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	<title>paroledisicilia.it &#187; Senza categoria</title>
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	<description>&#34;Coso&#34; online con ricorrenti crisi d&#039;identità</description>
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		<title>Tomassini e Pagliaro a &#8220;Libri sotto il gelso&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 22:05:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Ultimo appuntamento di quest’anno per Libri sotto il gelso, la manifestazione tutta dedicata ai libri promossa dal Comune di Piazza Armerina e giunta alla seconda edizione. Il 2 settembre prossimo, alle 18,30, a Piazza Armerina nel Chiostro di Sant’anna, Mauro Mirci presenterà due romanzieri siciliani, giovani e promettentissimi: Veronica Tomassini col suo “Sangue di Cane” [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/08/libri-sotto-il-gelso.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-1554" title="libri sotto il gelso" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/08/libri-sotto-il-gelso-233x300.jpg" alt="" width="233" height="300" /></a></p>
<p>Ultimo appuntamento di quest’anno per <strong>Libri sotto il gelso</strong>, la manifestazione tutta dedicata ai libri promossa dal Comune di Piazza Armerina e giunta alla seconda edizione.</p>
<p>Il <strong>2 settembre</strong> prossimo, alle <strong>18,30</strong>, a <strong>Piazza Armerina</strong> nel <strong>Chiostro di Sant’anna</strong>, Mauro Mirci presenterà due romanzieri siciliani, giovani e promettentissimi: Veronica Tomassini col suo “Sangue di Cane” e Antonio Pagliaro, con “I cani di via Lincoln”. Entrambi i romanzi sono stati pubblicati da Laurana editore.</p>
<p><strong><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/08/sangue-di-cane.jpg"><img class="size-medium wp-image-1551   alignnone" style="margin: 2px; border: 2px solid black;" title="sangue-di-cane" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/08/sangue-di-cane-195x300.jpg" border="2" alt="" hspace="2" vspace="2" width="195" height="300" /></a>Veronica Tomassini</strong>, siracusana, narra nel suo libro d’esordio, <em>Sangue di cane</em>, una struggente storia d’amore tra una giovane italiana di famiglia borghese e un lavavetri polacco. Un romanzo che ha raccolto vasti consensi di critica e rappresenta sicuramente il primo passo di una bella carriera letteraria. Siciliana di origini umbre, scrive sul quotidiano «La Sicilia» dal 1996. Sangue di cane è il suo primo romanzo.</p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/08/cani-di-via-lincoln.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-1553" title="cani-di-via-lincoln" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/08/cani-di-via-lincoln-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a>Per <a href="http://www.antoniopagliaro.com"><strong>Antonio Pagliaro</strong></a>, palermitano, <em>I cani di via Lincoln</em> è invece il secondo romanzo, nel quale racconta una Palermo spietata dove i clan mafiosi stringono un turpe accordo con le triadi cinesi. Fatti romanzeschi certo, ma ai quali la realtà fa da costante riferimento. “I cani di via Lincoln” segue “Il sangue degli altri” (Sironi ed.) e precede di poco il romanzo breve “Il giapponese cannibale”, ricavato da un fatto realmente accaduto. Antonio Pagliaro ha scritto di libri sui quotidiani Liberazione e La Repubblica (Palermo), sul magazine Milanonera e sul bisettimanale La Sesia. Gli articoli sono qui: Magazzini Pagliaro. Attualmente tiene la rubrica “Peñarol, il giallo e il nero” sul magazine di arte, cultura e società 21. Con Edo Grandinetti e Sauro Sandroni, ha fondato Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni.</p>
<p>[<em><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/08/comunicato-stampa-libri-sotto-il-gelso1.pdf">Leggi tutto il comunicato stampa in pdf</a></em>]<br />
<span id="more-1548"></span></p>
<p>L’editore è comune. <a href="http://www.laurana.it">Laurana</a>, di Milano, che dichiara sul suo sito: <em>“Perché grazie alla narrativa le cose si possono far vedere, si possono mettere in scena, e così rendere evidenti … La letteratura ha dunque questo valore di farci vedere. E farci vedere quello che ci sta attorno, mentre lo abbiamo sotto gli occhi, crediamo di conoscerlo e invece non ne sappiamo nulla. È per questo che alla letteratura si è sempre chiesto di essere un luogo privilegiato della ricerca della verità … Se pensassimo che la letteratura è fatta soltanto di belle storie inventate non ci preoccuperemmo più di tanto di leggerla e di farla leggere, di studiarla e di farla studiare. Pensiamo invece che quelle belle storie inventate portino con sé ognuna una possibilità di vedere, e quindi di capire.”</em></p>
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		<title>Il Caimano (secondo E. Tarantino)</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jun 2011 14:37:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[A cinque anni dall&#8217;uscita nelle sale Il caimano è finalmente arrivato in televisione. Naturalmente in Italia non c&#8217;è la censura. Ho recuperato dai miei archivi questo pezzo (che avevo dimenticato di aver scritto. Facevo una profezia: che dopo di questo non ci sarebbero stati più film su Berlusconi. In effetti mi sbagliavo, anche se non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>A cinque anni dall&#8217;uscita nelle sale Il caimano è finalmente arrivato in televisione. Naturalmente in Italia non c&#8217;è la censura.<br />
Ho recuperato dai miei archivi questo pezzo (che avevo dimenticato di  aver scritto. Facevo una profezia: che dopo di questo non ci sarebbero  stati più film su Berlusconi. In effetti mi sbagliavo, anche se non si è  trattato di film di fiction). Il film, lui sì, contiene elementi  profetici attualissimi. Del resto non era difficile: la vita politica  italiana &#8211; intendo: la vita <em>pubblica </em>- è congelata da quindici anni sui problemi personali del premier).</p></blockquote>
<p>Il resto, se vi va di leggerlo, lo trovate <a href="http://blogsenzaqualita.splinder.com/post/24787103#more-24787103">sul blog di Ezio Tarantino.</a></p>
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		<title>Giufà, il direttore generale e il medico disubbidiente</title>
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		<pubDate>Sun, 01 May 2011 11:24:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Mauro Mirci Il problema non sta tanto nel raccontare bene le storie, quanto nel trovare le storie da raccontare. A raccontare le storie sono più o meno tutti capaci. Basta avere chiaro in testa qual è l’argomento, non perdersi in divagazioni e arrivare alla fine senza stufare chi legge (o ascolta). Se poi c’è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Mauro Mirci</p>
<p>Il problema non sta tanto nel raccontare bene le storie, quanto nel trovare le storie da raccontare. A raccontare le storie sono più o meno tutti capaci. Basta avere chiaro in testa qual è l’argomento, non perdersi in divagazioni e arrivare alla fine senza stufare chi legge (o ascolta). Se poi c’è un colpo di scena finale tanto meglio: l’attesa non sarà stata vana. A raccontare storie sono bravi anche quelli digiuni di lettere. Questa è una cosa che so sin da bambino, quando la signora Maria, un’anziana vicina di casa che badava a me ogni tanto, mi sedeva su una seggiolina e mi teneva lì raccontandomi di Giufà e delle sue stramberie furbe e sciocche al contempo. Ricordo con nostalgia la volta che, anche lei seduta e con le mani giunte in grembo, iniziò a narrarmi di come Giufà, cacciatore per l’occasione, se ne andava in giro per le campagne all’alba in cerca di un “canta-la-noit” (gli amici amanti del piazzese scritto mi perdoneranno, spero, la grossolana ortografia) da sparare, perché sua madre gli aveva detto di questo animale (un gallo? Mah, chi lo sa?) che cantava col primo sole e aveva carni deliziose. E il bello è che Giufà il “canta-la-noit” lo trovò sul serio, lo accoppò e se lo portò a casa tutto orgoglioso.<br />
<span id="more-1332"></span><br />
Ma s’era sbagliato (che Giufà sarebbe stato, viceversa?) e anziché un “canta-la-noit” verace, aveva fatto fuori un poveraccio che aveva passato la notte in osteria e se ne tornava a casa alticcio e intonando stornelli. La madre di Giufà, che come tutte le madri di tutti i Giufà del mondo, era “sperta” in maniera proporzionale all’imbecillità del figlio, prima si disperò, poi dichiarò al figlio che era un disgraziato, rovina della sua vita e della casa, e gli disse d’andarsene via non farsi vedere fino a che non le fosse passata l’arrabbiatura. Lui se ne andò in paese, gironzolò un poco, e alla fine s’infilò nell’osteria, dove bevve e, da Giufà che era, si vantò con dovizia di particolari della cacciagione che aveva portato in casa. Sua madre se lo vide presentare il mattino dopo. Le urlò da dietro la porta: “Mammà, ti passò l’arrabbiatura?” Lei andò ad aprire e si trovò davanti Giufà, coi ferri ai polsi, tra due carabineri, il maresciallo con la faccia costernata, ma deciso a compiere il suo dovere, e i figli del “canta-la-noit”, che pare fosse il barbiere del paese. “Signora, dove ha messo il corpo?” chiese il maresciallo. “Quale corpo?” domandò a sua volta la madre di Giufà. “La persona che suo figlio ammazzò e le portò cadavere in casa,” fece il maresciallo con voce secca. “Ah!” esclamò la donna. “Ma quale persona. Mio figlio sparò un ‘canta-la-noit’. Solo che non era buono e lo buttai nel pozzo.” “Nel pozzo?” disse il maresciallo, con un’espressione che non prometteva bene. “Nel pozzo, sissignore. Non si può?” “Dipende,” disse il maresciallo, “da che tipo di ‘canta-la-noit’ ha cacciato vostro figlio.” Insomma, si diressero tutti al pozzo e il maresciallo fece segno a un carabiniere di legarsi con una corda e scendere giù. Ma quello, che veniva dal Norditalia, cominciò a fare “ne” e “basta là” e faceva finta di non capire. L’altro fece vedere che teneva la catena dei ferri di Giufà e non poteva lasciarla nemmeno per un istante. I figli del barbiere guardarono dentro al pozzo, e quando videro che era buio e profondissimo si misero a piangere e urlare che erano troppo disperati per compiere certe imprese. Tolto il maresciallo, che pesava sul quintale (scenderlo lo si scendeva, ma chi ce la faceva a riportarlo su?) e tolta la madre di Giufà, che per sesso e per età non era idonea, rimaneva solo Giufà. Così lo legarono, lo calarono e attesero. Quello, da dentro il pozzo, urlò ai figli del barbiere: “Com’era fatto vostro padre?” “Cosa vuol dire com’era fatto? Come a un cristiano, no?” “Ma piedi quanti ne aveva?” “Oh, bella” E due ne aveva, quanti ne doveva avere?” “E lana ne aveva?” “Ma quale lana e lana!” “E aveva le corna, giusto?” Si può immaginare la reazione dei figli del barbiere a quelle parole. Si buttarono sul parapetto del pozzo a urlare improperi e promettere legnate. “Cornuto ci sei tu. Appena sali ti facciamo vedere noi!” Fortuna che intervenne il maresciallo a riportare la calma. Fece buttare un’altra corda nel pozzo. “Lega il corpo alla corda, così lo portiamo su e vediamo coi nostri occhi com’è fatto questo ‘canta-la-noit’.” E tutti rimasero meravigliati nel constatare che si trattava della carcassa di un “crasto” dalle grandi corna attorcigliate. Ovviamente, la madre di Giufà se la rideva sotto i baffi (che, da bambino, immaginai avesse davvero, come li aveva la signora Maria, che mi raccontava la storia). Sapeva che il figlio avrebbe parlato, e nel pozzo aveva gettato l’animale. Cosa fu del cadavere del povero barbiere, però, la signora Maria non seppe mai dirmi, tanto che, ricordo, mi convinsi che, per non volermi svelare il segreto, la madre di Giufà fosse proprio lei. Più d’una volta fui tentato di chiederle del figlio (ero un bambino, in fin dei conti), ma per fortuna non lo feci mai. Anche perché la signora Maria figli non ne aveva avuti mai mai, né col primo, né col secondo marito, e chissà che dolore avrei ravvivato con la mia domanda.        Molti anni dopo la stessa storia l’ho ritrovata nella raccolta “Il mare colore del vino” di Leonardo Sciascia, con il titolo “Giufà”, ma traslitterato in caratteri arabi, perché pare che la figura del ragazzo sciocco provenga dall’oriente. Il barbiere diventava però, in quel racconto, un cardinale, e i carabinieri erano sbirri armati d’alabarda. Invece, nel librettino “Le storie di Giufà”, a cura di Francesca Maria Corrao ed edito da Sellerio, il titolo viene italianizzato in “Giufà e il canta-mattino” e la vittima è un non meglio identificato suonatore di zufolo. La storia, però è sostanzialmente la stessa, e chi ne ha poi ricavato un testo scritto (come me, adesso) non ha fatto altro che rielaborare e magari un po’ modificare ciò che già, anche solo in forma verbale, esisteva. Insomma, ha dato forma di narrazione scritta alle azioni di personaggi che venivano prima raccontate a voce. E così ritorniamo al primo rigo di questa storia, dove dicevo che il problema non sta tanto nel raccontare bene le storie, quanto nel trovare le storie da raccontare. Se la signora Maria non m’avesse raccontato, quand’ero bambino, la storia di Giufà e del “canta-la-noit”, difficilmente mi troverei qui ora a riflettere sulla provenienza delle storie. E vero è pure che, distratti dalle vicende quotidiane, spesso non ci accorgiamo delle storie che ci piovono addosso. Ma ci sono occasioni in cui non si può fare a meno di notare come certi avvenimenti siano, come dire, già “ben confezionati”, come fossero avvenuti apposta perché qualcuno li racconti. Hanno dentro tutto quello che occorre per fare un racconto con antefatti, fatti, sviluppi e finale. Di solito, nelle storie che scrivo per ARAI, ometto i nomi, per una regoletta che mi sono dato e che sarebbe noioso stare qui a spiegare. Ma in questo caso infrango la regola e qualche nome lo farò. L’antefatto è questo: una disposizione del direttore generale dell’Azienda Ospedaliera vieta ai medici del reparto di ostetricia di far partorire le pazienti nell’ospedale di Piazza, e di dirottarle verso Enna o Nicosia. La cosa, per carità, ha pure un suo senso: c’è un piano regionale della sanità da attuare; bisogna “far massa critica” (ossia avere quel numero di pazienti che consenta a una struttura sanitaria d’essere economicamente vantaggiosa) e quindi “depotenziare” le strutture che questa “massa critica” non la raggiungono; è opportuno che una sala parto sia vicina a una sala rianimazione, ché coi parti  non si sa mai, pare vada tutto bene e poi succede il guaio. E da questi possibili guai, pare abbia tratto spunto il direttore generale nel dare la sua disposizione. Pare infatti che, allarmato da un “guaio” successo nell’ospedale di Leonforte, abbia deciso di non rischiare “guai” analoghi a Piazza dove, appunto, la sala rianimazione non c’è. E quindi il divieto di far nascere nuovi piazzesi. Divieto sancito dalla forma scritta, con disposizione notificata ai medici. Solo che i nascituri sono un po’ tutti Giufà. Hai voglia a vietargli di nascere, ma se si mettono in testa di venire al mondo c’è poco da fare. E così, un po’ prima della mezzanotte del 21 marzo 2011, giunge nell’ospedale di Piazza la signora Consuelo. Sarà che è il primo giorno di primavera, sarà che il pupetto è dispettoso e vuol dare un dispiacere al direttore generale, fatto sta che inizia il travaglio e trasportare la signora Consuelo a Enna (30 chilometri) o a Nicosia (una cinquantina) sembra proprio la scelta più sbagliata. Michele Arco è un medico. Uno di quelli che hanno ricevuto la notifica del divieto di nascere. È anche un pubblico dipendente, e sarebbe tenuto a rispettare e far rispettare le disposizioni dei superiori gerarchici. Per fortuna è un medico prima che un dipendente pubblico. E un essere umano. Quindi disobbedisce e fa nascere il bambino. Sono le 23 e cinquantanove. Da quando sua madre è entrata in ospedale non è passata nemmeno mezz’ora. Al dottor Arco, a questo punto, tocca rimettere le vesti del dipendente che ha violato le regole. Alza la cornetta, chiama la polizia e si autodenuncia. Fosse un’altra storia ci ricamerei sopra ancora un po’, inserirei qualche dialogo (di fantasia), qualche descrizione d’ambiente, qualche pensiero dei protagonisti (immaginato). Ma, come dicevo prima, la storia è più importante del modo in cui la si racconta. O, almeno,  certe storie lo sono. E questa è già abbastanza bella così.</p>
<p>[Ma è di questi giorni <a href="http://www.vivienna.it/2011/04/29/piazza-armerina-donna-perde-bambino-dopo-41-settimane-di-gravidanza/">una triste notizia</a>. Una fatalità o il costo di un risanamento di bilancio?]</p>
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		<title>La piazzetta dei ragazzini che squillano</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Jan 2011 11:17:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Mauro Mirci Siccome sono un fumatore, e visto che in ufficio non si può fumare, mi allontano di tanto in tanto per  trovarmi un posticino dove indulgere nel vizio. Il luogo preferito è un balconcino al secondo piano, attrezzato di colonnina portacenere e buttacarte (uno di quegli aggeggi che, di solito, stanno nei bar, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Mauro Mirci</p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/01/bambini-che-giocano.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1271" title="bambini-che-giocano" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/01/bambini-che-giocano.jpg" border="2" alt="" hspace="2" vspace="2" width="250" height="188" /></a>Siccome sono un fumatore, e visto che in ufficio non si può fumare, mi allontano di tanto in tanto per  trovarmi un posticino dove indulgere nel vizio. Il luogo preferito è un balconcino al secondo piano, attrezzato di colonnina portacenere e buttacarte (uno di quegli aggeggi che, di solito, stanno nei bar, fatti in modo che braci e carta non si mischino) che nessuno svuota mai. Oppure mi piazzo immediatamente fuori dall&#8217;uscita di sicurezza. E lì mi spipetto la dose quotidiana di nicotina. La porta di sicurezza dà su uno spiazzo che spesso è ingombro di automobili, ma durante le feste la gente va meno in municipio e molti dipendenti sono in ferie. Così lo spiazzo è libero e, incredibilmente, son fioriti i ragazzini. Si sono appropriati della piazzetta, stabilito la posizione di due porte (invisibili a tutti meno che a loro), formato le squadre e dato il fischio d&#8217;inizio. Li osservo per un po&#8217;, mentre fumo, e mi rendo conto che certe cose sono sempre uguali. C&#8217;è quello che tiene sempre palla e si sente  un fuoriclasse, quello che gioca dietro e dice d&#8217;essere il regista, l&#8217;altro ancora, bravo davvero, che corre come un indemoniato, crossa, tira, e dribbla avversari e specchietti retrovisori (be&#8217;, qualche auto c&#8217;è, in effetti). Il fallo laterale non esiste.</p>
<p><span id="more-1269"></span>Vale la carambola sul muro per i passaggi, ma non per i gol. E c&#8217;è anche quello scarso, che ha un&#8217;idea approssimativa di come si tocca la palla, e quando calcia ramazza sfera e caviglie. Mi riconosco, e provo simpatia per questo procacciatore d&#8217;affari per ortopedici. Una cosa diversa (sensibilmente diversa) però c&#8217;è. &#8216;Sti ragazzini squillano. Avrei dovuto scrivere “suonano”, ma  non volevo rischiare di far confusione con una band musicale. Dico “squillano” nel senso che dava alla parola la mia generazione, che quando diceva: “Squilla” pensava subito al telefono, e non poteva prevedere che a quel suono omologato e buono per ogni apparecchio si sarebbero sostituiti brani polifonici, stereofonici, sinfonici e Dolby Surround. Squilla un telefono ed è tutto un brano in HiFi che ti tocca sorbirti. Questi calciatorini di nuova generazione giocano col celulare al seguito. Uno si ferma a bordo campo e rassicura mammà che sarà a casa puntuale e non suderà. Un altro, con la maglia del Barcellona FC e la scritta Henry sulla schiena, lo tiene addirittura in mano mentre palleggia, hai visto mai lo chiami Prandelli nel bel mezzo di un&#8217;azione. E mi rendo conto di quanto tempo è passato da quando anch&#8217;io ramazzavo palle e caviglie. È meglio oggi? È peggio? Non saprei dirlo. L&#8217;amore per l&#8217;arte pedatoria mi porta a deprecare l&#8217;uso del cellulare in campo (tranne nel caso dell&#8217;arresto di certi ultrà) ma, in tutta onestà, tremo all&#8217;idea che, in futuro, mia figlia non sia contattabile ovunque e H24. Non prevedo giocherà a calcio, ma serate in pizzeria e nottate in discoteca sono lì, appena dietro l&#8217;angolo. Si sa com&#8217;è: li guardi e vedi un bambino; giri gli occhi un attimo e ti ritrovi davanti un adolescente in overdose di ormoni. In ogni modo, per adesso mia figlia è affidata a una maestra di scuola materna. Dovrei godere di almeno altri dieci anni di sonni abbastanza tranquilli. Nel frattempo i ragazzini continuano la partita, corrono, s&#8217;infervorano e rispondono al telefonino (e qualcuno, pensa un po&#8217;, scrive messaggini). Vivono il loro presente fatto di partitelle improvvisate nella piazzetta del comune. E purtroppo anche di maledetta e solipsistica Playstation. E ignorano che solo pochi anni fa, prima che ogni spazio fosse sventuratamente destinato a parcheggio, di piazzette come queste era pieno il paese, subito colonizzate per tornei estivi e invernali, triangolari, quadrangolari, campionati con tanto di andata e ritorno, e persino l&#8217;addetto al tabellone, che scriveva risultati e marcatori sul muro col gesso. Come faranno questi? Magari trasmettono la telecronaca via MMS direttamente alla Gazzetta dello Sport. Oppure al <a href="http://agostinosella.blogspot.com">blog di Agostino Sella</a>. Tutto è possibile.</p>
<p><em>* Pezzo apparso su ARAI news n. 15 &#8211; Gennaio 2011</em></p>
<p><em>**Immagine tratta dal sito www.zoomart.net &#8211; all&#8217;indirizzo: http://www.zoomart.net/blog/it/2010/04/15/vedi-napoli-e-poi-visita-questa-bellissima-citta/ &#8211; Foto di Lucio Carbonelli, rielaborata da paroledisicilia.it</em></p>
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		<title>Medico chirurgo no</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Oct 2010 10:01:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[C&#8217;è una sagoma indistinta dietro alla cortina di vapore. La mano si muove di volontà propria e traccia un arco nitido sul vetro appannato. Il volto che prima si intuiva ora appare ed è il suo. Ha gli occhi ancora gonfi di sonno. Apre il rubinetto dell&#8217;acqua calda. Una cataratta di liquido incandescente si riversa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/10/Magritte+uomo+allo+specchio.jpg"><img src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2010/10/Magritte+uomo+allo+specchio-150x150.jpg" alt="" title="Magritte+(uomo+allo+specchio)" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1208" hspace="2" vspace="2" border="2"/></a>C&#8217;è una sagoma indistinta dietro alla cortina di vapore. La mano si muove di volontà propria e traccia un arco nitido sul vetro appannato. Il volto che prima si intuiva ora appare ed è il suo. Ha gli occhi ancora gonfi di sonno. Apre il rubinetto dell&#8217;acqua calda. Una cataratta di liquido incandescente si riversa sulla ceramica del lavabo, schizza, tracima, rumoreggia.<br />
L&#8217;urlo di sua madre, oltre la porta chiusa a chiave, sembra un muggito. Lorenzo non distingue le parole ma le immagina. Tenta di forzare il rubinetto, ma è già aperto al massimo, non potrà incrementare oltre il consumo idrico della casa e provocare a sua madre un aggravamento delle già rumorose preoccupazioni per l&#8217;importo delle prossime bollette.<br />
Che, poi, dà lui alla madre i soldi per pagarle, ma non c&#8217;è nulla da fare: il giorno della bolletta è denso di strepiti e sospiri. Ma che ci farà mai sua madre coi soldi che le dà? Le gira metà dello stipendio, anche di più, dipende dal periodo. Lei gli rinfaccia sempre che non sa gestirsi.<br />
<span id="more-1205"></span><br />
&#8220;Avrà i libretti della posta che scoppiano, ormai&#8221; pensa Lorenzo. Immagina i conti di sua madre (ma cointestati a lui, così che un domani si trovi qualcosa da parte, così sostiene lei, ma intanto chi li ha mai visti &#8216;sti libretti?) come grandi otri gonfi, le cuciture tese, in procinto di scoppiare. A ogni stipendio un malloppetto di banconote in più, l&#8217;otre che si tende oltre le sue possibilità fisiche, sembra impossibile eppure resiste.<br />
La porta risuona della tempesta di colpi con cui sua madre la colpisce.<br />
— E chiudilo &#8216;sto rubinetto — urla. — Quanto deve arrivare d&#8217;acqua?<br />
Lorenzo vorrebbe urlare, ma sente di non averne la forza. Riduce i giri del rubinetto e l&#8217;acqua prende a scorrere con una portata più gestibile. Sente la madre che dietro alla porta sospira soddisfatta e si allontana. Poi però ci ripensa e torna indietro. Bussa.<br />
— Che fa, te lo preparo il caffè?<br />
— Sì mamma — dice lui.<br />
Si sciacqua la faccia con l&#8217;acqua calda, poi si spruzza la schiuma da barba sul palmo della mano. Inizia a spalmarla sul viso. Dedica massaggi al mento, dove la barba è più ispida, alla gola, al labbro superiore. Sciacqua le mani. Il rasoio è nuovo. Lo bagna sotto l&#8217;acqua e inizia a radersi nel senso del pelo. La lama di sicurezza scorre docile sulla pelle. È un rituale vecchio di anni. Prima il mento, poi la guancia destra, la sinistra, la gola, sotto le basette. È completamente rilassato. Gode del debole raschio della lama sui peli irti.<br />
Lo specchio è di nuovo appannato. Mentre ci passa sopra la mano avverte il gelo del vetro e la sensazione di rilasciamento svanisce. Ha un brivido. Si guarda di nuovo mentre il vetro lentamente torna ad appannarsi. Per un attimo non si riconosce.<br />
Si studia. La forma del viso è quella di sua madre. Gli occhi, invece, sono quelli del padre. Sta iniziando a stempiarsi, come lui, ma i capelli sono ancora perfettamente neri. Fa un passo indietro. Ora lo specchio lo riflette da metà della coscia in su. &#8220;Se fossi una donna mi piacerei?&#8221; si chiede. Ha le spalle ampie, ma le braccia hanno bicipiti da impiegato. Poco sopra l&#8217;inguine la pancetta è ormai installata con decisione. Il membro pende flaccido.<br />
Abbassa lo sguardo per osservarsi senza l&#8217;intermediazione dello specchio. Quando era più giovane ha sempre pensato che nella vita avrebbe fatto qualcosa di grande. Sarebbe andato via dal paese e sua madre non sarebbe più stato un ostacolo. Le sue esigenze erano onnipresenti, ogni azione, ogni progetto doveva tenerne conto. Gli aveva accordato il permesso di allontanarsi per gli studi universitari, ma aveva bocciato ogni iniziativa che rischiasse di portarlo oltre lo Stretto. Era persino riuscita a evitargli i servizio militare, intrallazzando carte e certificati medici. Lorenzo sospettava che avesse addirittura pagato qualcuno del distretto militare.<br />
Qualche volta erano arrivati ai ferri corti. Lui aveva minacciato di andarsene, di lasciarla sola. E lei aveva reagito urlando. Disperata ma senza mai cedere. Lo aggrediva e lo blandiva. Minacciava di non pagargli più gli studi.<br />
Lorenzo aveva spesso sognato di andare via. Sparire, non dare più notizie di sé, vivere di espedienti e dormire dove capita, mantenersi con lavori occasionali. Ma infine vivere, rendendo conto solo a sé stesso.<br />
Poi aveva vinto il concorso comunale.<br />
Si riavvicinò allo specchio fino a toccarlo col naso.<br />
&#8220;Che cosa mi sarebbe piaciuto fare?&#8221; pensò. &#8220;Da bambini tutti immaginano cosa saranno da grandi. Io cosa immaginavo che sarei diventato?&#8221;<br />
Sfilarono nella sua mente i futuri che poteva avere immaginato da bambino. Ingegnere edile, avvocato, medico chirurgo, ufficiale di cavalleria (gli piacevano molto i cavalli, da bambino), imprenditore, presentatore della TV, attore cinematografico, idraulico, vigile urbano, insegnante di scuola media, marinaio, cacciatore di cinghiali, poliziotto o (a scelta) carabiniere, investigatore privato, pirata, astronauta in viaggio per Marte e Plutone, pilota da caccia della seconda guerra mondiale, arciere del re, cavaliere da giostra medievale infagottato nell&#8217;armatura lucente.<br />
&#8220;Forse ingegnere edile&#8221; penso, &#8220;oppure avvocato. È più probabile. Medico chirurgo no, che il sangue mi ha fatto sempre impressione.<br />
Eppure, no, niente di tutto questo.<br />
Caldaista, muratore, falegname, ortolano come bisnonno, tessitore, sarto, venditore ambulante di scampoli, cuoco, pizzaiolo, corazziere, archibugiere, moschettiere, Sandokan alla riscossa e Corsaro Nero, elicotterista, autista d&#8217;autobus e/o di taxi, ciciraro, viveur, venditore di panini ca meuza, bibitaro, bigliettaio dell&#8217;autobus, rapinatore di banche, scrittore, edicolante, carnezziere (no, macellaio no, perché anche il sangue degli animali gli faceva impressione), pianista da concerto, calciatore, pasticciere, mendicante, operaio specializzato, prete, ricercatore universitario, netturbino, giardiniere, elettricista, impresario di pompe funebri, benzinaio, gigolò. Pubblico dipendente no. Quello che poi era davvero diventato non aveva mai sognato di esserlo.<br />
Tornarono i ricordi di lunghi pomeriggi trascorsi davanti alla televisione, anziché studiare. L&#8217;alito pesante, i capelli sporchi, mezzo addormentato nella casa da studenti fredda o puzzolente di fritture e immondizia accatastata in cucina. Rivide il libretto universitario, una breve teoria di diciotto — e un ventidue —, rivide le facce mai sorridenti delle commissioni d&#8217;esame, le lunghe code nella mensa universitaria senza parlare con nessuno, evitando i paesani che gli avrebbero sicuramente chiesto quante materie aveva dato.<br />
&#8220;Che progetti avevo?&#8221; si chiese. &#8220;Era destino che dovessi tornare qua, con lei.&#8221;<br />
&#8220;Io volevo essere&#8230;&#8221; pensò. &#8220;Io volevo essere&#8230;&#8221;<br />
No, non riusciva a concludere quel pensiero. Certo, doveva pur avere desiderato di essere qualcosa nella vita. Chi non sogna un futuro radioso?<br />
&#8220;Cosa sognavo io?&#8221; pensò Lorenzo. &#8220;Che futuro mi immaginavo?&#8221;<br />
Scavò ancora nella memoria, ma non trovò nulla. Solo il desiderio di tornare a casa quando ne era distante. Nient&#8217;altro.<br />
&#8220;Appunto&#8221; pensò. &#8220;Io volevo essere niente&#8221;.</p>
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		<title>Lettera aperta a Litterio Scalisi</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Aug 2010 06:53:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Ricevo da Giovanni Piazza, che scrive: &#8220;Sìmiu signor Ma.Mi, scosasse se l’addisturbo, arrisicandomi di farci accalare il tuono eleante e allittirato delle alte e allittirate parolesicilianizzanti.sue&#8230; mi vulissi appermettere e mi appermetto di coinvolgerla e sconvolgerla in un sorridente tentativo di carizza a quella scuzzitta che Litterio ci farà l’onore di portare a Piazza. Chippoi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ricevo da Giovanni Piazza, che scrive: &#8220;Sìmiu signor Ma.Mi, scosasse se l’addisturbo, arrisicandomi di farci accalare il tuono eleante e allittirato delle alte e  allittirate parolesicilianizzanti.sue&#8230; mi vulissi appermettere e mi appermetto di coinvolgerla e sconvolgerla in un sorridente tentativo di carizza a quella scuzzitta che Litterio ci farà l’onore di portare a Piazza. Chippoi, paroledisicilia cu quarchi parola in lingua siciliana, è la cirasedda supra la torta, la ricotta supra la pasta a sucu, la crozza supra a lu cantuni etc.etc.etc.<br />
Sabbanadica e graziassà.&#8221;<br />
Come dire di no? ma.mi. </em></p>
<p><strong>Lettera aperta (e mi scordai di &#8216;nchiuderla, chi cc&#8217;è) a Litterio Scalisi, graditissimu ospiti di Chiazza.<br />
<em>di Giovanni Giometrico Piazza.</em></strong></p>
<p>Pregiatissimu Scalisi Litterio<br />
Aderenze Sig. La Rosa<br />
Paisi (Sicilia Sicula)</p>
<p>Caro Litterio, scrivu a ddu paisi<br />
unni i Scalisi siti a tinchitè<br />
certu ca piccomunque stati misi<br />
a qualcunu l&#8217;angagghiu, e sai chi c&#8217;è?<br />
Ca si i Scalisi aviti fantasìa<br />
chiddu ca &#8216;ngagghiu poi la passa a ttia.<br />
<span id="more-1152"></span><br />
Tu certu t&#8217;addumanni, ma chi vo&#8217;<br />
chistu ca non si sape in virità<br />
mancu di cu ci dìcinu, epperciò<br />
vengo e mi spiego in tutto il trallallà<br />
ca si nun ni capemu allura sì<br />
ca il poi s&#8217;ammuccia peggiu d&#8217;un pirchì.</p>
<p>Ecco perciò ca scrivo questa mia<br />
(ca chiddi to&#8217; poi ti li scrivi tu)<br />
mannànnuti na qualchi camurrìa<br />
in siciliano ca nun s&#8217;usa cchiù,<br />
pirchì sta gioventù bedda e nustrana<br />
pozza parrarlu a capu di simana.         </p>
<p>Quella lingua gluriusa e bedda assai,<br />
caro Allitterio, ca &#8216;nzitò la vita<br />
dei nostri patri, e puru ammenzu ai guai,<br />
azziccata siccomu zitu a zita,<br />
s&#8217;assetta nta lu cori e pigghia pignu<br />
dei tempi dei canonichi di lignu.           </p>
<p>E se quel siciliano che c&#8217;è in te<br />
(non ti scantari, ca sì sempri tu)<br />
arrisultò giassòlo dipersè<br />
la megghiu midicina ca ci fu,<br />
chi meglio di Litterio dei Scalisi<br />
po&#8217; sbummicari siculanzi &#8216;ntisi? </p>
<p>Ddi siculanzi ca vinennu a Chiazza<br />
sbùmmichi di ribùffitu e riali<br />
a cu t&#8217;ascuta e ridi e ti l&#8217;abbrazza,<br />
ca si sta vita chianci e sa di sali<br />
quannu di risu l&#8217;arma si ncapizza<br />
ridere &#8220;insieme&#8221; è storia ca si ntrizza.   </p>
<p>Ora ti lassu, Litty, e si c&#8217;è cosa<br />
diddimmillu, ca fazzu na scappata.<br />
Abbràzzimi d&#8217;assà Salvu La rosa<br />
cu Fiamma e Crocifissa Martoriata,<br />
tutta l&#8217;Antenna e tuttu ddu paisi.<br />
Ciau Litteriu, ciau beddu, ciau Scalisi.<br />
Giometrico</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il parlar franco</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 22:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[di Marco Scalabrino IL PARLAR FRANCO è una Rivista di cultura dialettale e critica letteraria, edita da Pazzini Stampatore Editore in Verucchio (RN), www.pazzinieditore.it, al suo nono anno di vita. Sedici e mezzo per ventiquattro centimetri, copertina colore rosso carminio, il n°8/9 consta di circa 150 pagine, gode di veste grafica sobria e al contempo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Marco Scalabrino</p>
<p>IL PARLAR FRANCO è una Rivista di cultura dialettale e critica letteraria, edita da Pazzini Stampatore Editore in Verucchio (RN), www.pazzinieditore.it, al suo nono anno di vita.<br />
Sedici e mezzo per ventiquattro centimetri, copertina colore rosso carminio, il n°8/9 consta di circa 150 pagine, gode di veste grafica sobria e al contempo curatissima.<br />
Dalla cadenza annuale, Gualtiero De Santi, professore ordinario di Letterature Comparate all’Università “Carlo Bo” di Urbino, ne è il Direttore e Manuel Cohen, Massimo Gigli, Gianfranco Lauretano, Pier Giorgio Pazzini ne costituiscono il Comitato di Redazione.<br />
Giusto all’attenzione di Gualtiero De Santi e di Manuel Cohen debbo la fausta opportunità della conoscenza della Rivista.<br />
<span id="more-935"></span><br />
Il volume si articola in nove “segmenti”: Editoriale di Gualtiero De Santi, Franco Loi, essere tra le lingue, suddiviso in due parti, la prima LOI, VERSI INEDITI, di Gualtiero De Santi, la seconda, I “CONVERSARI” DI UN LETTORE MILITANTE, di Manuel Cohen, La Memoria, UNA VOCE DAL SUD SIMETO: SALVO BASSO, di Renato Pennisi, comprensiva di Inediti dello stesso Basso, Interventi e saggi, fra i quali due testimonianze, a firma di De Santi l’una e di Cohen l’altra, sulla plaquette di Achille Serrao Disperse, Verziere, in cui spicca una nota su Fabio Franzin e la proposta di alcuni suoi testi, In lingua, che propone brani di Franco Buffoni e Gianni D’Elia, Conversazione con Gianni Fucci al traguardo degli ottanta anni, di Rita Giannini, e infine Zibaldone critico, con appunti sui lavori Nelvia Di Monte, Mario Mastrangelo, Pier Mattia Tommasino, tra gli altri.<br />
Di Franco Loi, del quale sul web abbiamo letto di recente una interessante intervista a cura di Flora Restivo, Gualtiero De Santi fra l’altro scrive: &#8220;Il suo “calderone” linguistico lo situa in un’area di post-modernità e apertura globale che soltanto oggi, all’altezza dei processi mondiali e del costante rimestarsi di esperienze e lingue, avvertiamo un po’ più compiutamente.&#8221; E Manuel Cohen: &#8220;Donchisciottesco e puro, competente in umiltà, Franco Loi sembra avere anch’egli ingaggiato, con le armi di cui dispone, un particolare conflitto contro la sordità di editoria, università, politica, centro, istituzioni. Le declinazioni di quel grande, proteiforme Moloch che lo stesso Loi, con Fortini, chiama “potere”, e che per Pasolini trovava il correlativo in “palazzo”.&#8221;<br />
Quanto a Salvo Basso, 1963-2002, tra le voci più originali del panorama dialettale siciliano a cavallo tra i due millenni, Renato Pennisi fra l’altro appunta: &#8220;Del 1997 è il primo libro, Quattru Sbrizzi. I testi sono frammenti di ragionamento in prima persona … versi che sembrano gettati sul foglio con trasandata noncuranza, non c’è orpello né compiacenza, sembrano massime, sentenze inappellabili. Tutta la poesia di Salvo Basso è poesia del corpo e del pensiero.&#8221; E aggiunge: &#8220;Il dialetto di Salvo Basso guarda al dialetto realmente parlato oggi dalle nuove generazioni, fonde e riscrive parole che diventano nuove.&#8221;<br />
E chiudiamo questa rapida passerella con Fabio Franzin, fresco vincitore del Premio Pascoli 2009 con la silloge Fabrica. Manuel Cohen, sulla sua raccolta inedita Doni de l’adìo, rileva: &#8220;Fabio Franzin, assieme a Edoardo Zuccato, Ivan Cricco, Salvo Basso, appartiene al manipolo di autori nati negli anni Sessanta che certifichiamo tra le presenze significative della attuale poesia neo-dialettale e non solo. Il [suo] dialetto corrisponde al Veneto trevigiano dell’Opitergino Mottese, parlato a Motta Livenza (TV) dove egli vive. Mi pare che Franzin adotti un linguaggio e uno stile dimessi, apra la lingua a inserti di prosa e understatement … registrando la parlata autoctona in un contesto di mescidazione in atto. Franzin evita l’avvitamento della phoné alle corde del canto e alle trappole della nostalgia, rintuzzando gli agguati dell’elegia con inserti di parentetiche e ricorrendo al discorso libero diretto, virgolettato e in caratteri corsivi. Pur affrontando temi alti (morte, dolore, perdita, distacco) l’autore “si tiene basso”, mostrandoci una umanità a noi prossima, testimoniando un gusto e un sentire per nulla arretrati.&#8221;</p>
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		<title>Stefano Amato Le sirene di Rotterdam</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Dec 2009 18:32:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Rubato qua e là]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mauro Mirci Stefano Amato si porta appreso il fardello pesante dell&#8217;essere siciliano senza sentircisi. A occhio e croce (e senza stare tanto a sindacare se Amato ne sia consapevole) è una caratteristica che lo accomuna al protagonista del suo secondo romanzo, &#8220;Le sirene di Rotterdam&#8221;, Dino Crocetti, ventenne siracusano (come Amato, che però ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Mauro Mirci</p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/12/copertina_sirene-di-rotterdam.jpg"><img src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/12/copertina_sirene-di-rotterdam.jpg" alt="" title="copertina_sirene-di-rotterdam" width="150" height="224" class="alignleft size-full wp-image-862" hspace="2" vspace="2" border="1" /></a>Stefano Amato si porta appreso il fardello pesante dell&#8217;essere siciliano senza sentircisi. A occhio e croce (e senza stare tanto a sindacare se Amato ne sia consapevole) è una caratteristica che lo accomuna al protagonista del suo secondo romanzo, &#8220;Le sirene di Rotterdam&#8221;, Dino Crocetti, ventenne siracusano (come Amato, che però ha qualche anno in più) affascinato dagli artisti ebrei del &#8217;900 e dai loro pseudonimi. Nel romanzo ne sono elencati parecchi, e ne viene fuori una piccola apologia semita quando ci si rende conto che molto del buono che il cinema, la letteratura e la scienza del secolo scorso hanno prodotto viene da lì, dai discendenti del Popolo Eletto, uomini e donne spesso agnostici, in perenne conflitto con le proprie radici etniche e religiose.<br />
<em><br />
“Stato pensando di diventare ebreo, dice Dino<br />
E come mai, se è lecito saperlo? (è la madre di Dino che parla)<br />
Tanto per cominciare, le persone più intelligenti che conosco sono ebree.<br />
Fammi capire, ci sono molti ebrei a Sircusa?<br />
Non lo so, non credo. Io mi riferivo ad altra gente. Bob Dylan, Philip Roth, i fratelli Marx.<br />
E  ovviamente tu conosceresti Bob Dylan, quel porco di Roth e i fratelli Marx.<br />
Non è che li conosco. Ho letto i loro libri, ascoltato i loro dischi, visto i loro film.<br />
E secondo te, leggere il libro di qualcuno equivale a conoscerlo.<br />
Non lo so mamma, credo di sì.&#8221;</em><br />
<span id="more-858"></span><br />
Parallelamente, Dino Crocetti convive con la consapevolezza di portare un nome identico a quello autentico di Dean Martin, storica spalla di Jerry Lewis (ebreo anche lui, e sotto pseudonimo), ma anche cantante confidenziale, italiano d’america e sciupafemmine (almeno sul set).<br />
Non ci si può meravigliare se anche Dino Crocetti inizia a maturare la convinzione di mutare nome come il suo omonimo italo-americano. E di mutarlo in un nome ebraico.</p>
<p><em>“E chiamarmi Abraham?&#8230; O Landsman. O Yossorian.”</em> </p>
<p>Cambiare nome, quindi, e conversione alla religione di Abramo. Per questo Dino Crocetti scrive al rabbino e manifesta le proprie intenzioni. </p>
<p><em>“Mi faccia sapere se siete interessati. Sono disposto a studiare e anche a essere circonciso, se proprio non se ne può fare a meno.” </em></p>
<p>Che Dino Crocetti sia un ragazzo un po’ particolare è evidente, così com’è evidente che un po’ particolare è tutta la sua famiglia. La madre si chiama Maria; è una geniale inventrice alle prese con la realizzazione di un invertitore di gravità (si avvisteranno mai dischi volanti a Lucca? Sì, se è possibile costruire un invertitore di gravità a Siracusa), talvolta non ci sta con la testa, è un’ossessiva-compulsiva distributrice di biglietti da visita; Sara, la sorella, s’è convinta di poter concepire senza conoscere uomo e il suo principale impegno quotidiano consiste nel fare test di gravidanza; il nonno, l’unico personaggio, forse, abbastanza “ordinario”, possiede una Renault 4 rossa priva del sedile posteriore, trait d’union con “Soggetti del verbo perdere”, <a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/2008/09/i-soggetti-del-verbo-perdere/">il primo romanzo di Amato</a>, sulla cui copertina era presente proprio questo modello di macchina.<br />
Manca il papà. Papà se n’è andato. D’improvviso, senza uno straccio di perché, senza un litigio. Lascia il ricordo di sé e una vasca da bagno piena di libri e videocassette, le uniche cose in cui Dino possa tentare di ritrovarlo e conoscerlo.<br />
Poi la svolta. Un parente manda un foto da Rotterdam. E’ sfocata, potrebbe essere chiunque,ma il parente sostiene che è proprio Crocetti senior, e forse è vero, perché l’uomo nella foto porta ai piedi un paio di Converse granata coi lacci blu, lo stesso tipo di scarpe che indossava papà Crocetti il giorno della scomparsa. Nonno monta il sedile posteriore e si parte per l’aeroporto di Catania, da lì si vola per Rotterdam, a Rotterdam inizia la ricerca.<br />
Lo troveranno, non lo troveranno? Non sveliamo nulla al lettore, il romanzo contiene anche quel po’ di suspence che non guasta mai e non vogliamo rovinare il piacere di un finale sufficientemente a sorpresa.<br />
Quel che è possibile dire è questo: Le sirene di Rotterdam è un vero e proprio romanzo di formazione  (forse il primo composto con tecnica combinatoria associando, sospettiamo, l’uso spinto di wikipedia) dove l’autore, a imitazione di Hitchcock (o Tarantino, come preferite) si concede una particina nel capitolo 16°, interpretando sé stesso che incontra il protagonista davanti alla “scacchiera gigante” della biblioteca pubblica di Rotterdam.<br />
Dino Crocetti sbaraglierà veramente i suoi miti (suo padre in testa) al ventiquattresimo round. Forse per questo la storia, al capitolo 24 torna a Siracusa, dove vivono pochi ebrei e nessuno di essi (per quanto è dato sapere) è eccellente romanziere, cantautore, comico cinematografico.</p>
<p>Storia godibile, scrittura scorrevole, va giù lieve lieve e, volendo, provoca pure una lacrimuccia.<br />
<a href="http://renault4.blogspot.com">Stefano Amato</a>. Le sirene di Rotterdam. <a href="http://www.transeuropaedizioni.it">Transeuropa ed.</a>, Massa, 2009. € 14,50, pp. 177.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Salvatore Di Marco, poeta e letterato</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Apr 2009 20:51:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le sicilianerie di Marco Scalabrino]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[di Marco Scalabrino &#8220;Ho sempre sentito il fascino del dialetto e le sue suggestioni nell’approccio con un linguaggio carico di suoni inediti e di significati nuovi.&#8221; Così Salvatore Di Marco su di sé. Poeta, storico della letteratura e della cultura siciliana, Salvatore Di Marco, Monreale (PA) 1932, si può definire, appunta Tommaso Romano, “un esponente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Marco Scalabrino</p>
<p> <a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/04/di-marco.jpg"><img src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/04/di-marco.jpg" alt="" title="di-marco" width="150" height="152" class="alignleft size-medium wp-image-669" vspace="2" hspace="2" border="1" /></a>&#8220;<em>Ho sempre sentito il fascino del dialetto e le sue suggestioni nell’approccio con un linguaggio carico di suoni inediti e di significati nuovi.</em>&#8221; Così Salvatore Di Marco su di sé.<br />
Poeta, storico della letteratura e della cultura siciliana, Salvatore Di Marco, Monreale (PA) 1932, si può definire, appunta Tommaso Romano, “un esponente della cultura militante”.<br />
E lo stesso Tommaso Romano, unitamente alla Fondazione Thule &#8211; Cultura di Palermo, ha organizzato il convegno sul tema LA FIGURA, IL PENSIERO E L’OPERA DI SALVATORE DI MARCO, POETA E LETTERATO, svoltosi il 22 Dicembre 2007 nel capoluogo siciliano, nelle circostanze della celebrazione del suo settantacinquesimo compleanno. “Convegno, precisa Aurelia Ambrosini, mirato ad analizzare mezzo secolo dell’impegno culturale e letterario di Salvatore Di Marco, intellettuale e poeta.”<br />
La Fondazione Thule ha quindi editato nel 2008, Le parole che contano, gli atti di quel convegno, che raccolgono le testimonianze di Tommaso Romano, Nino Aquila, Pino Giacopelli, Eugenio Giannone, Gaetano Pulizzi, Antonio Riolo, Ciro Spataro e le relazioni di Vincenzo Arnone, Franco Brevini, Licia Cardillo, Dante Cerilli, Giuseppe Cottone, Domenico Cultrera, Corrado Di Pietro, Enzo Papa, Pino Schifano, Melo Freni, Mimmo Galletto, Carmelo Lauretta, Alfio Patti, Turi Vasile; e in chiusura i testi poetici, a Salvatore Di Marco dedicati, di Paola Fedele, Nino Agnello, Lina Riccobene e un rapido album fotografico.<br />
<span id="more-668"></span><br />
Prendiamo lo spunto giusto da questi due recentissimi avvenimenti per tratteggiare un profilo di Salvatore Di Marco, con esclusiva attenzione all’ambito della poesia dialettale e della letteratura siciliana del secondo Novecento e fino ai nostri giorni. Rimandiamo pertanto quanti desiderassero più approfonditi ragguagli alla lettura integrale del citato volume Le parole che contano nonché de L’inquieta misura, una rassegna bio-bibliografica di Salvatore Di Marco dal 1947 al 2002 pubblicata dalla medesima Fondazione Thule nel 2003, le cui pagine <costituiscono l’orditura di una esistenza da consegnare ormai così com’è ai miei figli … un doveroso bilancio di vita, un inventario puntuale della mia storia personale.></p>
<p><Se negli anni Cinquanta la poesia dialettale per me non poteva che essere la poesia del popolo (gramscianamente, la classe lavoratrice), negli anni Sessanta guardavo alla poesia in dialetto come a una poesia capace di una “eversione linguistica”. In effetti, io appartengo a coloro che scrivono in dialetto perché il dialetto è il punto di partenza e di arrivo di ogni possibile risignificazione della realtà.><br />
Cantu d’amuri, del 1986, L’acchianata di l’aciddara, del 1987, Quaranta, del 1988, Epigrafie siciliane del 1989, Li palori dintra del 1991, La ballata di la morti, del 1995, sono i lavori in dialetto siciliano del Nostro.<br />
Cantu d’amuri, un poemetto con prefazione di Giorgio Santangelo, è la sua prima pubblicazione in dialetto: “È un interessante documento dell’esistenza di un siciliano illustre, di una koinè di nobile letterarietà che ogni poeta rinnova con la originalità della sua visione del mondo.” Dall’incipit: <Stamatina amuri / cu na capiddera ciuruta / di nàccari / vosi vestiri a festa / stu ventu d’autunnu / chi m’accumpagna / a la cuddata.><br />
Quaranta, poesie siciliane 1957-1969, con prefazione di Salvatore Camilleri: “Salvatore Di Marco, dagli inizi neorealistici degli anni Cinquanta, viene a trovarsi, negli anni Sessanta, poeta del simbolo e della metafora poetica. Egli si avvale cioè di tutte le conquiste della poesia moderna, formali e strutturali, sostenute dal gioco sapiente delle analogie e da un linguaggio allusivo, evocativo, essenziale.” Da CONTRURA, del 1958: <Lesta / a sfrìciu di ventu / scattìa / na vuci d’oceddu, / l’occhiu fermu / di pampini russi / mpatta cu l’auti celi / finistrali d’azzolu / naca di silenzi / e na chitarra muta / pi la calura / e lu sonnu: / tempi duci / di la malinconia.><br />
Li palori dintra, con prefazione di Turi Vasile: “Questo poemetto di levigato lirismo dimostra che l’uso del dialetto consente tutti gli azzardi, anche quello di affacciarsi sull’abisso della parola. Quando poi la parola che emerge dalla memoria sepolta appartiene a un idioma come quello siciliano si scopre la ricchezza di un lessico al quale hanno contribuito grandi civiltà linguistiche e profonde esperienze storiche e antropologiche.” Dal primo dei sei punti che lo compongono: <Iu dicu / ca ci havi ad essiri / dintra di lu me cori / dda palora / ca mi po nzignari / comu è fattu stu munnu: / la palora / ca nascìu cu mia, / ca s’addivò / ni la me naca / e fu matri / di tutti li palori.><br />
La ballata di la morti, con prefazione di Giuseppe Cavarra: “La struttura metrica adotta la strofa breve, formata da quattro ottonari. Il ritmo è governato da vari artifici: segno che l’autore riprende e impiega modi popolareschi come può farlo un poeta colto.” Eccone le tre strofe introduttive: <Piscaturi nun piscari / cacciaturi nun cacciari / navicanti nun partìri / tu furnaru nun nfurnari / lavannara nun lavari / custurera nun puntiàri / mulinaru a lu mulinu / leva manu ‘i macinari: / genti bona e genti tinta / di vicinu e di luntanu / nun sintiti li campani / nun viniti a la me festa?>     </p>
<p>Rilevata la singolarità che le liriche “più vecchie”, quelle della prima ora, sono state pubblicate per terze, nel 1988, ci chiediamo: quando e quali sono stati gli esordi letterari in dialetto siciliano di Salvatore Di Marco?<br />
Nel 1955, allora ventitreenne, Salvatore Di Marco conobbe Pietro Tamburello (Palermo 1910-2001) ed entrò nel GRUPPO ALESSIO DI GIOVANNI; “GRUPPO”, della cui esperienza Salvatore Di Marco si è fatto in seguito appassionato testimone, che ha raccolto il testimone di Alessio Di Giovanni ed è stato il promotore del RINNOVAMENTO DELLA POESIA DIALETTALE SICILIANA, movimento tra i più importanti del Novecento letterario siciliano.  </p>
<p>Ma, cosa è stato il RINNOVAMENTO? Chi e cosa ne furono i protagonisti e il programma?<br />
A Palermo, prima che terminasse il 1943, Federico De Maria venne a trovarsi a capo di un nucleo di giovani poeti dialettali: Ugo Ammannato, Miano Conti, Paolo Messina, Nino Orsini, Pietro Tamburello, Gianni Varvaro, e nell’Ottobre 1944 venne fondata la SOCIETÀ SCRITTORI E ARTISTI DI SICILIA, che ebbe sede nell’Aula Gialla del Politeama e in primavera, all’aperto, nei giardini della Palazzina Cinese alla Favorita.<br />
<Tra la fine del ’43 e l’inizio del ’44 – attesta Paolo Messina nel saggio LA NUOVA SCUOLA POETICA SICILIANA, del 1985 – la guerra continuava e doveva continuare ancora per un anno. Risaliva la penisola, e in Sicilia per primi avevamo respirato, l’acre pungente ciauru della libertà, mentre il quadro prospettico del mondo già mutava radicalmente. Da qui l’esigenza di rifondare non solo la società civile, ma anche il linguaggio. Nel 1946, alla scomparsa di Alessio Di Giovanni, quel primo nucleo di poeti che comprendeva le voci più impegnate dell’Isola prese il nome del Maestro e si denominò appunto GRUPPO ALESSIO DI GIOVANNI. Occorre però dire che non ci fu un manifesto, né l’ausilio di un apparato critico, né un riscontro adeguato sulla stampa.> E nel suo pezzo in ricordo di Aldo Grienti, pubblicato nel Febbraio 1988 a Palermo sul numero ZERO di quello che fu l’effimero ritorno a cura di Salvatore Di Marco del PO’ T’Ù CUNTU, nuovamente Paolo Messina ci segnala: <Abbiamo la data dell’inizio del movimento rinnovatore, quella del Primo raduno di poesia siciliana svoltosi a Catania il 27 Ottobre 1945.><br />
Sul versante ionico, infatti, avvenne l’incontro con il sodalizio di cui Salvatore Camilleri era l’animatore: Mario Biondi (nella cui sala da toeletta di via Prefettura si tenevano gli incontri diurni, mentre di sera li attendeva il salotto di Pietro Guido Cesareo, in via Vittorio Emanuele 305), Enzo D’Agata, Mario Gori ed altri già appartenenti all’UNIONE AMICI DEL DIALETTO, che nella Catania del ’44 si era ribattezzato (dietro suggerimento di Mario Biondi) TRINACRISMO.<br />
Composto, osserva Salvatore Di Marco, <da poeti di generazioni differenziate, ma animati tutti dal proposito comune di svecchiare, nel linguaggio, nello stile, nei contenuti, la poesia dialettale siciliana>, il “GRUPPO” non fu un corpo unico, una orchestra che ha eseguito un identico spartito. Ammette Pietro Tamburello: “Sappiamo tutti dove andare, ma non siamo concordi sulla via da seguire.”  </p>
<p>E insistiamo, giacché Salvatore Di Marco vi è pienamente coinvolto, su quella fantastica stagione, la cui storia riteniamo avvincente e ben degna di essere conosciuta a tutti i Siciliani, pratichino o meno le Lettere.<br />
Il giornale di poesia siciliana, nel numero di Settembre 1988, stampa il pezzo di Salvatore Di Marco UNA OCCASIONE MANCATA. <L’8 di agosto del 1952 rivedeva la luce in Palermo il periodico di poesia dialettale siciliana PO’ T’Ù CUNTU dopo ben diciotto anni di assenza. Intanto erano scomparsi i prestigiosi collaboratori dell’anteguerra che avevano dato lustro al PO’ T’Ù CUNTU: poeti e scrittori come Luigi Natoli, Alessio Di Giovanni, Vincenzo De Simone, Vito Mercadante, Vanni Pucci. Sicché si ha l’impressione malinconica, rileggendo oggi i vecchi fascicoli del 1952, che la direzione del PO’ T’Ù CUNTU non si fosse resa ben conto delle laceranti trasformazioni che, rispetto agli anni Trenta, erano intervenute nel tessuto sociale dell’isola a modificare anche il quadro complessivo delle vocazioni letterarie. E ciò pure nell’ambito della poesia siciliana. Questa situazione non piacque ad un gruppo – il più inquieto a quel tempo – di collaboratori del PO’ T’Ù CUNTU. Si trattava di Ugo Ammannato, di Pietro Tamburello e di qualche altro che già aveva scritto sul quel giornale dal 1927 in poi. Ma anche di giovani come Paolo Messina. Infatti, accanto a Federico De Maria nel 1945, essi avevano rilanciato la poesia dialettale siciliana attraverso affollati incontri con il vasto pubblico nell’Aula Gialla del Teatro Politeama di Palermo. E nei poeti che vi partecipavano, da Miano Conti a Nino Orsini, da Tamburello ad Ammannato, si era diffuso il rifiuto della vecchia poesia dialettale e un bisogno ancora indistinto di cambiamento. Questi incontri indetti dalla Società Scrittori e Artisti di Sicilia di cui Federico De Maria era il presidente, e organizzati da Ammannato e Tamburello, furono chiamati Ariu di Sicilia. Allorquando nel 1953 quel gruppo di poeti riunito da comuni idealità di rinnovamento letterario e culturale, constatata l’impossibilità di condurre in Sicilia un discorso di poesia nuova attraverso le pagine del PO’ T’Ù CUNTU, pensò di darsi un proprio foglio di proposta e di battaglia letteraria, Pietro Tamburello volle chiamarlo ARIU DI SICILIA. ARIU DI SICILIA, fondato nel 1954 da Pietro Tamburello che ne assunse la redazione, fu un foglio di quattro pagine, che uscì ogni mese e che durò esattamente da Marzo a Ottobre di quell’anno. Visse il suo breve tempo in povertà di mezzi finanziari e fu un semplice inserto del PO’ T’Ù CUNTU. Nell’editoriale del primo numero Pietro Tamburello aveva annunciato i seguenti tre obiettivi: 1) promuovere una nuova fioritura di studi intorno alla letteratura siciliana, 2) rinnovare la tradizione alla luce delle ultime esigenze estetiche, 3) sottoporre a revisione critica le opere degli scrittori delle generazioni passate. I testi letterari pubblicati furono in tutto 115 di 41 autori. Tra questi i poeti del GRUPPO ALESSIO DI GIOVANNI: Ugo Ammannato, Miano Conti, Aldo Grienti, Paolo Messina, Carmelo Molino, Pietro Tamburello e Gianni Varvaro. Meno costanti nella collaborazione ma presenti: Ignazio Buttitta, Salvatore Di Pietro, Nino Orsini, Elvezio Petix.><br />
E nell’articolo titolato LA CIVILTÀ DEI CAFFÈ, pubblicato nel Febbraio 1988 a Palermo sul numero ZERO del rinato PO’ T’Ù CUNTU!, Salvatore Di Marco registra: <Negli anni Cinquanta c’era a Palermo, in via Roma quasi all’altezza dell’incrocio con il Corso Vittorio Emanuele, uno dei caffè Caflish. Al piano superiore, una saletta con sedie e tavolini. Ebbene, in quel luogo e per anni – sicuramente dal 1954 al 1958 – nella mattinata di tutte le domeniche si riunivano i poeti del GRUPPO ALESSIO DI GIOVANNI. Frequentatori erano, oltre a chi scrive, Ugo Ammannato, Pietro Tamburello, Miano Conti, Gianni Varvaro e altri. Vi arrivavano spesso Ignazio Buttitta da Bagheria, Elvezio Petix da Casteldaccia, Antonino Cremona da Agrigento, e da Catania Carmelo Molino e Salvatore Di Pietro: insomma, i personaggi più significativi allora della nuova poesia siciliana. In quegli incontri si leggevano poesie, si parlava del dialetto siciliano, si discuteva di letteratura e di politica.><br />
Nel 1955, con la prefazione di Giovanni Vaccarella, vide la luce a Palermo l’Antologia POESIA DIALETTALE DI SICILIA. Protagonisti il GRUPPO ALESSIO DI GIOVANNI: Ugo Ammannato, Ignazio Buttitta, Miano Conti, Salvatore Equizzi, Aldo Grienti, Paolo Messina, Carmelo Molino, Nino Orsini e Pietro Tamburello. E nel 1957 Aldo Grienti e Carmelo Molino furono i curatori della Antologia POETI SICILIANI D’OGGI, Reina Editore in Catania. Con introduzione e note critiche di Antonio Corsaro, questa raccoglie, in rigoroso ordine alfabetico, una qualificata selezione dei testi di 17 autori: Ugo Ammannato, Saro Bottino, Ignazio Buttitta, Miano Conti, Antonino Cremona, Salvatore Di Marco, Salvatore Di Pietro, Girolamo Ferlito, Aldo Grienti, Paolo Messina, Carmelo Molino, Stefania Montalbano, Nino Orsini, Ildebrando Patamia, Pietro Tamburello, Francesco Vaccaielli e Gianni Varvaro. Le due sillogi, che ebbero al tempo eco nazionale (una recensione di Paolo Messina apparve in data 21 Maggio 1955 su IL CONTEMPORANEO di Roma) e tuttora sono ben note agli appassionati, sono state antesignane del RINNOVAMENTO DELLA POESIA DIALETTALE SICILIANA.<br />
Il RINNOVAMENTO DELLA POESIA DIALETTALE SICILIANA, la stagione tra il 1945 e la seconda metà circa degli anni Cinquanta (l’ultima manifestazione pubblica del “GRUPPO” – asserisce Salvatore Di Marco – si svolse nell’anno 1958 presso il Circolo di Cultura di Palermo, diretto da Lucio Lombardo Radice che promosse un incontro sulle correnti contemporanee della poesia siciliana) segnata dal movimento di giovani poeti dialettali palermitani e catanesi, fu rinnovamento fondato sui testi e non sugli oziosi proclami, sugli esiti artistici individuali e non su qualche manifesto. <Un processo letterario di emancipazione né facile né omogeneo, in cui il passaggio dal vecchio al nuovo non poteva escludere una fase di coesistenza fra ciò che della tradizione vernacolare sopravviveva e ciò che della nuova poetica cercava più sicure formalizzazioni liriche.> Una stagione letteraria che Di Marco giudica <essere stata ingiustamente marginalizzata sia in sede storiografica che critica.> Annota, infatti, nell’articolo del 1995 titolato I DIALETTI SÌ: <Trova sempre più favore il criterio di scrivere la storia della letteratura italiana a partire da una base che consideri le aree regionali. Le letterature regionali e quelle dialettali sono aspetti insopprimibili della vicenda storica della nostra letteratura nazionale. Che i nostri migliori scrittori dialettali siano rimasti esclusi, emarginati dalle storie letterarie è stato un grave errore di cui gli studiosi oggi si rendono sempre più conto e che solo un buon processo di aggiornamento può ridimensionare.> </p>
<p>Direttamente legato a quanto or ora detto il tomo del 1995: LA QUESTIONE DELLA “KOINÈ” E LA POESIA DIALETTALE SICILIANA. <Una questione che ha interessato una certa fascia di poeti siciliani, in particolar modo quelli impegnati nel rinnovamento della poesia dialettale in Sicilia. L’argomento riguarda la eventuale introduzione generalizzata dell’uso di una koinè letteraria in alternativa al sempre più diffuso ricorso, da parte dei poeti siciliani, alle parlate locali. Una questione … con riferimenti sempre più diretti alle implicazioni di tipo grammaticale, ortografico e fonetico.> Una questione, tuttavia, che non ha sortito il florilegio di studi auspicabile e che si è ricondotta alla tensione ideale verso una unità ortografica della scrittura e alla proclamazione di principio che vengano dettate alcune regole ortografiche comuni. Elementi propizi e opportuni rimarcano gli studiosi, quantunque non necessari e di non facile praticabilità. Tomo preziosissimo, giacché nelle sue circa 160 pagine fitte di nomi, eventi, stralci di interventi, rimandi bibliografici, si ripercorre l’esperienza letteraria che, grosso modo tra il 1945 e il 1958, coinvolse talune <aree della poesia dialettale siciliana sul terreno della ricerca e della sperimentazione di nuove vie che potessero rinnovarla.> </p>
<p>Tra i molteplici studi di Salvatore Di Marco, di rilevante importanza quelli condotti su due dei massimi autori dialettali siciliani: Alessio Di Giovanni e Ignazio Buttitta, dei quali si richiamano riassuntive tracce.<br />
Quanto al primo, oltre ad averne curato svariate riedizioni, gli studi sono confluiti nel 2006, a sessant’anni dalla scomparsa, nel volume SOPRA FIORIVA LA GINESTRA. ALESSIO DI GIOVANNI E LA SICILIA DELLA ZOLFARE. <È naturale che l’anno 1896 e il Maju sicilianu siano considerati come i segni dell’esordio letterario di Alessio Di Giovanni. Un duplice esordio, poiché dell’esordio annuncia sia la nascita d’un poeta d’ottima tempra, come pure quella d’un geniale poeta dialettale. Ma c’è di più: quell’opus primum apre la stagione del rinnovamento della poesia dialettale siciliana in Sicilia.> E prosegue: <Quando Alessio Di Giovanni scrive le liriche di Maju sicilianu egli si è già convinto che la poesia siciliana fosse chiamata a compiere un salto di qualità, una svolta.> Convinzione che porterà il ventiquattrenne Alessio Di Giovanni, sempre nel 1896, a stilare il saggio monografico SARU PLATANIA E LA POESIA DIALETTALE IN SICILIA, in cui egli agogna quel “poeta nuovo” che manca alla poesia dialettale siciliana. E sono queste peraltro, in estrema sintesi, le fila che poi annodarono lui e gli esponenti del RINNOVAMENTO DELLA POESIA DIALETTALE SICILIANA.<br />
Nel 1922, assieme con Saru Platania, Vito Mercadante, Francesco Trassari, Alessio Valore, Nino Pappalardo, Vanni Pucci, Alessio Di Giovanni venne inserito da Luigi Natoli nella antologia intitolata Musa siciliana, Editore R. Caddeo, Milano, antologia che Salvatore Di Marco definì <una vera e propria opera classica nella storia della poesia dialettale siciliana a cavallo tra fine Ottocento e i primi due decenni del Novecento.><br />
 “Per l’alto spessore culturale, per le doti umane, per avere illustrato il nome di questa città e dei suoi Poeti”, l’Amministrazione Comunale di Cianciana (AG), la città natale di Alessio Di Giovanni, l’8 Ottobre 2005 concesse la cittadinanza onoraria a Salvatore Di Marco. </p>
<p><Le vicende drammatiche del secondo dopoguerra siciliano – assevera Salvatore Di Marco sul pregevole compendio di saggi su Ignazio Buttitta IL FILO DELL’AQUILONE del 2000 – imprimono una svolta alla sua poesia.> Buttitta era naturaliter ben provvisto di <capacità non comuni di comunicativa sul piano espressivo, mimico, gestuale, che d’altronde egli gestiva con consumata padronanza ed efficacissimi risultati. Cantore dell’uomo e della natura, la sua poesia piena di uccelli, di pesci, di uomini, di terra illuminata dalla solarità del mare e del cielo di Aspra, scorre vitalissima lungo tutto il Novecento. Ignazio Buttitta supera il mero populismo e si inserisce pleno titulo nella storia contemporanea della poesia dialettale siciliana.> E ci rammenta una curiosità: nell’Ottobre del 1987, principalmente sulle colonne del Giornale di Sicilia, divampò una polemica contro Franco Brevini, “incriminato” di avere escluso Ignazio Buttitta dalla sua antologia Poeti dialettali del Novecento.</p>
<p>Sempre in tema di poeti, solo a mo’ di esempio, altri cenni su Pietro Tamburello, Antonino Cremona, Aldo Grienti.<br />
<Pietro Tamburello – sostiene Salvatore Di Marco sul numero Luglio-Agosto 1998 del periodico catanese ARTE E FOLKLORE DI SICILIA – la cui storia di poeta comincia nel 1926 con la nascita a Palermo di quel notissimo e controverso foglio dialettale che fu il PO’ T’Ù CUNTU … nonostante avesse avuto un ruolo determinante tra i protagonisti della nuova poesia siciliana (se nel 1929 era stato il segretario generale dell’Accademia di Poesia Siciliana “G. Meli” presieduta da Giuseppe Ganci Battaglia, nel 1945 sarà il referente di Federico Di Maria nell’ambito della Società Scrittori e Artisti e poi fonderà il GRUPPO ALESSIO DI GIOVANNI e nel 1954 sarà il direttore di ARIU DI SICILIA) pubblicò poco e tardi i suoi versi dialettali. Sono tantissime le poesie di questo Autore palermitano apparse sul PO’ T’Ù CUNTU tra il 1926 e il 1933 (anno in cui il periodico interruppe le pubblicazioni per riprenderle dal 1952 al 1972) e in altri fogli dell’epoca. Ma il periodo in cui Pietro Tamburello portò a piena maturità espressiva la propria poesia nei temi, nella forma e nel linguaggio tocca gli anni Quaranta e Cinquanta.> Il medesimo numero della Rivista pubblica altresì il suo saggio su ROSI DI VENTU di Pietro Tamburello: <Assai vicino alla lirica pura, Tamburello però ne semplifica il modello e l’occulta sotto gli abiti della tradizione siciliana delle forme rimate, del sonetto, dell’endecasillabo che risuona nelle composizioni a verso libero, lo occulta tra le fioriture lessicali di un dialetto armonioso ed antico. Da qui Tamburello ascende alle suggestioni della grande poesia francese. E, fuori dalle scene mondane, ormai raffinato artefice della propria parola poetica, giunto alle misure essenziali del dettato … ad ogni componimento consegna ineccepibile forma, dove nulla è superfluo o casuale”.<br />
La notizia della scomparsa di Antonino Cremona (Agrigento 1931-2004) si diffuse nell’Autunno tra gli amici e negli ambienti della poesia dialettale siciliana. Sedato lo sgomento, acquisito il dato della ineluttabilità della morte, la prima autorevole sentita testimonianza è stata la “Lettera per Antonino Cremona” di Salvatore Di Marco, datata 10 Febbraio 2005. “Lettera”, pubblicata sul numero 78 de LA NUOVA TRIBUNA LETTERARIA, dalla quale riportiamo: <Il fatto è che questa diceria della tua morte (e ti prego di smentirla) risale al 25 Settembre dell’anno scorso con tanto di necrologio sui giornali. Anch’io lessi a suo tempo, ma vai a fidarti dei giornali! Io penso, infatti, che se tu fossi morto, la città di Agrigento ti avrebbe in qualche modo commemorato. E invece, dal 25 Settembre 2004, ogni mattina Agrigento si sveglia e dice al mondo: “Niente di nuovo, non è successo nulla di rilevante”. Se muore un personaggio come Nino Cremona, poeta di razza e di lunghe stagioni, filologo e scrittore, critico letterario e intellettuale di pregio, Agrigento sicuramente avrebbe versato lacrime sincere. Un Personaggio come te, caro Nino, non può morire nel silenzio generale, soprattutto in quello crudele della tua terra. Perciò dico che se tu fossi veramente morto me l’avresti comunicato.> Antonino Cremona fu uno dei protagonisti del RINNOVAMENTO DELLA POESIA DIALETTALE SICILIANA, la cui storia, riscontra Salvatore Di Marco, <è interessante di idee e di poeti, di mutazioni culturali e inquietudini sociali, di sperimentazioni e di esiti anche importanti però rimasti sconosciuti a chi ha ritenuto che il solo pannello solare capace di dare nuova energia alla letteratura siciliana dialettale fosse quello esclusivo di Ignazio Buttitta, è ciò semplicemente perché lo si trovava già collocato più in alto degli altri.> Il convegno di studi avente per tema L’OPERA DI ANTONINO CREMONA E IL NOVECENTO SICILIANO si è svolto il 27 Gennaio 2006 ad Agrigento; tra i relatori: Sergio Spadaro, Giovanni Occhipinti, Antonio Liotta e Salvatore Di Marco. L’ANIMA GIRGENTANA NELLA POESIA DIALETTALE SICILIANA DI ANTONINO CREMONA, pubblicata nel 2007 dalla ASSOCIAZIONE CULTURALE “NINO MARTOGLIO” GROTTE (AG), fu la relazione di Salvatore Di Marco il quale, a quattro mani con Sergio Spadaro, raccolse le LETTERE PER UN POETA, carteggio su Antonino Cremona e altre carte.<br />
<Pochi i versi, è vero – si legge in un articolo firmato da Nicolò D’Agostino (pseudonimo di Salvatore Di Marco, come pure suo pseudonimo è F. Martore Cuccia), pubblicato sul numero di Aprile 1990 del mensile di letteratura dialettale giornale di poesia siciliana – perché in effetti Aldo Grienti non fu poeta di lunga militanza nell’area del dialetto siciliano, avendo trasferito, soprattutto negli anni Sessanta, nella poesia in lingua italiana e principalmente nelle arti figurative, le proprie vocazioni artistiche. Ma questo non inficia il valore letterario della sua opera di poeta dialettale. Aldo Grienti – prosegue D’Agostino – era “generazionalmente” nuovo, rispetto alla poesia dialettale degli anni Trenta-Quaranta, e praticò subito un suo modo di fare poesia prima ancora che il vecchio, che la tradizione, lo contagiassero.></p>
<p>Approssimandoci al traguardo di questa essenziale escussione, ulteriori stringate notizie su Salvatore Di Marco.<br />
S’è fatto cenno, più volte, al giornale di poesia siciliana. Di questo periodico, come pure della RIVISTA ITALIANA DI LETTERATURA DIALETTALE, entrambi editi in Palermo, Salvatore Di Marco è stato il fondatore e ne ha sempre tenuto la direzione.<br />
Il citato numero ZERO del PO’ T’Ù CUNTU, nell’articolo non firmato in prima pagina, dà notizia del Convegno (poi tenutosi nei giorni 18 e 19 Marzo 1988 presso la sede della Fondazione Culturale “Chiazzese”) sul tema Vito Mercadante: l’uomo, il poeta. Relatori Rita Verdirame, Antonino Verzera, Salvatore Camilleri, Nicola Mineo, Giuseppe Carlo Marino e Salvatore Di Marco.<br />
E Salvatore Di Marco è stato, insieme a Natale Tedesco, Lucrezia Lorenzini, Nicola Mineo ed altri, tra i relatori al Primo Convegno Regionale di Poesia Dialettale Siciliana svoltosi a Barcellona Pozzo di Gotto nei giorni 29 e 30 Ottobre 1988, organizzato dalla Corda Fratres, che ha visto in aggiunta la presenza di oltre venti poeti provenienti da tutte e nove le province dell’Isola.<br />
Assieme con Giuseppe Giovanni Battaglia, Sebastiano Burgaretta, Salvatore Cagliola, Salvatore Camilleri, Giuseppe Cavarra, Nino De Vita, Salvatore Di Pietro, Paola Fedele, Andrea Genovese, Rino Giacone, Alfio Inserra, Augusto Manna, Giuseppe Mazzola Barreca, Renato Pennisi, Stefano Puglisi, Michele Sarrica, Pietro Tamburello, Carlo Trovato, Salvatore Di Marco è inserito nella antologia della poesia contemporanea in dialetto siciliano a cura di Corrado Di Pietro, LINGUA LIPPUSA, del 1992.<br />
Con Salvo Zarcone e Francesco Leone, è stato il relatore al convegno di studi organizzato nel 2005 in occasione del quarantennale della morte del poeta di Castellammare del Golfo (TP) Castrenze Navarra, manifestazione che ha ottenuto il patrocinio di quella Amministrazione Comunale, che del Navarra ha promosso la pubblicazione della ANTOLOGIA DELLE OPERE IN VERSI SICILIANI E IN PROSA. </p>
<p>Tra le tantissime notevoli realizzazioni, riteniamo opportuno menzionare: LA STORIA INCOMPIUTA DI FRANCESCO LANZA, monografia critica con prefazione di Giuseppe Cottone del 1991, e IL CANTIERE SULLA LINGUA MADRE, del 2007, che raccoglie gli atti degli incontri dedicati alla letteratura in dialetto tenutisi, tra il 27 Gennaio e il 10 Maggio 2006, nel salone delle conferenze della Biblioteca Museo “Luigi Pirandello” di Agrigento. </p>
<p>Beninteso, abbiamo soltanto schematizzato le “cose” più importanti afferenti al monumentale opus di Salvatore Di Marco, il quale tra editoriali, prefazioni, articoli, eccetera, ha scritto – fra gli altri su Alfio Inserra, Carmelo Lauretta e Flora Restivo – migliaia di pezzi e ha attraversato da protagonista, sia nella veste di poeta che in quella di letterato, gli ultimi cinquant’anni della storia letteraria siciliana.</p>
<p>Ma non è finita: Salvatore Di Marco si dichiara tuttora impegnato a continuare per il futuro il proprio lavoro. </p>
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		<title>L&#8217;impavida eroina eccetera</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Mar 2009 12:16:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alle 17,30 del prossimo 1° aprile, per chi vorrà esserci, il gestore di questo sito sarò preso la scuola media Cascino di Piazza Armerina, per leggere alcuni suoi raccontini. I raccontini medesimi stanno, per l’occasione, raccolti in un opuscoletto dal titolo “L’impavida eroina eccetera“, stampato in numero minimo di copie per quelli che si ostinano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alle 17,30 del prossimo 1° aprile, per chi vorrà esserci, il gestore di questo sito sarò preso la scuola media Cascino di Piazza Armerina, per leggere alcuni suoi raccontini. I raccontini medesimi stanno, per l’occasione, raccolti in un opuscoletto dal titolo <strong>“L’impavida eroina eccetera“</strong>, stampato in numero minimo di copie per quelli che si ostinano a leggere sulla carta.<br />
Per chi, invece, trova comodo leggere sullo schermo, l’e-book è liberamente scaricabile in formato PDF (dimensione: 436 kB).<br />
L’occasione è propizia per ringraziare l’<a href="http://www.universitapopolarenigrelli.it/">Università Popolare del Tempo Libero “Ignazio Nigrelli”</a>, il cui nutrito e stimolante calendario dei corsi 2008/2009 è consultabile in rete, così come alcune delle sue pubblicazioni.<br />
Mauro Mirci</p>
<p><strong>Novità del 6 novembre 2009</strong><br />
Poiché &#8220;L&#8217;uomo del caffé&#8221; è stato incluso nell&#8217;antologia &#8220;<a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/2009/11/senza-zucchero-13-racconti-in-odore-di-caffe/">Senza Zucchero</a>&#8220;, edita da Avagliano, &#8220;L&#8217;impavida eroina eccetera&#8221; non può più contenerlo. I racconti diventano quindi cinque. Pazienza.</p>
<p><a href='http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2009/11/limpavida-eroina-2-ed.pdf'>Scarica l&#8217;E-Book</a></p>
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