cui inorridivano per il marasma sudamericano in cui si cerca ogni giorno di barcamenarsi. Anzi, i migliori vengono fuori comunque. Come la necessità aguzza l’ingegno, così il caos seleziona i migliori talenti dell’improvvisazione e delle soluzioni creative. L’isola triangolare produce così, in quantità, virtuosi del cavillo, maestri delle nozze coi fichi secchi, esperti di falsi in bilancio, abilissimi redattori di documenti che discettano del nulla, valenti imbiancatori di sepolcri, farisei devoti al quattrino e nobili venditori di aria fritta. E cassandre, urlatori nel vento e donchisciotti, anche: ma ogni sistema, per quanto perfetto (e questo non lo è, anzi, funziona meglio proprio perché assai imperfetto), produce detriti.<br />
Anche io ci ho fatto il callo. Quasi non vedo più. Accetto il disastro futuro come un destino ineluttabile, un traguardo che verrà raggiunto, prima o poi, lottando perchè il poi sia più lontano possibile, e nel mentre tirar su quanto serve per pagare il mutuo, le ferie, il cellulare nuovo, il canone della pay tv.                 </p>
<p>Il vicecommissario apre le mani con gesto da pranoterapeuta, come a imporle sull’intero uditorio (e in particolare su chi ha manifestato la vena più polemica) e forse un che di pranoterapeuta lo possiede davvero, perché cala subito il silenzio. E dice che tutti gli assessori all’ambiente dei comuni della regione&#8230; i sindaci presenti sollevano l’indice facendo presente che sono presenti di persona e non hanno incaricato né vicesindaci, né assessori per presenziare a quel tavolo tecnico&#8230; bene, che tutti i sindaci e vicesindaci e assessori dei comuni della regione, nonché tutti coloro all’uopo delegati, hanno il dovere – il dovere! &#8211; di agevolare l’azione di queste nuove società che si occuperanno della gestione e dello smaltimento della monnezza. Chiameremo queste società, per brevità, ATO, anche se, è chiaro, ogni ATO ha formalizzato concessione a una società di gestione che s’incaricherà di sovrintendere agli atti della gestione, agirà da stazione appaltante e verificherà la regolarità ed esattezza dell’esecuzione dei servizi affidati alle società appaltatrici.<br />
— Chiaro? — chiede il vicesindaco.<br />
— Chiaro — risponde in coro l’uditorio.<br />
— Quindi, per darci un fil rouge da seguire nella discussione di oggi, il tema sarà la gestione dei rifiuti a livello di ambito territoriale ottimale. Problemi operativi e tecnici, chiarimenti sul disposto normativo. Siamo disponibili a fornirvi tutti i chiarimenti necessari per affrontare nel migliore dei modi il transito di competenze alla società di servizio, tenendo conto della necessità di evitare qualsiasi soluzione di continuità nell’esecuzione dei servizi di igiene ambientale, perché la transizione avvenga nella maniera più veloce ed efficiente. Vi invito a non sconfinare in polemiche e discussioni sulla programmazione già approvata e sulle direttive adottate sino a oggi. In questa sede preferiremmo limitarci a problemi di ordine tecnico, lasciando ad altre sedi più appropriate la discussione e risoluzione di problematiche di ordine eminentemente programmatico e politico. Va bene?<br />
Annuiamo tutti come un sol uomo.<br />
— Bene. Cedo quindi la parola ai sindaci e assessori presenti, affinché possano esprimere il loro pensiero in merito, e le loro proposte costruttive.<br />
— Mhm, mhm! — rispondiamo tutti a bocca chiusa, facendo sì col capo.<br />
— Cominciamo — dice il vicecommissario. — Chi inizia?<br />
Si alzano molte mani. Il vicecommissario ne sceglie a caso una e dice: — Prego. Gli altri dopo, in senso antiorario. — E sorride soddisfatto per aver trovato immediatamente una soluzione al problema delle precedenze.<br />
Inizia, quindi, un vicesindaco: attacca a discutere delle perplessità che nutre per questa nuova società che dovrà occuparsi della distribuzione dell’acqua. Tutti ci guardiamo reciprocamente negli occhi chiedendoci se ci stia per caso pigliando per il culo.<br />
Il vicecommissario, a questo punto, ha capito di che pasta siamo fatti. Già lo sospettava, ma il vicesindaco che ha appena aperto bocca glielo ha confermato. Manifesta la necessità di allontanarsi per attendere a un importantissimo e improcrastinabile impegno. Annuncia che ci lascerà alle cure del Lancillotto bicefalo. Io sospetto che, semplicemente, gli scocci terribilmente stare a sentire i discorsi inconcludenti (e, visto il potere quasi assoluto attribuito al commissario delegato, pressoché inutili) dei politichetti della provincia più povera dell’isola, l’unica senza sbocco sul mare, duecentomila anime, o poco più, in tutto, provincia babba per vocazione e in tutti i sensi, pronta a vendersi per un piatto di lenticchie a chiunque abbia abbastanza potere, o prosopopea, o entrambi. Che gli scoccia però non può dirlo, perché non è elegante – siamo in democrazia, liberté, fraternité, egalité, in fin dei conti -, l’apparenza va salvata e qualcuno potrebbe avere amici che poi si lagneranno del trattamento subito dal loro protetto. Non si deve sapere in giro che i vicecommissari – persone così importanti e tanto pagate – si scocciano pure loro di fare e sentire sempre le stesse frasi inutili.<br />
Ma prima di uscire fa notare al vicesindaco che si scusa tanto per essere stato poco felice nella sua premessa, ma gli sembrava palese – c’era pure scritto nel fax che convocava il tavolo tecnico &#8211; che qui e oggi si sarebbe parlato proprio di monnezza. Gli dispiace proprio, ripete, ma dei problemi degli ATO idrici si parlerà altrove e in un momento diverso.<br />
Poi esce.</p>
<p>Il vicesindaco gaffeur, ferito nell’amor proprio e incespicando nelle parole, ci tiene comunque a dichiarare che, comunque, è d’accordo con tutto quello che è stato detto finora. Si siede con le orecchie in fiamme, consapevole dei sorrisetti ironici che lo accompagnano mentre, con gli occhi bassi, infossa la testa nelle spalle e finge di consultare gli impegni sulla sua agenda. </p>
<p>A uno a uno si alzano e parlano gli altri rappresentanti dei comuni.<br />
Uno dichiara che, nella sua città, gestirà lui i rifiuti con impresa di propria fiducia per almeno altri sei mesi, attendendo che, nel frattempo, l’ATO divenga pienamente operativo (vorrebbe dire: — che decida di muovere il culo — lo so, glielo si legge negli occhi, ma non osa). Sa già che il consiglio comunale, proprio per questo, gliela farà pagare. D’altro canto, anche se decidesse di riconoscere la piena responsabilità – tecnica ed economica &#8211; dell’ATO, che per ora non è nemmeno in grado di smaltire la carta straccia dei cestini dei suoi uffici, si ritroverebbe i cassonetti traboccanti e le strade piene di sacchetti sbranati dai cani randagi, e il consiglio troverebbe da ridire lo stesso. Per questo ha deciso di immolarsi sull’altare dell’interesse pubblico e fanculo al consiglio comunale (be’, non dice esattamente “fanculo”; è un principe del foro e “fanculo”, almeno in pubblico, non lo dice, non è chic). Nessuno gli crede. Qualche malalingua avanza l’ipotesi che attenda un posto nel consiglio di amministrazione dell’ATO.</p>
<p>Un altro si alza e dice tante cose, e da quello che dice si capisce che di monnezza ha fatto esperienza, anche perché è proprio nel territorio del suo comune che si prevede di realizzare una discariche per rifiuti urbani. Vuole garanzie.<br />
— Cosa farete dei rifiuti quando scoprirete che non sarete in grado di riciclarli e nemmeno bruciarli? Vero, la discarica, ma quanto tempo durerà questa discarica se arriveranno i rifiuti di tutta la provincia?<br />
La domanda dà fastidio al Lancillotto bicefalo, che lo sommerge con una quantità di incomprensibili dati tecnici e statistici nascosti nel groviglio inestricabile di decine di incidentali. Quello alza le mani in segno di resa. Il Lancillotto bicefalo sogghigna.</p>
<p>Un altro ancora la butta sul sarcasmo.<br />
— Abbiamo il la discarica quasi esaurita. Questo ATO, quando comincerà a lavorare? Ché noi l’immondizia non sappiamo più dove metterla. Oppure, almeno, diteci che ci tocca gestire i rifiuti per un tot di tempo e vedremo di arrangiarci in qualche maniera.</p>
<p>A questo punto il Lancillotto bicefalo capisce che con i giochi di parole non si può frenare il flusso di domande e chiarisce:<br />
primo: che il decreto legge 269/2003 è in fase di conversione; se non verrà convertito dovrà farsi riferimento all’art. 35 della vecchia finanziaria;<br />
secondo: che l’ATO sarà in grado di operare solo dopo aver completamente rilevato tutti i mezzi, il personale e le dotazioni finanziarie per la gestione dei rifiuti presenti nel nostro comprensorio, e che è ancora dubbio se la gestione dei rifiuti avverrà mediante esecuzione diretta o per il tramite di un partner privato scelto con procedure di evidenza pubblica;<br />
terzo: che la validità dei contratti esistenti tra autorità cittadine e ditte private per la gestione è tutta da verificare, e che il compito di effettuare tale verifica sarà affidato allo stesso presidente dell’ATO.<br />
Tutte cose abbastanza noiose, che vengono capite a mezzo, o anche meno, ma riscattate subito dal punto quarto: tutti noi abbiamo un morto davanti e ce lo dobbiamo comunque godere;<br />
(risatina del Lancilloto bicefalo)<br />
(rientra il vicecommissario);<br />
quinto (e si torna a un linguaggio meno brillante): che entro il mese entrante saranno approvati i progetti relativi alla gestione dei rifiuti su base comprensoriale.</p>
<p>Approfittando del rientro del vicecommissario, un sindaco aggredisce il presidente dell’ATO, che era seduto assieme a noi, ma talmente silenzioso e defilato da nascondere sino a ora la sua presenza, facendogli presente che è impensabile sollevare completamente i comuni dal compito di gestire il ciclo dei rifiuti. Come dire che se pensa di gestirsi tutta la faccenda  solo lui con la sua società é segno che non ha ancora capito bene da che parte sorge il sole e dove va a dormire. Poi si siede sbuffando.<br />
Il presidente dell’ATO sorride sardonico. Non sfugge a nessuno. Il significato è chiaro: gli è ben noto il percorso degli astri, forse è l’altro che ha perduto le ultime puntate dello sceneggiato. E comunque lui, il presidente, è tanto ben protetto da quegli astri, che non ha nemmeno bisogno di ribattere a quelli che straparlano senza neppure saper bene di cosa.<br />
Lo conferma l’atteggiamento del vicecommissario, che anziché intervenire passa la parola a un sindaco che già aveva parlato prima, quello che chiedeva garanzie sulla durata della discarica. Ma quello si alza solo per dire una cosa estremamente ingenua, rimossa dalla memoria appena sentita. Resosi conto si risiede e anche lui inizia a compulsare un’agenda.<br />
Si alza quindi il sindaco del capoluogo di provincia.<br />
— La nostra discarica sta per esaurirsi. — Come se mettesse una mano sul cuore. — Non parlo solo per la mia, ma per le altre città che conferiscono proprio nella nostra discarica. — Elenca le città in questione, compresa la mia. Noto che bara, perché alcune di queste città, compresa la mia, è da parecchio che trasportano la propria monnezza in discariche di altre città. Il sindaco del capoluogo, intanto, insiste che ci vogliono soldi per ampliare la discarica, e il commissario deve cacciarli fuori. Altrimenti chiuderà e che si arrangino, tutte ‘ste città che conferiscono eccetera eccetera.</p>
<p>Parla un sindaco che amministra il più piccolo comune della provincia. E’ il decano dei sindaci e vanta un passato da onorevole regionale. Tutti lo considerano con un misto di rispetto e di tenerezza. Mentre gli altri peroravano cause di campanile, s’è scritto un bel discorso e ora lo recita con tono accorato. Un po’ va a braccio. Dice di tutto un po’, tipo che l’ATO è necessario ma occorre stare attenti ai costi di gestione, che ci saranno ritorni indiretti, che ci vuole coraggio per il bene della comunità, che ci sarà un aumento dei costi ma che non ci sarà aumento dei costi. Dice molte cose, in effetti, parecchio più di quello che riesco a tenere a mente. Provo ad annotare le sue parole, ma trovo enormi difficoltà. E’ retorico ed ellittico in maniera stupefacente, non riesco a individuare il soggetto del discorso, non si capisce se sia pro o contro qualcosa, o anche se solo sia neutrale. Spesso afferma un cosa e la nega subito dopo.</p>
<p>Un altro sindaco parte piano. Dice: — Gestiremo i rifiuti noi fino a tutto il 2004. Abbiamo una discarica efficiente e vorremmo che continuasse l’attività” (ed è chiaro perché: la società che ha costruito e gestisce la discarica paga un tot di royalties al suo comune, la stessa società che, qualche tempo più avanti, si vedrà affidare l’appalto per la gestione di tutti i rifiuti dell’ATO).<br />
Dice anche: — Condividiamo le scelte —. Ma non lo dice come dicono in tanti, perché è di moda dirlo. Sembra convinto. Ha un’oratoria fantastica e finisce l’intervento con una frase a effetto. Io quasi parto con l’applauso. Poi sento qualcuno che lo chiama avvocato e ci rimango male. Maturo la quasi certezza che non pensava nemmeno un quarto di quello che ha detto.</p>
<p>Un vicesindaco.<br />
— Abbiamo provato ad aumentare i tributi locali per affrontare l’emergenza. Ci si sono rivoltati contro. Non abbiamo intenzione di continuare su questa strada. Che ci pensi l’ATO.</p>
<p>Si alza un altro sindaco. Ci racconta un po’ di fatti suoi che non interessano a nessuno.</p>
<p>L’ennesimo sindaco. Si capisce subito che per lui il problema della gestione dei rifiuti coincide con quello di scaricare la responsabilità su qualcun altro. Tenta di dimostrare che il compito di garantire il passaggio delle consegne dal comune all’ATO spetta al commissario delegato e, proprio dai dirigenti del commissariato vorrebbe istruzioni su come fare. Insomma vorrebbe sapere come scaricare la patate bollente chiedendolo ai destinatari della patata..</p>
<p>Ancora un altro sindaco. Anche lui ci racconta un po’ di fatti suoi.</p>
<p>Il sindaco del comune città più piccolo delle provincia riprende la parola e dimostra la sua abilità di giocoliere (l’esperienza di Sala d’Ercole è oro!). Entra nel discorso a occhi chiusi e gestisce tre argomenti diversi senza confondersi ma confondendo gli interlocutori. Alla fine chiede: — E’ Chiaro? — Nessuno ha il coraggio di rispondergli di no.</p>
<p>Un Vicesindaco ci intrattiene con alcuni minuti di bla bla bla che non cambiano la storia né la giornata e non meritano più di ventisei parole.</p>
<p>Ancora un sindaco.<br />
— Se l’ATO non parte, ma i sindaci non sono più legittimati a norma di legge a gestire i rifiuti, chi raccoglie i rifiuti? E visto che abbiamo stanziato dei soldi per costruire una piccola discarica, è ancora il caso di spenderli, considerato che poi l’ATO si prenderà tutto?</p>
<p>A questo punto aspetto con ansia l’intervento del mio vicesindaco. Non che mi attenda granché, ma è pur sempre il vicesindaco della mia città. Un moto di orgoglio campanilistico mi sale nel cuore. Cerco di attirare la sua attenzione su alcune cosette che ho annotato, domande brevi e tecniche che potrebbe porre al vicecommissario. Con la mano fa segno che non serve. Eccolo, si erge in tutta la sua altezza, prende fiato, parla. Tiene banco per dieci minuti, bravissimo a non dire assolutamente nulla. Più che altro rimastica concetti già formulati da altri, senza prendere posizione pro o contro. La finestra è aperta, per fortuna; le banalità dette volano fuori senza provocare danni a nessuno.</p>
<p>Il Lancilotto bicefalo si frega le mani. Ora che ha raccolto tutte le obiezioni e appreso da chi possono giungere le obiezioni più pertinenti sa di aver poco da temere. Dopo avere scambiato uno sguardo d’intesa con il vicecommissario inizia a mitragliare risposte un po’ a casaccio, cosa non difficile, poiché gran parte dei partecipanti, per tipica abitudine politica, ha dimenticato le domande. A ognuno garantisce pronta e pertinente spiegazione, salvo poi evitare di darla. Deve vendere fumo e si vede. Ma è furbo. Ogni tanto ci mette in mezzo un poco di arrosto.</p>
<p>Parte una domanda. Come può l’ATO garantire, come pare stia facendo, di non mutare nulla nel modo di gestire i servizi in ogni città,  e ottenere al contempo, economie di scala? Sono davvero così bravi? Erano organizzati così male i servizi? Lancillotto porta avanti un discorso di scelte e responsabilità condivise. Non capisco cosa voglia dire in termini pratici. Ma i convenuti sembrano convinti e contenti.  </p>
<p>Ecco, la seduta è terminata. Si è fatto pomeriggio inoltrato. Ho una fame da non dire e non sono il solo. Ce ne torniamo a casa con gli stessi dubbi di inizio mattina (almeno chi dei dubbi li aveva). La fame ottunde la capacità di giudizio e non sono venute più fuori domande. Il vicecommissario ci congeda. Finalmente fuori.</p>
<p>Il mio capo e il vicesindaco chiedono a me e Vito se abbiamo fretta di tornare a casa o se ci va di mangiare qualcosa nella capitale del Regno. Accendo il cellulare e comunico a mia madre che, per inderogabili motivi di servizio, dovrò far tardi.</p>
<p>Il pranzo a base di pesce in un tipico locale palermitano è quasi una merenda. Non è un granché. Il vicesindaco promette di offrire lui, ma alla fine finge di dimenticarselo perché il mio capo gli fa notare che l’economo comunale non gli rimborserà tutta la spesa. Quindi, alla fine, si fa alla romana, tanto ci spetta il rimborso del pranzo.<br />
Ma io perdo la fattura.</p>
<p>La riunione tecnica di cui si parla si svolse realmente nel 2004 e i fatti andarono, grossomodo, come descritti. Qualcosa è frutto di fantasia, ma giusto qualcosa. Mi interessava soprattutto annotare i fatti di quel giorno e le sensazioni che provai ascoltando le parole dei convenuti. La maggior parte dei quali, mi sembrò d’intuire, non aveva un’idea chiara di ciò che stava facendo (almeno secondo il mio metro di giudizio), ma sembrava infischiarsene perché erano “altre” le logiche, “altri” gli obiettivi. I rifiuti erano per alcuni solo un grosso grattacapo, per altri una gallina dalle uova d’oro. E nessuno sembrava darsi pensiero per la salute della gallina.<br />
Il disastro era prevedibile già da queste prime premesse.<br />
Nel 2009 gli ATO sono in crisi. Costose, elefantiache macchine mangiasoldi zavorrate di amici di e figli di buone madri e buoni papà, che non furono create per raccogliere l’immondizia e infatti non ne raccolgono quasi più.</p>
<p>Per approfondire</p>
<p><a href="http://www.9online.it/blog_emergenzarifiuti/2009/04/06/sicilia-piano-rifiuti-un-fallimento-da-1-4-mld/">9online. Sicilia: Piano Rifiuti, un fallimento da 1,4 mld</a></p>
<p><a href="http://www.pinu.it/gallina_oro.htm">Anonimo francese. La gallina dalle uova d’oro</a></p>
<p><a href="http://www.guidasicilia.it/ita/main/news/index.jsp?IDNews=23835">Attilio Bolzoni. Regione Sicilia, il boom degli stipendi d&#8217;oro. Citato in “La regione dei nababbi”</a>, </p>
<p><a href="http://www.chimica-cannizzaro.it/files/circolari_-_societa_dambito.pdf">Commissario delegato all’Emergenza rifiuti. Selezione di alcune circolari e disposizioni</a>.</p>
<p><a href="http://www.francocrisafi.it/web_secondario/la%20sicilia%202008/ato%20rifiuti.pdf">Franco Crisafi. Selezione di articoli di stampa</a></p>
<p><a href="http://liberamente-enna.it/ma-cose-lato-rifiuti-aggiornamento.php">Massimo Greco. Ma cos’è l’ATO rifiuti? (aggiornamento)</a></p>
<p><a href="http://www.loschiaffo.org/disservizi-ato-rifiuti/">Gianluca Ricupati. I (dis)servizi dell’ato rifiuti</a></p>
<p><a href="http://www.girodivite.it/Logiche-di-un-potere-siciliano-L.html">Carlo Ruta. Logiche di un potere siciliano. L’Arra di Felice Crosta</a></p>
<p><a href="http://www.9online.it/blog_emergenzarifiuti/2009/01/15/gestione-rifiuti-in-sicilia-unidra-dalle-27-teste/">Agostino Spataro. Gestione rifiuti in Sicilia: un’idra dalle 27 teste</a></p>
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		<title>Autotelepatia del pensiero e dello sguardo</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 06:12:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Pietro Pancamo Integrato nel circuito quotidiano di gesti a catena e impegnato a interagire coi banali minuti di giorni scontati – abili e ossessivi nel proporre con ritmo ostinato sequenze identiche di parole attività e situazioni – l’uomo non è più in grado di scorgere i semplici miracoli che potrebbero allietare il colore plumbeo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Pietro Pancamo</p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/03/copertina-germogli-ground-zero.jpg"><img src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/03/copertina-germogli-ground-zero.jpg" alt="" title="copertina-germogli-ground-zero" width="150" height="228" class="alignleft size-medium wp-image-636" hspace="2" vspace="2" border="1"/></a>Integrato nel circuito quotidiano di gesti a catena e impegnato a interagire coi banali minuti di giorni scontati – abili e ossessivi nel proporre con ritmo ostinato sequenze identiche di parole attività e situazioni – l’uomo non è più in grado di scorgere i semplici miracoli che potrebbero allietare il colore plumbeo della noia programmata (neanche improvvisa o inaspettata; macché, prevista: dunque noia due volte!) e vive gli unici singulti d’energia, solo quando costretto ad affrontare quei malesseri, che ogni tanto indugiano ad avvilire il cuore.</p>
<p>Ecco, in sintesi, la consistenza esatta della nostra condizione, poco invidiabile.<br />
Ma per fortuna, emergono qui e là alcuni autori, o meglio poeti, capaci di scorgere nuovi significati e stimoli nella realtà possessiva, che opprime le nostre azioni. Ad esempio Michelangelo Cammarata (che, nato a Gela nel ’41, ha ormai in repertorio cinque volumi di versi) sa vedere per noi – nella raccolta «I germogli di Ground Zero», pubblicata nel 2003 dalla Francesco Federico Editore di Palermo – l’indomita bellezza del pensiero, il quale si rivela in sostanza una sorta di autotelepatia, che il poeta in questione sfrutta per comunicare con se stesso, con l’anima.<span id="more-635"></span> Intanto, nell’intimo séparé della propria scatola cranica, costruisce a mente (meditando con la voce endovena del cervello) sentimenti e sorrisi in codice. Però – come Umberto Saba consigliava un tempo, mormorando: «Guardo e ascolto […] in questo è tutta/ la mia forza […]» – la scintilla fondante di ciascuna intuizione, di ciascun verso, è pur sempre la retina.<br />
E così Cammarata – imitando peraltro le “scelte matrimoniali” di qualsiasi artista o poeta, effettivo e autentico – va sposo ai propri occhi, conducendoli (in viaggio di nozze) a fissare con pupilla attenta – e sguardo vero – i lati comprimari, i dettagli minimi del giorno, delle ore. Dettagli, e inezie marginali, che poi (in componimenti quali «Natale», «Linosa», «Stromboli», «Farfalla», «Fuochi d’artificio», «Valzer viennese») si trasformano – perché osservati con affetto incantato, quasi fossero gli elementi di un’esistenza piccola, subnucleare – in fiabe viventi di profumi e tinte. O magari in sogni leggeri e corti, prontamente aerei e costanti nell’elevare immagini, parole e sussulti alla speranza, sull’onda di una forza amabile, di una dolce eleganza conquistata con gli anni, e proveniente dalla serenità della saggezza.<br />
È doveroso comunque sottolineare che Cammarata – già lodato dalla critica nel ’69, per una silloge concitata e polemica, “capillarmente” apprezzata all’epoca da Giorgio Bàrberi Squarotti – non è certo persona dal sorriso automatico e superficiale. Prova ne sia il suo stile, impeccabile e sincero nel compito di dar corpo non solo alla quiete riflessiva della maturità, ma anche alla ricchezza e densità della commozione che, insonne di vita, rifugge dal creare carmi di sole (o generosi di splendore e consolazione), per manifestarsi ed esprimersi, invece, come un fluente armonico del dolore, nelle pause, nei ritmi e nelle frasi afosamente cupe del brano intitolato «Scirocco»: «È il fiato del deserto che oggi squassa/ gli oleandri schiumosi/ e precipita sontuoso/ dalle palme secolari/ in un graffiante vortice di sabbia./ Camminiamo squarciando la calura/ in un crescendo di ali liquefatte/ che ci piovono addosso,/ di grevi nostalgie in cui anneghiamo».<br />
A ogni modo, che sia luce di riscatto – dopo la tragedia mondiale di New York (vedi la lirica «11 Settembre») – o penombra di malinconia, irradiata dalla memoria, quella che Cammarata vuole trasmettere ne «I germogli di Ground Zero», i testi continuano a susseguirsi – nel corso del libro – invariabilmente concisi e brevi. A dimostrazione di come l’autore abbia evidentemente compreso che la poesia stampata deve occupare un cantuccio e basta, affinché il resto della pagina sia libero per gli appunti del lettore. Per le sue sensazioni, per i suoi commenti, per i suoi pareri: per la sua vita.</p>
<p><em><a href="http://www.labileabile-traccia.com/rivista_00000d.htm">Pietro Pancamo</a> (1972) è stato direttore editoriale della web-zine internazionale «Niederngasse Italian». Coordina il portale «<a href="http://www.labileabile-traccia.com">www.labileabile-traccia.com</a>»; è caporedattore per la poesia dell’e-zine «<a href="http://www.progettobabele.it/">Progetto Babele</a>» e redattore del semestrale di poesia, narrativa e filosofia «<a href="http://www.italialibri.net/riviste/profilo.php?testata=La+Mosca+di+Milano">La Mosca di Milano</a>». </em></p>
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		<title>Caropipani e piazzesi</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Sep 2008 17:40:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Flora Terranova Il brano che segue viene pubblicato per gentile concessione di Flora Terranova. Un paese e un paesano, vale l’altro, si è detto, nella geografia elastica di Lanza. Tranne, forse, in un caso: quello del piazzese. Gli altri protagonisti, infatti, si dividono variamente vizi e stravizi, senza caratteristiche fisse, non così il piazzese, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Flora Terranova</p>
<p><em>Il brano che segue viene pubblicato per gentile concessione di Flora Terranova. </em></p>
<p>Un paese e un paesano, vale l’altro, si è detto, nella geografia elastica di Lanza. Tranne, forse, in un caso: quello del piazzese. Gli altri protagonisti, infatti, si dividono variamente vizi e stravizi, senza caratteristiche fisse, non così il piazzese, che a partire da un suo intercalare ( “Ahbo’!”) ha un carattere inconfondibile, quasi una natura diversa. Lo spregio, nota pure Calvino ch&#8217;era lontano dal conoscere la mai sopita antipatia tra caropipani e piazzesi, sembra più acceso che in altri casi, e conduce Lanza al “delirio verbale espressionista”, già citato nel mimo della creazione del piazzese. Dio crea gli altri paesani da pietre o altro, e il piazzese da uno stronzino d’asino: “Stronzino stronzicolo parla piazzesicolo”.<br />
La natura particolare dei mimi dedicati al piazzese è tale che, caso quasi unico nei mimi, l’autore non sente la necessità di specificare molto nel titolo; “il piazzese” basta ad indicare che quella storia sarà diversa dalle altre, a prescindere dal tema. Sono sei i mimi intitolati semplicemente “Il piazzese”; alcuni esempi:<br />
<span id="more-288"></span><br />
Tant’era valente il piazzese che non mangiava per non portarsi il pane alla bocca, e piuttosto che adoperare le mani preferiva lasciarsi morire di fame.<br />
Si buttò dunque sotto una ficaia carica di frutti maturi, e aspettava con la bocca aperta che gli cascassero dentro, senza mai avanzare il braccio o piegare il collo per prendere quelli d’intorno.<br />
Passa ora passa poi, uno finalmente gli cascò in bocca, ma per non muovere i denti e ingozzarselo neppure lo toccò, e rimase così, finché non morì come un piazzese che era.</p>
<p>La sua appartenenza a una razza a sé stante viene chiarita in un altro brevissimo mimo:</p>
<p>Andandosene a Piazza un tale, incontrò il piazzese.<br />
- O voi – gli fece – siete cristiano?1<br />
E quello:<br />
- &#8216;Gnornò: piazzese.</p>
<p>Sembra cittadino di un mondo cui non è dato il lume della ragione. Si legga il mimo “La trippa”, dove il piazzese si compra della trippa e si fa scrivere su un bigliettino dal macellaio il modo in cui cucinarla, così lui non ci pensa e a casa se lo fa leggere “da chi ci vede”:</p>
<p>Il macellaio così fece; e lui se ne andò per la sua strada, la dritta avanti col bigliettino e la manca dietro con la trippa.<br />
[...]<br />
Andando così, un cane sentì l’odore della trippa e si mise a seguirlo passo passo, annusando: finché a un punto con una boccata non gliela strappò di mano, e via come una lepre.<br />
Il piazzese si volse a guardarlo senza scomporsi, con la manca dov’era; e levando in aria la dritta col bigliettino, gli gridò dietro:<br />
- Ahbo’, baggiano, corri quanto vuoi!La trippa l’hai tu, ma il bigliettino è qua, e non sai come farla.</p>
<p>Il piazzese conosce solo se stesso e il suo mondo, sembra smarrirsi non appena se ne allontana; a due mazzarinesi “‘mbriachi fino alle nasche come scimmie”, che dibattevano se la ruota raggiante nel cielo fosse la luna o il sole, risponde: “Ahbo’ io forestiero sono!”<br />
Il contraltare al piazzese è il caropipano, il compaesano dell’autore, che, pur coltivando un rapporto d’amore-odio con la sua ‘trappola’, mantiene una sorta di istinto di protezione nei suoi confronti. I caropipani, infatti, non sono mai descritti come soggetti passivi, cioè sciocchi per mancanza d’intelletto o cornuti per mancanza d’onore, ma sono sempre attivi: ladri, furbi e cornificatori. Due i mimi in cui si incontrano caropipani e piazzesi, ed è sempre quest’ultimo a fare la figura peggiore.</p>
<p>Una volta, andando il caropipano a Piazza incontrò alla Bellia il piazzese, che a cavalcioni di un grosso ramo di pioppo dava giù botte da orbo con l’accetta per tagliarlo.<br />
- O che fate? – gli domandò.<br />
E quello:<br />
- Non vedete che fo? Taglio il ramo che mi serve.<br />
- O come? E se casca quello, non cascate anche voi?<br />
- Cascate voi invece – fece l’altro stizzito – che siete cristiano, e non io che sono piazzese.<br />
Ma non aveva dati altri due colpi che il ramo crollò e lui insieme, che restò a terra come il piazzese che era.</p>
<p>L’altro mimo, intitolato “La croce”, è una variazione del triangolo erotico presente in tanti mimi. Il caropipano va a trovare compare e comare a Piazza, ma un forte temporale gli impedisce di tornare a casa; il compare gli propone di restare a dormire e alle obiezioni risponde:</p>
<p>- Se siamo stretti, ci stringiamo di più [...] Voi vi mettete al muro, mia moglie nel mezzo e io davanti.<br />
Così fecero [...] e il piazzese ch’era furbo, per paura che il compare non gliela facesse a tradimento con la moglie, ci mise davanti la mano a riparare l’entrata [...]<br />
Or mentre stavano così, un gran lampo dalla finestra saettò la camera. Nel soprassalto il piazzese atterrito levò la mano di là per farsi la croce; e in quella, sgombro il terreno, l’altro saltò addosso alla donna [...]<br />
All’Amen il piazzese tornò con la mano a difendere il luogo di prima, ma ci trovò invece il compare; e meravigliato della prontezza, faceva, aspettando che quello finisse:<br />
- Ahbo’, compare mio, manco il tempo di farmi la croce mi date?</p>
<p>Una delle altre ‘virtù’ del caropipano la scopriamo in due mimi, intitolati “I ferri ai piedi” e “L’asino tramutato”. Il caropipano è furbo, imbroglione e ladro, difetti in altri contesti, ma qui ritratti quasi come esempi positivi.<br />
Ne “L’asino tramutato”, due caropipani di “professione ladri”, sulla strada per Piazza vedono un canonico con un asino e si sostituiscono ad esso, facendo credere al povero malcapitato che l’asino si sia tramutato in uomo:</p>
<p>- Ah, birbante! Tu dunque credevi di potermi cavalcare impunemente per tutta la vita? Finora è toccato a me, ma venuta è la tua ora. D’asino io sono tramutato in uomo, d’uomo tu sarai tramutato in asino perché così vuole nostro Signore Gesù Cristo [...]<br />
Ma non aveva ancora finito, che il canonico, con la tunica alzata fino al bellico, era già giunto a Piazza, gridando al miracolo.<br />
E il caropipano ci guadagnò anche la cavezza.</p>
<p>Più azzardata e fantasiosa la trovata di altri due caropipani, che, nel mimo “I ferri ai piedi”, si fingono morti per poter rubare indisturbati:</p>
<p>Due caropipani, di professione ladri, pensarono di morire; e buttatisi sul letto non davan più segno di vita. Gettaron loro le strida, li vestirono, li misero nel cataletto e li portarono in chiesa. Ma la notte, quelli buttarono all’aria i coperchi, e più vivi di prima si diedero a saccheggiare ogni cosa [...] La mattina, aperta la chiesa, non si trovarono più i morti né le cose di prezzo, e lo scandalo fu grande.<br />
- Qua bisogna provvedere – gridarono i gabbati – ché i morti non son morti e fan cose da vivi; [...] fu finalmente gettato a suon di tamburi e di trombe questo bando:<br />
- Caropipani, da oggi in poi, chi vuol morire ha da pensarci due volte; e chi non è sicuro d’esser morto non muoia, ché quelli che son tali verran ferrati ai piedi come muli!<br />
E d’allora il poi, così fecero; e di caropipani non morì più alcuno che non fosse veramente morto.</p>
<p>Da questi pochi mimi si può cogliere la bonarietà con cui, nonostante tutto, Lanza tratta i suoi compaesani. E questo sentimento di protezione istintiva si amplia fino a coprire tutti i siciliani, prima derisi, quando si presenta un confronto con i vicini calabresi. Si è già citato il mimo “L’augello crudo”, con il terribile e assurdo epilogo del calabrese morto, col sangue alla bocca, che, invece di essere compianto, viene accusato dal compagno di averlo truffato e viene abbandonato nel bosco. O, a voler parlare di sciocchi, il mimo dei tre calabresi che vengono a cercar fortuna in Sicilia e per il timore di essere gabbati dai compagni perdono il carico prezioso.<br />
Anche in questi casi, però, la vena ironica e surreale di Lanza resta attiva e trasforma un episodio cruento e il rapporto con la giustizia in un racconto sorprendente, dal punto di vista stilistico:</p>
<p>Il calabrese era nimico a morte col vicino; e un giorno ch’egli era alla vigna, l’altro venne con lo schioppo, ma il colpo gli fece cilecca. Allora il calabrese con la zappa gliele diede sul capo, e lo sotterrò dove cadde.<br />
Preso, fu condotto dinanzi al giudice; e quello:<br />
- Dimmi, dunque, calabrese: sei tu che l’ammazzasti?<br />
E lui:<br />
- Il fatto, signora giustizia, fu così e questa è la ragione: i’ zappava e lui veniva, fece fuoco ma non gli allumò; presi la zappa e lo zappettai, ahì ahò.<br />
- Dunque l’ammazzasti tu?<br />
- E tira, signora giustizia! Non sentite come fu la ragione? I’ zappava e lui veniva, fece fuoco ma non gli allumò; presi la zappa e lo zappettai, ahì ahò.<br />
E il giudice:<br />
- O non l’ammazzasti tu dunque?<br />
E il calabrese daccapo; e tutt’e due sono ancora là che discutono.</p>
<p>La faida campanilistica lascia il campo alla faida interregionale, per dirla con Calvino. Interessante è non solo cogliere l’eccezione alla regola in una raccolta tutta di mimi ‘siciliani’ appunto, ma soprattutto la natura di quell’eccezione, la sostanza del ritratto che viene fatto del calabrese. Egli è, oltre che stolto sopra ogni misura, anche violento, di una violenza crudele e cieca. Tutto ciò viene descritto da Lanza, quasi come a volerne prendere le distanze, da siciliano. Le sue pagine sembrano quasi voler dire: son cose che capitano agli altri, non a noi.</p>
<p>1 Il termine “cristiano” è da intendersi nell’accezione generale del lessico popolaresco, come “persona”.</p>
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