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	<title>paroledisicilia.it &#187; Storie</title>
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	<description>&#34;Coso&#34; online con ricorrenti crisi d&#039;identità</description>
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		<title>Chi è Orfeo?</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 21:57:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[francesco lanza]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;ultimo anno di Francesco Lanza di Mauro Mirci Il 1932 sembrava l’anno della ripresa, nonostante tutto. Attendeva sempre una risposta alle sue insistenti domande d’impiego. Potevano gli amici farsi sordi ai suoi appelli? Potevano, a quanto pareva, e questo è quanto pensava, ma ciò che sperava era diverso e la risposa che si dava era: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;ultimo anno di <a href="http://www.francescolanza.it">Francesco Lanza</a></p>
<p><em>di Mauro Mirci</em></p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2008/09/lanza.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-208" style="border: 2px solid black; margin: 2px;" title="lanza" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2008/09/lanza.jpg" alt="" width="100" height="111" /></a>Il 1932 sembrava l’anno della ripresa, nonostante tutto. Attendeva sempre una risposta alle sue insistenti domande d’impiego. Potevano gli amici farsi sordi ai suoi appelli? Potevano, a quanto pareva, e questo è quanto pensava, ma ciò che sperava era diverso e la risposa che si dava era: no, non potevano farsi sordi.<br />
Nel frattempo scriveva.<br />
In gennaio fu a Roma, a ricordare a chi di dovere le sue aspettative. E qualcosa scrisse, sul tavolinetto dell’albergo, approfittando della carta intestata. Poi a Tripoli, e furono le Storielle tripoline e le Storielle libiche. Non erano i Mimi (meno vissute, meno partecipate: non erano storie della terra sua, ma piuttosto una parodia). Non ci si avvicinavano neppure.<br />
Scrisse ancora. Qualche articolo, qualche prosa. Venne anche il saggio su Goethe e l’anima di Roma, ma roba da poco.<br />
Aveva alcune storie da finire. Su una s’arrovellava da quando era tornato dalla Russia. Come dire: una storia che viene da lontano. L’altra s’ispirava a luoghi più vicini, ossia il lago di Pergusa, e andava a comporre un altro capitolo di Proserpina.<br />
Ma era un modo per ingannare la solitudine e fingere un futuro che non arrivava.<br />
Intanto passano i mesi.<br />
Il posto ministeriale non arriva.<br />
Possono gli amici aver dimenticato?<br />
Possibile?<br />
Nel frattempo con Peppino Loggia si fanno esperienze spiritiche e “di vago sentore teosofico”.</p>
<p><span id="more-1668"></span><br />
Lo scrive all’amico Navarria il 15 ottobre.<br />
“Non arricciare il naso e non pensare che io mi lasci trascinare dalla suggestione”.<br />
No, trascinare dalla suggestione no, eppure, con quei fenomeni che si avverano – e sì, si avverano, davanti ai suoi occhi – il suo scetticismo deve fare i conti. Non basta lo sguardo divertito e distante, un certo atteggiamento da adulto che si confronta con i giochi dei bambini, la convinzione di raccogliere esperienze che magari finirano scritte a gran ludibrio di coloro che, sussiegosi e litanianti, evocano demoni e defunti con grandi cerimonie condite di cabbale e magie nerovestite.<br />
No, non basta.<br />
In meno di un mese rompe l’indugio e decide che qualcosa c’è.<br />
Qualcosa c’è.<br />
Scrive ancora a Navarria. È il 10 di novembre.<br />
“Si tratta di un fenomeno del quale voglio rendermi conto.”</p>
<p>Possono gli amici aver dimenticato?<br />
No, non hanno dimenticato.Voleva un posto da ministeriale e posto da ministeriale è stato: Ministero dell’Aeronautica. Un lavoro che è anche metafora del volo che vorrebbe compiere per lasciare tutto e ritrasferirsi a Roma, che è il centro di tutto ed è anche il posto migliore per fare quel che gli preme di più. Che è scrivere.<br />
Via, via da Valguarnera Caropepe.<br />
Carrapipi.<br />
Il posto lontano da tutto, dove arrivano solo coloro che si perdono e i braccianti in cerca di grano da mietere. Lo sanno bene nel ragusano, nel nisseno, nel catanese: così lontano?, a Carrapipi?, per significare un posto lontano, lontanissimo, un <em>finis terrae</em>.</p>
<p>Alla fine dei conti 1932 è stato veramente l’anno della ripresa. C’è riuscito per un soffio, ma lo è stato. La partenza per Roma è il 28 dicembre, dalla stazione di Valguarnera.<br />
In treno lo colgono i brividi di febbre. Troppo desiderato questo viaggio perché riuscisse. Già a Catania deve interromperlo.<br />
La sera del 31, mentre Catania prepara i festegiamenti per l’arrivo del 1933, chiuso in un camera dell’Hotel Sangiorgi, scrive all’amico Corrado.<br />
“Caro Corrado, mi ero l’altro ieri messo in viaggio per Roma, ma in treno sono stato colto da una febbre tale che ho dovuto fermarmi all’albergo. Si tratta di una iniezione suppurata con sintomi di setticemia. Per due giorni e per due notti ho delirato con la febbre a 41, solo come un cane. Ora la febbre è a 39. Ho telegrafato a parecchi amici, ma tutti si sono limitati ai semplici doveri di cortesia. Questa solitudine mi dà una maggiore disperazione. Aspetto domani mio fratello per tornare a casa. Ricado nella trappola, è proprio il mio destino.”</p>
<p>Niente, non è destino. Roma è là, irrangiungibile in riva al Tevere. E Valguarnera è come l’Ade, che lo ritrascina in sé. E se lui, Francesco Lanza, scrittore di scrittura elegante e promettente, è Euridice, chi mai impersonerà i panni di Orfeo? Forte la fortuna puttana, che dopo averlo tratto fuori da quel Limbo odiatissimo che è divenuto il suo paese, incuriosita e maliziosa ha girato gli occhi per guardarlo e ricacciarlo dentro?</p>
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		<title>Campi Rossi 1969</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Dec 2011 10:06:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Freschi di stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[alcide cervi]]></category>
		<category><![CDATA[campi rossi]]></category>
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		<category><![CDATA[gattatico]]></category>
		<category><![CDATA[istituto cervi]]></category>

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		<description><![CDATA[La quarta di copertina 1969. Un gruppo di giovani di sinistra, un po’ hippies, incontra papà Cervi, a Gattatico. Con loro Otello Sarzi, compagno e amico dei suoi figli. Una ventina di foto testimoniano un incontro sereno, normale, in cui Alcide forse parla a quei giovani del suo frutteto, forse della terra, forse dei suoi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="campi rossi 1969" href="http://mauromirci.files.wordpress.com/2011/06/cover_campirossi1969-300px.jpg"><img class="alignleft  wp-image-282" style="border: 2px solid black; margin: 4px;" title="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" src="http://mauromirci.files.wordpress.com/2011/06/cover_campirossi1969-300px.jpg?w=199" border="4" alt="" width="199" height="300" /></a><em>La quarta di copertina</em><br />
1969. Un gruppo di giovani di sinistra, un po’ hippies, incontra papà Cervi, a Gattatico. Con loro Otello Sarzi, compagno e amico dei suoi figli.<br />
Una ventina di foto testimoniano un incontro sereno, normale, in cui Alcide forse parla a quei giovani del suo frutteto, forse della terra, forse dei suoi figli.<br />
Il fotografo è Antonio Russello, reporter siciliano free lance. È lì per trascorrere una giornata con i suoi amici e con Alcide.<br />
Le foto restano per trent’anni in una cassa, con qualche altro migliaio di scatti, nella casa di campagna dove Antonio s’è ritirato negli anni ‘70 per vivere da uomo libero, figlio della sua generazione.<br />
Testimonianze di storia contemporanea che il Comune di Piazza decide di acquisire perché diventino patrimonio collettivo.<br />
2011. Antonio incontra Mauro Mirci, geologo-scrittore che in quanto geologo va sotto la crosta degli eventi e in quanto scrittore riporta in superficie storie di donne e di uomini che costituiscono un nuovo tassello dei legami tra la Sicilia e l’Emilia.<br />
Questo libro è il frutto del loro incontro.</p>
<p><em>Campi rossi 1969 è un testo dedicato ad Antonio Russello, fotografo vagabondo e romantico che ancora crede negli ideali del &#8217;68. Le foto scattate a Gattatico, in casa Cervi, acquisite dal comune di Piazza Armerina, saranno esposte il prossimo 28 dicembre presso l&#8217;Istituto Cervi, in occasione del 68° anniversario della morte dei sette figli di Alcide.</em><br />
<a href="http://www.fratellicervi.it/content/view/424/1/" target="_blank">Qui il programma della manifestazioni</a></p>
<p><a href="http://www.letteraventidue.com/hdemia/045_campirossi.html" target="_blank">Qui la pagina sul sito dell&#8217;editore</a></p>
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		<title>Carmelo Lauretta: un ricordo di Marco Scalabrino</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2011 21:42:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[carmelo lauretta]]></category>

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		<description><![CDATA[di Marco Scalabrino Maestro e amico, autore e persona dalle rare qualità, decano fra i poeti dialettali siciliani, Carmelo Lauretta nasce a Comiso (RG) nel 1914. Laureato all’Università Cattolica di Milano nel 1939, docente per quarant’anni di Lettere in Istituti Statali, è stato dopo la Liberazione vicesindaco della sua città, nonché negli anni Cinquanta il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Marco Scalabrino</em></p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/12/LAURETTA-Scalabrino.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1637" title="LAURETTA &amp; Scalabrino" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/12/LAURETTA-Scalabrino-150x150.jpg" border="2" alt="" hspace="2" vspace="2" width="150" height="150" /></a>Maestro e amico, autore e persona dalle rare qualità, decano fra i poeti dialettali siciliani, Carmelo Lauretta nasce a Comiso (RG) nel 1914.<br />
Laureato all’Università Cattolica di Milano nel 1939, docente per quarant’anni di Lettere in Istituti Statali, è stato dopo la Liberazione vicesindaco della sua città, nonché negli anni Cinquanta il primo presidente delle municipali ACLI.<br />
Collaboratore del Vocabolario Siciliano di Giorgio Piccitto, a cura del Centro Studi Filologici e Linguistici Siciliani, del quotidiano la sicilia, dei periodici giornale di poesia siciliana di Palermo, arte e folklore di sicilia di Catania, dialogo di Modica (RG) e di altri giornali nazionali e locali, ha pubblicato poesia, prosa e saggistica, sin dal 1938.<br />
<span id="more-1635"></span><br />
Sue liriche sono state tradotte in greco da Kostas Stamatis, in sloveno da Vinko Velicic, in inglese da Alessandro Caldiero, in francese da Mazambi K. Makila, in tedesco da Robert Grabski, in giapponese da Gjosho Morishita e in russo da Tatiana Antonova.<br />
Privilegeremo in questa sede, giacché ciò ci preme, la sua prolifica produzione in dialetto, dando spazio, per ciascun lavoro, ad alcune delle tante voci che del Nostro si sono occupate.</p>
<p>Il suo primo titolo in dialetto, <em>A cori apertu</em>, è del 1981. Giorgio Piccitto considera: “Carmelo Lauretta mi ha interessato per la sua ricerca di un linguaggio nutrito di intimi succhi dialettali. Ha il gusto e il senso della lingua e mostra di conoscere in modo eccezionale il suo dialetto”. E Antonio Fjrigos osserva: “Straordinaria è la sua capacità di cogliere la quotidianità e renderla, tramite versi disadorni da ogni enfasi, fonte di squisita umanità e di impareggiabile dolcezza”;</p>
<p><em>Pani schittu</em> è del 1982. Salvatore Di Marco nella sua recensione sostiene: “Colpiscono tre aspetti di questo libro. In primo luogo il linguaggio: Lauretta propone un dialetto d’indubbia radice ragusana, ma arricchito di neologismi della vita di oggi. In secondo luogo, la capacità del poeta di collegarsi ai temi della quotidianità. E infine, un forte senso della natura e dell’uomo come risorse perenni, in alternativa alla disumanizzazione tecnologica di quest’era”;</p>
<p><em>A provocazioni</em> esce nel 1984. “Il Lauretta – commenta Maria Sciavarrello – fa piazza pulita di forme e di atteggiamenti della poesia enfatica e parnassiana, vivendo le sue immagini in modo aderente al suo pensiero e alle sue emozioni”. E Rino Giacone: “Lauretta appartiene a quella poco numerosa famiglia di poeti che, pur forti di una cultura umanistica, non si sono lasciati condizionare da essa, ma hanno cercato nuove strade per una poesia più aderente alla realtà che viviamo”;</p>
<p>Il 1986 è l’anno di<em> La casa di tutti </em>e della svolta. “Con <em>La casa di tutti</em> – asserisce Salvatore Camilleri sul MANIFESTO della nuova poesia siciliana, edito in Catania nel 1989 – Carmelo Lauretta abbandona definitivamente la grafia della Contea di Modica per quella più coerente della koiné linguistica siciliana”. “<em>La casa di tutti</em> – precisa lo stesso Carmelo Lauretta – <em>voli diri tri cosi: Primu: La casa di tutti è la poesia; secunnu: La casa di tutti è lu duluri; terzu: La casa di tutti è la morti. Iu, però, dicu ca unu e unu sulu è lu patruni di La casa di tutti: l’amuri</em>”;</p>
<p><em>Na rimpatriata</em> segna l’anno 1989. Carmelo Depetro nella sua recensione attesta: “La tonalità umana di bonomia e di celia accompagna la raccolta. C’è una nota costante di rimpianto per un mondo in cui le persone si contentavano di poco, erano semplici e sincere, pur con le loro manie in fondo perdonabili. Al centro di tutto la funzione del dialetto, sradicato dal peso idiomatico, per renderlo più comprensivo e comprensibile”;</p>
<p>Il 1990 si apre con <em>Acqua di lu Giordanu</em>. “Lauretta – afferma Domenico Pisana – dà alla sua esperienza religiosa la massima estensione, trovando nel Nuovo Testamento i motivi ispiratori per un’ideazione lirica condotta con la sensibilità e il trasporto di chi si accosta al Testo Sacro per educare lineamenti di contenuto poetico-religioso attraverso i riferimenti specifici a personaggi del Vangelo”;</p>
<p>Nel 1992 è la volta di <em>Pani di casa</em>. Salvatore Di Marco così lo recensisce: “È una raccolta di novelle dialettali legate a storie e personaggi di paese che il Lauretta trascrive dipanandole dal filo lungo della memoria. Umorismo sottile, malinconie, ricordi, astuzie e semplicità d’animo, saggezza popolana, ne sono le caratteristiche. Dal loro insieme viene fuori uno scenario nel quale rivive la storia di una comunità dove i sapori sono, appunto, quelli del pane di casa”;</p>
<p><em>Oasi di Sion</em> vede la luce nel 1993. “Le poesie di Carmelo Lauretta raccolte con il titolo di <em>Oasi di Sion</em> – assevera Paolo Liggeri – producono in chi legge il sollievo e il ristoro del verde ombroso, della fioritura incantevole, dell’acqua sorgiva e limpida che l’oasi del deserto offre al viandante”. E Giacomo Ferro aggiunge: “Carmelo Lauretta suggerisce traguardi sicuri di fede dove tutto si tinge di luce e di pace. Poesia aperta ai drammi del nostro tempo di cui l’autore si avvale per indicare “oasi” d’amore alla luce del Vangelo, àncora di salvezza per questi uomini di oggi, soli e smaniosi di successo facile. Il dialetto siciliano brilla di immagini fascinose e ricche di conforto”;</p>
<p><em>Prigionieru di l’Angili</em> è del 1995. “Ogni componimento poetico di Carmelo Lauretta – enuncia Giorgio Battaglia – è una totalità in sé, in cui la realtà e la vita individuale vanno verso la realtà e la vita universale. Non dunque il particolare accende la fantasia e il cuore di Carmelo Lauretta, ma l’universale: l’universale visto come qualcosa che è sostanza e fondamento del reale”;</p>
<p><em>Pani di cumpagnia</em>, del 1998, chiude gli anni Novanta. “Nei suoi racconti – testimonia Gesualdo Bufalino, suo illustre concittadino – Carmelo Lauretta si cala, da maestro, nella mentalità popolare e ne trascrive riflessi religiosi, momenti topici, aspetti affettivi, risvolti sociali, dando ricchezza e prestigio alla prosa dialettale siciliana. I personaggi si fondono tutti in una raffigurazione-affresco della quotidianità della vita, in cui tutto è concretizzato nel carisma di una prosa dialettale alimentata da pietà per il destino delle vicende umane”;</p>
<p>Il 2000 esordisce con <em>‘A vita agghiorna</em>. “Le favole di Lauretta – ribadisce Gesualdo Bufalino – coniugano, come d’incanto, la fresca naturalezza del linguaggio gergale con le celiose valenze della paremiologia popolare, senza logomachie moralistiche”;</p>
<p><em>Ventu di lu Golgota</em> è datato 2001. Riporto dal commento scritto a quattro mani da Maria Pia Virgilio e da me: “L’aspetto saliente di questa nuova silloge di Carmelo Lauretta sta nell’estendere oltre ogni precedente misura l’ambito degli <em>exempla</em> spirituali, nel dare una connotazione universale al proprio credere. I motivi ispiratori del progetto della Trilogia che, dopo ACQUA DI LU GIORDANU e OASI DI SION, con VENTU DI LU GOLGOTA si perfeziona, scaturiscono dall’intento di pervenire alla propria e all’altrui salvezza. Salvezza da conseguire col testimoniare la propria fede anche attraverso la Poesia, mezzo che gli è congeniale; col partecipare – specie in questi tempi così difficili – la propria vocazione alla pace, che è umana e cristiana al contempo; con l’esortare, quanti da tutto ciò sono distanti, a coltivare l’aspirazione ad una dimensione più “alta” del proprio vivere. Gli effetti per il dialetto siciliano sono di notevole portata. Questo difatti viene catapultato in un palcoscenico globale vieppiù dimostrando – ove ve ne fosse ancora bisogno – di essere in grado di districarsi su ogni argomento, in ogni circostanza, di sapersi spingere verso latitudini e longitudini di pensiero inesplorate, di potere affrontare ogni contenuto e non già – come in taluni circuiti si sosterrebbe – doversi relegare agli aspetti del folklore, ai temi della tradizione, alla iconografia della terra di Sicilia nel suo eterno, sofferto sopravvivere. Egli ci parla senza perifrasi, in un idioma da presa diretta – immediato, intenso, attuale – di lebbra, di donne martiri, di fame che ammazza … In buona sostanza, si e ci proietta dalla terra … al cielo”;</p>
<p><em>A colpu sicuru</em> è del 2002. “Le piante e gli animali – avvalora Saverio Saluzzi – sono i protagonisti delle favole, e ciò non per ossequio alla tradizione, ma per espressione del suo clima umano e del suo respiro affettivo. Egli è nella libertà di quei caratteri, nella spontaneità di quegli ambienti, negli equilibri di quelle lingue”;</p>
<p>L’anno 2004 genera<em> ‘A goccia d’oru</em>. “‘<em>A goccia d’oru</em> – stende in prefazione Giulio Raboni – orbita tutto nel volontario appropriarsi del dolore umano e tradurlo in cifra di sollievo e di purificante solidarietà. Ne è incipit fondante una vicenda biografica (quella del milanese Marcello Candia, che all’età di 45 anni vende ogni suo bene e si trasferisce a Macapà, in Brasile, per costruirvi un ospedale ove curare i lebbrosi di quella poverissima regione). Il vissuto del protagonista è ricondotto alle coordinate evangeliche con semplicità e spontaneità meditativa”;</p>
<p><em>A colpi</em> <em>cuntati</em> è del 2005. Nella prefazione che egli stesso ha stilato, Carmelo Lauretta ci fornisce la genesi dei versi di questa sua raccolta: la frequentazione e l’affinità col genere letterario dell’epigramma, l’esercizio dei classici, in particolare Marziale e l’Antologia Palatina. Dalla recensione curata da Maria Pia Virgilio e da me leggo: “L’universo floreale metafora del consesso sociale umano! Come non riconoscere infatti, nel variegato mondo dei fiori e nelle loro vicissitudini, i caratteri, le cornici socio-ambientali, le vicende delle “umane genti”? I parallelismi tra i due “regni”, gli itinerari esistenziali che li raccordano sono tanti e altrettanti gli esempi che suffragano la pregnanza della dichiarazione. Fanno parte del bagaglio d’attenzione temi quali: l’aborto, l’assenza delle persone amate, la mafia; ma ricorrenti sono pure i quadri che attengono alla precarietà della vita, alla delicatezza dell’amore, alla compassione, alla speranza. In tutto ciò la Poesia, fregiata di semplicità di immagini e fresca di arguzia evocativa, fluisce genuina nella partecipazione lirico-semantica al nostro dialetto, e realizza un felice equilibrio tra la tensione sentimentale e l’attinenza alle tematiche trattate, fra le quali, preminente, quella religiosa. Nell’ultimo verso del testo “A cardedda di la pruvidenza”, a tutte lettere maiuscole Carmelo Lauretta scrive il nome di Dio: ‘A pruvidenza di Diu è granni. Quasi JHWH, il tetragramma sacro ebraico per Jahvè. Ancora una volta il Nostro prende lo spunto dalle cose del mondo giusto per staccarsene e librarsi verso quella dimensione spirituale che ne contraddistingue l’esperienza d’uomo e lo spessore d’artista”;</p>
<p><em>Lu suli ammucciatu</em>, tre volumi di favole, è datato 2005. Traggo dalla mia recensione: “Puntiamo la nostra attenzione su tre degli elementi che costituiscono la fattispecie del trittico laurettano: i temi, i protagonisti (animali e piante), il lessico. A che pro? Allo scopo, sceverando tali registri del dettato di Carmelo Lauretta, di riaffermare l’immensa dovizia lessicale del nostro dialetto, le rimarchevoli sue suggestioni sintattiche, l’attitudine – nella testa esso, nel cuore e nelle mani di un nobile esperto regista quale il Nostro è – a contemperare liricamente i suoi preziosi, antichi fasti alle grinze drammatiche del nostro amaro, odierno vivere”;</p>
<p>Con <em>Prestu prestu scurau</em> siamo al 2006. “È la trasfigurazione poetica – annota Giuliano Frattini – di eventi che hanno oscurato di angoscia il cielo del terzo millennio. Quanto di terrificante è accaduto ha trovato la sua connotazione lirica nella scrittura ritmata da brucianti immagini, da perplessità meditativa, da linguaggio libero da inondazioni aggettivali e da usurati sintagmi”;</p>
<p><em>Chisti cu l’autri</em> risale al 2007. Dichiara il medesimo Lauretta: “Questi racconti appartengono alla stessa famiglia degli altri: <em>Na rimpatriata</em>, <em>Pani di casa</em>, <em>Pani di cumpagnia</em>. Sono della stessa pasta, hanno la stessa natura e hanno preso lo spunto della narrazione andando dietro la vita della gente, lungo il paese. Sono come i figli dei tre libri che ho citato”;</p>
<p><em>Ju e</em> <em>l’amicu silenziu</em> è il titolo del 2008. Maria Pia Virgilio e io ne abbiamo scritto: “Lu silenziu è la patria di la poesia, sostenne Charles Baudelaire, e Carmelo Lauretta, il quale nella quiete della sua compagnia ha percorso <em>tutta la strata râ vita</em>, ha fatto sua tale asserzione e lo ha eletto a titolo della crestomazia. Posto questo ideale triangolo equilatero – la Poesia al vertice, il Silenzio e il Nostro agli angoli di base – registriamo in apertura la sua <em>amicizia cu la poesia</em>. Apprendiamo inoltre che entrambi abitano <em>nni la stissa strata</em> e addirittura <em>idda la porta di supra</em> e lui <em>nni chidda di sutta</em> e che, in virtù del loro rapporto, allorché lei lo riceve <em>mi abbrazza e mi vasa … mi porta a vidiri lu cielu … mi metti nni li manu di l’Eternu</em>. L’ultimo verso della silloge, contenuto nel testo “Chiddu ca cunta”, recita: <em>pi spalancari li porti di lu cielu</em>. E giusto dal verso <em>pi spalancari li porti di lu cielu</em> scaturisce una ultima interessante notazione: la struttura anulare dell’opera. Se facciamo un passo indietro, al primo testo osserviamo infatti che si fa riferimento ad un’altra porta: quella della poesia. Il poeta, dunque, e il credente, ambedue cercano l’ingresso alla propria via, gioia, pace.”</p>
<p>Del 2009, <em>Nun mi nni pentu</em>, titolo, precisa lo stesso Carmelo Lauretta, che “si riferisce a tutto quello che ho strappato dal cuore nella vita.”</p>
<p>Per ultimo, ancora del 2009, <em>U maratoneta di Diu vinutu di luntanu</em>. “È la conferma – scrive Domenico Pisana – del suo pathos religioso trasfigurato in stilemi lirici e che ha nell’icona di Papa  Giovanni Paolo II un riferimento di ideazione rapsodica. Teologicamente rilevanti appaiono i versi che riprendono le parole pronunciate dal Pontefice in occasione della sua elezione: <em>Nun v’aviti a scantari mai. Abbarricati i porti a Cristu</em>.”</p>
<p>Ciò detto succintamente del poeta, avvertiamo che Carmelo Lauretta, scomparso nel 2011, è stato altresì apprezzato saggista. Ha scritto, fra gli altri, su Pietro Tamburello, il quale lo ha messo a fronte dei problemi connessi al rinnovamento della scrittura della poesia, ai rapporti tra questo e la tradizione siciliana, alla concezione che la poesia dovesse essere impegno di penetrazione e di scavo interiore e poggiare sulla capacità di una continua auto-analisi stilistica e, quanto al Dialetto, il suo pezzo IL CAOS VERNACOLARE, pubblicato sul numero di Aprile 1990 del giornale di poesia siciliana, ce ne partecipa a chiare lettere il pensiero: “La poesia dialettale non può più essere improvvisatamente arcadica, compiaciuto riciclaggio di cadenze foniche, formulario di comodo gergale ricercato deliberatamente per varcare le soglie del Parnaso, ma impegno di strutture nuove e di prosodia rinnovata <em>ab intus</em> con valenze evocative e simboliche. Si sente il bisogno di un ordine di scrittura, di una convergenza di impiego di elementari monemi di collegamento. Non si vuole che si snaturi l’anima del vernacolo, né che si alterino le sue peculiarità gergali, né che si stabiliscano aree egemoni di asservimento; si vuole la fine di un’innocente anarchia, si vuole sollecitare la ricerca di una soluzione che porti ad una convivenza ortografica unitaria dei vernacoli e alla loro compresenza nella realizzazione della lingua siciliana.”</p>
<p>Numerosi sono stati, nel tempo, i premi, le gratificazioni, i riconoscimenti.</p>
<p>Nel 1987, è stato tra i ventisei autori, in Italiano e in Dialetto, inseriti nella antologia poeti contemporanei della provincia di ragusa, a cura di Emanuele Schembari, che di lui riferisce: “Carmelo Lauretta, uomo di notevole spessore culturale e di straordinario acume critico, riesce, in poesia, a diventare estremamente semplice e comunicativo, anche se, dalle sue liriche, traspare impegno etico e costante partecipazione alla vita, con adesione totale a propri motivi interiori. È esemplare la modernità del verso senza rime e l’accuratezza della trascrizione del dialetto, in componimenti che condensano significati profondi, dove la serenità del tono non riesce a nascondere una sorta di dolore ontologico, un’umanissima pena del vivere, che è la vera matrice dell’esperienza e della personalità del poeta.”</p>
<p>E ancora, Carmelo Lauretta è stato tra gli oltre venti poeti provenienti da tutte e nove le province dell’Isola presenti al Primo Convegno Regionale di Poesia Dialettale Siciliana svoltosi a Barcellona Pozzo di Gotto nei giorni 29 e 30 Ottobre 1988, organizzato dalla <em>Corda Fratres</em>, che ha visto tra i relatori Natale Tedesco, Lucrezia Lorenzini, Nicola Mineo, Salvatore Di Marco.</p>
<p>E per venire ai giorni nostri, Carmelo Lauretta è stato, assieme con Bernardino Giuliana, Angelo Rizzo, Ignazio Buttitta, Alessio Di Giovanni, Santi Calì e Ignazio Russo, uno tra i poeti presi in esame al Convegno celebrato il 30 Marzo 2007 a Canicattì, dal titolo la teologia della liberazione nella poesia dialettale siciliana. Domenico Pisana che ha svolto la relazione, tra l’altro, appunta: “L’opera poetica di Carmelo Lauretta presenta forti accentuazioni religiose, che evidenziano una teologia della fede fondata sul Testo Sacro e sulla sua stessa esperienza spirituale e umana. Le espressioni religiose più profonde dell’anima di Carmelo Lauretta trovano, infatti, il loro approdo in un dettato che affonda le radici nel tessuto della Sacra Bibbia, letta e rivisitata con la mente dello studioso, con il cuore del credente, con l’intelligenza, la sapienza e la saggezza suscitate da una ispirazione più divina che umana.”</p>
<p>Infine, il numero di <em>Sicelides Musae</em>, bimestrale d’Arte, Cultura e Poesia, fondato a Catania nel Settembre 2008 da Salvatore Camilleri e dal gruppo di intellettuali che egli ha riunito attorno a sé, nel n°1 di Settembre-Ottobre 2008 gli ha dedicato – primo tra i poeti nella Rivista trattati – quasi l’intera pagina 3, con una nota critica e la pubblicazione di alcuni testi.</p>
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		<title>Quante volte vi capita di guardare per aria mentre state camminando?</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Dec 2011 11:55:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[calascibetta]]></category>
		<category><![CDATA[cicerone]]></category>
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		<category><![CDATA[provincia di enna]]></category>

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		<description><![CDATA[Racconto per parole e immagini di Mauro Mirci Il Radon, questo semisconosciuto. Gas nobile e radioattivo derivante dal decadimento dell’uranio. Scrive Wikipedia, e fidandoci citiamo: “Gas molto pesante, pericoloso per la salute umana se inalato. L&#8217;isotopo più stabile, il 222Rn ha un tempo di dimezzamento di 3,8 giorni e viene usato in radioterapia. Uno dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Racconto per parole e immagini</em></p>
<p>di Mauro Mirci</p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/12/paperella.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1616" title="paperella anzi autoritratto" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/12/paperella-150x150.jpg" border="2" alt="" hspace="2&quot;" vspace="2" width="150" height="150" /></a>Il Radon, questo semisconosciuto. Gas nobile e radioattivo derivante dal decadimento dell’uranio. Scrive Wikipedia, e fidandoci citiamo: “<em>Gas molto pesante, pericoloso per la salute umana se inalato. L&#8217;isotopo più stabile, il 222Rn ha un tempo di dimezzamento di 3,8 giorni e viene usato in radioterapia. Uno dei principali fattori di rischio del radon è legato al fatto che accumulandosi all&#8217;interno di abitazioni diventa una delle principali cause di tumore al polmone. Si stima che sia la causa di morte per oltre 20.000 persone nella sola Unione Europea ogni anno ed oltre 3.000 in Italia. Polonio e bismuto sono prodotti, estremamente tossici, del decadimento radioattivo del radon.</em>”<br />
Insomma, c’è da farsela sotto, tenuto conto che è anche incolore, inodore, rilevabile solo con tecniche particolari.<br />
E quindi, assieme ad altri addetti ai lavori, il sottoscritto parte per Enna (pare che il sottoscritto sia un addetto ai lavori, almeno così gli viene quotidianamente ripetuto), onde ricevere lumi e istruzioni, nonché indirizzi operativi, da un funzionario dell’ARPA, acronimo che dietro un apparente riferimento musicale nasconde la molto più pragmatica denominazione di Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente, che, appunto diventa ARPA se si ha cura, come prassi, di elidere articoli e preposizioni semplici e articolate. La prassi è diffusa e nota, anche troppo. Il mio foglio di missione infatti citava, più o meno: Autorizzazione missione Enna dipendente Mirci c/o provincia &#8211; problematica radon (“Minchia, pare che l’ha scritto Tarzan”, “Vabbé, tanto si capisce”, “Ma almeno una virgola”, “Non scrivo <em>del</em> dipendente e ci metto la virgola?”).</p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/12/Quante-volte-vi-capita.pdf">Cliccate qui per leggere tutta la storia. Pesa circa 1,5 Mb</a></p>
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		<title>Paperella</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 22:24:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8230; anzi, autoritratto. Di Elena. Quattro anni.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/12/paperella.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1616" title="paperella anzi autoritratto" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/12/paperella-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>&#8230; anzi, autoritratto.</p>
<p>Di Elena.</p>
<p>Quattro anni.</p>
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		<title>Qualcosa che finisce per ulo</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Oct 2011 19:04:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[acque pubbliche]]></category>
		<category><![CDATA[ATO idrico]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Mollami]]></category>

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		<description><![CDATA[di Vincenzo Mollami L&#8217;automobile che reca le insegne di una nota società di distribuzione idrica si blocca nel centro di una strada cittadina. Il motore fuma. L&#8217;omino alla guida smonta, apre il cofano e urla al tizio che era seduto al posto del passeggero: “Ma non ti avevo detto di rabboccare il radiatore?”. L&#8217;altro, mortificato, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Vincenzo Mollami</em></p>
<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/10/Acque-Minerali.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1573" title="Acque-Minerali" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/10/Acque-Minerali.jpg" border="2" alt="" hspace="2" vspace="2" width="200" height="169" /></a>L&#8217;automobile che reca le insegne di una nota società di distribuzione idrica si blocca nel centro di una strada cittadina. Il motore fuma. L&#8217;omino alla guida smonta, apre il cofano e urla al tizio che era seduto al posto del passeggero:<br />
“Ma non ti avevo detto di rabboccare il radiatore?”.<br />
L&#8217;altro, mortificato, non sa cosa rispondere, ma per darsi un tono inizia a urlare:<br />
“Acqua, acqua, qualcuno ha una bottiglia d&#8217;acqua?”<br />
Il collega, nel frattempo, sventola il vano motore col maglione, in mancanza d&#8217;altro, e la via è invasa dal fumo e dalla puzza di gomma bruciata.<br />
S&#8217;affaccia una vecchina.<br />
“Signor lei, che ci serve?”<br />
“Acqua, acqua, che va a fuoco la macchina”<br />
“Ma come: voi date l&#8217;acqua e siete senz&#8217;acqua?”<br />
“Signora, che ci fa pure il ricamo?”<br />
“No, no, chiedo perdono.”<br />
“E allora?”<br />
“Allora che?”<br />
“L&#8217;acqua me la da?”<br />
La vecchina fa un&#8217;espressione dispiaciuta.<br />
“Io, sarebbe per me, ce la darei, ma non si può.”<br />
<span id="more-1572"></span><br />
“E come mai?”<br />
“Perché vennero l&#8217;altro ieri e si portarono via il contatore. Dice che m&#8217;hanno mandato le bollette e io non ce l&#8217;ho pagate. E&#8217; due giorni che mi manca l&#8217;acqua. Non ce n&#8217;ho manco per lavarmi, con rispetto parlando, le vergogne. A voglia a spiegarci che le bollette le mandavano a Antoci Lidia, via Mellia, 3, e io mi chiamo Antoci Lina, via Elia 3. Dice che la colpa è del comune e che le bollette me le dovevo andare a cercare dove me le mandavano. Proprio adesso adesso m&#8217;ha telefonato mia figlia: dice che è in fila per parlare con l&#8217;impiegato. La fila, però è assai. Se c&#8217;ha la pazienza d&#8217;aspettare, penso che verso stasera mia figlia ha risolto tutto e tempo tre quattro giorni mi ridanno l&#8217;acqua.”<br />
“E che me ne sto ad aspettare tre quattro giorni? Non lo vede che la macchina brucia?”<br />
“Eh, lo vedo lo vedo. Pazienza.”<br />
Nel frattempo il collega, vista l&#8217;inutilità di sventolare col maglione, s&#8217;è allontanato dalla macchina con le mani tra i capelli. La cosa gli viene male perché ne ha pochi. Il fumo, da bianco che era, comincia a farsi scuro.<br />
“Signora, mi sta facendo perdere tempo.”<br />
“Io a lei? Guardasse che era lei che gridava acqua acqua.”<br />
“Ma non c&#8217;è nessun altro nella strada” dice l&#8217;omino, e riprende a urlare: “Acqua, acqua.”<br />
“Signor lei.”<br />
E&#8217; ancora la signora.<br />
“Signora, non mi faccia perdere altro tempo. Acqua, acqua!”<br />
“No, veramente mi ho ricordato che c&#8217;ho un sei litri d&#8217;acqua minerale. Però è gassata, va bene il stesso?”<br />
“Certo, certo, me la butti dalla finestra.”<br />
La vecchina fa per rientrare. Poi ci ripensa e si riaffaccia.<br />
“Signor lei.”<br />
“Signora, ancora qua è? Lo vuole capire che è un&#8217;emergenza.”<br />
“No, giusto per capire. Ma lei è proprio proprio di quella società? Di Acqua&#8230; Acqua&#8230; Acquacosa là?”<br />
“Si signora, ma si muova.”<br />
“Ora che la talio meglio mi pare che fu proprio lei a portarsi via il mio contatore.”<br />
“Io?”<br />
All&#8217;omino pare di ricordare di aver rimosso qualche contatore in quella via, ma non è sicuro: ne rimuove così tanti.<br />
“No, no, signora, guardi che si sbaglia.”<br />
“Lei, lei era. Anche se venne alla muta e alla surda come i ladri.”<br />
“Giuro che non ero io.”<br />
All&#8217;omino viene un&#8217;idea.<br />
“Lo giuro sulla mia mamma.”<br />
“Vergogna, non si giura sulla mamma. Specie quando si lascia senz&#8217;acqua un&#8217;altra mamma.”<br />
La vecchina lo guarda severa.<br />
“Signora, la prego.”<br />
“Eh!”<br />
“Signora.”<br />
Il fumo diventa nero.<br />
“Comunque” fa la vecchina.<br />
“Comunque che?”<br />
“Ndo&#8230;” ma il resto della frase si perde nel rumore delle imposte che si chiudono. L&#8217;omino crede di sentire qualcosa che finisce per ulo.<br />
Nel vano motore comincia a intravedersi una fiammella.</p>
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		<title>2011. Siracusa ultima frontiera. Destinazione Mordor</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Oct 2011 21:07:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[angelo orlando meloni]]></category>
		<category><![CDATA[doppiozero]]></category>
		<category><![CDATA[Ivan Baio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Ivan Baio e Angelo Orlando Meloni Da un discorso di Anacleto Mitraglia, conestabile di Siracusa, al Gran Congresso Annuale delle Sorti Umane e delle Ruspe Progressive, cagionato dallo sfortunato ingerimento di otto vongole  comuniste. “C’era una volta una landa desolata dove nessun hobbit avrebbe mai sognato di prendere la tintarella, fumare una cicca e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Ivan Baio e Angelo Orlando Meloni</em></p>
<p>Da un discorso di Anacleto Mitraglia, conestabile di Siracusa, al Gran Congresso Annuale delle Sorti Umane e delle Ruspe Progressive, cagionato dallo sfortunato ingerimento di otto vongole  comuniste.</p>
<p>“C’era una volta una landa desolata dove nessun hobbit avrebbe mai sognato di prendere la tintarella, fumare una cicca e buttarla sugli scogli. Erano anfratti misteriosi, grotte oscure, popolata da orde di zanzare e scogliere viscide il cui respiro, la notte, faceva ammalare la Luna. Eppure, i laboriosi hobbit siracusani non si sono mai dati per vinti. Era l’età dell’oro, a cui guardiamo con nostalgia, in cui il cemento colava sulle rocche a est di Miloccador e lungo i declivi del Plemmiriohan, senza che nessun orchetto ambientalista osasse confondere la vostra mente con le sue raffinate menzogne.&#8221;</p>
<p>[<a href="http://www.doppiozero.com/materiali/fuori-busta/2011-siracusa-ultima-frontiera-destinazione-mordor">leggi il resto dell'articolo fantasy di I. Baio e A.O. Meloni su Doppiozero</a>]</p>
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		<title>Benvenuti ad Alì e alla sua famiglia</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Aug 2011 16:16:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Quella della famiglia di Alì è una storia incredibile.Alì è padre di 5 figli e marito di Fatima Abou Baraka. Alì era un leader del partito Movimento per la democrazia e la giustizia del Ciad (Mdjt). In Ciad lo volevano ammazzare. Si è sposato con Fatima ed è scappato subito in Libia dove ha lavorato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>&#8220;Quella della famiglia di Alì è una storia incredibile.Alì è padre di 5 figli e marito di Fatima Abou Baraka.<br />
Alì era un leader del partito Movimento per la democrazia e la giustizia  del Ciad (Mdjt). In Ciad lo volevano ammazzare. Si è sposato con Fatima  ed è scappato subito in Libia dove ha lavorato in una impresa di  costruzioni.<br />
Ha vissuto a Zitlin, una città vicino Misurata accerchiata dalle bombe anche in queste ore.&#8221;</em></p>
<p>Ci sono sensazioni che non si possono spiegare facilmente, e forse non ha nemmeno tanto senso farlo. Come quando un bambino che hai incontrato solo due volte, ti abbraccia e ti fa dono della sua fiducia. E ride perché quel poco di francese che ti ricordi ti fa sparare frasi dall&#8217;effetto esilarante.</p>
<p>[<a href="http://agostinosella.blogspot.com/2011/08/ali-fatima-e-i-loro-5-figli-dalla-libia.html">qui, sul blog di Agostino Sella, c'è un po' della loro storia</a>]</p>
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		<title>Il geometra del comune &#8211; 1</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Aug 2011 14:55:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[geometra del comune]]></category>
		<category><![CDATA[vigile urbano]]></category>

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		<description><![CDATA[Il geometra del comune non nasce geometra, bensì vigile urbano. Anzi, per la precisione, caposettore della polizia municipale, che sarebbe come dire brigadiere. Il primo giorno di lavoro da brigadiere, il comandante (anzi, per la precisione, il vicecomandante, visto che il comandante non è previsto nella pianta organica) lo chiama e gli consegna un libretto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/08/il-vigile.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1514" title="il-vigile" src="http://www.paroledisicilia.it/principale/wp-content/uploads/2011/08/il-vigile.jpg" border="2" alt="" hspace="2" vspace="2" width="150" height="252" /></a>Il geometra del comune non nasce geometra, bensì vigile urbano. Anzi, per la precisione, caposettore della polizia municipale, che sarebbe come dire brigadiere. Il primo giorno di lavoro da brigadiere, il comandante (anzi, per la precisione, il vicecomandante, visto che il comandante non è previsto nella pianta organica) lo chiama e gli consegna un libretto intonso. &#8220;Vediamo di consumarlo tutto.&#8221; Il geometra del comune (ancora vigile urbano) studia il libretto, e scopre trattarsi del formulario a ricalco delle contravvenzioni. Venticinque moduli in bianco, in doppia copia. Sul retro di ognuno il riepilogo delle violazioni elencate per articolo, comma e sanzione edittale.<br />
Una cosina fatta bene.<br />
Poi, sempre il comandante, lo affida a un vigile anziano e glielo raccomanda, giacché il neoassunto è ancora in borghese e privo della dotazione standard: fischietto, distintivo, borsello bianco, scarpe comode. E il geometra del comune esce in strada col vigile anziano, che sembra simpatico (ha i baffi, sorride e fa battute, tutto sommato, divertenti) ma, strada facendo, gli dipinge un quadro apocalittico di automobilisti feroci, liti sulla pubblica via, malmenamenti di pubblico ufficiale, taglio di gomme e incendi d&#8217;auto, quando non di proprietà immobili. Ma il geometra del comune, ancora fresco d&#8217;uniforme dell&#8217;Esercito Italiano, aduso a impieghi più o meno operativi e forgiato dalla vita di caserma, non s&#8217;impressiona più di tanto per le inquietanti prospettazioni del collega.</p>
<p><span id="more-1513"></span></p>
<p>Allora quello passa dalla teoria alla pratica, e appena entrati al centro storico, di fronte a un&#8217;interminabile fila di auto in divieto di sosta (con intralcio al traffico e senza lasciare il prescritto metro dalla parete dell&#8217;edificio adiacente in caso d&#8217;assenza del marciapiede) gli fa: &#8220;Lei si faccia queste, che io vado più avanti.&#8221; Bellezza della sintesi, pensa il geometra del comune, ché un&#8217;esposizione più estesa sarebbe stata:  Più avanti, ovvero oltre il confine della sua attenzione, dove lei, caro geometra del comune in pectore, ma caposettore municipalpoliziesco in atto, non mi vedrà e sentirà, l&#8217;udito sopraffatto dal rumore del traffico, sicché io fischierò a 110 decibel per richiamare l&#8217;attenzione dei potenziali multati, e da verbalizzare mi rimarranno in pochi, giusto i sordi, giusto i distratti, giusto quelli che non sanno come funziona, mentre lei li segnerà tutti sul suo bel libretto nuovo, e dall&#8217;alto della mie ultradecennale esperienza posso predire, con buona approssimazione, che nel giro di quindici minuti, venticinque tutt&#8217;al più, la sua persona sarà assediata da una torma vociante di persone per bene che minacceranno di linciarla qui, seduta stante. E forse qualcuno ci proverà pure.<br />
Il geometra del comune (sessanta sessantesimi al diploma, una laurea, qualche passata e costruttiva esperienza con scaricatori di barili e patate caldissime) annuisce. Si ricorda che, anche se in servizio da appena tre o quattro giorni, è pur sempre il più alto in grado. In questo caso, come attestato dal brogliaccio, è addirittura il caposervizio. &#8220;Mi fa vedere come si fa?&#8221; dice. &#8220;Ecco, cominci a multare questa qui.&#8221; Davanti a loro, una 127 blu, con la targa che sembra offrirsi alla copiatura, malandrina e provocante. &#8220;Se apre il libretto, le spiego come deve compilare,&#8221; dice l&#8217;agente anziano. &#8220;No no,&#8221; dice il geometra del comune. &#8220;La multi sul suo formulario.&#8221;<br />
L&#8217;agente anziano capisce l&#8217;antifona.<br />
&#8220;C&#8217;è caldo,&#8221; dice. &#8220;Andiamo a berci qualcosa? Più avanti c&#8217;è un bar.&#8221;<br />
Il geometra del comune dice: &#8220;Va be&#8217;.&#8221; S&#8217;incamminano per la via, costeggiando lo schieramento di auto in divieto, attenti a non farsi urtare da quelle che sopravvengono in fila indiana. La via sarà larga, da edificio a edificio, sei metri o poco più, e in quei sei metri son contenuti carreggiata, marciapiede (solo sul lato sinistro), auto parcheggiate, pedoni, espositori dei negozi, vasi con funzione di dissuasori, dissuasori veri e propri. E anche loro due. &#8220;Ma che cazzo,&#8221;dice con sentimento l&#8217;agente anziano. &#8220;Ma vedi come lasciano le macchine.&#8221; C&#8217;è una strettoia. Una 500 L, gialla, è parcheggiata proprio lì. Dietro di loro arriva un furgone. Forse ce la farebbe pure, ma si vede che l&#8217;autista non se la sente di rischiare e suona il clacson. Loro sono proprio all&#8217;altezza della ruota anteriore destra. L&#8217;agente anziano si volta, guarda male l&#8217;autista. Quello un poco s&#8217;intimidisce, ma poi fa un gesto con le braccia, come a dire: &#8220;E che devo fare?&#8221;. Allora l&#8217;agente anziano porta alle labbra il fischietto. Da una porticina poco più avanti, sulla destra, esce un tizio in giacca chiara, il sigaro tra le labbra, magro e col riporto. &#8220;Che c&#8217;è Peppe, la devo levare?&#8221; &#8220;Eh!&#8221; dice l&#8217;agente anziano. L&#8217;altro scuote la testa, si cerca le chiavi in tasca. &#8220;Voglio vedere dove devo lasciarla,&#8221; dice. La 500 sussulta quando il tizio tira la leva dell&#8217;avviamento, poi parte alla ricerca di nuova collocazione. &#8220;Visto?&#8221; dice l&#8217;agente anziano al geometra del comune. &#8220;Con un poco di buona educazione si ottiene tutto. Non c&#8217;è bisogno di fare per forza le contravvenzioni.&#8221; &#8220;Ho capito,&#8221; dice il geometra del comune.<br />
Il furgone passa. L&#8217;agente anziano fa un po&#8217; di gesti con le braccia all&#8217;indirizzo della coda che s&#8217;era formata, e che fluisce indipendentemente da lui. Quando giudica che il traffico sia ritornato nei limiti di una normale confusione, l&#8217;agente anziano dice: &#8220;Possiamo andare.&#8221;<br />
Il bar è in una piazzetta. Prendono due bibite (è novembre, ma fa caldo) e le consumano al banco. Al momento di pagare il geometra del comune mette mano al portafogli (sotto le armi gli hanno insegnato che è disdicevole, per un superiore, accettare comsumazioni da un sottoposto), ma l&#8217;altro protesta, dice: &#8220;Che c&#8217;entra?&#8221; Alla fine l&#8217;ha quasi vinta lui. Ma il titolare, dietro la cassa, dice: &#8220;Consumazioni offerte,&#8221; e così dirime la questione. Il geometra del comune chiede: &#8220;Da chi?&#8221; &#8220;Dal sindaco,&#8221; dice l&#8217;uomo alla cassa mentre punta il dito oltre la vetrata della porta. Fuori c&#8217;è l&#8217;uomo della 500 che fa segno col dito, tipo: &#8220;Dopo passo per pagare.&#8221; L&#8217;agente anziano saluta ossequioso toccandosi la visiera; il geometra del comune fa un cenno del capo per segnalare un grazie. Poi chiede all&#8217;agente anziano: &#8220;Ma il sindaco non era&#8230;&#8221; &#8220;Quello è un ex sindaco,&#8221; dice l&#8217;agente anziano. &#8220;Ma non si sa mai.&#8221;<br />
La 500 gialla, adesso, è parcheggiata davanti al bar, nel posto dei portatori di handicap.</p>
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		<title>L’ira dei mansueti?</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Aug 2011 08:08:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauromirci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rubato qua e là]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[roberto alajmo]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Forse solo l’ira di questi mansueti potrà innestare l’inversione di tendenza che in Sicilia le forze politiche, pur millantando le migliori intenzioni, si sforzano di scongiurare.&#8221; E&#8217; questo il periodo conclusivo di un bel post di Roberto Alajmo che ha per tema principale (ma non esclusivo) i cantieri scuola aperti quest&#8217;anno in 384 comuni siciliani. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>&#8220;Forse solo l’ira di questi mansueti potrà  innestare l’inversione di  tendenza che in Sicilia le forze politiche, pur millantando le migliori  intenzioni, si sforzano di scongiurare.&#8221;</p></blockquote>
<p>E&#8217; questo il periodo conclusivo di un bel post di Roberto Alajmo che ha per tema principale (ma non esclusivo) i cantieri scuola aperti quest&#8217;anno in 384 comuni siciliani. Il pezzo (il cui vero titolo è La nebulizzazione delle clientele) prende spunto anche da un articolo di Carmelo Caruso  su Repubblica Palermo (<a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/07/30/uno-lavora-tutti-gli-altri-guardano-il.html">qui la versione online</a>), e traccia una sintesi assai efficace dei reali effetti di una politica ed economia di sussistenza alle quali, a quanto pare, la classe dirigente siciliana è molto affezionata.</p>
<p><span id="more-1507"></span></p>
<p><em>&#8220;Ma a chi conviene rompere il giocattolo?&#8221;</em> scrive Alajmo. <em>&#8220;Non ai precari, che ricevono  una piccola cifra, ma in cambio di un lavoro che possono pure non  svolgere. Non agli intermediari, che intascano il grosso dei  finanziamenti. Non ai politici di riferimento, che alimentando queste  forme striscianti di precariato tengono in vita il patto di Gratitudine  Sospesa, quello che vincola gli elettori in vendita alle sorti del  maggiore offerente. Il patto scellerato che ci sta dietro è semplice: il  perpetuo bilico lavorativo produce una perenne fidelizzazione  elettorale.&#8221;</em></p>
<p>Mi pare questo il nocciolo del pezzo di Alaymo, e trovo straordinariamente adeguata l&#8217;espressione di <em>&#8220;Gratitudine Sospesa&#8221;</em>.</p>
<p>Mi incuriosisce la chiusa dell&#8217;articolo, che riprendo citandola per intero.</p>
<p><em>&#8220;Ecco il piano su cui il danno tocca anche l’interesse della borghesia a  prima vista più disinteressata, assuefatta e mansueta, che otterrà  servizi sempre più cari e di peggiore qualità, fino al punto di rottura.  Forse solo l’ira di questi mansueti potrà  innestare l’inversione di  tendenza che in Sicilia le forze politiche, pur millantando le migliori  intenzioni, si sforzano di scongiurare.&#8221;</em></p>
<p>C&#8217;è tanta ironia nel prefigurare l&#8217;ira di una  borghesia che si trova a misurare su un piatto della bilancia una  sopportabile diminuzione della qualità della vita e, sull&#8217;altro, la tenuta di un sistema consolidato che, alla fin dei conti, garantisce un&#8217;accettabile pace sociale.</p>
<p>In ogni modo, si può leggere tutto il post <a href="http://www.robertoalajmo.it/index.asp?act=viewtxt&amp;id=1627">sul blog di Roberto Alajmo</a>, o anche qui, <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/08/03/il-clientelismo-nebulizzato-che-avvelena-la-sicilia.html">sul sito di Repubblica-Palermo</a>.</p>
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