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	<title>paroledisicilia.it &#187; Poesia</title>
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	<description>&#34;Coso&#34; online con ricorrenti crisi d&#039;identità</description>
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		<title>Accorrete a voi stessi in soccorso</title>
		<link>http://www.paroledisicilia.it/principale/2011/07/11/accorrete-a-voi-stessi-in-soccorso/</link>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2011 05:47:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[FRancesco Randazzo]]></category>
		<category><![CDATA[mirkal]]></category>

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		<description><![CDATA[Non accendete candele ai santi Incendiatevi l&#8217;anima e il sangue Miracolatevi con folle ragione Perché così sarete viventi liberi nel giusto esistere e non invano passerà la vita e non inutile sarà morire Sono alcuni versi, d&#8217;impronta vagamente futurista, della bella poesia di Francesco Randazzo pubblicata sul suo Mirkal. Forse vale la pena leggerla.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Non accendete candele ai santi<br />
Incendiatevi l&#8217;anima e il sangue<br />
Miracolatevi con folle ragione<br />
Perché così sarete viventi<br />
liberi nel giusto esistere<br />
e non invano passerà la vita<br />
e non inutile sarà morire</p></blockquote>
<p>Sono alcuni versi, d&#8217;impronta vagamente futurista, della bella poesia di Francesco Randazzo pubblicata sul suo <a href="http://mirkal.blogspot.com">Mirkal</a>. <a href="http://mirkal.blogspot.com/2010/03/accorrete-voi-stessi-in-soccorso.html">Forse vale la pena leggerla.</a></p>
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		<title>Attenti al leopardo</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Aug 2010 12:02:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Prima degli elleni]]></category>
		<category><![CDATA[Rubato qua e là]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>

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		<description><![CDATA[Ad Arthur Dent vogliono demolire la casa. Pare che si trovi giusto sul tracciato di una superstrada. Così, una mattina, Arthur, vede delle ruspe gialle avvicinarsi. ma.mi. La faccenda riguardava una tangenziale. Era una faccenda che lui aveva appena scoperto. Nei canali d&#8217;informazione più riservati era nota già da mesi, anche se sembrava che nessuno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ad Arthur Dent vogliono demolire la casa. Pare che si trovi giusto sul tracciato di una superstrada. Così, una mattina, Arthur, vede delle ruspe gialle avvicinarsi. ma.mi.</em></p>
<p>La faccenda riguardava una tangenziale. Era una faccenda che lui aveva appena scoperto. Nei canali d&#8217;informazione più riservati era nota già da mesi, anche se sembrava che nessuno ne fosse mai stato informato.<br />
[...]<br />
Arthur uscì di casa e si sdraiò davanti al grosso bulldozer giallo che stava avanzando lungo il viottolo del suo giardino.</p>
<p>[<em>Ovviemente i lavori si bloccano. Un certo Prossner tenta di far desistere Arthur dalla sua protesta così da completare la demolizione entro il tramonto.</em>]</p>
<p>&#8221; &#8211; Su, piantatela, signor Dent &#8211; disse &#8211; non potete farcela e lo sapete. Non potete stare sdraiato davanti al bulldozer all&#8217;infinito<br />
[...]<br />
Arthur bettè le mani nel fango in cui era steso, producendo un ciac ciac.&#8221;<br />
[...]<br />
Disse [Prossner]: &#8211; Avevate tutto il diritto di fare eventuai rimostranze o di dare eventuali suggerimenti quand&#8217;era il momento, non vi pare?<br />
<span id="more-1161"></span><br />
- E quand&#8217;era il momento? &#8211; strillò Dent. &#8211; Il momento! La prima volta che ho sentito parlare di tutta questa faccenda è stato ieri, quando un operaio è venuto a casa mia. Gli ho chiesto se era venuto per pulire i vetri delle finestre e lui mi ha detto che no, era venuto per demolire la casa. Ma naturalmente non me l&#8217;ha detto subito. Oh, no. Prima mi ha pulito i vetri e mi ha chiesto cinque sterline di compenso. Poi me l&#8217;ha detto.<br />
- Ma signor Dent, è da nove mesi che i piani del progetto sono disponibili al pubblico, nel locale ufficio Viabilità e Traffico.<br />
- Oh, sì, sì! Be&#8217;, appena ho saputo la cosa sono corso a vederli, ieri pomeriggio. Non è che vi siete sforzati molto di richiamare l&#8217;attenzione sul progetto, vero? Vi siete ben guardati dal parlarne con chicchessia.<br />
- Ma i piani erano visibili a pubblico&#8230;<br />
- Visibili?! Sono dovuto scendere nello scantinato per vederli!<br />
- Ma è quello l&#8217;ufficio di consultazione per il pubblico!<br />
- E si deve consultare con la torcia elettrica?<br />
- Oh già, si vede che le lampade si erano fulminate.<br />
- Ma non mancava solo la luce. Mancava anche la scala!<br />
- Insomma, avete trovato i piani?<br />
- Sì &#8211; disse Arthur &#8211; sì. Erano in fondo a un casellario chiuso a chiave che si trovava in un gabinetto inservibile sulla cui porta era stato affisso il cartello ATTENTI AL LEOPARDO.<br />
[...]<br />
- Non è mica tanto bella, la vostra casa &#8211; disse [Prossner]<br />
- Si dà il caso però che a me piaccia &#8211; disse Arthur.<br />
- La tangenziale vi piacerà ancora di più, ne sono certo.</p>
<p><em>[Tratto da "Guida galattica per autostoppisti", Urania n. 843. Trad Laura Serra]</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Lettera aperta a Litterio Scalisi</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Aug 2010 06:53:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Ricevo da Giovanni Piazza, che scrive: &#8220;Sìmiu signor Ma.Mi, scosasse se l’addisturbo, arrisicandomi di farci accalare il tuono eleante e allittirato delle alte e allittirate parolesicilianizzanti.sue&#8230; mi vulissi appermettere e mi appermetto di coinvolgerla e sconvolgerla in un sorridente tentativo di carizza a quella scuzzitta che Litterio ci farà l’onore di portare a Piazza. Chippoi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ricevo da Giovanni Piazza, che scrive: &#8220;Sìmiu signor Ma.Mi, scosasse se l’addisturbo, arrisicandomi di farci accalare il tuono eleante e allittirato delle alte e  allittirate parolesicilianizzanti.sue&#8230; mi vulissi appermettere e mi appermetto di coinvolgerla e sconvolgerla in un sorridente tentativo di carizza a quella scuzzitta che Litterio ci farà l’onore di portare a Piazza. Chippoi, paroledisicilia cu quarchi parola in lingua siciliana, è la cirasedda supra la torta, la ricotta supra la pasta a sucu, la crozza supra a lu cantuni etc.etc.etc.<br />
Sabbanadica e graziassà.&#8221;<br />
Come dire di no? ma.mi. </em></p>
<p><strong>Lettera aperta (e mi scordai di &#8216;nchiuderla, chi cc&#8217;è) a Litterio Scalisi, graditissimu ospiti di Chiazza.<br />
<em>di Giovanni Giometrico Piazza.</em></strong></p>
<p>Pregiatissimu Scalisi Litterio<br />
Aderenze Sig. La Rosa<br />
Paisi (Sicilia Sicula)</p>
<p>Caro Litterio, scrivu a ddu paisi<br />
unni i Scalisi siti a tinchitè<br />
certu ca piccomunque stati misi<br />
a qualcunu l&#8217;angagghiu, e sai chi c&#8217;è?<br />
Ca si i Scalisi aviti fantasìa<br />
chiddu ca &#8216;ngagghiu poi la passa a ttia.<br />
<span id="more-1152"></span><br />
Tu certu t&#8217;addumanni, ma chi vo&#8217;<br />
chistu ca non si sape in virità<br />
mancu di cu ci dìcinu, epperciò<br />
vengo e mi spiego in tutto il trallallà<br />
ca si nun ni capemu allura sì<br />
ca il poi s&#8217;ammuccia peggiu d&#8217;un pirchì.</p>
<p>Ecco perciò ca scrivo questa mia<br />
(ca chiddi to&#8217; poi ti li scrivi tu)<br />
mannànnuti na qualchi camurrìa<br />
in siciliano ca nun s&#8217;usa cchiù,<br />
pirchì sta gioventù bedda e nustrana<br />
pozza parrarlu a capu di simana.         </p>
<p>Quella lingua gluriusa e bedda assai,<br />
caro Allitterio, ca &#8216;nzitò la vita<br />
dei nostri patri, e puru ammenzu ai guai,<br />
azziccata siccomu zitu a zita,<br />
s&#8217;assetta nta lu cori e pigghia pignu<br />
dei tempi dei canonichi di lignu.           </p>
<p>E se quel siciliano che c&#8217;è in te<br />
(non ti scantari, ca sì sempri tu)<br />
arrisultò giassòlo dipersè<br />
la megghiu midicina ca ci fu,<br />
chi meglio di Litterio dei Scalisi<br />
po&#8217; sbummicari siculanzi &#8216;ntisi? </p>
<p>Ddi siculanzi ca vinennu a Chiazza<br />
sbùmmichi di ribùffitu e riali<br />
a cu t&#8217;ascuta e ridi e ti l&#8217;abbrazza,<br />
ca si sta vita chianci e sa di sali<br />
quannu di risu l&#8217;arma si ncapizza<br />
ridere &#8220;insieme&#8221; è storia ca si ntrizza.   </p>
<p>Ora ti lassu, Litty, e si c&#8217;è cosa<br />
diddimmillu, ca fazzu na scappata.<br />
Abbràzzimi d&#8217;assà Salvu La rosa<br />
cu Fiamma e Crocifissa Martoriata,<br />
tutta l&#8217;Antenna e tuttu ddu paisi.<br />
Ciau Litteriu, ciau beddu, ciau Scalisi.<br />
Giometrico</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Germogli  ingialliti  sottoterra</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Jun 2010 17:25:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[“Nella profonda voragine fumosa di zolfo, ove si respira una tenebrosa, immobile atmosfera e l’unico bagliore emana olezzo di morte”&#8230; la presenza di fanciulli costretti “a soccorso morto” al duro, disumano, mortale lavoro è l’amara verità e il “cimitero dei carusi” nel cuore della Sicilia (Gessolungo. CL) ne è una testimonianza . Oggi, questo mondo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Nella profonda voragine fumosa di zolfo, ove si respira una tenebrosa, immobile atmosfera e l’unico bagliore emana  olezzo di morte”&#8230; la presenza di fanciulli  costretti  “a soccorso morto” al  duro, disumano, mortale lavoro è  l’amara verità  e il “cimitero dei carusi” nel cuore della Sicilia (Gessolungo. CL) ne è una testimonianza .<br />
Oggi, questo mondo, per fortuna, è scomparso, ma la memoria del dolore e dei lutti ci appartiene ancora.<br />
Per non dimenticare  </p>
<p><strong>Germogli  ingialliti  sottoterra</strong><br />
<em>di Tanino Platania </em></p>
<p>“<em>Carusi</em>”  in  miniera<br />
Ancor mattino non era<br />
e di già  “<em>calavano</em>”<br />
bui i giorni,<br />
a svendere<br />
fanciullezze<br />
di esili corpi nudi,<br />
e fiati caldi<br />
di gialle fibre del respiro…<br />
… Infanzie negate<br />
con l’andare scalzi<br />
a trasportar “<em>sterrate</em>”<br />
per cunicoli neri,<br />
ad accelerare<br />
età corrugate,<br />
tra sogni vuoti<br />
e pieni cimiteri…                       </p>
<p>… Ora<br />
che è diventata<br />
cenere l’infanzia<br />
e una scheggia di sole<br />
scampata alla notte,<br />
incalza<br />
 montagne di ricordi<br />
di basse latitudini,<br />
ancora m’incupisce<br />
forse più<br />
del lutto nero.         </p>
]]></content:encoded>
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		<title>Mavi Rodante</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 21:57:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[Maria Vittoria Rodante mi invia alcune poesie. Ne propongo una che mi ha colpito più delle altre. ma.mi. E&#8217; forse questo modo di amare lasciare che lui mi ami o è nella fatica nella ricerca vana volare in cieli vuoti d&#8217;aria che devo perdermi? E non sai più cosa stringere a colmare il vuoto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Maria Vittoria Rodante mi invia alcune poesie. Ne propongo una che mi ha colpito più delle altre. ma.mi.</em></p>
<p>E&#8217; forse questo<br />
modo di amare<br />
lasciare<br />
che lui mi ami<br />
o è nella fatica<br />
nella ricerca vana<br />
volare in cieli<br />
vuoti d&#8217;aria<br />
che devo perdermi?</p>
<p>E non sai più<br />
cosa stringere<br />
a colmare il vuoto<br />
di me<br />
che ho lasciato</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il nostro Natale</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Dec 2009 12:59:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Rubato qua e là]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Monasteri]]></category>
		<category><![CDATA[Monasteri]]></category>
		<category><![CDATA[poesie d'amore]]></category>
		<category><![CDATA[poesie di natale]]></category>
		<category><![CDATA[proteus]]></category>

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		<description><![CDATA[E&#8217; stato Natale. Ma il gestore di questo sito è incapace, come ogni Natale e ogni festa comandata, di postare in tempo utile un messaggio beneaugurale ai suoi pochi e affezionati lettori (perché i lettori di questo sito sono pochi e affezionati, shinystat parla chiaro). Per fortuna Giovanni Monasteri, il più grande cantore vivente di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>E&#8217; stato Natale. Ma il gestore di questo sito è incapace, come ogni Natale e ogni festa comandata, di postare in tempo utile un messaggio beneaugurale ai suoi pochi e affezionati lettori (perché i lettori di questo sito sono pochi e affezionati, shinystat parla chiaro). Per fortuna Giovanni Monasteri, il più grande cantore vivente di amori disarticolati e relazioni inconcludibili, mette on line &#8220;Il nostro Natale&#8221; e io glielo rubo. Buone Feste. ma.mi. </em></p>
<p><strong>Il nostro Natale</strong></p>
<p>Tu coi tuoi, io coi miei – a far bagordi<br />
con gli amici spaiati, separati<br />
vedovi e divorziati. L&#8217;ho annunciato<br />
allegramente, amore, che tornavo<br />
dal dolce esilio dell&#8217;amore, lieto<br />
come non fossi più innamorato.<br />
Però pensavo a te quando ho gettato<br />
gli astici vivi nell&#8217;acqua bollente<br />
(fischiavano, la pentola tremava).<br />
A te infelice sequestrata spenta<br />
che mestamente levavi il tuo calice<br />
alla salute dei sequestratori.</p>
<p>Qui eravamo in dodici stasera,<br />
forse venti o quaranta, e abbiam mangiato<br />
per ottanta, per cento. Non mancavi<br />
che tu, amore mio quasi tradito.</p>
<p>Nessun messaggio poi a mezzanotte,<br />
nessun saluto. Mi dirai domani<br />
che hai cucinato un gran cenone e tu<br />
non hai toccato cibo, che non sei<br />
andata a letto. Che hai sparecchiato,<br />
porto i cappotti agli amici ubriachi<br />
e gli ombrelli i cappelli e tanti auguri;<br />
preso una camomilla, una tisana,<br />
rimboccato all&#8217;infante le coperte<br />
e poi tutta la notte, sospirando,<br />
contemplato le stelle giù in giardino,<br />
sotto la pioggia. C&#8217;era anche la luna,<br />
e Giove, e la cometa – Poi verrà<br />
santo Stefano, inesorabilmente,<br />
e sarà, Inshallàh, dopodomani.<br />
Due giorni, amore mio, per digerire<br />
e io le frottole tue e tu le mie.</p>
<p>[<a href="http://proteus.splinder.com">Giovanni Monasteri gestisce un blog dove pubblica le sue poesie</a>]</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Stefano Amato Le sirene di Rotterdam</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Dec 2009 18:32:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Rubato qua e là]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mauro Mirci Stefano Amato si porta appreso il fardello pesante dell&#8217;essere siciliano senza sentircisi. A occhio e croce (e senza stare tanto a sindacare se Amato ne sia consapevole) è una caratteristica che lo accomuna al protagonista del suo secondo romanzo, &#8220;Le sirene di Rotterdam&#8221;, Dino Crocetti, ventenne siracusano (come Amato, che però ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Mauro Mirci</p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/12/copertina_sirene-di-rotterdam.jpg"><img src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/12/copertina_sirene-di-rotterdam.jpg" alt="" title="copertina_sirene-di-rotterdam" width="150" height="224" class="alignleft size-full wp-image-862" hspace="2" vspace="2" border="1" /></a>Stefano Amato si porta appreso il fardello pesante dell&#8217;essere siciliano senza sentircisi. A occhio e croce (e senza stare tanto a sindacare se Amato ne sia consapevole) è una caratteristica che lo accomuna al protagonista del suo secondo romanzo, &#8220;Le sirene di Rotterdam&#8221;, Dino Crocetti, ventenne siracusano (come Amato, che però ha qualche anno in più) affascinato dagli artisti ebrei del &#8217;900 e dai loro pseudonimi. Nel romanzo ne sono elencati parecchi, e ne viene fuori una piccola apologia semita quando ci si rende conto che molto del buono che il cinema, la letteratura e la scienza del secolo scorso hanno prodotto viene da lì, dai discendenti del Popolo Eletto, uomini e donne spesso agnostici, in perenne conflitto con le proprie radici etniche e religiose.<br />
<em><br />
“Stato pensando di diventare ebreo, dice Dino<br />
E come mai, se è lecito saperlo? (è la madre di Dino che parla)<br />
Tanto per cominciare, le persone più intelligenti che conosco sono ebree.<br />
Fammi capire, ci sono molti ebrei a Sircusa?<br />
Non lo so, non credo. Io mi riferivo ad altra gente. Bob Dylan, Philip Roth, i fratelli Marx.<br />
E  ovviamente tu conosceresti Bob Dylan, quel porco di Roth e i fratelli Marx.<br />
Non è che li conosco. Ho letto i loro libri, ascoltato i loro dischi, visto i loro film.<br />
E secondo te, leggere il libro di qualcuno equivale a conoscerlo.<br />
Non lo so mamma, credo di sì.&#8221;</em><br />
<span id="more-858"></span><br />
Parallelamente, Dino Crocetti convive con la consapevolezza di portare un nome identico a quello autentico di Dean Martin, storica spalla di Jerry Lewis (ebreo anche lui, e sotto pseudonimo), ma anche cantante confidenziale, italiano d’america e sciupafemmine (almeno sul set).<br />
Non ci si può meravigliare se anche Dino Crocetti inizia a maturare la convinzione di mutare nome come il suo omonimo italo-americano. E di mutarlo in un nome ebraico.</p>
<p><em>“E chiamarmi Abraham?&#8230; O Landsman. O Yossorian.”</em> </p>
<p>Cambiare nome, quindi, e conversione alla religione di Abramo. Per questo Dino Crocetti scrive al rabbino e manifesta le proprie intenzioni. </p>
<p><em>“Mi faccia sapere se siete interessati. Sono disposto a studiare e anche a essere circonciso, se proprio non se ne può fare a meno.” </em></p>
<p>Che Dino Crocetti sia un ragazzo un po’ particolare è evidente, così com’è evidente che un po’ particolare è tutta la sua famiglia. La madre si chiama Maria; è una geniale inventrice alle prese con la realizzazione di un invertitore di gravità (si avvisteranno mai dischi volanti a Lucca? Sì, se è possibile costruire un invertitore di gravità a Siracusa), talvolta non ci sta con la testa, è un’ossessiva-compulsiva distributrice di biglietti da visita; Sara, la sorella, s’è convinta di poter concepire senza conoscere uomo e il suo principale impegno quotidiano consiste nel fare test di gravidanza; il nonno, l’unico personaggio, forse, abbastanza “ordinario”, possiede una Renault 4 rossa priva del sedile posteriore, trait d’union con “Soggetti del verbo perdere”, <a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/2008/09/i-soggetti-del-verbo-perdere/">il primo romanzo di Amato</a>, sulla cui copertina era presente proprio questo modello di macchina.<br />
Manca il papà. Papà se n’è andato. D’improvviso, senza uno straccio di perché, senza un litigio. Lascia il ricordo di sé e una vasca da bagno piena di libri e videocassette, le uniche cose in cui Dino possa tentare di ritrovarlo e conoscerlo.<br />
Poi la svolta. Un parente manda un foto da Rotterdam. E’ sfocata, potrebbe essere chiunque,ma il parente sostiene che è proprio Crocetti senior, e forse è vero, perché l’uomo nella foto porta ai piedi un paio di Converse granata coi lacci blu, lo stesso tipo di scarpe che indossava papà Crocetti il giorno della scomparsa. Nonno monta il sedile posteriore e si parte per l’aeroporto di Catania, da lì si vola per Rotterdam, a Rotterdam inizia la ricerca.<br />
Lo troveranno, non lo troveranno? Non sveliamo nulla al lettore, il romanzo contiene anche quel po’ di suspence che non guasta mai e non vogliamo rovinare il piacere di un finale sufficientemente a sorpresa.<br />
Quel che è possibile dire è questo: Le sirene di Rotterdam è un vero e proprio romanzo di formazione  (forse il primo composto con tecnica combinatoria associando, sospettiamo, l’uso spinto di wikipedia) dove l’autore, a imitazione di Hitchcock (o Tarantino, come preferite) si concede una particina nel capitolo 16°, interpretando sé stesso che incontra il protagonista davanti alla “scacchiera gigante” della biblioteca pubblica di Rotterdam.<br />
Dino Crocetti sbaraglierà veramente i suoi miti (suo padre in testa) al ventiquattresimo round. Forse per questo la storia, al capitolo 24 torna a Siracusa, dove vivono pochi ebrei e nessuno di essi (per quanto è dato sapere) è eccellente romanziere, cantautore, comico cinematografico.</p>
<p>Storia godibile, scrittura scorrevole, va giù lieve lieve e, volendo, provoca pure una lacrimuccia.<br />
<a href="http://renault4.blogspot.com">Stefano Amato</a>. Le sirene di Rotterdam. <a href="http://www.transeuropaedizioni.it">Transeuropa ed.</a>, Massa, 2009. € 14,50, pp. 177.</p>
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		<title>O acampamento / L&#8217;accampamento</title>
		<link>http://www.paroledisicilia.it/principale/2009/02/11/o-acampamento-laccampamento/</link>
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		<pubDate>Wed, 11 Feb 2009 21:20:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Aricy Curvello. Adattamento di Marco Scalabrino Quello che segue è un adattamento in italiano della poesia &#8220;L&#8217;accampamento&#8221;, del brasiliano Aricy Curvello (Uberlândia, MG,1945).Poeta, saggista, traduttore, durante il periodo della dittatura militare (1964-1985), fu perseguitato per avere aderito ai movimenti di riforma sociale. [qui la sua biografia] Do que deixaste atrás e do que ainda [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Aricy Curvello. Adattamento di Marco Scalabrino</p>
<p>Quello che segue è un adattamento in italiano della poesia &#8220;L&#8217;accampamento&#8221;, del brasiliano Aricy Curvello (Uberlândia, MG,1945).Poeta, saggista, traduttore, durante il periodo della dittatura militare (1964-1985), fu perseguitato per avere aderito ai movimenti di riforma sociale.<br />
[<a href="http://www.riototal.com.br/coojornal/aricycurvello1.htm">qui la sua biografia</a>]</p>
<p>Do que deixaste atrás e do que ainda virá de mais<br />
longe sobre mais sombra,<br />
chão noturno, mais noite que a noite,<br />
mugem na Amazônia palavras sem poema<br />
absurda coleção de pragas.<br />
Onde a floresta começa, o Brasil acaba? </p>
<p>(<em>Ciò che si è lasciato dietro e ciò che verrà avanti<br />
consiste d’ombra,<br />
landa notturna, notte più che la stessa notte,<br />
muggine d’Amazzonia parole senza poesia<br />
assurda collezione di bestemmie.<br />
Dove la foresta inizia, il Brasile finisce?</em>)</p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/02/curvello-scalabrino_accampamento.pdf">Leggi la versione originale e l&#8217;adattamento in italiano in pdf</a> </p>
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		<title>I lacci bianchi di Maura Gancitano</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Oct 2008 18:47:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Maura Gancitano Una poetessa giovanissima, ma già capace di slanci lirici ben più che interessanti. I versi di Maura Gancitano sono parole semplici, di malinconia lieve e di speranza ingenua e fresca. Sono finestre luminose verso un mondo in attesa di essere scoperto. Maura ha mandato a paroledisicilia.it una lunga silloge dal titolo &#8220;I [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Maura Gancitano</p>
<p>Una poetessa giovanissima, ma già capace di slanci lirici ben più che interessanti. I versi di Maura Gancitano sono parole semplici, di malinconia lieve e di speranza ingenua e fresca. Sono finestre luminose verso un mondo in attesa di essere scoperto. Maura ha mandato a paroledisicilia.it una lunga silloge dal titolo &#8220;I lacci bianchi&#8221;. Ne estraggo alcuni brani. (ma.mi.)<br />
<span id="more-496"></span><br />
I LACCI BIANCHI</p>
<p>Rifiuto la gabbia, le trovate<br />
meschine, le parole audaci.</p>
<p>Cammino piano schivando<br />
disincantata l’amore<br />
come un maligno contagio.</p>
<p>Fuggo i lacci bianchi e<br />
sottili, il sentirsi uniti<br />
in un carcere dolce.</p>
<p>Avanzo lungo la piazza<br />
della fiera, con i mercanti<br />
e i giocolieri accorti, e mi<br />
siedo in un angolo.</p>
<p>Ridicolo il contrario, penso,<br />
un nodo leggero,<br />
legato al dito.</p>
<p>Rapporto univoco sincero<br />
personale. Un vantaggio.<br />
O la paura di un nodo.</p>
<p>Eppure esausta mi costringo a<br />
credere che sia fortuna.<br />
Mi accascio sull’asfalto e osservo<br />
in sogno un miraggio costante.</p>
<p>Duttili manie di convivenza,<br />
sorrisi, occhi velati,<br />
occhiali scuri,<br />
eroico consenso in un bacio<br />
ricambiato di sfuggita,<br />
orecchie rosse, guance ocra.</p>
<p>IL TEMPO TRASCORSO</p>
<p>La tenda leggera scivola<br />
Verso l’altra tenda,<br />
cade la serranda<br />
verso il buio.</p>
<p>A parola segue parola,<br />
il cerchio ruota<br />
e prende quota.</p>
<p>Scema d’incanto.<br />
Sfilo il laccio del tempo sottile<br />
che cede al tempo trascorso.</p>
<p>I gesti tuoi dolci e crudeli<br />
hanno abbandonato il<br />
ritmo di un tempo.</p>
<p>Sei stanco, parli piano e<br />
ascolti il silenzio<br />
del tuo corpo prostrato sotto<br />
la macchia di un altro corpo.</p>
<p>Quando il sole esploderà<br />
ti alzerai, adempierai<br />
le tue abluzioni, e faunesco<br />
ti sdraierai ancora<br />
a ridosso della mia schiena.</p>
<p>REGALO</p>
<p>Ti presento i fiori del male<br />
celati tra i miei capelli.<br />
Sfilali piano, senza noia,<br />
giacché sono i segreti per te<br />
che ho cercato di nasconderti.</p>
<p>Quando li lambirai con qualche carezza,<br />
serbandoli in un vaso,<br />
lascia che cada qualche petalo,<br />
che ne cancelli la perfezione di cui hai paura.</p>
<p>Presto i miei capelli<br />
si sfoltiranno così<br />
e in attesa tu aspetterai<br />
tornare la mia giovinezza.</p>
<p>Guido la mano sul foglio mentre sento<br />
i tuoi occhi muoversi verso un’immagine.<br />
La finestra umida isola<br />
il resto del mondo<br />
dal nostro paesaggio distante.</p>
<p>Utopia è il viaggio incosciente<br />
in cui mi hai costretta,<br />
sento la strada accorciarsi,<br />
arriva la sosta agognata.</p>
<p>LASSAMI IRI</p>
<p>Nun ti scelsi, casa mia.<br />
Nun scelsi ‘sti palmi, ‘sti lumia,<br />
li sardi arrustuti, lu suli e lu mari.<br />
Nun scelsi ‘stu ‘nfernu, ‘stu macellu,<br />
‘st’attareddra scafazzata pi la strata.<br />
Un casu fu, nun fu fortuna.</p>
<p>Nun ti scelsi, casa mia.<br />
Sì la rina chi s’appizza a la peddri<br />
e nun si nni va, si un vrazzu<br />
chi m’arripara ma chi mi cattugghia,<br />
sì na pappagghiola, sì na ciaramucia,<br />
sì un sonnu, sì la morti.</p>
<p>Ma nun ti pozzu lassari.<br />
Mazara, sangu mè, nun ti pozzu lassari.<br />
Li tò vrazza su li vrazza di ‘n’amanti,<br />
la tò rina è la scaltrizza d’un birbanti,<br />
lu tò sonnu è lu caluri dì ‘na madri.</p>
<p>LASCIAMI ANDARE</p>
<p>Non ti ho scelto, casa mia.<br />
Non ho scelto queste palme, questi limoni,<br />
le sarde arrostite, il sole, il mare.<br />
Non ho scelto quest’inferno, questo macello,<br />
questa gatta che, sventrata, giace sulla strada.<br />
È stato un caso, e non fortuna.</p>
<p>Non ti ho scelto, casa mia.<br />
Sei la sabbia che si attacca alla pelle<br />
e non va via, sei un braccio<br />
che mi ripara ma che mi fa paura,<br />
sei un insetto, sei una lucertola,<br />
sei un sonno, sei la morte.</p>
<p>Ma non posso lasciarti.<br />
Mazara, sei il mio sangue, non posso lasciarti.<br />
Le tue braccia sono quelle di un amante,<br />
la tua sabbia è la furbizia di un birbante,<br />
il tuo sonno è il calore di una madre.</p>
<p>IMMAGINI</p>
<p>Una donna butta<br />
il gelato squagliato<br />
nella bocca di un cestino.<br />
La figlia la guarda e si sente sicura.</p>
<p>Un uomo, ombrello in mano,<br />
torna a casa per il pranzo.<br />
La moglie lo aspetta<br />
seduta al divano.</p>
<p>Un bimbo ha strappato<br />
un sorriso ad una bambina.<br />
L’amico, invidioso,<br />
lo fissa.</p>
<p>Una ragazza ha scoperto<br />
di essere donna.<br />
Il padre le dona<br />
una rosa.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Amarcord: (che in vernacolo piazzese si dice iè m&#8217; rgord)</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Oct 2008 18:41:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giovanni Monasteri Questo poemetto, come quasi tutto ciò che ho scritto, non è recente. Diciamo che quando lo scrissi ero molto giovane (adesso sono soltanto giovane, avendo passato i cinquanta). Mi raccomando, perciò, alla clemenza dei coraggiosi che volessero leggerlo nonostante la sua lunghezza. Suggerisco, inoltre, di considerarlo un testo indeciso tra poesia e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Giovanni Monasteri</p>
<p>Questo poemetto, come quasi tutto ciò che ho scritto, non è recente. Diciamo che quando lo scrissi ero molto giovane (adesso sono soltanto giovane, avendo passato i cinquanta). Mi raccomando, perciò, alla clemenza dei coraggiosi che volessero leggerlo nonostante la sua lunghezza. Suggerisco, inoltre, di considerarlo un testo indeciso tra poesia e prosa (oltre che ancora in lavorazione).<br />
Ricordo il momento, l&#8217;occasione in cui lo scrissi. Avevo appena letto il Tonio Kröger di Thomas Mann. Cosa c&#8217;entra Tonio Kröger con un poemetto malriuscito, scritto da un contadinio mancato? Nulla, per la verità; ma all&#8217;epoca in cui lessi quel racconto riflettevo sulle cause di un mio irrimediabile disadattamento (&#8220;sei un adolescente disadattato&#8221;, mi diceva la mia fidanzata di allora), e una frase mi colpi, qualcosa che un pittore dice a Tonio Kröger (il protagonista del racconto di Mann): &#8220;Sei un borghese disadattato&#8221;.<br />
<span id="more-485"></span><br />
O forse la frase era era &#8220;sei un borghese traviato&#8221;. Ecco, io mi sentivo un contadino mancato, disadattato e soprattutto traviato. Traviato dalla poesia, dalle cattive compagnie, dalle malefemmine nordiche. Una volta mio padre mi disse: si peggiu d&#8217; &#8216;na mala annata (sei peggio di una cattiva annata). Ero cronicamente fuori corso all&#8217;università, e invece di studiare o cercarmi un lavoro scrivevo poemetti. Ah, avessi dato ascolto alla buonanima! Un contadino non dovrebbe mai fare lavori improduttivi.</p>
<p>Cos&#8217;altro? I toponimi (Muliano, Leano, Serradape ecc.) sono di località rurali nei pressi di Piazza Armerina.</p>
<p>I contadini non amano i fiori<br />
(sulla passione per l’antiquariato)</p>
<p>Non ha finestre, quasi non ha porta<br />
il ripostiglio, la grotta<br />
nel recesso più  buio, più segreto<br />
della casa dove sono nato.<br />
La muffa nera alle pareti<br />
è soffice come muschio e ha un odore<br />
di salnitro e ammoniaca.<br />
Da nere travi pendono corde secche,<br />
qualche paniere sfondato e ragnatele<br />
disabitate. Neanche più gli insetti<br />
vivono in questa tomba.<br />
La chiave viene perduta<br />
e ritrovata ogni sette anni.<br />
M&#8217;invitano a indossare abiti vecchi,<br />
grembiuli  scafandri caschi,<br />
se voglio entrarvi a cercare con la candela<br />
cose che altri dicono preziose<br />
senza conoscerne i nomi francesi o arabi.<br />
Appena trent&#8217;anni fa erano vive,<br />
ancora in uso. Niente di speciale:<br />
contenitori per olio e conserve,<br />
atrezzi per lavorare la terra.<br />
Cose che non hanno ancora un nome<br />
nella straniera lingua in cui scrivo.<br />
E non vorrei, del resto, per rispetto,<br />
scriverne i nomi in corsivo,<br />
evocarle in dialetto.</p>
<p>Sopravvivono i nomi &#8211; e gli scheletri.<br />
Durano poco, oggigiorno, le cose.<br />
Le parole, un po&#8217; più durature,<br />
non sono pietra, sono creta, o rame,<br />
che quando è nuovo sembra oro.<br />
Ma questa è l&#8217;epoca della resurrezione,<br />
della vita eterna sulle mensole<br />
di vetro, nei paradisi antiquariali.</p>
<p>Dovrei svuotare questo intestino cieco,<br />
tradurre tutto nella mia nuova casa,<br />
quando ne avrò una: panieri ceste<br />
lumi a petrolio crivelli caldani<br />
stoviglie pentole giare<br />
cordame aratri falci rugginose<br />
e ragnatele spesse come terra.<br />
Ma basterà lavare, restaurare?<br />
E quali piante dovrò coltivare<br />
nel mio giardino?</p>
<p>O cara infanzia, amate cose, vecchie<br />
e non antiche, Itaca<br />
è mai esisistita? E vi ho davvero amate?<br />
Ci  eravamo disaffezionati<br />
a voi, alle vostre ombre, come ai malati<br />
che non guariranno più,<br />
e non li guardiamo neppure,<br />
quando siedono a tavola<br />
pallidi e silenziosi.<br />
Trent&#8217;anni dopo, di sé non lasciano<br />
che ossidi,  gusci vuoti e contraffazioni<br />
persino nella memoria. No, non somigliano<br />
alle patacche in vendita presso gli scavi,<br />
né alle reliquie dubbie degli antiquari<br />
che mostrano gromme e patine &#8220;originali&#8221;.</p>
<p>Dovrei lodarvi, venerarvi, o lari,<br />
comporre odi per voi e peana.<br />
Invece mi fate pena, come a mio padre.<br />
Nascondetela, quella padella<br />
annerita al fuoco di legna.<br />
Perchè le avete inflitto<br />
il ludibrio di stare lì esposta,<br />
appesa, tra rampicanti e bougainville,<br />
al muro di cinta di un villino,<br />
in compagnia di un&#8217;erma di cemento<br />
e di ortensie negli scaldini?<br />
O almeno allontanatela del tutto,<br />
truccatela, mummificatela<br />
come le sue sorelle,<br />
la cui crosta di fumo fu lavata<br />
con l&#8217;acido per il water,<br />
e il cui rame splendente, ritrovato,<br />
venne di nuovo cancellato<br />
con nitrato d&#8217;argento e ammoniaca<br />
che le insignirono di un verde antico,<br />
da bronzo greco o patella<br />
trovata alla Villa Romana.</p>
<p>I miei ricordi non sono ancora<br />
memorie. E vorrei cancellarli<br />
con plasticoni e vernici. Non posso<br />
tenere i cadaveri dei miei morti<br />
in mostra sul canterano.<br />
Tornato da Milano, del resto, non ho trovato<br />
il lume a petrolio nel granaio,<br />
il fuso e l&#8217;arcolaio nel sottoscala.<br />
I miei cugini li hanno razziati<br />
e venduti ai mercanti di Catania.<br />
Puzza di morchia la giara supersite<br />
ancora dopo trent&#8217;anni.<br />
Dovrei riempirla di terra, come fan tutti,<br />
e piantarci una palma, o dei gerani.<br />
Ma mio padre e mio nonno a Leano<br />
non piantarono palme, mai, né oleandri,<br />
né rose né gerani. Gli unici orpelli<br />
erano le decorazioni sulle stoviglie,<br />
le ceramiche di Caltagirone.<br />
Ma quelle erano fiori dei padroni,<br />
regali del barone palermitano,<br />
del cavaliere gerosolomitano.<br />
I miei avi piantavano peri e meli<br />
e pomodori, non laurocerasi.<br />
E mandorli e noccioli, altro che ficus.<br />
Seminavano grano, non prati inglesi.<br />
Cipolle, non bulbi di crocus.<br />
Le palme e i fiori stavano ai giardini pubblici,<br />
non in casa e in campagna.</p>
<p>Ce n&#8217;erano anche là, fiori, cipressi,<br />
dietro il muro di glicine e spine<br />
che ci vietava la cerca dei nidi,<br />
nella casa che apriva il suo cancello<br />
solo a settembre, quando l&#8217;autunno<br />
con l&#8217;esattore veniva<br />
a esigere il raccolto dell&#8217;annata.<br />
Ed allora cessava<br />
il silenzio solenne in quei giardini.<br />
Gli uccelli vi potevano cantare,<br />
il signorino giocava<br />
con una palla d&#8217;oro,<br />
il fiero campiere s&#8217;inginocchiava<br />
e baciava la mano.<br />
Narrano che a dodici anni<br />
il signorino morì<br />
per una puntura di vespa,<br />
o forse perì avvelenato<br />
da un bicchiere di vino di Serradape.<br />
 E il barone, che aveva celebrato<br />
l&#8217;aria salubre dei colli armerini,<br />
non vi tornò mai più.</p>
<p>Ci sono entrato mai in quella casa?<br />
Grande, più grande d&#8217;ogni casa umana.<br />
Ero bambino e l&#8217;orgia dei tritoni,<br />
là, fra gli spruzzi e i salici di babilonia,<br />
mi parve cosa che forse ho sognato.<br />
Dagli archi un po&#8217; normanni e un po&#8217; moreschi,<br />
dalle mensole e dalle balconate<br />
ghignavano e ringhiavano mascheroni,<br />
un po&#8217; draghi e un po&#8217; grugni satireschi.<br />
E dentro, quanti marmi e princisbecchi!<br />
nuvole a forma d&#8217;angeli e madonne<br />
volavano fra stucchi e lampadari.<br />
Le cornici barocche dei ritratti<br />
di Paladino, gli specchi, i doppieri,<br />
le dormeuse le agrippine i luigi dodici<br />
e altre meraviglie che anche adesso<br />
non saprei come chiamare:<br />
roba che certo non potrei trovare<br />
alla Zineffa, rivendita<br />
di vernici e cornici fatte a mano,<br />
barocche anch&#8217;esse e di poliuretano.</p>
<p>Il corniciaio vende anche le pecore<br />
di gesso, e putti e piccoli gazebo<br />
per i giardini con bossi e panchine,<br />
cose che tutti possono comprare.<br />
Mi racconta che il padre era un pastore.<br />
E io ripenso agli ovili di Muliano<br />
e al pastorello di quattordici anni<br />
che ammazzò col bastone una ninfa<br />
chiamandola puttana.</p>
<p>Lu iornu pasciva li pecuri<br />
la sira faciva sipali&#8230; (1)</p>
<p>Degli ovili come dei terreni<br />
facevano recinzioni con muri a secco.<br />
Le pietre nel ragusano<br />
sono merda del diavolo,<br />
altro che suiseki e giardini zen:<br />
per ogni chicco da seminare<br />
bisognava togliere una pietra.<br />
A Enna, che si chiamava Castrojanni,<br />
le case dei pastori erano grotte,<br />
come nel presepe, e di pietra vera.<br />
I figli di quei trogloditi sono pingui<br />
come tutti gli ex emigrati<br />
e bilingui: ennese e tedesco.<br />
Fanno sopraelevazioni e seconde case<br />
con blocchi di cemento.<br />
Folcloristi antropologi professori<br />
li vogliono specie antica da salvare,<br />
ma quelli non lo sanno: troppi innesti<br />
allignano sull&#8217;ignobile nobile ceppo.<br />
Nel campo avito piantano un pesco<br />
e due pini di aleppo.</p>
<p>(1)Da una canzone popolare: di giorno pascolava le pecore/di sera costruiva muri a secco.</p>
<p>[Testo già apparso su solotesto.splinder.com]</p>
]]></content:encoded>
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