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	<title>paroledisicilia.it &#187; Le sicilianerie di Marco Scalabrino</title>
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	<description>&#34;Coso&#34; online con ricorrenti crisi d&#039;identità</description>
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		<title>Dudici, di Flora Restivo</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jul 2011 15:42:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le sicilianerie di Marco Scalabrino]]></category>
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		<description><![CDATA[Con CIATU del 2004 e con PO ESSIRI del 2008 abbiamo conosciuto Flora Restivo quale Poeta. Sui temi e sulla forma, sulla progressione e sugli esiti della sua poesia sono stati spesi da più versanti autorevoli e lusinghieri giudizi. Nondimeno eccoci per le mani un suo nuovo lavoro: non poesia, come ci saremmo aspettati, bensì [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/07/restivo-dudici-copertina.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1473" title="restivo-dudici-copertina" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/07/restivo-dudici-copertina.jpg" alt="" width="200" height="321" hspace="2" vspace="2" borde="2"/></a>Con CIATU del 2004 e con PO ESSIRI del 2008 abbiamo conosciuto Flora Restivo quale Poeta. Sui temi e sulla forma, sulla progressione e sugli esiti della sua poesia sono stati spesi da più versanti autorevoli e lusinghieri giudizi. Nondimeno eccoci per le mani un suo nuovo lavoro: non poesia, come ci saremmo aspettati, bensì prosa, ancorché sempre in Dialetto. Questa virata merita un esercizio di decifrazione: la nostra è che, attraverso la breccia che la Poesia ha aperto, una regione dell’Autrice fino a quel momento segreta, recondita, inconfessata, quella regione carsica venutasi a creare in tutta una vita dalla sovrapposizione degli strati ancestrale, sociale, culturale, trascinando con sé custodite memorie, esperienze, sentimenti, si sia rivelata e, felicemente assistita dal suo genuino talento, abbia conquistato naturale, confacente sbocco. Una diversa cifra, quindi, una ulteriore opportunità, un aggiunto tramite mediante il quale svelarsi, ampliando l’orizzonte della sua comunicazione. E perciò nessun addio alla poesia, che peraltro ci risulta lei continui a frequentare con dedizione, quanto la <em>chance</em> per adempiere a una ritrovata occorrenza.</p>
<p>Di solito coloro che prediligono la misura del racconto ne allestiscono una serie: Flora Restivo per la precisione dodici; una dozzina di racconti dei quali si elencano in accesso <em>random</em> i titoli: STORIA DI MARIA, 8 MARZU, DDA NOTTI CHI SPARIU LA LUNA, MANU PILUSA, L’ALI DI ANCILU, DUMANI NI PARRAMU, FRANCU, L’EGITTU È SEMPRI L’EGITTU, NOZZI D’ARGENTU, ACCIA E AMURI, LITTRA, CASA E PUTIA. Nomi, date, contingenze. Tuttavia non una mera passerella di eventi, una pittoresca riedizione di campioni, una artificiosa condizione per raccontare e raccontarsi … bensì la restituzione alla collettività di alcune fette del patrimonio memoriale di una generazione, quella nata nell’arco della seconda guerra mondiale, l’invenzione e/o la riproposizione di storie che ci appartengono, l’epifania in chiave catartica di dolorose vicende. Testi che la Nostra ha permeato di tutto il suo temperamento, nei quali ha infuso la sua visione dell’esistenza, ha disseminato per intero il suo animo e che pertanto, benché ciascuno in sé concluso, vanno contemplati nell’ideale collegamento unitario con tutti gli altri inclusi nella raccolta.<br />
<span id="more-1472"></span></p>
<p>Flora Restivo mostra di essere discente responsabile e di avere tratto profitto dalla lezione di Edgar Allan Poe: ognuno dei suoi racconti il lettore potrà infatti leggere “in un’unica seduta”. Tranne in seguito, magari, arrendersi alle vibrazioni: rilevare l’accentuato impiego dell’“a capo” allo scopo di suscitare un ritmo più incalzante; chiedersi se “catuniari” derivi da Catone, nell’accezione di censurare; felicitarsi che Maria “nun po essiri a lu nfernu, datu chi già l’appi nna ssa vita” e soggiorni adesso nel “munnu di la virità”; consultare il dizionario per apprendere il senso di parole quali “vunciasacchetti”, “murriuni”, “scannalia”, “straviarisi”, “capizzu”, “spinnata”; capitolare di fronte alla sottile amara traboccante ironia, ad esempio in pesci freschi usciti “di lu sarcofagu di Ramessi!”, “pruvamu cu Allah, datu chi “addabbanna”, pi ora, nun funziona”, “quannu vitti li carrubbi virdi nna l’arvuli, ci parsiru favi”; meditare sulle amicizie “eterne” delle vacanze le quali “a viaggiu finutu, addiu, ma ddà parianu pi la vita”; appurare che il matrimonio fila a dispetto della “bellezza” del <em>partner</em>, ma che laddove esso va a rotoli e i coniugi si separano “fari di patri e matri facili nun è”, capita che i genitori non si accorgano del malessere dei figli, di quanto per gli adolescenti “divintari granni è difficili”, e che nel dramma, sempre incombente, una madre può addirittura sdoppiarsi: una “di li dui Anni” rannicchiarsi e morire col figlio come a non volerlo lasciare mai, l’altra alzarsi, “si susiu”, guardarne il dolce, remoto sorriso, vederne “li vrazza aperti, vistuti di sita bianca” come “ali di palumma” libere di volare senza più barriere in un’abbagliante misteriosa apoteosi di azzurro e sole, quindi ravviarsi i capelli con le mani, straziata e consapevole che l’aspettava “na jurnata veramenti longa”; scorrere una lettera d’amore, “Pi mia fusti tu … nun durau tantu tantu … [ma] nun finiu mai”, da Guinness dei Primati, il primo singolarissimo caso di un “discursu curcatu”, in cui il redattore/mittente è “tisa a puntu giustu”, ha “na matarazzedda di rasu” sotto, “un velu” sul viso, tutt’attorno “qualchi ciuri” e come non bastasse lei di persona consegnerà all’ignaro destinatario la struggente missiva; affrancarsi da una pena trattenuta per decenni: la malattia e la morte, a causa di “na mpudda” e nonostante “Patri Piu scuncicatu”, di un giovane l’”occhi di re arabu”, circostanze nelle quali l’individuo appare privato di ogni dignità: “Cui è malatu perdi dirittu a l’affruntu, dutturi chi talianu, nfirmeri chi murritianu, senza rispettu, tuttu a luci china, comu si unu finissi d’essiri pirsuna pi divintari na cosa di studiari: un casu clinicu”; assistere a un corteggiamento, che se il racconto è inventato è oltremodo spassoso, se reale è decisamente da sballo, a suon di sedano in luogo delle classiche rose: “un pezzu d’omu, piacenti e finulicchiu, chi teni ‘n manu lu chiù granniusu mazzu d’accia mai vistu”; penetrare la sincerità, l’affezione verso i discriminati, gli sventurati, i vessati e le loro storie, la “fame di un significato nella vita” (E. L. Masters in Spoon River) che attraversa tutta la silloge.</p>
<p><em>Lu prufissuri Etilicu</em>, <em>Nzula</em> <em>mustazzola</em>, <em>Caloriu Tagghiaecusi</em>: soprannomi, nomignoli, epiteti. In epoche anteriori li avremmo appellati <em>peccu</em> o <em>nciuria</em>, ché naturalmente tali lemmi sono integrati in un mondo ormai in dissolvenza, in un consorzio umano in disgregazione, in una corte culturale all’epilogo. Endemiche in passato e oggi praticamente scomparse, <em>li</em> <em>nciuri</em>, che sovente venivano “ereditate” dai discendenti di coloro che ne erano stati per così dire titolari, consentivano l’identificazione pronta e indubbia di un casato e di un soggetto. La loro gamma era assai variegata e le origini legate a un mestiere, a uno speciale attributo fisico, a un atteggiamento caratterizzante. Ne riportiamo, solo mo’ di esempio, in prestito da Titta Abbadessa, talune più “colorite”: Ninu causilenti, Angilu cacaligna, Giuvanni funciazza, Matteu mattiddina, Pippinu mustazzu, Miciu favisquadati, Vicenzu pisciafinocchi, Affiu masciuscia, Mariu uccad’aneddu, Neddu micciastotta, Cammelu cicireddu, Ninu manazza, Nunziu menzuculu, Peppi urrocamotti, Turi babbaleccu.</p>
<p>E ancora, in ordine alla scrittura, è distintiva del Siciliano la costruzione sintattica col verbo in fondo alla frase: “Pasquali sugnu”, “nna li ragiunamenti di so muggheri beccu nun ci ni mittia”, “beddu avia nasciutu” … differente dall’Italiano, che rispettivamente li rende con: sono Pasquale, nei ragionamenti della moglie non metteva becco, era nato bello.</p>
<p>Flora Restivo, donna e scrittrice, è pianta dalle solide radici e dalle fronde costantemente rinverdite, in cui la prassi dei canoni classici e dei modelli attuali riescono a conciliarsi in un mutuo tollerante equilibrio. Siamo nel terzo millennio, la società si è profondamente trasformata; nei quartieri alti, nei centri storici, nelle periferie una sorta di “speci mitologica” si aggira: “lu cumpagnu [che] nun è né zitu né maritu [ma] mità chissu e mità chiddu” e lei, con attitudine a recepire i segni del tempo, apertura mentale, perspicacia, conia <em>ad hoc</em> il termine, “zima”, dalle sillabe iniziali di <em>zitu</em> + <em>maritu</em>, che non ambisce affatto ad acquisire dignità di neologismo bensì solo a risultare un arguto espediente, ed altresì, per l’equivalente muliebre, “zimu”, palesemente da <em>zita</em> + <em>muggheri</em>.</p>
<p>“Nun c’eranu stiddi e na nuvula, a la ntrasatta, avia cummigghiatu la luna.” Una nuvola assai opportunamente errabonda, la luna per un attimo spegnendosi, il repentino buio, “complici” di un crimine; un omicidio che essi si adoperano acciocché non venga visto, quasi sparisca, pressoché non esista. Un assassinio è sempre un assassinio; ma tali sono stati la precedente efferatezza che lo ha provocato, il disprezzo lungamente covato e che ha mutato una vittima a sua volta in un carnefice, l’ignominia da un canto perpetrata e dall’altro subita che la Natura, che pure contempla la crudeltà tra le sue leggi, pare comprendere, promuovere, coprire l’uccisore. I frangenti nei quali è maturato il delitto, i due protagonisti principali, la chiusura del caso, non riteniamo delicato anticiparveli; ma qualche indizio sì: l’arma e il pozzo. Una pala. Di più: una “pala bedda grossa”, ma non una comune pala grossa, bensì giusto quella utilizzata per il letame, quella “chi sirvia a don Tanu pi spargiri cuncimi”, ad accentuare a bella posta la repulsione dell’uno verso l’altro; il pozzo, la trovata di questa <em>short story</em>, “ntanatu, ammucciatu di na macchia e cummigghiatu di na balata”, profondo e capiente, “ci tirau na giaca e parsi chi passau un seculu prima di sentiri lu scrusciu”, insostituibile “di tannu” in poi per scaraventarvi “tuttu chiddu chi ci dava nociu”. E quella sera d’estate, fatto fuori con un solo prodigioso colpo l’uomo e il suo fido amico, sbarazzatosi del cattivo di rito e dell’unico testimone che avrebbe potuto “parlare” … richiusone il coperchio “la luna avia scumparutu arrè”.</p>
<p>Dudici è pubblicato dalle Edizioni del Calatino</p>
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		<title>Senzio Mazza. Ummiri e sònnira</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Mar 2011 16:19:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le sicilianerie di Marco Scalabrino]]></category>
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		<category><![CDATA[marco scalabrino]]></category>
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		<description><![CDATA[di Marco Scalabrino Luntanu … intra ‘na notti ca non ‘gghiorna mai … ‘n pòuru sbannutu / c’a tantuna s’abbranca a li mistèrii / di la palora … sugnu a milli mìgghia e chiùi / ma li ràdichi mei / su’ attàgghiu a chiddi di li ficudìnia / ’llippati tra li sciàri / du Passupisciaru, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Marco Scalabrino</p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/03/copertina-ummira-e-sonnira.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1316" title="copertina-ummira-e-sonnira" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/03/copertina-ummira-e-sonnira.jpg" alt="" width="150" height="225" hspace="2" vspace="2" border="2"/></a>Luntanu … intra ‘na notti ca non ‘gghiorna mai … ‘n pòuru sbannutu / c’a tantuna s’abbranca a li mistèrii / di la palora … sugnu a milli mìgghia e chiùi / ma li ràdichi mei / su’ attàgghiu a chiddi di li ficudìnia / ’llippati tra li sciàri / du Passupisciaru, ‘zziccati / na li faddacchi / ca sùcunu la stòria (lontano … dentro una notte infinita … un povero sbandato / che a tentoni si aggrappa ai misteri / della parola … sono a mille miglia e oltre / ma le mie radici / sono accanto a quelle dei fichi d’India / abbarbicate tra le sciare / di Passopisciaro, infilate / nelle fenditure / che succhiano la storia).<br />
Versi tra i più appassionati e commoventi mai scritti da Senzio Mazza, ai quali con struggimento egli accosta: mi spirniciu … di turnari arreri / nall’acqua ‘zzùlia / gilestri / d’argentu e di smiraldi risquagghiati / unni si sguazza la Sicilia mia (mi scervello …. di tornare indietro / nell’acqua azzurra / celeste / d’argento e di smeraldi liquefatti / dove si sciacqua la Sicilia mia).<br />
E, con amarezza e altresì con piena consapevolezza di sé, prosegue: li frutti di la menti / ca pàrunu ghiumputi, / beddi di facci e ghini di sustanza / li mentu supra  fogghi ‘mmaculati … [ma] non tròvunu accàttutu: / dìciunu ca non sanu di nenti / ca su’ mirmati dintra / e a smircialli non si busca nenti … [eppure] mentri li riminu / m’addunu ca ponu valiri [perché scritti] ccu ‘na lingua ca sàzia / cori e raggiuni (i frutti della mente / che sembrano maturi, / belli a vista e pieni si sostanza / li appoggio su fogli candidi …. [ma] non trovano compratori: / dicono che non sanno di niente / che sono marci dentro / e a commerciarli non si guadagna niente … [eppure] mentre li rigiro / mi accorgo che possono valere [perché scritti] con una lingua che sazia / cuore e ragione).<br />
<span id="more-1315"></span><br />
Ecco delineati, in estrema sintesi, l’ùmmiri e li sònnira di Senzio Mazza, ovvero la sua vicenda di uomo, di siciliano, di poeta. Nativo di Linguaglossa (CT), lodevole studente liceale, brillantemente laureatosi in Giurisprudenza, non trovando – come tanti altri nostri conterranei – occupazione al suo paese, suo malgrado fu costretto, negli anni Sessanta, ad emigrare in “Italia” e ad approdare, dopo una intensa stagione di peregrinazioni, in quel di Firenze. Qui, messa su famiglia con Lina, la moglie, l’unica stidda, stella, il grande vero amore della sua vita, alla quale dedica il toccante testo a pagina 49 denominato PIZZUDDU n°1, restu a ‘nzunnàriti / finu a quannu lu iornu di li iorna / si stuta / e ‘ccumenza l’eternu di l’eternu (resto a sognarti / fino a quando il giorno dei giorni / si spegnerà / e comincerà l’eterno dell’eterno) e con le due figlie, costretto a spinnari, ad agognare, per tutta la vita la sua Isola, i colori, gli odori, i sapori della sua Sicilia; tant’è che – per sua stessa ammissione – periodicamente egli sente il bisogno di ritornare, “deve” ritornare, e respirare l’aria della sua terra, affacciarsi alla finestra della sua casa – casa che ha mantenuto giù in paese – e ammirare l’Etna, il vulcano, la fucina di Efesto, da quelle parti per antonomasia la Muntagna, e ritemprarsi alle distese azzurre del cielo e del mare della sua madre Sicilia.<br />
Questa, credo, sesta silloge in dialetto siciliano di Senzio Mazza merita di conseguenza, quanto agli esiti, alle vibrazioni liriche, alle prerogative proprie della scrittura, che noi ci si soffermi un po’. Il compito, in verità, è assolutamente agevole; sola condizione che ci si abbandoni alla sua malinconia, alla saldezza dei suoi ideali, alla sua concezione etica dell’esistenza.<br />
E allora tracciamo qualche rapido cenno sulle origini di uno dei suoi catanannavi, antenati, il quale in una suggestiva figurazione è picuraru di munti e di marina, vale a dire pastore di transumanze, sulla ripetizione dei sostantivi e dei verbi, stiddi stiddi, commu veni veni, su una singolare espressione idiomatica, ccu ‘na botta di sangu attirantau, con un colpo apoplettico è stecchito, su Castrugiuvanni, l’originaria denominazione di Enna, sulle citazioni (e per il primo dei tre finanche traduzione) nell’ordine di Dante, commu dicia lu Puieta magnu, / c’evi ‘n “Amuri / c’annaca lu suli e l’àutri stiddi”, di Omero, ‘n cavaddu &#8230; fici &#8230; di lignu / ca chiù ‘ranni a lu munnu non fu fattu …[e] fici navicari … ‘ddu tistuni d’Ulissi, e di Miciu Tempiu, ca … scummigghiau li carti / di la dutrina fàusa murali.<br />
Si aggiungano l’uso insistito dell’aferesi e degli accenti sulle parole per agevolarne la lettura – tanti gli esempi fra le voci qui riportate –, le amare considerazioni sulla vita, la vita di tutti noi, semmu sempri a vardari li rilòggi, / curremmu commu pazzi, / mbrugghiammu, si càpita / rubbammu, / cumminti ca pussèdiri / ievi la vera filicità; / e non ni saziammu / finu c’attirantammu, (siamo sempre a guardare gli orologi, / corriamo come pazzi, / imbrogliamo, se capita / rubiamo, / convinti che possedere / sia la vera felicità; / e non ci saziamo / fino alla morte), e sull’aldilà, sapiri doppu ‘stu munnu / unn’è ca ti ni vai, (conoscere dopo questo mondo / dove te ne andrai), il raddoppio sistematico, che assurge a sua specificità, della “m” della prima persona plurale del presente indicativo dei verbi, nonché di parecchi termini, commu, come, fammi, fame, paremmu, sembriamo, campammu, viviamo, di primmura, in fretta (letteralmente di premura), ramma, ramo, sapemmu, sappiamo, facemmu, facciamo, lassammu, lasciamo, nommu, nome, scummùnichi, scomuniche, parrammu, parliamo, rusbigghiammu, risvegliamo, spunnammu, sfondiamo, la liricità, la rèbbica di li palori / resta a furriari stiddi stiddi (l’eco delle parole / resterà a girare tra le stelle), ‘ntra ‘st’arburiari / l’oietri sbolunu a sbardi (in questo albeggiare / i gabbiani volteggiano a stormi), sfirmammu / li catanazzi di lu munnu / ppi luvari lu tanfu di la storia … ‘ccuminzammu a nutricari amuri (disserriamo / i catenacci del mondo / per togliere il tanfo della storia … cominciamo a nutrire amore), eccetera.<br />
E, giusto quanto ai verbi, rileviamo ancora la desinenza in unu: cummògghiunu, ricoprono, sbapùrunu, evaporano, sònunu, suonano, vòlunu, vogliono, ‘ncravàrcunu, sormontano, si ‘ntrìzzunu, s’intrecciano, ribbùmmunu, rimbombano, ‘ccàttunu, comprano, vìnnunu, vendono, spirìsciunu, spariscono, squartarìunu, fanno a pezzi, tàgghiunu, tagliano, ‘ffùcunu, soffocano, ‘ssùmmunu, affiorano, ‘nfrùscunu, annebbiano, ‘mprastìunu, imbrattano, sdirrènunu, stroncano, schigghìunu, stridono, ‘ppòiunu, appoggiano, stàgghiunu, si arrestano, vadàgghiunu, sbadigliano, pìgghiunu, prendono, càngiunu, cambiano, si cassarìunu, oziano, si ‘ncardìddunu, si esaltano, stràzzunu, strappano, pènsunu, credono, pòrtunu, portano, ‘ntràmmunu, tessono, che profumano di Sicilia orientale.<br />
E prima di concludere, con una ultima ma affatto esaustiva notazione, queste succinte impressioni sul lavoro di Senzio Mazza, riferiamo, atteso che la traduzione in Italiano è dello stesso nostro autore, brevi stralci dalla prefazione al libro di Salvatore Di Marco. Scrive Di Marco: Senzio Mazza “ha mantenuto sempre vivo il sapore inalterato del suo dialetto natio, il più ampio segno di una sicilianità suggestiva, il rapporto saldo con la storia nobile della poesia siciliana, i valori più autentici della cultura isolana. Versi forti i quali, se da un punto di vista letterario si fanno riconoscere come figli del realismo siciliano, tuttavia rimarcano il permanere ancor oggi di patimenti sociali irrisolti. Caratterizzano questa silloge, con i suoi alti esiti formali, la ricerca attenta e impegnata del senso più profondo e vero della poesia, nonché le tensioni liriche interne alla dimensione quotidiana del vivere”.<br />
L’aspetto, nondimeno, che io trovo il più interessante della scrittura di Senzio Mazza è che egli è latore di lessico. È fautore, cioè, di un lessico illustre, glorioso, blasonato che non vuole svendere, con le fondamenta del quale egli intende fermamente costruire la sua poesia. Tramite esso egli sembra quasi volere rintuzzare gli attacchi del tempo, la contaminazione, l’evoluzione, le modificazioni che per vecchiaia, per abuso, per mutamento, le parole possono subire. Lessico che alle nuove generazioni, anche fra gli scriventi più avveduti, risulta in gran parte sconosciuto, che, come le specie protette, è a rischio, è ormai in via di estinzione. E dunque un po’ egli si arrocca su voci e forme incontaminate, peculiari, scevre da spinte “moderniste”, seppure ben capaci di esprimere con tutta efficacia il suo tormentato animo, i duri contenuti dell’attualità, di rappresentare wittgensteinamente il suo mondo, per ancorarsi alla parlata sacra degli avi, “la parola santa”: trùscia, fagotto, muffittuna, schiaffi, papagni, cazzotti, troffa, cespuglio, pisciùni, cosce, ‘ncunagghi, inguine, bùmmulu, brocca, àccia, sedano, giuggiulena, sesamo, vavareddi, pupille, assusti, affanni, cirividdina, capricciosa, assaccuni, rantolo, còzzula, conchiglia, sfucunìi, attizzi, giurani, ranocchie, ti smìrciu, ti intravedo, spagnu, paura, trapuleri, imbroglioni, ammàtula, inutilmente, si scannaruzzìa, si sgola, smàfiri, celie, bavasceri, boriosi, cacamarrùggiu, saltimpalo, iaddimusa, lucertola, trùbbulu, torbido, pèrcia, trapassa, trìzzuli, brividi, na vota c’attiranta, una volta morto, pantacìa, affanno, ammutta, spinge, m’aggiùrcu, mi rannicchio. Un repertorio di lemmi che attesta, se ancora ve ne fosse di bisogno, quanto antico, nobile e ricco sia il nostro dialetto siciliano e quante e quali siano state le rigogliose fonti che l’hanno nei secoli alimentato: greche, latine, arabe, angioine, spagnole, tedesche, eccetera.</p>
<p>Palori / ca sfèrmunu li porti di lu tempu / e mi cridu d’esìstiri (parole / che aprono le porte del tempo / e m’illudo di esistere).</p>
<p>Il libro è edito dalle Edizioni del Calatino, Catania, 2011.</p>
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		<title>Scalabrino su &#8220;L&#8217;impoetico mafioso&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Feb 2011 20:48:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le sicilianerie di Marco Scalabrino]]></category>
		<category><![CDATA[Letture]]></category>

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		<description><![CDATA[di Marco Scalabrino “Ci siamo abituati: tutti i giorni … morti ammazzati stesi sull’asfalto … ma questa indifferenza … è un sintomo del male”, Davide Puccini. Muove Gianmario Lucini, nella prefazione a questo volume, dal confronto fra il ruolo della poesia nell’età classica e quello nell’attuale società. “La poesia epica parlava della pòlis, del suo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Marco Scalabrino</p>
<p>“Ci siamo abituati: tutti i giorni … morti ammazzati stesi sull’asfalto … ma questa indifferenza … è un sintomo del male”, Davide Puccini.</p>
<p>Muove Gianmario Lucini, nella prefazione a questo volume, dal confronto fra il ruolo della poesia nell’età classica e quello nell’attuale società. “La poesia epica parlava della pòlis, del suo popolo e della sua vita, dei suoi problemi, dei suoi dubbi, delle sue paure ataviche. Era una poesia capace di stare dentro la società storica e proporsi con un ruolo molto chiaro, quello di interprete della umanità più profonda, di metterla in scena anche nelle sue contraddizioni e nei suoi dolorosi paradossi. La poesia contemporanea invece, troppo spesso, è la noiosa e monocorde proposta di un Io poetico solipsistico, che non si cura dell’altro, ma solo di se stesso, non si sente responsabile del processo di comunicazione ma si mette gegenstand, di fronte, troppo spesso da un pulpito, dall’interno di un gioco le cui regole non sono chiare a nessuno. Non c’è da meravigliarsi se la gente non legge poesia.”<br />
E allora, giusto per rintuzzare questa sorta “di auto-difesa dal non-senso della poesia decaduta e auto-referenziale”, per stabilire un legame tra quel passato e il nostro presente, per riguadagnare il proprio originale ruolo, anzi, più, “nell’idea di assumere un ruolo speciale”, questa antologia poetica, soggiunge Lucini, “esprime il proposito di rottura con la cultura mafiosa e lo fa parlando alle coscienze, alle sensibilità individuali di ognuno”.<br />
<span id="more-1291"></span><br />
Gianmario Lucini è di Sondrio. La sua storia, tuttavia, lo ha condotto, negli anni 2008 e 2009, in Calabria. Lì ha operato, in qualità di volontario, presso l’Associazione don Milani di Gioiosa Jonica e tale attività lo ha portato a compenetrarsi, a commiserare, a schierarsi con quella gente e a decidere di spendersi, ancor più di quanto avesse in precedenza fatto, con le sole armi di cui dispone: la cultura, la poesia, la parola, in favore di quella popolazione e contro il male che subissa quella regione. “Di quel che vedo non v’è traccia sui giornali … soltanto notizie ufficiali dette nel tono che si conviene”, scrive egli nella sua silloge SAPIENZIALI del 2010, le cui poesie traggono ispirazione dall’ambiente della Calabria e “sono segnate dal disgusto per la cultura mafiosa, per la violenza e l’oppressione sociale operata dalla ‘ndrangheta.”</p>
<p>“I morti si chiamano / nelle sere d’inverno quando falcia il maestrale / e chiedono conto ai loro assassini”, Gianmario Lucini.</p>
<p>L’esperienza calabrese, ritengo, ha vieppiù provato l’animo di Lucini e, benché pure riconosca che “la poesia non è certamente l’arma più adatta per vincere le mafie”, ha  rinsaldato in lui il disegno dell’odierno progetto, giacché “la poesia, con altre forze sane della società, deve contribuirvi.”<br />
Questa antologia, afferma oggi egli, è “un omaggio alla memoria di migliaia di vittime che hanno lottato per la libertà e la dignità del lavoro, della vita, per i principi che stanno alla base di una qualsiasi convivenza democratica e dunque per il futuro di noi tutti”. E, come per SAPIENZIALI, l’intento di questo libro “non è solo quello della denuncia ma anche di incitare alla rivolta morale, all’obiezione di coscienza e alla disobbedienza civile”, perché, riprendendo la provocazione di apertura, a quella barbarie non ci si abbia mai ad abituare.<br />
Il progetto quindi è stato concepito prima dei nomi, a prescindere dai “nomi”. Ma questi in verità, attorno a quello, sono presto arrivati.<br />
Tanti autori, i quali hanno consapevolmente aderito all’invito e hanno sostanzialmente preso posizione con i loro atti di poesia.<br />
Nomi noti della cultura italiana contemporanea fianco a fianco di altri meno noti e fra loro, oltre al Nostro: Luca Ariano, Guido Oldani, Patrizia Garofalo, Ivan Fedeli, Antonio Spagnuolo, Fabio Franzin, Luigi Di Ruscio, Fernanda Ferraresso, Adam Vaccaro, Pasquale Vitagliano, Patrizia Lanza, Giuseppe Panetta, Antonino Contiliano, Vincenzo Mastropirro, Rosa Salvia, Alfredo Panetta, Fortuna Della Porta, Eugenio Nastasi, Davide Puccini, Narda Fattori, Manuel Cohen, Carla Bariffi, Nadia Cavalera, Cinzia Marulli, Tomaso Kemeny, Gero Miceli, Giuseppe Vetromile, Giovanna Turrini, in un ampio ventaglio di generazioni e di età, fra i venti e gli ottanta anni, e di testi di pregevole valore artistico che si alternano ad altri nei quali lo spirito della testimonianza è la condizione prevalente.<br />
Questo volume, pertanto, sfugge al concetto di antologia nel senso ortodosso del termine di scelta di fiori. Lo stesso Lucini, peraltro, asserisce che egli ha inteso “mettere tra parentesi l’esigenza di selezionare i testi scegliendo soltanto quelli più pregiati dal punto di vista letterario”, ribadendo che “è molto più importante raccogliere un segnale chiaro, esprimere una volontà diffusa nella comunità letteraria”. </p>
<p>Con ciò altresì centrando un ulteriore obiettivo, quello di una larga partecipazione, dal Piemonte alla Sicilia, dal Veneto alla Sardegna e da località di tutto lo stivale: Pavia, Novara, Milano, Asti, Cuneo, Rieti, Cagliari, Roma, Monza, Siena, Sondrio, Napoli, Trieste, Verona, Padova, Bari, Perugia, Cosenza, Venezia, Reggio Calabria, Torino, Bologna, Trapani, Genova, Catanzaro, Ferrara, Livorno, Parma, Forlì, Matera, Frosinone, Lecco, Avellino, Lecce, Varese, Alessandria, Reggio Emilia, Mantova, Vicenza, Agrigento, Pisa.   </p>
<p>I temi trattati, per farvi solamente un accenno, vanno dall’urgenza di prendere le distanze fisiche ed etiche dalla Mafia, “mi lavo dalla putredine che sento appena ti avvicini”, Patrizia Garofalo, alla constatazione che essa non è/non è più un fenomeno localizzato unicamente al Sud, “È ormai dappertutto il malaffare”, Nadia Cavalera, dalla riprovazione della sua efferatezza, “lo trovarono / il giorno appresso bruciato su un tratturo / con un sasso in bocca”, Narda Fattori, all’incitamento alle coscienze e alle forze sane della società ad opporvisi e sconfiggerla, “il veleno va schiodato dagli infissi, / se vogliamo costruire”, Carla Bariffi, eccetera.<br />
Su tutto nondimeno s’impone, sorretta pure dalla solidarietà, la speranza, ciò che rimane ogniqualvolta il vaso di Pandora si svuota; la speranza che come ogni cosa di questo mondo la Mafia prima o poi avrà fine, dovrà esaurirsi, cesserà.            </p>
<p>“Tra la bellezza e l’inferno / ci sono / cento passi. / Un paese vuol dire non essere soli”, Giovanna Turrini. </p>
<p><a href="http://www.edizionicfr.it/antologiespeciali/impoetico/impoetico.htm">﻿L’IMPOETICO MAFIOSO</a><br />
105 poeti per la legalità  </p>
<p>a cura di Gianmario Lucini<br />
Epos Collana di poesia politica e sociale<br />
<a href="http://www.edizionicfr.it/">Edizioni CFR</a> – Novembre 2010</p>
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		<title>Mario Gallo. U Principinu</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Nov 2010 21:32:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le sicilianerie di Marco Scalabrino]]></category>
		<category><![CDATA[Letture]]></category>
		<category><![CDATA[edition tintenfass]]></category>
		<category><![CDATA[il principe]]></category>
		<category><![CDATA[marco scalabrino]]></category>
		<category><![CDATA[mario gallo]]></category>
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		<description><![CDATA[di Marco Scalabrino L’immagine scelta per la copertina è quella del principinu sull’asteroide B 612, il pianeta d’origine del principinu che è stato visto al telescopio, una sola volta, all’incirca nell’anno 1920 da un astronomo turco. Altrove abbiamo rintracciato quella del principinu che “approfittò, per venirsene via, di una migrazione di uccelli selvatici” o quell’altra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Marco Scalabrino</p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/11/U-PRINCIPINU-copertina.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1236" title="U PRINCIPINU - copertina" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/11/U-PRINCIPINU-copertina-211x300.jpg" border="2" alt="" hspace="2" vspace="2" width="211" height="300" /></a>L’immagine scelta per la copertina è quella del principinu sull’asteroide B 612, il pianeta d’origine del principinu che è stato visto al telescopio, una sola volta, all’incirca nell’anno 1920 da un astronomo turco. Altrove abbiamo rintracciato quella del principinu che “approfittò, per venirsene via, di una migrazione di uccelli selvatici” o quell’altra del principinu nel “miglior ritratto che riuscii a fare di lui più tardi”. Quale comunque che essa sia, sono tutte immagini assai belle, le quali, è risaputo, sono creazioni dell’autore stesso di le petit prince, ovvero dell’aviatore-scrittore francese Antoine De Saint-Exupéry.<br />
Per questa illustrazione e per le successive, la più parte a colori, assodata la felice collocazione rispetto al progredire della narrazione, un primo aspetto che ci colpisce (che c’entri la globalizzazione?!) è che questo volume, pubblicato in settecento copie col patrocinio della Regione Siciliana, dell’Assemblea Regionale Siciliana e della Fondazione Ignazio Buttitta di Palermo, risulta essere stato stampato in … Germania, dalle <a href="http://www.verlag-tintenfass.de/">Edition Tintenfass</a>.<br />
Non i contenuti e le forme de le petit prince, né i contenuti e le forme della versione in lingua italiana a noi più vicina saranno all’attenzione di questa breve testimonianza, quanto piuttosto i temi e soprattutto gli esiti di questa ennesima versione. Come non mai possiamo affermare ennesima versione, giacché le petit prince, che ci risulti, è stato tradotto ad oggi in oltre 220 idiomi, dall’afrikaans allo zulu, dal bengalese allo yiddish, passando per l’armeno, il bielorusso, il croato, il coreano, il lituano, lo swahili, il tahitiano, il tamil, e perfino l’esperanto, il gaelico, il latino, il provenzale, e ciò fa di le petit prince un’opera universale, una tra le più diffuse, conosciute e lette al mondo. Tant’è che, soltanto in Italia, essa è stata adattata, oltre che nella lingua nazionale, altresì nei dialetti bergamasco, bolognese, friulano, milanese, napoletano, piemontese, sardo, veneziano e, ora, anche siciliano. Alla edizione in italiano curata da Nini Bompiani Bregoli ci rifaremo, comunque, per quegli accostamenti fra gli esiti in lingua e quelli in siciliano realizzati da Mario Gallo dei quali ci occuperemo.</p>
<p><span id="more-1235"></span><br />
Conosciamo da parecchi anni Mario Gallo, quale Siciliano autentico (benché abbia trascorso grande fetta della sua esistenza fuori dai confini del Triangolo), quale appassionato direttore del periodico fiorentino lumie di sicilia, quale autore di alcune pubblicazioni tra cui i vespi siciliani, pungente satira di costume; ma in verità egli ci ha sorpreso allorquando, qualche tempo fa, ci partecipò di avere concepito e intrapreso questo progetto e non meno adesso che il progetto vediamo compiuto. Ci viene da supporre che, oltre alla predisposizione dell’animo, oltre all’interesse per la Cultura, il frangente di avere dei nipoti in età adolescenziale possa avere favorito questa impresa.<br />
La lettura della traduzione eseguita da Mario Gallo, che per quanto di nostra conoscenza è la prima in siciliano e quindi essa pure da considerarsi un originale, mentre il testo le petit prince di Antoine De Saint-Exupéry è da intendersi quale l’opera prima alla quale la traduzione fa riferimento, ci fornisce il destro per numerose notazioni sul dialetto siciliano, talune delle quali di seguito riporteremo.<br />
Ad iniziare dalla didascalia relativa alla illustrazione che per prima incontriamo all’interno, la quale, a ben leggerla, si mostra come una sorta di identikit del traduttore e ne “tradisce” nettamente la provenienza. La frase in argomento è: “Jò criu chi iddu, pi jirisinni, apprufittau di na migrazioni d’aceddi sarvaggi.”<br />
Ìu, èu, iè, ièu, iù sono solamente alcune tra le svariate tipologie, qua e là usate in Sicilia, per esprimere il pronome personale “io” e ognuna di esse gli studiosi hanno attribuito a una determinata localizzazione geografica. E così, per dirla col VOCABOLARIO SICILIANO Piccitto – Tropea, “iò” appartiene preminentemente alla circoscrizione “TP 20”, ovvero, verifichiamo nel reticolato della cartina ivi inclusa, alla punta più occidentale della Sicilia, alla provincia di Trapani. Un percorso così sinuoso per proclamare che Mario Gallo è trapanese e che a motivo di ciò le peculiarità che ne denunciano tale provenienza sono insite nella sua parlata e correnti nella sua scrittura; l’impiego esclusivo del pronome “iò” ne è palese riprova. E, per chiudere questo capitolo introduttivo di impressioni, accogliamo la voce di Alberto Criscenti, responsabile culturale della A.L.A.S.D. JÒ, Associazione di Lettere, Arti e Sport Dilettantistici JÒ, di Buseto Palizzolo, il quale, in un suo vecchio pezzo del 1987 di recente ripreso sul numero di Gennaio 2010 del periodico trapanese EPUCANOSTRA, sostiene in proposito che “jò, la forma dialettale del pronome personale io, è diffusa nell’aria della Sicilia nord-ovest, area rappresentata dai comuni di Buseto Palizzolo, Custonaci, Erice, Favignana, Paceco, San Vito Lo Capo, Trapani e Valderice.”<br />
Quella posta in essere da Mario Gallo, apprendiamo, è “traduzioni dû francisi ‘nsicilianu”.<br />
Ecco, notiamo, Mario Gallo utilizza le preposizioni articolate contratte, che egli caratterizza con l’accento circonflesso, per cui troveremo: dû francisi, ê picciriddi, ntô munnu, dâ natura, â storia, pâ virità, nnâ me vita, ô stessu liveddu, pî ranni, nô misteru, cû tiliscopiu, dî cosi, câ so pecura, chî matiti, pû culuri, dî baobab, ntê visciri, eccetera. Forme che sono in buona sostanza quelle proprie della parlata e di questa trasmettono l’immediatezza; mentre, per contro, il siciliano letterario lascia separate le due parti morfologiche e preferisce la soluzione preposizione più articolo.<br />
Il dialetto siciliano: i suoi lemmi che tuttora noi adoperiamo con naturalezza, con proprietà di significato, con i quali assolviamo egregiamente l’esigenza sociale della comunicazione, che fanno parte a pieno titolo dell’odierno, nostro, quotidiano conversare. Orbene, quantunque pregni di vitalità, di attualità, essi sono antichi di secoli, quando non addirittura di millenni; ma di ciò non abbiamo consapevolezza, perché, invero, forse mai ci siamo interrogati in tal senso.<br />
Il siciliano, infatti, le cui radici (diciamo così ufficiali) affondano nel lontano 424 a.C. con la virtuale costituzione ad opera di Ermocrate della nazione siciliana, “Noi non siamo né Joni né Dori, ma Siculi”, è un organismo vivo, palpitante, un organismo capace di resistere alle influenze delle disparate altre culture con le quali si è “incontrato”, capace di acquisire da ognuna di esse quanto di volta in volta più utile al suo arricchimento e di stratificare tali conquiste sulle proprie, originarie fondamenta. E così si avvicendano in epoche successive il greco-siculo, il latino-siculo, l’arabo-siculo, il franco-siculo, l’ispano-siculo, ma in definitiva sempre una lingua, una sola: il siciliano. Le genti Sicane e Sicule che abitavano l’Isola (i primi nella parte occidentale, i secondi in quella orientale) disponevano, osserva Nino Pino “sebbene non sopravvivano tracce”, di uno strumento di comunicazione ben prima che il latino nel III secolo a.C. vi giungesse e dunque il latino e ogni altra influenza, modificazione, arricchimento nei secoli susseguitisi si sono sovrapposti a quel substrato preesistente; “nella conquista della Sicilia – ribadisce Salvatore Giarrizzo – i Romani si scontravano con due popoli che da secoli si contendevano il dominio: i Greci e i Cartaginesi”; e Lucio Apuleio, scrittore siciliano del II secolo d.C., registra che i Siciliani parlavano tre lingue: il greco, il punico e il latino. Ma da allora, e fino al XIX secolo, nei nostri lidi ne sono passati di “ospiti”!<br />
Tra le notazioni doverose su questo lavoro di Mario Gallo è da rilevare, pertanto, quella afferente alla scelta lessicale; scelta che, estraendo appunto dall’incommensurabile patrimonio del nostro dialetto voci, espressioni, soluzioni assai felici, impreziosisce alquanto la traduzione. Ne proponiamo solo pochi eloquenti esempi, con a fianco in parentesi il corrispettivo in lingua italiana: passatera (incidente), ‘nfastiriatu (di malumore), crastu (ariete), prescia (fretta), ‘nfrinzai (tirai fuori), m’abbaggianava (ero molto fiero), tistiannu (scrollò il capo), ntracchiatu (elegante), arrunchianu i spaddi (suggestivo ed efficace persino nella postura che ci sembra proprio di vedere, alzeranno le spalle), na larma chiù ranni (letteralmente una lacrima, poco più grande), pirciannu i cascittini cu l’occhi (per vedere attraverso le casse), scantu (paura), cuddata dû suli (letteralmente tracollo del sole, tramonto), alluccutu (stupefatto), zicchiava (sceglieva), munciuniatu (sgualcito), tampasiari (indugiare), fa attaccari i nervi (è irritante), siddiarsi (letteralmente scocciarsi, annoiarsi), pinnuliannusi (sporgendosi), vavusu (vanitoso), quannu ammicciau (appena scorse), arrusciu (innaffio), astuta (spegne), vecchiu bonentu (vecchio signore), mazzacani (grosse pietre), abbanidduzza (semiaperte), sdirrupatu (in rovina), additta (in piedi).<br />
Prepotentemente nota, mercé la ribalta televisiva spalancatane dal commissario Montalbano di Andrea Camilleri, ma sempre intrigante, la locuzione ci spiai nell’accezione di: gli domandai; da rimarcare altresì l’invariabilità dell’avverbio quantu: quantu pisa, quantu varagna, quanto pesa, quanto guadagna, e parimenti quant’anni avi, quantu frati, quanti anni ha, quanti fratelli, nonché la circostanza che il siciliano difetta del segnacaso da e il segno del genitivo vale per l’ablativo: di nautru pianeta, da un altro pianeta, di luntanu, da lontano, di unni veni?, da dove vieni?, di cinquantaquattranni, da cinquantaquattro anni.<br />
Sin dalle battute d’esordio, queste pagine di Mario Gallo sono una vera e propria miniera di suggerimenti, che ci consentono di argomentare su parecchie delle peculiarità del dialetto siciliano. Una tra esse, saldamente legata al latino, è costituita dalla perifrastica (da perifrasi: giro di parole, circonlocuzione), che in siciliano non è passiva come nel latino e viene resa mutando il verbo Essiri in Aviri. Il latino mihi faciendum est, difatti, in italiano si volge con la perifrasi io debbo fare, o consimili, mentre il siciliano lo rende con aju a fari. E, nel principinu: aviti a pinzari, dovete pensare, si ci avâ diri, bisogna dire, m’appâ fari vecchiu, devo essere invecchiato, tu m’â discriviri, tu mi devi descrivere …<br />
Come del resto è già avvenuto in altre lingue, nel siciliano il verbo Essiri ha perduto, in favore del verbo Aviri, le funzioni di verbo ausiliare: m’avissi piaciutu, mi sarebbe piaciuto, avissi statu, sarebbe stato. Si è verificato inoltre l’evidente ripiegamento del modo Condizionale a vantaggio del Congiuntivo: truvassiru, troverebbero, fussi, sarebbe, facissi, farebbe, lassassi, lascerebbe, l’avissivu vui, l’avreste voi, e del tempo Passato Prossimo a beneficio del Passato Remoto: ‘ncuntrai, ho incontrato, campai, ho vissuto, caristi, sei caduto, vi cuntai, vi ho raccontato, vitti, ho visto, accattai, ho comperato …<br />
Nel dialetto siciliano manca il tempo futuro dei verbi. “Come interpretare (quasi filosoficamente) questa anomalia? Ecco lo spunto – asserisce Paolo Messina – per un nesso fra lingua e cultura, modi di essere e di pensare. È la consapevolezza storica dell’esserci heideggeriano a produrre la riduzione continua del futuro a presente, all’hic et nunc, e ciò nel pieno possesso del passato ormai definitivamente acquisito. I siciliani sono padroni del tempo o, per dirla con Tomasi di Lampedusa, sono Dei. Ma essere (o ritenere di essere) padroni del tempo può voler dire dominare mentalmente la vita e la morte, avere la certezza della propria intangibilità solo nel presente, un presente che si appropria del tempo futuro per scongiurare la morte, ombra ineliminabile dell’esserci. Quello che conta è il presente. Essere e divenire, insomma, nell’ansia metafisica si fondono o si confondono.” Manca il tempo futuro e ogni proposizione riguardante un’azione futura viene costruita al presente e al verbo si associa un avverbio di tempo. Il principinu non deroga a tale precetto: ti pozzu aiutari ‘n jornu, potrò aiutarti un giorno, tu rumani sî luntanu, tu sarai lontano, capisci allura, capirai, ci sugnu stanotti, ci sarò questa notte, aiu chiù scantu stasira, avrò più paura questa sera …<br />
Largo è, in Mario Gallo, l’uso della desinenza in “a” per il plurale dei sostantivi: jocura, maruna, miliuna, culura, munna, putruna, fuculara, jorna, libra, cunta, spuntuna, diserta, ‘mmriacuna, viaggiatura, lampiuna, liama, cacciatura, labbra, puzza, vrazza, disigna, prugetta, migghia, munzedda. Beninteso, anche il numero dei nomi è soggetto alle norme; e allora vediamole: “Il plurale dei nomi, sia maschili che femminili – scrive Salvatore Camilleri sulla sua ortografia siciliana del 1976 e riprende nella sua grammatica siciliana del 2002 – termina in “i”; ad esempio: quaderni, casi, pueti, ciuri. Un certo numero di nomi maschili terminanti al singolare in “u” fanno il plurale in “a” alla latina; sono nomi che di solito si presentano in coppia o al plurale: jita, vrazza, labbra, corna, ossa, vudedda, coccia, gigghia, mura, linzola, dinocchia, cucchiara. Molto più numerosi sono i plurali in “a” dei nomi maschili terminanti al singolare in “aru” (latino arius) significanti, in gran parte, mestieri e professioni.” Tra i più comuni se ne elencano: aciddara, birrittara, carvunara, ciurara, dammusara, furnara, ghirlannara, jardinara, jurnatara, libbrara, marinara, massara, nutara, picurara, pisciara, quadarara, ricuttara, ruluggiara, scarpara, tabbaccara, uvara, vaccara, vitrara, zammatara.<br />
È del tutto assente, e dunque non si vede e perciò è viepiù necessario che venga sottolineato, nel dialetto siciliano occidentale (ossia delle parlate del trapanese, dell’agrigentino centro occidentale e di parte del palermitano) il dittongo metafonico, ovvero la dittongazione della vocale accentata: vientu per ventu,  fierru per ferru, buonu per bonu, truonu per tronu, che è invece presente nelle parlate della Sicilia centro-orientale, ossia nelle zone del sostrato siculo. Per l’assenza della metafonesi, osserva Giorgio Piccitto, il dialetto siciliano-occidentale si distacca da tutti gli altri dialetti centro-meridionali.<br />
Capita persino nelle migliori famiglie, e neppure stavolta, probabilmente a causa della nefanda precipitazione di chiudere che sopravviene ogniqualvolta si è alle stampe, vi si è sfuggiti, di inceppare in qualche svista. Convinti come siamo che viceversa, con un pizzico più di attenzione, vi si sarebbe potuto ovviare provvedendo alla loro corretta distinzione ortografica, rileviamo nondimeno l’incongruenza nella scrittura di cu sî? chi sei, cu veni, chi verrà, cu siti?, chi siete? pronome, e cu tia, con te, cu l’occhi, con gli occhi, cu iddu, con sé, preposizione.<br />
E caliamo il sipario su queste succinte esplorazioni richiamandoci alle due lettere che caratterizzano l’alfabeto siciliano: la DD, da non confondere con la doppia “d” che è un segno diverso, e la J, una consonante, da non confondere con la “i” che è una vocale. La DD, citiamo ancora Salvatore Camilleri, derivante dal tardo-latino (capillus, caballus, nullus, etc.) è talmente fuso nella pronuncia da essere considerato un segno a sé stante e non il raddoppiamento di due “d”; infatti, la suddivisione sillabica di addivintari, ad esempio, è ad-di-vin-ta-ri, mentre quella di cavaddu è ca-va-ddu. Da rimarcare in aggiunta che il suono di “d” è dentale, mentre quello di DD è cacuminale e gli infruttuosi tentativi di sostituire nel tempo il segno DD con DDH o DDR e con i puntini in cima o alla base di DD. Salvatore Giarrizzo, nel dizionario etimologico siciliano, definisce la J “semivocale latina”. Se fosse, come da altri sostenuto, una vocale la J dovrebbe ubbidire alla regola di tutte le vocali, a quella cioè di fondersi col suono della vocale dell’articolo che lo precede, dando luogo all’apostrofo. Così come noi scriviamo l’amuri (lu amuri) dovremmo pure scrivere l’jornu, l’jiditu … cosa che nessuno si sogna di fare, giusto perché, non essendo la J una vocale, non vi è elisione e quindi non è possibile l’apostrofo, il quale si verifica all’incontro di due vocali e mai di una vocale e di una consonante. Il segno J si caratterizza perché assume nel contesto linguistico tre suoni diversi e precisamente: suona “i” quando segue una parola non accentata (ad esempio, quattru jorna) e altresì quando ha posizione intervocalica (ad esempio, vaju, staju); suona “gghi” quando segue una parola accentata o un monosillabo o dopo “ogni”  (ad esempio, tri jorna, ogni jornu); suona “gn” quando segue in, un o San (ad esempio, un jornu, san Jachinu). Mario Gallo, nel principinu, sfodera fra gli altri: chiddu, capiddi, nuddu, idda, stiddi, beddi, picciriddi, liveddu, coddu … jorna e ghiorna, ‘n ghiornu.</p>
<p>Dulcis in fundo, un plauso a Mario Gallo e buon principinu a tutti.</p>
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		<title>Fortuna della porta</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Nov 2010 13:09:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Notizie]]></category>

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		<description><![CDATA[Ricevo da Marco scalabrino e vonetieri diffondo. Particolarmente interessante per chi si trovasse dalle parti di Trapani il prossimo 3 dicembre. Cliccare per ingrandire l&#8217;immagine.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ricevo da Marco scalabrino e vonetieri diffondo. Particolarmente interessante per chi si trovasse dalle parti di Trapani il prossimo 3 dicembre.<br />
Cliccare per ingrandire l&#8217;immagine.<br />
<a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/11/invito_dellaporta_trapani-3-dic.jpg"><img src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/11/invito_dellaporta_trapani-3-dic-300x225.jpg" alt="" title="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-1225" /></a></p>
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		<title>Giovani Nuscis scrive de La casa viola</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Sep 2010 06:42:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Letture]]></category>
		<category><![CDATA[Rubato qua e là]]></category>

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		<description><![CDATA[]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/09/la-casa-viola-copertina.jpg"><img src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/09/la-casa-viola-copertina.jpg" alt="" title="la-casa-viola-copertina" width="150" height="230" class="alignleft" size-full wp-image-1193" hspace="2" vspace="2" border="2"/></a><br />
<blockquote>Queste poesie sembrano comporsi partendo dalla musica, che l’orecchio fine del poeta capta calandosi nell’ascolto di quel mondo, vagliandolo e rianimandolo in brevi partiture che disegnano paesaggi inediti eppure familiari, nello spirito del luogo. Descrizioni spesso minime ma sapide, concentrate (ti facisti un pileri/lu pizzu/l’aricchinu.//E mi jisanti li manu.), che riassumono come in questo testo (Pileri) ricordo personale, condizione socio-ambientale e tratto antropologico; con registro ora lirico (Frivaru, che ci ricorda l’Ungaretti de L’Allegria), ora metafisico (Battaria); ora, marcatamente civile (C’è), a dimostrazione della duttilità del dialetto a dare voce a tutte le voci, là dove il silenzio è d’oro ma a vantaggio dei soliti noti; là dove i problemi e le difficoltà del vivere sono la piena di un fiume che esonda fino ai nostri piedi, e sembra mancarci l’aria, i movimenti: C’è catervi di cazzi di scardari/-droga travagghiu paci libirtà/giustizia malatia puvirtà…</p></blockquote>
<p>Lo scrive Giovanni Nuscis parlando delle poesie contenute ne &#8220;La casa viola&#8221;, di Marco Scalabrino.<br />
E&#8217; possibile <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2010/09/17/la-casa-viola-di-marco-scalabrino-recensione/">leggere l&#8217;intera recensione su La poesia e lo spirito</a>. </p>
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		<title>Marco Scalabrino scrive di Nino Orsini</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 21:51:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le sicilianerie di Marco Scalabrino]]></category>
		<category><![CDATA[Letture]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Nino Orsini – fissa Pietro Mazzamuto nella sua relazione al Convegno tenutosi a Palermo il 30 Novembre 1995 – ebbe coscienza per tutta la vita di essere poeta e scrisse, attingendo alla sua condizione di uomo e di siciliano, sempre versi in dialetto.&#8221; Giusto a partire da questa enunciazione intendiamo rievocare, a oltre venticinque anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>&#8220;Nino Orsini – fissa Pietro Mazzamuto nella sua relazione al Convegno tenutosi a Palermo il 30 Novembre 1995 – ebbe coscienza per tutta la vita di essere poeta e scrisse, attingendo alla sua condizione di uomo e di siciliano, sempre versi in dialetto.&#8221;<br />
Giusto a partire da questa enunciazione intendiamo rievocare, a oltre venticinque anni dalla morte, la figura e l’opera di Nino Orsini (Palermo 1908-1982). </em><br />
<a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/03/orsini-copertina.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-995" title="orsini-copertina" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/03/orsini-copertina.jpg" border="1" alt="" hspace="2" vspace="2" width="200" height="290" /></a><br />
[<a href='http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/03/scalabrino_nino-orsini.pdf'>Leggi tutto l'articolo di Marco Scalabrino in PDF - 130 KB circa </a>]</p>
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		<title>Pietro Civitareale. La dialettalità negata</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 19:26:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le sicilianerie di Marco Scalabrino]]></category>
		<category><![CDATA[Letture]]></category>

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		<description><![CDATA[di Marco Scalabrino &#8220;Gli scritti raccolti in questo volume sono stati redatti dal 1978 al 2008&#8243;. Esordisce con siffatte parole Pietro Civitareale nella breve premessa a questo prezioso volume di 128 pagine il cui esplicativo sottotitolo è: Annotazioni critiche sulla poesia dialettale contemporanea. E prosegue: &#8220;Le motivazioni di queste pagine vanno ricercate in un sentimento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Marco Scalabrino</p>
<p>&#8220;Gli scritti raccolti in questo volume sono stati redatti dal 1978 al 2008&#8243;. Esordisce con siffatte parole Pietro Civitareale nella breve premessa a questo prezioso volume di 128 pagine il cui esplicativo sottotitolo è: Annotazioni critiche sulla poesia dialettale contemporanea. E prosegue: &#8220;Le motivazioni di queste pagine vanno ricercate in un sentimento elettivo che nutro nei confronti di un genere letterario con il quale è nato e cresciuto il mio interesse per la letteratura, e cioè la poesia in dialetto.&#8221;<br />
Nato a Vittorito (AQ) nel 1934 e residente a Firenze, Pietro Civitareale è poeta e narratore, saggista e critico letterario, curatore di antologie di poeti contemporanei e studioso della poesia in dialetto; tradotti in varie lingue, i suoi scritti si trovano su riviste italiane e straniere.<br />
<span id="more-905"></span><br />
A partire dalle considerazioni che &#8220;lo scrittore dialettale d’oggi è in genere un operatore più evoluto sul piano intellettuale&#8221; e pertanto &#8220;capace di assorbire, nella sua ricerca poetica, stimoli e motivazioni legati ad una cultura meno circoscritta&#8221;, che &#8220;nell’intento di riappropriarsi delle proprie caratteristiche antropologiche&#8221; il fenomeno dialettale &#8220;ha assunto un carattere universale, inquadrandosi nella più generale questione della difesa dei patrimoni culturali autoctoni&#8221;, sfatata una volta per tutte &#8220;l’equazione “poesia dialettale = poesia minore”&#8221; che &#8220;si è rilevata abbastanza falsa&#8221;, e che non è dunque un caso che &#8220;la poesia dialettale d’oggi stia a mano a mano occupando lo spazio di quella in lingua&#8221;, in cinque capitoli (oltre la citata premessa e il pratico indice dei nomi), egli traccia &#8220;un quadro abbastanza credibile&#8221; della &#8220;straordinaria fioritura della poesia in dialetto in Italia&#8221; alla quale &#8220;abbiamo assistito in questi ultimi decenni.&#8221;<br />
Assai bella la copertina, che presenta in tanti piccoli riquadri le foto di una ventina degli autori che verranno trattati, altre validissime osservazioni costellano tutto il corpo del libro.<br />
Basilare quella che &#8220;non è lo strumento linguistico che fa la poesia, ma le capacità creative del poeta e l’uso che egli è in grado di fare della propria lingua&#8221;, e a seguire quelle altre che solo &#8220;difendendo la propria specificità, la poesia in dialetto può competere con quella in lingua e continuare ad affermare una propria ragione di essere&#8221;, che &#8220;rinunciando alla mimesi delle forme epico-realistiche e spogliandosi dei panni del populismo&#8221; la poesia “neo-dialettale” &#8220;si vota alla soggettività lirica con tutti i suoi ingorghi psicologici e le sue lacerazioni esistenziali&#8221; e diventa &#8220;una linea manieristica di resistenza.&#8221;<br />
Passando ai nomi: Tolmino Baldassari, Nino De Vita, Salvatore Di Marco, Franco Loi, Vincenzo Luciani, Dante Maffia, Biagio Marin, Mario Mastrangelo, Giacomo Noventa, Pier Paolo Pasolini, Franco Scataglini, Achille Serrao, Rocco Vacca, Andrea Zanzotto, in tutto oltre duecento, e quindi alle note sugli stessi, ecco: &#8220;la durezza morale di Guerra, il realismo popolare di Buttitta, il virile idillismo di Clemente, il descrittivismo cupo e tagliente di Pierro, il realismo lirico di Pascarella, la favola moralistica di Trilussa&#8221;, mentre, più estesamente &#8220;Mario Dell’Arco oppone una delicatezza sentimentale e un piglio descrittivo sospesi tra stilizzazione e naturalezza&#8221;, &#8220;il Pasolini delle prime poesie in dialetto offre, in un linguaggio raccolto e colorito, uno psicodramma impressionante della vita&#8221;, &#8220;quella di Elio Bartolini è una poesia estremamente intensa nella sua razionale perspicuità, che presenta zone di una forte incisività, a dimostrazione di una maniera con la quale lo stile può essere assunto ad esplicazione dello stato delle cose, a metafora di un rapporto con la situazione. Da qui l’uso, peraltro avarissimo, dell’aggettivazione in funzione sempre di “correzione” della realtà&#8221; e ancora Giovanni Nadiani il quale &#8220;con una tragica e lucida percezione della realtà, sceglie di testimoniare il disordine che cade sotto il suo sguardo, il forte sentimento del destino umano, il senso desertico dell’immaginario collettivo, nei termini di una tensione espressiva omologabile con una rappresentazione estremamente verticalizzata del mondo.&#8221;<br />
&#8220;Della poesia in dialetto si è impossessata l’editoria che conta&#8221;; ma altrettanto vero, asserisce Pietro Civitareale, è che la poesia che conta non è &#8220;appannaggio esclusivo della grande editoria&#8221;, anzi non di rado &#8220;l’editoria di provincia è in grado di esibire poeti di valore.&#8221;</p>
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		<title>Salvatore Di Marco, poeta e letterato</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Apr 2009 20:51:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le sicilianerie di Marco Scalabrino]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[di Marco Scalabrino &#8220;Ho sempre sentito il fascino del dialetto e le sue suggestioni nell’approccio con un linguaggio carico di suoni inediti e di significati nuovi.&#8221; Così Salvatore Di Marco su di sé. Poeta, storico della letteratura e della cultura siciliana, Salvatore Di Marco, Monreale (PA) 1932, si può definire, appunta Tommaso Romano, “un esponente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Marco Scalabrino</p>
<p> <a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/04/di-marco.jpg"><img src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/04/di-marco.jpg" alt="" title="di-marco" width="150" height="152" class="alignleft size-medium wp-image-669" vspace="2" hspace="2" border="1" /></a>&#8220;<em>Ho sempre sentito il fascino del dialetto e le sue suggestioni nell’approccio con un linguaggio carico di suoni inediti e di significati nuovi.</em>&#8221; Così Salvatore Di Marco su di sé.<br />
Poeta, storico della letteratura e della cultura siciliana, Salvatore Di Marco, Monreale (PA) 1932, si può definire, appunta Tommaso Romano, “un esponente della cultura militante”.<br />
E lo stesso Tommaso Romano, unitamente alla Fondazione Thule &#8211; Cultura di Palermo, ha organizzato il convegno sul tema LA FIGURA, IL PENSIERO E L’OPERA DI SALVATORE DI MARCO, POETA E LETTERATO, svoltosi il 22 Dicembre 2007 nel capoluogo siciliano, nelle circostanze della celebrazione del suo settantacinquesimo compleanno. “Convegno, precisa Aurelia Ambrosini, mirato ad analizzare mezzo secolo dell’impegno culturale e letterario di Salvatore Di Marco, intellettuale e poeta.”<br />
La Fondazione Thule ha quindi editato nel 2008, Le parole che contano, gli atti di quel convegno, che raccolgono le testimonianze di Tommaso Romano, Nino Aquila, Pino Giacopelli, Eugenio Giannone, Gaetano Pulizzi, Antonio Riolo, Ciro Spataro e le relazioni di Vincenzo Arnone, Franco Brevini, Licia Cardillo, Dante Cerilli, Giuseppe Cottone, Domenico Cultrera, Corrado Di Pietro, Enzo Papa, Pino Schifano, Melo Freni, Mimmo Galletto, Carmelo Lauretta, Alfio Patti, Turi Vasile; e in chiusura i testi poetici, a Salvatore Di Marco dedicati, di Paola Fedele, Nino Agnello, Lina Riccobene e un rapido album fotografico.<br />
<span id="more-668"></span><br />
Prendiamo lo spunto giusto da questi due recentissimi avvenimenti per tratteggiare un profilo di Salvatore Di Marco, con esclusiva attenzione all’ambito della poesia dialettale e della letteratura siciliana del secondo Novecento e fino ai nostri giorni. Rimandiamo pertanto quanti desiderassero più approfonditi ragguagli alla lettura integrale del citato volume Le parole che contano nonché de L’inquieta misura, una rassegna bio-bibliografica di Salvatore Di Marco dal 1947 al 2002 pubblicata dalla medesima Fondazione Thule nel 2003, le cui pagine <costituiscono l’orditura di una esistenza da consegnare ormai così com’è ai miei figli … un doveroso bilancio di vita, un inventario puntuale della mia storia personale.></p>
<p><Se negli anni Cinquanta la poesia dialettale per me non poteva che essere la poesia del popolo (gramscianamente, la classe lavoratrice), negli anni Sessanta guardavo alla poesia in dialetto come a una poesia capace di una “eversione linguistica”. In effetti, io appartengo a coloro che scrivono in dialetto perché il dialetto è il punto di partenza e di arrivo di ogni possibile risignificazione della realtà.><br />
Cantu d’amuri, del 1986, L’acchianata di l’aciddara, del 1987, Quaranta, del 1988, Epigrafie siciliane del 1989, Li palori dintra del 1991, La ballata di la morti, del 1995, sono i lavori in dialetto siciliano del Nostro.<br />
Cantu d’amuri, un poemetto con prefazione di Giorgio Santangelo, è la sua prima pubblicazione in dialetto: “È un interessante documento dell’esistenza di un siciliano illustre, di una koinè di nobile letterarietà che ogni poeta rinnova con la originalità della sua visione del mondo.” Dall’incipit: <Stamatina amuri / cu na capiddera ciuruta / di nàccari / vosi vestiri a festa / stu ventu d’autunnu / chi m’accumpagna / a la cuddata.><br />
Quaranta, poesie siciliane 1957-1969, con prefazione di Salvatore Camilleri: “Salvatore Di Marco, dagli inizi neorealistici degli anni Cinquanta, viene a trovarsi, negli anni Sessanta, poeta del simbolo e della metafora poetica. Egli si avvale cioè di tutte le conquiste della poesia moderna, formali e strutturali, sostenute dal gioco sapiente delle analogie e da un linguaggio allusivo, evocativo, essenziale.” Da CONTRURA, del 1958: <Lesta / a sfrìciu di ventu / scattìa / na vuci d’oceddu, / l’occhiu fermu / di pampini russi / mpatta cu l’auti celi / finistrali d’azzolu / naca di silenzi / e na chitarra muta / pi la calura / e lu sonnu: / tempi duci / di la malinconia.><br />
Li palori dintra, con prefazione di Turi Vasile: “Questo poemetto di levigato lirismo dimostra che l’uso del dialetto consente tutti gli azzardi, anche quello di affacciarsi sull’abisso della parola. Quando poi la parola che emerge dalla memoria sepolta appartiene a un idioma come quello siciliano si scopre la ricchezza di un lessico al quale hanno contribuito grandi civiltà linguistiche e profonde esperienze storiche e antropologiche.” Dal primo dei sei punti che lo compongono: <Iu dicu / ca ci havi ad essiri / dintra di lu me cori / dda palora / ca mi po nzignari / comu è fattu stu munnu: / la palora / ca nascìu cu mia, / ca s’addivò / ni la me naca / e fu matri / di tutti li palori.><br />
La ballata di la morti, con prefazione di Giuseppe Cavarra: “La struttura metrica adotta la strofa breve, formata da quattro ottonari. Il ritmo è governato da vari artifici: segno che l’autore riprende e impiega modi popolareschi come può farlo un poeta colto.” Eccone le tre strofe introduttive: <Piscaturi nun piscari / cacciaturi nun cacciari / navicanti nun partìri / tu furnaru nun nfurnari / lavannara nun lavari / custurera nun puntiàri / mulinaru a lu mulinu / leva manu ‘i macinari: / genti bona e genti tinta / di vicinu e di luntanu / nun sintiti li campani / nun viniti a la me festa?>     </p>
<p>Rilevata la singolarità che le liriche “più vecchie”, quelle della prima ora, sono state pubblicate per terze, nel 1988, ci chiediamo: quando e quali sono stati gli esordi letterari in dialetto siciliano di Salvatore Di Marco?<br />
Nel 1955, allora ventitreenne, Salvatore Di Marco conobbe Pietro Tamburello (Palermo 1910-2001) ed entrò nel GRUPPO ALESSIO DI GIOVANNI; “GRUPPO”, della cui esperienza Salvatore Di Marco si è fatto in seguito appassionato testimone, che ha raccolto il testimone di Alessio Di Giovanni ed è stato il promotore del RINNOVAMENTO DELLA POESIA DIALETTALE SICILIANA, movimento tra i più importanti del Novecento letterario siciliano.  </p>
<p>Ma, cosa è stato il RINNOVAMENTO? Chi e cosa ne furono i protagonisti e il programma?<br />
A Palermo, prima che terminasse il 1943, Federico De Maria venne a trovarsi a capo di un nucleo di giovani poeti dialettali: Ugo Ammannato, Miano Conti, Paolo Messina, Nino Orsini, Pietro Tamburello, Gianni Varvaro, e nell’Ottobre 1944 venne fondata la SOCIETÀ SCRITTORI E ARTISTI DI SICILIA, che ebbe sede nell’Aula Gialla del Politeama e in primavera, all’aperto, nei giardini della Palazzina Cinese alla Favorita.<br />
<Tra la fine del ’43 e l’inizio del ’44 – attesta Paolo Messina nel saggio LA NUOVA SCUOLA POETICA SICILIANA, del 1985 – la guerra continuava e doveva continuare ancora per un anno. Risaliva la penisola, e in Sicilia per primi avevamo respirato, l’acre pungente ciauru della libertà, mentre il quadro prospettico del mondo già mutava radicalmente. Da qui l’esigenza di rifondare non solo la società civile, ma anche il linguaggio. Nel 1946, alla scomparsa di Alessio Di Giovanni, quel primo nucleo di poeti che comprendeva le voci più impegnate dell’Isola prese il nome del Maestro e si denominò appunto GRUPPO ALESSIO DI GIOVANNI. Occorre però dire che non ci fu un manifesto, né l’ausilio di un apparato critico, né un riscontro adeguato sulla stampa.> E nel suo pezzo in ricordo di Aldo Grienti, pubblicato nel Febbraio 1988 a Palermo sul numero ZERO di quello che fu l’effimero ritorno a cura di Salvatore Di Marco del PO’ T’Ù CUNTU, nuovamente Paolo Messina ci segnala: <Abbiamo la data dell’inizio del movimento rinnovatore, quella del Primo raduno di poesia siciliana svoltosi a Catania il 27 Ottobre 1945.><br />
Sul versante ionico, infatti, avvenne l’incontro con il sodalizio di cui Salvatore Camilleri era l’animatore: Mario Biondi (nella cui sala da toeletta di via Prefettura si tenevano gli incontri diurni, mentre di sera li attendeva il salotto di Pietro Guido Cesareo, in via Vittorio Emanuele 305), Enzo D’Agata, Mario Gori ed altri già appartenenti all’UNIONE AMICI DEL DIALETTO, che nella Catania del ’44 si era ribattezzato (dietro suggerimento di Mario Biondi) TRINACRISMO.<br />
Composto, osserva Salvatore Di Marco, <da poeti di generazioni differenziate, ma animati tutti dal proposito comune di svecchiare, nel linguaggio, nello stile, nei contenuti, la poesia dialettale siciliana>, il “GRUPPO” non fu un corpo unico, una orchestra che ha eseguito un identico spartito. Ammette Pietro Tamburello: “Sappiamo tutti dove andare, ma non siamo concordi sulla via da seguire.”  </p>
<p>E insistiamo, giacché Salvatore Di Marco vi è pienamente coinvolto, su quella fantastica stagione, la cui storia riteniamo avvincente e ben degna di essere conosciuta a tutti i Siciliani, pratichino o meno le Lettere.<br />
Il giornale di poesia siciliana, nel numero di Settembre 1988, stampa il pezzo di Salvatore Di Marco UNA OCCASIONE MANCATA. <L’8 di agosto del 1952 rivedeva la luce in Palermo il periodico di poesia dialettale siciliana PO’ T’Ù CUNTU dopo ben diciotto anni di assenza. Intanto erano scomparsi i prestigiosi collaboratori dell’anteguerra che avevano dato lustro al PO’ T’Ù CUNTU: poeti e scrittori come Luigi Natoli, Alessio Di Giovanni, Vincenzo De Simone, Vito Mercadante, Vanni Pucci. Sicché si ha l’impressione malinconica, rileggendo oggi i vecchi fascicoli del 1952, che la direzione del PO’ T’Ù CUNTU non si fosse resa ben conto delle laceranti trasformazioni che, rispetto agli anni Trenta, erano intervenute nel tessuto sociale dell’isola a modificare anche il quadro complessivo delle vocazioni letterarie. E ciò pure nell’ambito della poesia siciliana. Questa situazione non piacque ad un gruppo – il più inquieto a quel tempo – di collaboratori del PO’ T’Ù CUNTU. Si trattava di Ugo Ammannato, di Pietro Tamburello e di qualche altro che già aveva scritto sul quel giornale dal 1927 in poi. Ma anche di giovani come Paolo Messina. Infatti, accanto a Federico De Maria nel 1945, essi avevano rilanciato la poesia dialettale siciliana attraverso affollati incontri con il vasto pubblico nell’Aula Gialla del Teatro Politeama di Palermo. E nei poeti che vi partecipavano, da Miano Conti a Nino Orsini, da Tamburello ad Ammannato, si era diffuso il rifiuto della vecchia poesia dialettale e un bisogno ancora indistinto di cambiamento. Questi incontri indetti dalla Società Scrittori e Artisti di Sicilia di cui Federico De Maria era il presidente, e organizzati da Ammannato e Tamburello, furono chiamati Ariu di Sicilia. Allorquando nel 1953 quel gruppo di poeti riunito da comuni idealità di rinnovamento letterario e culturale, constatata l’impossibilità di condurre in Sicilia un discorso di poesia nuova attraverso le pagine del PO’ T’Ù CUNTU, pensò di darsi un proprio foglio di proposta e di battaglia letteraria, Pietro Tamburello volle chiamarlo ARIU DI SICILIA. ARIU DI SICILIA, fondato nel 1954 da Pietro Tamburello che ne assunse la redazione, fu un foglio di quattro pagine, che uscì ogni mese e che durò esattamente da Marzo a Ottobre di quell’anno. Visse il suo breve tempo in povertà di mezzi finanziari e fu un semplice inserto del PO’ T’Ù CUNTU. Nell’editoriale del primo numero Pietro Tamburello aveva annunciato i seguenti tre obiettivi: 1) promuovere una nuova fioritura di studi intorno alla letteratura siciliana, 2) rinnovare la tradizione alla luce delle ultime esigenze estetiche, 3) sottoporre a revisione critica le opere degli scrittori delle generazioni passate. I testi letterari pubblicati furono in tutto 115 di 41 autori. Tra questi i poeti del GRUPPO ALESSIO DI GIOVANNI: Ugo Ammannato, Miano Conti, Aldo Grienti, Paolo Messina, Carmelo Molino, Pietro Tamburello e Gianni Varvaro. Meno costanti nella collaborazione ma presenti: Ignazio Buttitta, Salvatore Di Pietro, Nino Orsini, Elvezio Petix.><br />
E nell’articolo titolato LA CIVILTÀ DEI CAFFÈ, pubblicato nel Febbraio 1988 a Palermo sul numero ZERO del rinato PO’ T’Ù CUNTU!, Salvatore Di Marco registra: <Negli anni Cinquanta c’era a Palermo, in via Roma quasi all’altezza dell’incrocio con il Corso Vittorio Emanuele, uno dei caffè Caflish. Al piano superiore, una saletta con sedie e tavolini. Ebbene, in quel luogo e per anni – sicuramente dal 1954 al 1958 – nella mattinata di tutte le domeniche si riunivano i poeti del GRUPPO ALESSIO DI GIOVANNI. Frequentatori erano, oltre a chi scrive, Ugo Ammannato, Pietro Tamburello, Miano Conti, Gianni Varvaro e altri. Vi arrivavano spesso Ignazio Buttitta da Bagheria, Elvezio Petix da Casteldaccia, Antonino Cremona da Agrigento, e da Catania Carmelo Molino e Salvatore Di Pietro: insomma, i personaggi più significativi allora della nuova poesia siciliana. In quegli incontri si leggevano poesie, si parlava del dialetto siciliano, si discuteva di letteratura e di politica.><br />
Nel 1955, con la prefazione di Giovanni Vaccarella, vide la luce a Palermo l’Antologia POESIA DIALETTALE DI SICILIA. Protagonisti il GRUPPO ALESSIO DI GIOVANNI: Ugo Ammannato, Ignazio Buttitta, Miano Conti, Salvatore Equizzi, Aldo Grienti, Paolo Messina, Carmelo Molino, Nino Orsini e Pietro Tamburello. E nel 1957 Aldo Grienti e Carmelo Molino furono i curatori della Antologia POETI SICILIANI D’OGGI, Reina Editore in Catania. Con introduzione e note critiche di Antonio Corsaro, questa raccoglie, in rigoroso ordine alfabetico, una qualificata selezione dei testi di 17 autori: Ugo Ammannato, Saro Bottino, Ignazio Buttitta, Miano Conti, Antonino Cremona, Salvatore Di Marco, Salvatore Di Pietro, Girolamo Ferlito, Aldo Grienti, Paolo Messina, Carmelo Molino, Stefania Montalbano, Nino Orsini, Ildebrando Patamia, Pietro Tamburello, Francesco Vaccaielli e Gianni Varvaro. Le due sillogi, che ebbero al tempo eco nazionale (una recensione di Paolo Messina apparve in data 21 Maggio 1955 su IL CONTEMPORANEO di Roma) e tuttora sono ben note agli appassionati, sono state antesignane del RINNOVAMENTO DELLA POESIA DIALETTALE SICILIANA.<br />
Il RINNOVAMENTO DELLA POESIA DIALETTALE SICILIANA, la stagione tra il 1945 e la seconda metà circa degli anni Cinquanta (l’ultima manifestazione pubblica del “GRUPPO” – asserisce Salvatore Di Marco – si svolse nell’anno 1958 presso il Circolo di Cultura di Palermo, diretto da Lucio Lombardo Radice che promosse un incontro sulle correnti contemporanee della poesia siciliana) segnata dal movimento di giovani poeti dialettali palermitani e catanesi, fu rinnovamento fondato sui testi e non sugli oziosi proclami, sugli esiti artistici individuali e non su qualche manifesto. <Un processo letterario di emancipazione né facile né omogeneo, in cui il passaggio dal vecchio al nuovo non poteva escludere una fase di coesistenza fra ciò che della tradizione vernacolare sopravviveva e ciò che della nuova poetica cercava più sicure formalizzazioni liriche.> Una stagione letteraria che Di Marco giudica <essere stata ingiustamente marginalizzata sia in sede storiografica che critica.> Annota, infatti, nell’articolo del 1995 titolato I DIALETTI SÌ: <Trova sempre più favore il criterio di scrivere la storia della letteratura italiana a partire da una base che consideri le aree regionali. Le letterature regionali e quelle dialettali sono aspetti insopprimibili della vicenda storica della nostra letteratura nazionale. Che i nostri migliori scrittori dialettali siano rimasti esclusi, emarginati dalle storie letterarie è stato un grave errore di cui gli studiosi oggi si rendono sempre più conto e che solo un buon processo di aggiornamento può ridimensionare.> </p>
<p>Direttamente legato a quanto or ora detto il tomo del 1995: LA QUESTIONE DELLA “KOINÈ” E LA POESIA DIALETTALE SICILIANA. <Una questione che ha interessato una certa fascia di poeti siciliani, in particolar modo quelli impegnati nel rinnovamento della poesia dialettale in Sicilia. L’argomento riguarda la eventuale introduzione generalizzata dell’uso di una koinè letteraria in alternativa al sempre più diffuso ricorso, da parte dei poeti siciliani, alle parlate locali. Una questione … con riferimenti sempre più diretti alle implicazioni di tipo grammaticale, ortografico e fonetico.> Una questione, tuttavia, che non ha sortito il florilegio di studi auspicabile e che si è ricondotta alla tensione ideale verso una unità ortografica della scrittura e alla proclamazione di principio che vengano dettate alcune regole ortografiche comuni. Elementi propizi e opportuni rimarcano gli studiosi, quantunque non necessari e di non facile praticabilità. Tomo preziosissimo, giacché nelle sue circa 160 pagine fitte di nomi, eventi, stralci di interventi, rimandi bibliografici, si ripercorre l’esperienza letteraria che, grosso modo tra il 1945 e il 1958, coinvolse talune <aree della poesia dialettale siciliana sul terreno della ricerca e della sperimentazione di nuove vie che potessero rinnovarla.> </p>
<p>Tra i molteplici studi di Salvatore Di Marco, di rilevante importanza quelli condotti su due dei massimi autori dialettali siciliani: Alessio Di Giovanni e Ignazio Buttitta, dei quali si richiamano riassuntive tracce.<br />
Quanto al primo, oltre ad averne curato svariate riedizioni, gli studi sono confluiti nel 2006, a sessant’anni dalla scomparsa, nel volume SOPRA FIORIVA LA GINESTRA. ALESSIO DI GIOVANNI E LA SICILIA DELLA ZOLFARE. <È naturale che l’anno 1896 e il Maju sicilianu siano considerati come i segni dell’esordio letterario di Alessio Di Giovanni. Un duplice esordio, poiché dell’esordio annuncia sia la nascita d’un poeta d’ottima tempra, come pure quella d’un geniale poeta dialettale. Ma c’è di più: quell’opus primum apre la stagione del rinnovamento della poesia dialettale siciliana in Sicilia.> E prosegue: <Quando Alessio Di Giovanni scrive le liriche di Maju sicilianu egli si è già convinto che la poesia siciliana fosse chiamata a compiere un salto di qualità, una svolta.> Convinzione che porterà il ventiquattrenne Alessio Di Giovanni, sempre nel 1896, a stilare il saggio monografico SARU PLATANIA E LA POESIA DIALETTALE IN SICILIA, in cui egli agogna quel “poeta nuovo” che manca alla poesia dialettale siciliana. E sono queste peraltro, in estrema sintesi, le fila che poi annodarono lui e gli esponenti del RINNOVAMENTO DELLA POESIA DIALETTALE SICILIANA.<br />
Nel 1922, assieme con Saru Platania, Vito Mercadante, Francesco Trassari, Alessio Valore, Nino Pappalardo, Vanni Pucci, Alessio Di Giovanni venne inserito da Luigi Natoli nella antologia intitolata Musa siciliana, Editore R. Caddeo, Milano, antologia che Salvatore Di Marco definì <una vera e propria opera classica nella storia della poesia dialettale siciliana a cavallo tra fine Ottocento e i primi due decenni del Novecento.><br />
 “Per l’alto spessore culturale, per le doti umane, per avere illustrato il nome di questa città e dei suoi Poeti”, l’Amministrazione Comunale di Cianciana (AG), la città natale di Alessio Di Giovanni, l’8 Ottobre 2005 concesse la cittadinanza onoraria a Salvatore Di Marco. </p>
<p><Le vicende drammatiche del secondo dopoguerra siciliano – assevera Salvatore Di Marco sul pregevole compendio di saggi su Ignazio Buttitta IL FILO DELL’AQUILONE del 2000 – imprimono una svolta alla sua poesia.> Buttitta era naturaliter ben provvisto di <capacità non comuni di comunicativa sul piano espressivo, mimico, gestuale, che d’altronde egli gestiva con consumata padronanza ed efficacissimi risultati. Cantore dell’uomo e della natura, la sua poesia piena di uccelli, di pesci, di uomini, di terra illuminata dalla solarità del mare e del cielo di Aspra, scorre vitalissima lungo tutto il Novecento. Ignazio Buttitta supera il mero populismo e si inserisce pleno titulo nella storia contemporanea della poesia dialettale siciliana.> E ci rammenta una curiosità: nell’Ottobre del 1987, principalmente sulle colonne del Giornale di Sicilia, divampò una polemica contro Franco Brevini, “incriminato” di avere escluso Ignazio Buttitta dalla sua antologia Poeti dialettali del Novecento.</p>
<p>Sempre in tema di poeti, solo a mo’ di esempio, altri cenni su Pietro Tamburello, Antonino Cremona, Aldo Grienti.<br />
<Pietro Tamburello – sostiene Salvatore Di Marco sul numero Luglio-Agosto 1998 del periodico catanese ARTE E FOLKLORE DI SICILIA – la cui storia di poeta comincia nel 1926 con la nascita a Palermo di quel notissimo e controverso foglio dialettale che fu il PO’ T’Ù CUNTU … nonostante avesse avuto un ruolo determinante tra i protagonisti della nuova poesia siciliana (se nel 1929 era stato il segretario generale dell’Accademia di Poesia Siciliana “G. Meli” presieduta da Giuseppe Ganci Battaglia, nel 1945 sarà il referente di Federico Di Maria nell’ambito della Società Scrittori e Artisti e poi fonderà il GRUPPO ALESSIO DI GIOVANNI e nel 1954 sarà il direttore di ARIU DI SICILIA) pubblicò poco e tardi i suoi versi dialettali. Sono tantissime le poesie di questo Autore palermitano apparse sul PO’ T’Ù CUNTU tra il 1926 e il 1933 (anno in cui il periodico interruppe le pubblicazioni per riprenderle dal 1952 al 1972) e in altri fogli dell’epoca. Ma il periodo in cui Pietro Tamburello portò a piena maturità espressiva la propria poesia nei temi, nella forma e nel linguaggio tocca gli anni Quaranta e Cinquanta.> Il medesimo numero della Rivista pubblica altresì il suo saggio su ROSI DI VENTU di Pietro Tamburello: <Assai vicino alla lirica pura, Tamburello però ne semplifica il modello e l’occulta sotto gli abiti della tradizione siciliana delle forme rimate, del sonetto, dell’endecasillabo che risuona nelle composizioni a verso libero, lo occulta tra le fioriture lessicali di un dialetto armonioso ed antico. Da qui Tamburello ascende alle suggestioni della grande poesia francese. E, fuori dalle scene mondane, ormai raffinato artefice della propria parola poetica, giunto alle misure essenziali del dettato … ad ogni componimento consegna ineccepibile forma, dove nulla è superfluo o casuale”.<br />
La notizia della scomparsa di Antonino Cremona (Agrigento 1931-2004) si diffuse nell’Autunno tra gli amici e negli ambienti della poesia dialettale siciliana. Sedato lo sgomento, acquisito il dato della ineluttabilità della morte, la prima autorevole sentita testimonianza è stata la “Lettera per Antonino Cremona” di Salvatore Di Marco, datata 10 Febbraio 2005. “Lettera”, pubblicata sul numero 78 de LA NUOVA TRIBUNA LETTERARIA, dalla quale riportiamo: <Il fatto è che questa diceria della tua morte (e ti prego di smentirla) risale al 25 Settembre dell’anno scorso con tanto di necrologio sui giornali. Anch’io lessi a suo tempo, ma vai a fidarti dei giornali! Io penso, infatti, che se tu fossi morto, la città di Agrigento ti avrebbe in qualche modo commemorato. E invece, dal 25 Settembre 2004, ogni mattina Agrigento si sveglia e dice al mondo: “Niente di nuovo, non è successo nulla di rilevante”. Se muore un personaggio come Nino Cremona, poeta di razza e di lunghe stagioni, filologo e scrittore, critico letterario e intellettuale di pregio, Agrigento sicuramente avrebbe versato lacrime sincere. Un Personaggio come te, caro Nino, non può morire nel silenzio generale, soprattutto in quello crudele della tua terra. Perciò dico che se tu fossi veramente morto me l’avresti comunicato.> Antonino Cremona fu uno dei protagonisti del RINNOVAMENTO DELLA POESIA DIALETTALE SICILIANA, la cui storia, riscontra Salvatore Di Marco, <è interessante di idee e di poeti, di mutazioni culturali e inquietudini sociali, di sperimentazioni e di esiti anche importanti però rimasti sconosciuti a chi ha ritenuto che il solo pannello solare capace di dare nuova energia alla letteratura siciliana dialettale fosse quello esclusivo di Ignazio Buttitta, è ciò semplicemente perché lo si trovava già collocato più in alto degli altri.> Il convegno di studi avente per tema L’OPERA DI ANTONINO CREMONA E IL NOVECENTO SICILIANO si è svolto il 27 Gennaio 2006 ad Agrigento; tra i relatori: Sergio Spadaro, Giovanni Occhipinti, Antonio Liotta e Salvatore Di Marco. L’ANIMA GIRGENTANA NELLA POESIA DIALETTALE SICILIANA DI ANTONINO CREMONA, pubblicata nel 2007 dalla ASSOCIAZIONE CULTURALE “NINO MARTOGLIO” GROTTE (AG), fu la relazione di Salvatore Di Marco il quale, a quattro mani con Sergio Spadaro, raccolse le LETTERE PER UN POETA, carteggio su Antonino Cremona e altre carte.<br />
<Pochi i versi, è vero – si legge in un articolo firmato da Nicolò D’Agostino (pseudonimo di Salvatore Di Marco, come pure suo pseudonimo è F. Martore Cuccia), pubblicato sul numero di Aprile 1990 del mensile di letteratura dialettale giornale di poesia siciliana – perché in effetti Aldo Grienti non fu poeta di lunga militanza nell’area del dialetto siciliano, avendo trasferito, soprattutto negli anni Sessanta, nella poesia in lingua italiana e principalmente nelle arti figurative, le proprie vocazioni artistiche. Ma questo non inficia il valore letterario della sua opera di poeta dialettale. Aldo Grienti – prosegue D’Agostino – era “generazionalmente” nuovo, rispetto alla poesia dialettale degli anni Trenta-Quaranta, e praticò subito un suo modo di fare poesia prima ancora che il vecchio, che la tradizione, lo contagiassero.></p>
<p>Approssimandoci al traguardo di questa essenziale escussione, ulteriori stringate notizie su Salvatore Di Marco.<br />
S’è fatto cenno, più volte, al giornale di poesia siciliana. Di questo periodico, come pure della RIVISTA ITALIANA DI LETTERATURA DIALETTALE, entrambi editi in Palermo, Salvatore Di Marco è stato il fondatore e ne ha sempre tenuto la direzione.<br />
Il citato numero ZERO del PO’ T’Ù CUNTU, nell’articolo non firmato in prima pagina, dà notizia del Convegno (poi tenutosi nei giorni 18 e 19 Marzo 1988 presso la sede della Fondazione Culturale “Chiazzese”) sul tema Vito Mercadante: l’uomo, il poeta. Relatori Rita Verdirame, Antonino Verzera, Salvatore Camilleri, Nicola Mineo, Giuseppe Carlo Marino e Salvatore Di Marco.<br />
E Salvatore Di Marco è stato, insieme a Natale Tedesco, Lucrezia Lorenzini, Nicola Mineo ed altri, tra i relatori al Primo Convegno Regionale di Poesia Dialettale Siciliana svoltosi a Barcellona Pozzo di Gotto nei giorni 29 e 30 Ottobre 1988, organizzato dalla Corda Fratres, che ha visto in aggiunta la presenza di oltre venti poeti provenienti da tutte e nove le province dell’Isola.<br />
Assieme con Giuseppe Giovanni Battaglia, Sebastiano Burgaretta, Salvatore Cagliola, Salvatore Camilleri, Giuseppe Cavarra, Nino De Vita, Salvatore Di Pietro, Paola Fedele, Andrea Genovese, Rino Giacone, Alfio Inserra, Augusto Manna, Giuseppe Mazzola Barreca, Renato Pennisi, Stefano Puglisi, Michele Sarrica, Pietro Tamburello, Carlo Trovato, Salvatore Di Marco è inserito nella antologia della poesia contemporanea in dialetto siciliano a cura di Corrado Di Pietro, LINGUA LIPPUSA, del 1992.<br />
Con Salvo Zarcone e Francesco Leone, è stato il relatore al convegno di studi organizzato nel 2005 in occasione del quarantennale della morte del poeta di Castellammare del Golfo (TP) Castrenze Navarra, manifestazione che ha ottenuto il patrocinio di quella Amministrazione Comunale, che del Navarra ha promosso la pubblicazione della ANTOLOGIA DELLE OPERE IN VERSI SICILIANI E IN PROSA. </p>
<p>Tra le tantissime notevoli realizzazioni, riteniamo opportuno menzionare: LA STORIA INCOMPIUTA DI FRANCESCO LANZA, monografia critica con prefazione di Giuseppe Cottone del 1991, e IL CANTIERE SULLA LINGUA MADRE, del 2007, che raccoglie gli atti degli incontri dedicati alla letteratura in dialetto tenutisi, tra il 27 Gennaio e il 10 Maggio 2006, nel salone delle conferenze della Biblioteca Museo “Luigi Pirandello” di Agrigento. </p>
<p>Beninteso, abbiamo soltanto schematizzato le “cose” più importanti afferenti al monumentale opus di Salvatore Di Marco, il quale tra editoriali, prefazioni, articoli, eccetera, ha scritto – fra gli altri su Alfio Inserra, Carmelo Lauretta e Flora Restivo – migliaia di pezzi e ha attraversato da protagonista, sia nella veste di poeta che in quella di letterato, gli ultimi cinquant’anni della storia letteraria siciliana.</p>
<p>Ma non è finita: Salvatore Di Marco si dichiara tuttora impegnato a continuare per il futuro il proprio lavoro. </p>
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		<title>Genovese su Scalabrino</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jan 2009 18:56:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le sicilianerie di Marco Scalabrino]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di Mirella Genovese</p>
<p>In Tempu (Federico ed., Palermo) è contenuto questo saggio, in cui Mirella Genovese parla di Marco Scalabrino e del suo lavoro di promozione e studio della lingua siciliana. Anche se:<br />
&#8220;L’affermazione dell’esistenza di una lingua unitaria in Sicilia e di una sua storia unitaria segna una svolta decisiva nella ricerca dialettologica siciliana e sembra contraddire quanto dichiarato da Salvatore Di Marco in “Dialetto siciliano e scrittura letteraria: il senso inevidente di una scelta radicale”, che scrive: “E cioè che il dialetto siciliano non è una realtàomogenea così come omogenea non è la storia linguistica della Sicilia. Gli studiosi, almeno dai tempi di Corrado Avolio per giungere fino ai nostri giorni, ce lo hanno spiegato benissimo”.</p>
<p>[<a href='http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/01/scalabrino-genovese-su-tempu.pdf'>leggi in PDF tutto il saggio</a>]</p>
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