Il nostro Natale

E’ stato Natale. Ma il gestore di questo sito è incapace, come ogni Natale e ogni festa comandata, di postare in tempo utile un messaggio beneaugurale ai suoi pochi e affezionati lettori (perché i lettori di questo sito sono pochi e affezionati, shinystat parla chiaro). Per fortuna Giovanni Monasteri, il più grande cantore vivente di amori disarticolati e relazioni inconcludibili, mette on line “Il nostro Natale” e io glielo rubo. Buone Feste. ma.mi.

Il nostro Natale

Tu coi tuoi, io coi miei – a far bagordi
con gli amici spaiati, separati
vedovi e divorziati. L’ho annunciato
allegramente, amore, che tornavo
dal dolce esilio dell’amore, lieto
come non fossi più innamorato.
Però pensavo a te quando ho gettato
gli astici vivi nell’acqua bollente
(fischiavano, la pentola tremava).
A te infelice sequestrata spenta
che mestamente levavi il tuo calice
alla salute dei sequestratori.

Qui eravamo in dodici stasera,
forse venti o quaranta, e abbiam mangiato
per ottanta, per cento. Non mancavi
che tu, amore mio quasi tradito.

Nessun messaggio poi a mezzanotte,
nessun saluto. Mi dirai domani
che hai cucinato un gran cenone e tu
non hai toccato cibo, che non sei
andata a letto. Che hai sparecchiato,
porto i cappotti agli amici ubriachi
e gli ombrelli i cappelli e tanti auguri;
preso una camomilla, una tisana,
rimboccato all’infante le coperte
e poi tutta la notte, sospirando,
contemplato le stelle giù in giardino,
sotto la pioggia. C’era anche la luna,
e Giove, e la cometa – Poi verrà
santo Stefano, inesorabilmente,
e sarà, Inshallàh, dopodomani.
Due giorni, amore mio, per digerire
e io le frottole tue e tu le mie.

[Giovanni Monasteri gestisce un blog dove pubblica le sue poesie]

Il Ponte sullo Stretto una speranza e due dubbi

di Andrea Camilleri

Camilleri ha un cuore d’asino e uno di leone.

Ecco, io vorrei che questi miei dubbi venissero fugati da un referendum tra tutti i geologi e tra tutti i costruttori di ponti esistenti al mondo. In maniera di sapere in anticipo, è proprio il caso di dirlo, da che piano si casca. E nella speranza che quelli del comitato «Ponte subito» non mi iscrivano d’ufficio tra i «soggetti della cultura che, alla ricerca di visibilità, nasconderanno la loro vacuità ricorrendo a un irresponsabile catastrofismo».

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Stefano Amato Le sirene di Rotterdam

di Mauro Mirci

Stefano Amato si porta appreso il fardello pesante dell’essere siciliano senza sentircisi. A occhio e croce (e senza stare tanto a sindacare se Amato ne sia consapevole) è una caratteristica che lo accomuna al protagonista del suo secondo romanzo, “Le sirene di Rotterdam”, Dino Crocetti, ventenne siracusano (come Amato, che però ha qualche anno in più) affascinato dagli artisti ebrei del ‘900 e dai loro pseudonimi. Nel romanzo ne sono elencati parecchi, e ne viene fuori una piccola apologia semita quando ci si rende conto che molto del buono che il cinema, la letteratura e la scienza del secolo scorso hanno prodotto viene da lì, dai discendenti del Popolo Eletto, uomini e donne spesso agnostici, in perenne conflitto con le proprie radici etniche e religiose.

“Stato pensando di diventare ebreo, dice Dino
E come mai, se è lecito saperlo? (è la madre di Dino che parla)
Tanto per cominciare, le persone più intelligenti che conosco sono ebree.
Fammi capire, ci sono molti ebrei a Sircusa?
Non lo so, non credo. Io mi riferivo ad altra gente. Bob Dylan, Philip Roth, i fratelli Marx.
E ovviamente tu conosceresti Bob Dylan, quel porco di Roth e i fratelli Marx.
Non è che li conosco. Ho letto i loro libri, ascoltato i loro dischi, visto i loro film.
E secondo te, leggere il libro di qualcuno equivale a conoscerlo.
Non lo so mamma, credo di sì.”

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