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	<title>paroledisicilia.it &#187; Prima degli elleni</title>
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	<description>&#34;Coso&#34; online con ricorrenti crisi d&#039;identità</description>
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		<title>Attenti al leopardo</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Aug 2010 12:02:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Prima degli elleni]]></category>
		<category><![CDATA[Rubato qua e là]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>

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		<description><![CDATA[Ad Arthur Dent vogliono demolire la casa. Pare che si trovi giusto sul tracciato di una superstrada. Così, una mattina, Arthur, vede delle ruspe gialle avvicinarsi. ma.mi. La faccenda riguardava una tangenziale. Era una faccenda che lui aveva appena scoperto. Nei canali d&#8217;informazione più riservati era nota già da mesi, anche se sembrava che nessuno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ad Arthur Dent vogliono demolire la casa. Pare che si trovi giusto sul tracciato di una superstrada. Così, una mattina, Arthur, vede delle ruspe gialle avvicinarsi. ma.mi.</em></p>
<p>La faccenda riguardava una tangenziale. Era una faccenda che lui aveva appena scoperto. Nei canali d&#8217;informazione più riservati era nota già da mesi, anche se sembrava che nessuno ne fosse mai stato informato.<br />
[...]<br />
Arthur uscì di casa e si sdraiò davanti al grosso bulldozer giallo che stava avanzando lungo il viottolo del suo giardino.</p>
<p>[<em>Ovviemente i lavori si bloccano. Un certo Prossner tenta di far desistere Arthur dalla sua protesta così da completare la demolizione entro il tramonto.</em>]</p>
<p>&#8221; &#8211; Su, piantatela, signor Dent &#8211; disse &#8211; non potete farcela e lo sapete. Non potete stare sdraiato davanti al bulldozer all&#8217;infinito<br />
[...]<br />
Arthur bettè le mani nel fango in cui era steso, producendo un ciac ciac.&#8221;<br />
[...]<br />
Disse [Prossner]: &#8211; Avevate tutto il diritto di fare eventuai rimostranze o di dare eventuali suggerimenti quand&#8217;era il momento, non vi pare?<br />
<span id="more-1161"></span><br />
- E quand&#8217;era il momento? &#8211; strillò Dent. &#8211; Il momento! La prima volta che ho sentito parlare di tutta questa faccenda è stato ieri, quando un operaio è venuto a casa mia. Gli ho chiesto se era venuto per pulire i vetri delle finestre e lui mi ha detto che no, era venuto per demolire la casa. Ma naturalmente non me l&#8217;ha detto subito. Oh, no. Prima mi ha pulito i vetri e mi ha chiesto cinque sterline di compenso. Poi me l&#8217;ha detto.<br />
- Ma signor Dent, è da nove mesi che i piani del progetto sono disponibili al pubblico, nel locale ufficio Viabilità e Traffico.<br />
- Oh, sì, sì! Be&#8217;, appena ho saputo la cosa sono corso a vederli, ieri pomeriggio. Non è che vi siete sforzati molto di richiamare l&#8217;attenzione sul progetto, vero? Vi siete ben guardati dal parlarne con chicchessia.<br />
- Ma i piani erano visibili a pubblico&#8230;<br />
- Visibili?! Sono dovuto scendere nello scantinato per vederli!<br />
- Ma è quello l&#8217;ufficio di consultazione per il pubblico!<br />
- E si deve consultare con la torcia elettrica?<br />
- Oh già, si vede che le lampade si erano fulminate.<br />
- Ma non mancava solo la luce. Mancava anche la scala!<br />
- Insomma, avete trovato i piani?<br />
- Sì &#8211; disse Arthur &#8211; sì. Erano in fondo a un casellario chiuso a chiave che si trovava in un gabinetto inservibile sulla cui porta era stato affisso il cartello ATTENTI AL LEOPARDO.<br />
[...]<br />
- Non è mica tanto bella, la vostra casa &#8211; disse [Prossner]<br />
- Si dà il caso però che a me piaccia &#8211; disse Arthur.<br />
- La tangenziale vi piacerà ancora di più, ne sono certo.</p>
<p><em>[Tratto da "Guida galattica per autostoppisti", Urania n. 843. Trad Laura Serra]</em></p>
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		<title>I Mimi di Lanza in inglese</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Apr 2010 10:06:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[I poco noti]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Prima degli elleni]]></category>
		<category><![CDATA[Rubato qua e là]]></category>
		<category><![CDATA[Visti e sentiti]]></category>
		<category><![CDATA[andrea d'agostino]]></category>
		<category><![CDATA[enzo barnabà]]></category>
		<category><![CDATA[francesco lanza]]></category>
		<category><![CDATA[mimi siciliani]]></category>

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		<description><![CDATA[Francesco Lanza, autore valguarnerese poco noto ai più, viene tradotto in inglese. Per la precisione è &#8220;Mimi siciliani&#8221;, la sua opera più famosa, ad aver subito la trasposizione nella lingua di Shakespeare. Di questo libro Vincenzo Consolo scrisse: &#8220;I Mimi sono il più straordinario, singolare, originale libro del novecento italiano&#8221;, ma certo non devono avergli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Francesco Lanza, autore valguarnerese poco noto ai più, viene tradotto in inglese. Per la precisione è <a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/04/sicilian_mimes_small.jpg"><img src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/04/sicilian_mimes_small.jpg" alt="" title="sicilian_mimes_small" width="150" height="231" class="alignleft size-full wp-image-1011" hspace="2" vspace="2" border="1"/></a>&#8220;Mimi siciliani&#8221;, la sua opera più famosa, ad aver subito la trasposizione nella lingua di Shakespeare. Di questo libro Vincenzo Consolo scrisse: &#8220;I Mimi sono il più straordinario, singolare, originale libro del novecento italiano&#8221;, ma certo non devono avergli creduto in molti se del volume è così difficile rinvenire traccia nelle librerie, e proprio chi scrive, sentendosi rispondere picche da un rinomato rivenditore di libri online, dovette ripiegare su un&#8217;edizione assai impolverata, malmessa e, a dire il vero, poco curata, che trovò su una bancarella paesana.<br />
In ogni modo, su <a href="http://www.francescolanza.it">francescolanza.it</a> &#8211; il bellissimo sito curato da Enzo Barnabà e Sebastiano Giarrizzo &#8211; potrete leggere <a href="http://www.francescolanza.it/Mim_siciliani.pdf">i Mimi in formato pdf</a>.<br />
Sul medesimo sito, poi, se vi intendete dell&#8217;idioma anglosassone, avrete l&#8217;opportunità di leggere, gratis, <a href="http://www.francescolanza.it/Sicilian_mimes_Introduction.pdf">la prefazione di Gaetano Cipolla</a> ai Mimi in inglese, nonché <a href="http://www.francescolanza.it/Sicilian_mimes_brani_tradotti.pdf">la traduzione di alcuni brani</a> del libro di Lanza.<br />
Infine, giusto per non farsi mancare nulla, <a href="http://www.francescolanza.it/eventi.htm">un video di Andrea D&#8217;Agostino</a> che legge i Mimi.<br />
E&#8217; tutto.</p>
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		<title>La traduttrice di Salinger</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Jan 2010 10:25:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prima degli elleni]]></category>
		<category><![CDATA[Rubato qua e là]]></category>
		<category><![CDATA[Visti e sentiti]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;A Roma in quegli anni capitava di conoscere tutti e io avevo la smania degli scrittori. Mi sembravano esseri sublimi, che poi non è affatto vero, ma allora ci credevo&#8221; Così dice Adriana Motti, e Luca Sofri puntualmente virgoletta nel suo Wittgenstein, in merito al suo approccio alla scrittura. Adriana Motti è la donna che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;<em>A Roma in quegli anni capitava di conoscere tutti e io avevo la smania degli scrittori. Mi sembravano esseri sublimi, che poi non è affatto vero, ma allora ci credevo</em>&#8221;<br />
Così dice Adriana Motti, e Luca Sofri puntualmente virgoletta nel suo <a href="http://www.wittgenstein.it">Wittgenstein</a>, in merito al suo approccio alla scrittura.<br />
Adriana Motti è la donna che tradusse &#8220;Il giovane Holden&#8221; di Salinger, scomparso pochi giorni fa.<br />
Della vita di Salinger si sa pochissimo. Del resto leggiamo Il giovane holden in traduzione. <a href="http://www.wittgenstein.it/html/diario000999.html">E qualcosa in più si sa della traduttrice</a>. </p>
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		<title>Prima degli elleni &#8211; V puntata</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Jan 2010 20:17:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prima degli elleni]]></category>

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		<description><![CDATA[Di Domenico Scinà – Attualizzazione del testo di Mauro Mirci Fu soprattutto Dedalo che riscosse i Sicani e li interessò alle arti, poiché le opere di questo scultore, che gli ateniesi giudicarono, se non per la perfezione almeno per la novità, miracolo dell’arte, in Sicilia erano venerate e custodite con grande cura. Una statua, da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Domenico Scinà – Attualizzazione del testo di Mauro Mirci<br />
</em><br />
<a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/01/canova-dedalo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-892" title="canova-dedalo" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/01/canova-dedalo.jpg" alt="" width="150" height="174" /></a>Fu soprattutto Dedalo che riscosse i Sicani e li interessò alle arti, poiché le opere di questo scultore, che gli ateniesi giudicarono, se non per la perfezione almeno per la novità, miracolo dell’arte, in Sicilia erano venerate e custodite con grande cura. Una statua, da lui scolpita,  che fu poi trasportata a Gela dai Greci, era esposta, per compiacere gli sguardi dei Sicani, in Onface.<br />
Si diffusero in Sicilia gli utensili che Dedalo usava, come la sega, e quelli che, per primo, aveva immaginato, come l’ascia, il filo a piombo, la colla forte e quella di pesce, che aveva inventato. Gli edifici che egli innalzava grazie alla manodopera sicana, educarono questo popolo all’arte dell’architettura e incentivarono la sua naturale intraprendenza; Dedalo è da tenere in considerazione come un personaggio dei tempi eroici, che desiderava accrescere la gloria del suo nome istruendo i popoli e insegnando loro le arti che aveva inventato o perfezionato. Si può quindi affermare che se si deve ricondurre a Dedalo il principio delle arti ad Atene, così sempre a Dedalo si può attribuire l’introduzione delle arti in Sicilia, circa 160 o 170 anni prima di Deucalione, quasi un secolo prima della guerra di Troiai, ossia 1370 anni prima di Cristo.</p>
<p>Ai progressi dei Sicani nelle arti sono da aggiungere quelli nella religione. Oltre al culto di Cerere legislatrice, peculiare delle Sicilia, ove era assai diffuso, ebbe incremento quello di Venere, dea che allietava le nozze e presiedeva ai contratti nuziali. Famoso era il tempio di Venere ericina, che rese ancor più famosi e onorati l’arte e l’ingegno di Dedalo; celebre divenne un altro tempio dedicato a Venere, eretto, non lontano da Camico, dai Cretesi quale monumento in memoria di Minosse. Poiché i Sicani vi offrivano splendidi e continui sacrifici, fu sempre adorato con gran devozione, fino a che, nelle vicinanze, non fu fondata la città di Agrigento.</p>
<p><span id="more-890"></span></p>
<p>Questo era il livello di progresso raggiunto dal popolo sicano, quando più popoli si mossero dall’Italia e approfittando del momento in cui le correnti furono più favorevoli, attraversarono su zattere lo stretto di Sicilia. I primi a giungere furono gli Elimi, popolazione originaria dell’Epiro, che respinta dagli Enotri venne a cercar fortuna in Sicilia, insediandosi accanto ai Sicani, là dove si trovano Erice e Segesta.<br />
Cinque anni appresso furono i Siculi a varcare lo stretto; a loro si unirono i Morgeti e altri popoli che li accompagnarono nella migrazione. I Morgeti e i Siculi, al pari degli Elimi, erano di origine Pelasgica e giunsero assieme agli Enotri dalla coste dell’Epiro. Esclusi i Sicani, di origine iberica, si può riconoscere una relazione tra la Sicilia, la bassa Italia e l’Epiro: sicuramente una identità di provenienza; forse rapporti commerciali.<br />
I Siculi, scacciati dagli Aborigeni, erano stati accolti dai Morgeti, che abitavano la parte più meridionale dell’Italia, dall’istmo di Scylacius sino allo Stretto. Così, passati sulla sponda opposta fondarono Zancle, per proseguire il commercio e mantenere comunicazione con i  loro antichi ospiti. La maggior parte proseguì oltre, occupando aree sempre più distanti, abbandonate molto tempo prima dai Sicani a causa delle eruzioni vulcaniche che avevano danneggiato i campi e le abitazioni.<br />
Tuttavia i Siculi, molto numerosi, irrequieti e adusi alle armi, presero a estendere i loro confini aggredendo i Sicani, occupandone i possedimenti e muovendo loro continue guerre.<br />
La presenza di colonie di Sicani e di Siculi, di Cretesi, Elimi e Morgeti, diversi per linguaggio, usanze e interessi, fu la causa per cui la Sicilia non poté divenire patria di un unico popolo retto da un solo sovrano, e i frequenti conflitti furono il motivo per cui non si ebbe progresso.<br />
Erano, per fortuna, i tempi eroici, quelli in cui personaggi illustri vagavano per il mondo per far del bene agli  uomini, e la Sicilia beneficiò più volte delle invenzioni utili dei popoli stranieri, e abbandonò qualche usanza barbara. Aristeo, molto lungimirante nell’agricoltura e nell’allevamento dei bovini e delle pecore, fu uno di coloro che giunse e si fermò nella nostra isola, che trovò fertile e ricca di mandrie. Insegnò come si innestano gli ulivi e come da questi si ricavi l’olio, e mostrò come produrre miele dalla fatica industriosa delle api, così che divenne celebre e pregiato presso i Siculi il miele ibleo.<br />
Oltre Aristeo visitò la Sicilia uno di coloro che, per forza e imponenza, erano chiamati allora Ercoli, svelti a liberare le campagne dai briganti, favorire il facile e comodo commercio tra i popoli, e introdurre ovunque usi più umani e miti.<br />
Il nostro Ercole, grande condottiero, sconfisse i più valenti Sicani, che ne ostacolavano le imprese ed erano desiderosi di confrontarsi in battaglia con lui.<br />
A Imera e Segesta rivelò l’utilità dei bagni termali e, istituendo nuovi riti e festività, abolì, crediamo, i sacrifici umani, poiché proprio lui, che prima di passare in Sicilia aveva sradicato in Italia l’usanza crudele di immolare esseri umani, poté bandirla anche dalle nostre terre. Infatti, in quell’epoca, escludendo l’Egitto1 , in Fenicia, Grecia, Italia, Tiro e sulle coste africane era costume comune quello di placare con l’uccisione di uomini l’ira degli dei.<br />
I sacrifici ordinati da Ercole in Sicilia, infatti, furono solo di animali, ed egli onorò Cerere e Proserpina, delle cui sventure seppe per la prima volta in Sicilia, solamente annegando un toro nel fiume Ciane, tradizione che, successivamente fu mantenuta con grande solennità dai Siracusani.</p>
<p>Questi e altri simili personaggi eroici, le cui gesta sono state esagerate e rese meravigliose, ci dimostrano in che modo la nostra isola sia venuta a conoscenza di utili e positive invenzioni, e come essa, progredendo nelle arti, nella religione e nell’agricoltura, abbia acquisito costumi  e stili di vita più civili.<br />
Lo dimostra il regno dei figli di Eolo, che si costituì non grazie alla loro forza o virtù militare, ma al buonsenso e all’equità, doti delle quali erano in possesso più di altri.<br />
Chiunque sa quanto alti e ovunque risuonassero il nome e la fama di Eolo, signore di Lipari, per il suo sapere, misericordia, giustizia e ospitalità. Egli ebbe molti figli, che non erano meno virtuosi del padre, tanto che i Siculi, i Sicani e altri popoli li acclamarono e riconobbero come loro sovrani. Astioco rimase a governare Lipari; sulla sponda opposta dell’Italia, sino allo Stretto, dominava Giocasto; il dominio di Feramonte e Androcle si estendeva da Peloro a Lilibeo; Xuto governava le terre che furono poi denominate Leontine; Agatarco fondò una nuova città, la chiamò col suo nome e la governò con tutta la regione adiacente.</p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/01/carta-sicani-siculi-elimi1.bmp"><img class="aligncenter size-thumbnail wp-image-895" title="carta-sicani-siculi-elimi1" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/01/carta-sicani-siculi-elimi1.bmp" alt="tratta da www.cronologia.leonardo.it" /></a><br />
Il primo frutto del dominio degli Eolici fu il ritorno della pace, dopo una lunga guerra, tra Sicani e Siculi. Tra questi popoli fu stipulato un trattato che è il primo documento, per così dire, diplomatico del quale si fa menzione nei nostri annali e che, purtroppo, è andato perduto assieme ai libri di Diodoro che ne parlavano.<br />
Se, in mancanza di documenti, si volesse dar credito alle ipotesi, si potrebbe reputare probabile che, in tale trattato, il fiume Imera (l&#8217;Imera Meridionale, o Salso, n.d.r.), che scorre da Nord a Sud, delimitasse il confine tra i Sicani, ritiratisi a occidente, e i Siculi, insediati a oriente. Cessati disaccordi e guerre, il commercio tra i diversi popoli  e le diverse regioni dell’isola fiorì, così come con Lipari e la sponda continentale, ovunque governavano i virtuosi sovrani Eolici, amici e fratelli.<a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/01/eolo.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-893" title="eolo" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/01/eolo.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><br />
Furono tempi fortunati per la Sicilia, che lasciarono memoria cara e venerata di questi famosi personaggi, sicché i discendenti ne imitarono equanimità e misericordia e i popoli ne onorarono e ammirarono le qualità, tanto da incoronarli re.</p>
<p>[<a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/category/prima-degli-elleni/">leggi le altre puntate</a>]</p>
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		<title>Prima degli Elleni &#8211; IV puntata</title>
		<link>http://www.paroledisicilia.it/principale/2009/09/22/prima-degli-elleni-iv-puntata/</link>
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		<pubDate>Tue, 22 Sep 2009 09:08:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prima degli elleni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Domenico Scinà – Attualizzazione del testo di Mauro Mirci I Sicani si suddivisero non più in gruppi familiari, come i Ciclopi, ma in borgate, ognuna retta da un signore. I centri abitati sorgevano in tutta l’isola e, secondo il costume dell’epoca, erano costruiti su colli e monti, così protette dagli assalitori che presero il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Domenico Scinà – Attualizzazione del testo di Mauro Mirci</em></p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/08/trinacria.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-755" title="trinacria" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/08/trinacria.jpg" border="1" alt="" hspace="2" vspace="2" width="150" height="113" /></a>I Sicani si suddivisero non più in gruppi familiari, come i Ciclopi, ma in borgate, ognuna retta da un signore. I centri abitati sorgevano in tutta l’isola e, secondo il costume dell’epoca, erano costruiti su colli e monti, così protette dagli assalitori che presero il nome di fortezze; e in generale, questi villaggi in posizione elevata e dominante erano chiamati, sia in Sicilia sia in Italia, cronii o saturnii, da Cronos e Saturno, divinità dei Pelasgi.<br />
Diversamente dai Ciclopi, i Sicani si dedicavano all’agricoltura con tanta sollecitudine che, secondo gli antichi, furono i primi a onorare e festeggiare Cerere.<br />
Non si deve infatti credere a quanto sostenuto dai poeti e nelle antichissime tradizioni, che la Sicilia sia stata la patria di Cerere e del frumento. Né, tanto meno, si deve prestare fede a Diodoro, che desideroso di vantare i primati nazionali, testimonia che, ai suoi giorni, il frumento agreste nasceva spontaneamente in più luoghi della Sicilia.</p>
<p><span id="more-801"></span><br />
Se non mentirono, gli antichi e i poeti furono ingannati dalla somiglianza con alcune piante che crescono spontanee e somigliano soltanto a orzo e frumento. Forse il frumento agreste di Diodoro, a meno che non lo si voglia considerare frutto di fantasia, è invece una specie di segale che  nasce spontaneamente nell’isola. Ma è certo che la coltura del grano, in Sicilia, è così antica che non deve generare meraviglia se Cerere era considerata una divinità indigena, così come indigeni erano reputati il frumento e gli stessi Sicani.<br />
Se il culto di Cerere si accompagna alla coltivazione del grano, e se mai si trova in Sicilia (prima dei Sicani), notizia dell’adorazione di Cerere, allora all’età dei Sicani si deve far risalire sia il culto di Cerere, sia la coltivazione del grano.<br />
Le storie fantastiche narrate su questa dea sono tutte, per così dire, siciliane, e ciò indica che era caratteristica peculiare della Sicilia la lavorazione della terra, o almeno che nella nostra isola, più che altrove, era diffusa la coltivazione del grano.<br />
I Sicani furono i primi a lavorare con l’aratro le campagne poi chiamate leontine, e Diodoro attesta che essi si guadagnavano da vivere non con furti e scorrerie, come allora era uso, ma con l’agricoltura. Fondazione di villaggi, obbedienza a un gerarca, culto di Cerere legislatrice, utilizzazione del frumento e agricoltura: tutto indica che i Sicani introdussero leggi e proprietà, industria e commercio, contribuendo al progresso della civiltà.</p>
<p>Ci dispiace che, privi di ogni documento, siamo costretti a procedere, come un uomo guidato da luce incerta, parlando dei Sicani.  Minosse, Dedalo e Cocalo, famosissimi in qui tempi che sono detti mitici, e giunsero sino alla guerra di Troia, sono personaggi dai quali si possono ricavare indizi, così da intuire, in qualche modo, le vicende di questo popolo.<br />
Poiché Minosse, a Creta, che con leggi sagge aveva già domato e riunito più nazioni barbare, diverse per nome e usanze, si dedicò a nuove conquiste in altre terre. Con le lunghe navi, che costrì violando il solenne divieto greco, conquistò le isole vicine a Creta, cacciò da quel mare i pirati, occupò le Cicladi, realizzò per primo una forte flotta e un dominio marittimo che mantenne saldo con la clemenza delle leggi, con la collaborazione delle colonie e grazie all’amministrazione dei suoi parenti.<br />
Questo condottiero, sdegnato per le vicende di Dedalo, accorse con la sua flotta in Sicilia, apparentemente per vendicarsi del famoso inventore, che aveva cercato asilo presso Cocalo, signore dei Sicani, ma in realtà per aggiungere l’isola alle sue conquiste nel mare Egeo. Il sicano ne comprese le intenzioni e, accorto com’era, invece di resistere, si accordò col cretese, gli promise di consegnargli Dedalo e, simulando amicizia e onori, l’attirò nella sua casa, dove ne provocò la morte in un bagno caldo, soffocato dai vapori e dal calore.<br />
Tutta la corte diede a vedere di essere addolorata e i Cretesi, non sapendo cosa credere e che fare, sfogarono il loro cordoglio durante le onoranze funebri.<br />
Cocalo, intanto, ordinò che fossero bruciate le navi dei Cretesi, e costoro, non potendo più far ritorno in patria, si raccolsero in due città, fondando, Minoa non lontano dalla spiaggia, ed Engio nell’entroterra.<br />
Poiché Cocalo temeva comunque la potenza e la vendetta di Creta, trasferì la reggia e i suoi tesori a Onface, castello posto su un’altura resa del tutto inaccessibile grazie alle trovate di Dedalo, tranne che per un sentiero stretto e tortuoso, facilmente sorvegliabile. Questa precauzione non fu inutile. Le navi cretesi tornarono e, dopo cinque anni di assedio, visti vani i loro sforzi, ripartirono senza consumare la loro vendetta. Ma furono tali i saccheggi e le calamità che, prima di salpare, causarono agli abitanti dell’isola, che rimase il detto Terror minoico.<br />
Senza dimenticare questi fatti, parleremo di Cocalo, il quale, sebbene non si possa giustificare per la perfidia e la violazione delle regole di ospitalità, non può essere accusato di brutalità e barbarie. Infatti la storia riporta, in ogni epoca, non pochi né piccoli esempi di inganni, tradimenti e cattiverie. Oltre a questo, l’accortezza e l’intuito coi quali seppe affrontare le circostanze ed evitare i pericoli, lo mostrano almeno ingegnoso e abile. L’uso dei bagno, poi, e la considerazione in cui teneva l’illustre inventore, testimoniano della sua attenzione al progresso: la considerazione, cioè, del valore delle arti e dell’adoperarsi per un miglior futuro del suo popolo.</p>
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		<title>Prima degli elleni &#8211; III puntata</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Aug 2009 16:39:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prima degli elleni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Domenico Scinà – Attualizzazione del testo di Mauro Mirci E’ ormai noto ai geologi che le ossa fossili possono attestare le diverse epoche dei terreni, che sono di terza formazione, giacché le ossa di alcuni animali sono legate agli antichi terreni terziari, mentre quelle di altri a terreni recenti, e altri ancora ai terreni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Domenico Scinà – Attualizzazione del testo di Mauro Mirci</em></p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/08/trinacria.jpg"><img src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/08/trinacria.jpg" alt="" title="trinacria" width="150" height="113" class="alignleft size-full wp-image-755" /></a>E’ ormai noto ai geologi che le ossa fossili possono attestare le diverse epoche dei terreni, che sono di terza formazione, giacché le ossa di alcuni animali  sono legate agli antichi terreni terziari, mentre quelle di altri  a terreni recenti, e altri ancora ai terreni alluvionali. Le caverne “ad ossa” e le brecce ossifere recentemente rinvenute nei dintorni di Palermo, appartengono a elefanti, a ippopotami, a cervi e ad altri animali simili, che giacciono in un unico terreno, il più recente cioè quello alluvionale.<br />
Queste caverne e brecce, inoltre, si trovano al piede dei monti, non lontano dalla spiaggia attuale, su un’antica linea di costa. Per cui l’inondazione e il deposito di queste ossa avvenne quando la nostra isola, già emersa, mostrava aspetto simile all’attuale, ma le acque ricoprivano ancora le piane di Palermo .<br />
<span id="more-779"></span><br />
Dovette quindi trascorrere molto tempo perché il mare si ritirasse e la pianura emergesse, così da offrire agli uomini un ricovero sicuro. Tuttavia, le ossa rinvenute in quei luoghi, nelle quali i nostri scrittori avevano visto e riconosciuto i resti dei giganti, anziché indicare l’esistenza di insediamenti umani, li escludono, datandoli a tempi molto posteriori alle ossa.<br />
Dov’è dunque Palermo? E dove sono i nipoti di Noé che la fondarono? Dove le scienze astronomiche e fisiche dei primi abitatori della Sicilia?<br />
Le conclusioni dei nostri scrittori, di per sé vane poiché privi di autorità storica, sono ancora contraddetti da quelle ossa medesime che essi invocano a sostegno, cioè dalle prove concrete, che valgono assai più delle loro congetture erudite e delle loro argomentazioni pompose.</p>
<p>Separata, per quanto è possibile, la storia dalla favola, torniamo a individuare i primi abitatori della Sicilia in poche famiglie giunte dall’Epiro, che separatamente si stanziarono sui monti, trascorrendo i giorni, secondo quanto ci tramandano gli antichi, come semplici pastori. Euripide   infatti, ci presenta Polifemo intento a osservare i suoi figli da un’altura mentre sono intenti a pascolare il gregge. Non per questo si deve immaginare, come fanno i nostri storici, che essi vivessero di sola pastorizia, perché potevano nutrirsi anche di piante, radici, turioni , semi e frutti che per la fertilità del suolo crescono spontaneamente in Sicilia. Il loto &#8211; non è quello egiziano ma l’altro, che si chiama “giuggiolo”  e cresce nei dintorni della Barberia  -, nasce da noi spontaneamente; e il loto, di cui si nutrivano gli abitanti della piccola Sirte, ritenuti dagli studiosi i veri Lotofagi, poteva anche nutrire i primi siciliani. Anzi, ci sentiamo confortati nel sostenere che, veramente, lo utilizzassero come cibo per antica tradizione, derivata dall’aver coabitato nell’isola con i Ciclopi e i Lotofagi; tenuta per vera questa antica testimonianza, si può dedurre che i Ciclopi in sostanza si nutrivano, come i Lotofagi, di giuggiolo, cioè di loto.<br />
E’ naturale che i Ciclopi, per la vita che conducevano, diffidassero dei forestieri, massimamente in quei tempi che le nostre spiagge abbondavano di pirati; ma ciò non significa che fossero da considerare, come comunemente avviene, feroci, inumani e divoratori di uomini.<br />
Platone  li dice privi di malizia e li descrive simili ai primi che, sfuggiti al diluvio, rimasero sui monti in semplicità e vivendo da pastori. Ma quali che siano state le loro prime usanze, non v’è dubbio che s’ingentilirono quando, ai tempi di Silio Italico  e di Strabone  discesero dai monti alla volta della pianura ai piedi dell’Etna per dedicarsi alla coltivazione dei campi.<br />
Poiché passarono dalla vita oziosa e inerte dei pastori a quella più laboriosa e attiva degli agricoltori, interrompendo la loro vita solitaria, si predisposero alla vita sociale, che è il primo passo verso la civiltà.<br />
Nei luoghi orientali dell’isola, quelli abitati originariamente, fecero la loro comparsa, per la prima volta, i Sicani, popolo d’Iberia che, cacciato dai Liguri, cercò ricovero in Sicilia. I Sicani erano numerosi, esperti nella coltivazione del suolo e già possesso di un’organizzazione sociale. Per questo il loro arrivo non creò molestia alle poche famiglie di Ciclopi che iniziavano ad apprezzare i vantaggi della socialità e dell’agricoltura.<br />
E’ quindi assai verosimile che questi abbiano fatto propri gli usi e i modi di vita dei Sicani, sino ad essere da questi assimilati divenendo, in poco tempo, Sicani anch’essi.<br />
Scomparvero i Ciclopi, quindi, poiché scomparvero i loro costumi e i loro gruppi familiari isolati. L’abitudine agli usi sicani fece sì che l’isola mutasse il proprio nome in Sicania.<br />
I Sicani non ebbero modo di osservare più nulla che ricordasse i Ciclopi, anzi, vendendo ovunque solo costumi, usanze, arte e segni sicani, si vantarono, com’era abitudine tra i popoli in quei tempi, di essere autoctoni, cioè indigeni.<br />
Peraltro è noto che per gli antichi venivano considerate autoctone quelle popolazioni più antiche dei più vecchi documenti. In questo senso i Sicani potevano benissimo dirsi indigeni la cui memoria si perdeva nei tempi più oscuri della Sicilia.</p>
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		<title>Prima degli Elleni- II puntata</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Aug 2009 09:19:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prima degli elleni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Domenico Scinà – Attualizzazione del testo di Mauro Mirci Dalla prima parte: Ma, a prescindere da tale congettura, è certo che col nome di Ciclopi furono designati coloro che costruivano altre e grosse muraglie con gran massi, connettendoli con pietre più piccole. E siccome si procuravano il cibo col lavoro manuale, furono anche chiamati, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Domenico Scinà – Attualizzazione del testo di Mauro Mirci</em></p>
<p>Dalla prima parte:<br />
<em><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/2009/08/prima-degli-elleni-i-puntata/">Ma, a prescindere da tale congettura, è certo che col nome di Ciclopi furono designati coloro che costruivano altre e grosse muraglie con gran massi, connettendoli con pietre più piccole. E siccome si procuravano il cibo col lavoro manuale, furono anche chiamati, da Strabone, “Chirogastori”, per cui, per il mestiere praticato, furono detti indifferentemente chirogastori e ciclopi.</a></em></p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/08/trinacria.jpg"><img src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/08/trinacria.jpg" alt="" title="trinacria" width="150" height="113" class="alignleft size-full wp-image-755" hspace="2" vspace="2" border="1"/></a>Esercitando un mestiere particolare formavano quasi una tribù e abitavano in borghi distinti. Quelli che elevarono le fortezze di Tirinto e di Nauplia furono reclutati in Libia, e Aristotele cita i Ciclopi traci, intendendo per Tracia quella parte della Tessaglia vicina alla Flegra, occupata, prima della guerra di Troia, dai Traci.<br />
Oltre a questo ci è noto che i Ciclopi, robusti e prepotenti com’erano, risultavano così incomodi e molesti ai vicini, che i Feaci, loro confinanti, abbandonarono l’Iperia di Tessaglia (e non quella di Sicilia, come alcuni sostengono) per fuggire nell’isola di Scheria, o Corfù.<br />
<span id="more-769"></span><br />
Verso il 1542 avanti Cristo, Ciclopi e Palasgi furono cacciati da Deucalione, ritirandosi, gli uni e gli altri, in Epiro dapprima, per poi emigrare ulteriormente e fondare diverse colonie e città, soprattutto in Italia.</p>
<p>Fu a questo punto che alcune famiglie di ciclopi si spostarono dall’Epiro ai monti della Sicilia, fatto non  confermato dagli storici, ma ricavato da Omero, che dalla storia, secondo Strabone, ricavò materia per le sue narrazioni. E anche se il poeta parla in particolare solo di Polifemo, tramite lui descrive tutti i suoi simili. Quindi, sebbene Polifemo sia un personaggio di fantasia, possiamo immaginare i lineamenti e l’origine dei Ciclopi che abitavano la Sicilia.<br />
In verità, poiché Omero ignorava la discendenza del Ciclope, secondo l’usanza ne attribuisce la paternità a un dio; ma quasi volesse designarne un’origine africana, sceglie come padre Nettuno, divinità propria e particolare delle Libia.<br />
Infatti Polifemo non prega altro dio che Nettuno, e da pastore libico disprezza e svillaneggia Giove<a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/08/polifemo.jpg"><img src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/08/polifemo.jpg" alt="" title="polifemo" width="150" height="123" class="alignright size-full wp-image-772" hspace="2" vspace="2" border="1"/></a> nutrito dalla capra. Volendo poi indicare il mestiere del Ciclope, il poeta indica la eccellente corte edificata da costui con grandi pietre cavate dalla terra. Ci mostra, cioè, una edificazione “ciclopica”. Giunge, infine, al fantastico e alla finzione, come tradizione nella poesia, traendo spunto dagli usi dei tempi e dall’aspetto dei luoghi. Presso i greci era consueto considerare le nostre terre abitate da barbari e selvaggi, sicché si aveva orrore delle acque del Mediterraneo. I cartaginesi, padroni dell’Iberia e della Sardegna, allontanavano, spesso con atti atroci, gli stranieri dalle loro coste; e i Tirreni, già dominatori del mare italiano, lo percorrevano da corsari, commettendo ruberie e frequenti uccisioni. Per questo Omero descrive i ciclopi in Sicilia e i Lestrigoni sulle coste della Campania, come esseri snaturati, ingordi di carne umana, della quale si deliziavano. Per aumentare l’orrore, li raffigura mostruosi, e per indicarne come patria la Tessaglia, li fa, se non uguali, simili ai giganti flegrei, attribuendo agli uni e agli altri una statura gigantesca. Quindi i Ciclopi e i Lestrigoni appartenevano alla stessa etnia, nati negli stessi luoghi e distinti con nomi diversi perché esercitavano mestieri diversi. Infatti, sebbene gli uni e gli altri siano ritratti con corpo e forme gigantesche, i ciclopi sono raffigurati con un occhio circolare sulla fronte a rappresentare, forse, un mestiere che i lestrigoni non praticavano.<br />
In Omero, dunque, la storia dei ciclopi, filtrata attraverso elementi fantastici, intende descrivere, secondo Strabone, le vicende di Ulisse in Sicilia alle prese con certi malfattori che, all’epoca, spadroneggiavano le spiagge dell’isola.</p>
<p>Se questi indizi non fossero sufficienti a dimostrare la provenienza pelasgica dei i primi abitatori della Sicilia, basterà pensare ai nomi che ricordano quelli più famosi e antichi dell’isola, che sono tutti greci. Come il nome Trinacria, come fu da principio chiamata la nostra isola per i suoi tre promontori.<br />
Il Valguarnera, che raccolse molti di questi nomi, concluse che i primi abitanti parlavano la lingua degli eolii; e probabilmente non si ingannò, perché la lingua pelasgica si conservò in gran parte, secondo gli studiosi, nel dialetto degli eolii. Ma senza perdersi nelle congetture, è certo che, presso i greci, i Ciclopi fossero considerati autoctoni. In Euripide  Ulisse racconta a Polifemo le cause della guerra di Troia e la vendetta dei greci sui troiani, e poi aggiunge: “Ancor tu, o Polifemo, sei a parte di tanta gloria che abiti una recondita regione di Grecia sotto la rupe dell’Etna, che fuoco manda.”<br />
Diversamente conclusero i nostri storici, che gelosi dell’onore nazionale identificarono i primi abitatori della Sicilia con popolazioni antichissime. Alcuni, è vero, indicarono i Fenici e i Sirii, altri gli Aramei e i Caldei, altri ancora i Ciclopi e i Lestrigoni; ma qualunque popolo fosse da ognuno indicato, furono tutti d’accordo nel crederli giganti. Questa verità sembrava loro evidente e inconfutabile, vista con gli occhi e toccata con mano; perché, in vari punti della Sicilia, e in particolare nei dintorni di Palermo, venivano rinvenuti mascelle, denti ed altre ossa di smisurata grandezza. “Ecco,” dicevano, “i resti dei primi abitatori dell’isola: Palermo, la prima città tra tutte, risale a poco prima o poco dopo del Diluvio.”<br />
<a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/08/elefante.jpg"><img src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/08/elefante.jpg" alt="" title="elefante" width="150" height="198" class="alignleft size-full wp-image-773" hspace="2" vspace="2" border="1"/></a>Così, questi scrittori, peraltro ricchi di merito, sino alla metà del secolo scorso e oltre, vagavano smarriti per devozione alla patria e difetto di conoscenze scientifiche. Poiché le ossa che loro attribuivano ai giganti, appartenevano ad animali terrestri, come da poco è stato scoperto nei dintorni di Palermo  e di Siracusa . E queste ossa, di animali e non di giganti, rappresentano una sorta di cronometro fisico, che rovesciano e distruggono la pretesa antichità di Palermo e dell’abitazione dell’isola. </p>
<p>fine seconda parte</p>
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		<title>Prima degli Elleni &#8211; I puntata</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Aug 2009 12:11:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prima degli elleni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Domenico Scinà – Attualizzazione del testo di Mauro Mirci Le origini della Sicilia, per una sorte che la accomuna alle nazioni più antiche e illustri, sono avvolte nell’oscurità, e la sua storia primordiale corrotta e distorta dalla leggenda. Gli scrittori ci dicono che i primi ad abitarla furono i Ciclopi e i Lestrigoni; ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Domenico Scinà – Attualizzazione del testo di Mauro Mirci</em></p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/08/trinacria.jpg"><img src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/08/trinacria.jpg" alt="" title="trinacria" width="150" height="113" class="alignleft size-full wp-image-755" hspace="2" vspace="2" border="1"/></a>Le origini della Sicilia, per una sorte che la accomuna alle nazioni più antiche e illustri, sono avvolte nell’oscurità, e la sua storia primordiale corrotta e distorta dalla leggenda. Gli scrittori ci dicono che i primi ad abitarla furono i Ciclopi e i Lestrigoni; ma i poeti, che per primi ci parlarono di loro, lasciandosi condurre dalla fantasia, invece che uomini e popoli ci descrivono esseri allegorici e fantastici.<br />
I ciclopi di Omero non sono quelli di Esiodo, che temprano i fulmini per Giove, e i ciclopi di Esiodo non sono quelli di Callimaco e di Pindaro, manovali di Vulcano nelle grotte di Lipari e nelle caverne dell’Etna.<br />
Gli stessi scoliasti , anche se attenti nell’interpretare i poeti, accettarono per vere alcune leggende antiche e popolari, talvolta contraddittorie e sempre fantastiche, e affastellando ogni cosa confusero tanto i fatti che gli storici più rigorosi non furono più in grado di comprendere chi fossero i Ciclopi e i Lestrigoni, da dove provenissero, quale sia stata la loro sorte.<br />
<span id="more-753"></span><br />
Tuttavia, sono tanti, ai nostri giorni, gli studi degli eruditi che hanno distinto i Ciclopi favolosi da quelli storici, studiando, di questi, le opere, i luoghi di insediamento e l’origine, ritenuta fenicia da alcuni ed egiziana da altri.<br />
Gli autori più autorevoli sono dell’avviso che coloni arabo-fenici, spostandosi dall’Egitto e dalla Libia, siano giunti presso i Pelasgi , che prima di diffondersi per la Grecia, avevano dato all’Argolide e all’Arcadia la denominazione di Pelasgia. Dalla Libia, sicuramente, proveniva Danao ; un pastore fenicio fu Lelex; Cadmo era nativo della Libia egiziana.<br />
I Pelasgi trassero grande vantaggio dal contatto coi coloni, che contribuirono a miglioramento della vita civile; e grazie ad alcuni pastori fenici, che ricevettero in Grecia il nome di Ciclopi, furono introdotti nuovi metodi per edificare in pietra e per lavorare il ferro.<br />
Proprio parlando di questo metallo, sebbene l’arte di lavorarlo fosse nota dall’antichità presso gli Egizi e in Palestina, essa non era conosciuta in altre nazioni, che utilizzavano rame e bronzo per la fabbricazione di armi e utensili. A seconda dei luoghi, in Grecia l’invenzione di tale arte aveva <a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/08/ciclopi-nella-fucina.jpg"><img src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/08/ciclopi-nella-fucina.jpg" alt="" title="ciclopi-nella-fucina" width="150" height="171" class="alignright size-full wp-image-757" hspace="2" vspace="2" border="1"/></a>attribuzioni diverse, e Plinio ne attribuisce il merito soprattutto ai Ciclopi. E poiché Vulcano, antico re d’Egitto, aveva insegnato per primo a lavorare il ferro, i poeti, introdotto in Grecia il culto di Vulcano, collegarono questo dio ai Ciclopi, che erano fabbricatori di ferro, descrivendoli come aiutanti nella sua officina.<br />
Parlando poi della edificazione in pietra, è noto che, al di fuori di Egitto, Fenicia e Caldea, altrove non si edificava che col legno, con la terra cotta e coi mattoni.<br />
I Ciclopi, che insegnarono ai Pelasgi l’arte di fabbricare in pietra, furono i primi a connettere, con pietre più minute, grandi e grossolani massi di forma irregolare, elevando  in Grecia le più alte e aggraziate muraglie. Fabbricarono così le mura di Micene, di Tirinti e di Nauplia, le cui rovine mostrarono agli occhi dei viaggiatori, dopo tremila e più anni, le prime immagini e i primi passi delle nascente architettura.<br />
Per questo tale maniera di edificare fu detta ciclopéa; ciclopéa fu definito, secondo Sirvio, qualunque fabbricato vasto e grandioso, e i ciclopi furono celebrati da Aristotele come inventori delle torri.<br />
Costoro, dovendo lavorare nel sottosuolo per estrarre grandi massi o ricercare giacimenti di ferro, secondo l’uso egizio nel lavoro in miniera, legavano una lucerna alla fronte per vedere nell’oscurità. <a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/08/ciclope_polifemo.jpg"><img src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/08/ciclope_polifemo.jpg" alt="" title="ciclope_polifemo" width="150" height="183" class="alignleft size-full wp-image-759" hspace="2" vspace="2" border="1"/></a>Sicché non è da reputare strana la congettura di un erudito, secondo la quale quei fabbri proprio a quella lucerna debbano, in Grecia, il nome di “Ciclopi”, quasi che fossero forniti di un occhio circolare sulla fronte . Ma, a prescindere da tale congettura, è certo che col nome di ciclopi furono designati coloro che costruivano altre e grosse muraglie con gran massi, connettendoli con pietre più piccole. E siccome si procuravano il cibo col lavoro manuale, furono anche chiamati, da Strabone, “Chirogastori”, per cui, per il mestiere praticato, furono detti indifferentemente chirogastori e ciclopi. </p>
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