Pensava fosse un cane e invece era la sua nemesi

di Mauro Mirci

Tatar Sarari ha 45 anni, è marocchino, vive a Enna. Il 25 di agosto del 2009, è martedì sera, se ne sta seduto davanti a un bar a Pergusa. Non conosciamo le condizioni climatiche. Data la stagione, la latitudine e la personale esperienza, immaginiamo condizioni caldo-umide degne di una foresta pluviale. A tali condizioni possiamo, volendo, associare una birra ghiacciata da almeno 400 cl, non di meno. Insomma, dipendesse da noi, preferiremmo. Tuttavia, Tatar Sarari è marocchino, è possibile non beva alcolici perché mussulmano, oppure astemio, oppure soltanto perché la birra non gli piace e preferisce bere altro. Allora facciamo che abbia davanti un bicchierone di aranciata gelata.
La spalliera della sedia sulla quale si trova sfiora la parete esterna del locale, lui guarda la strada (a Pergusa i locali si trovano lungo la statale 561, che attraversa l’abitato). Accanto a sè ha un bastone, appoggiato al muro.
Passa un cane, un “meticcio randagio di grossa taglia”. In realtà questa descrizione ci dice poco. Diciamo allora che si tratta di un grosso cane, pelosissimo, alto una settantina di centimetri al garrese. Avrà sei o sette anni. E’ fulvo, con una stella bianca sulla fronte, il pelo arruffato, grandi orecchie pendule, lo sguardo da povero diavolo. Qualcuno gli ha mozzato la coda, anni fa. Per divertimento. Lui ci ha sofferto un po’ perché la coda gli serviva per mangiare. La dimenava, festosa, davanti agli avventori dei locali che affacciano sulla SS561, e quelli s’intenerivano e gli allungavano un boccone.
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Prima degli elleni – III puntata

di Domenico Scinà – Attualizzazione del testo di Mauro Mirci

E’ ormai noto ai geologi che le ossa fossili possono attestare le diverse epoche dei terreni, che sono di terza formazione, giacché le ossa di alcuni animali sono legate agli antichi terreni terziari, mentre quelle di altri a terreni recenti, e altri ancora ai terreni alluvionali. Le caverne “ad ossa” e le brecce ossifere recentemente rinvenute nei dintorni di Palermo, appartengono a elefanti, a ippopotami, a cervi e ad altri animali simili, che giacciono in un unico terreno, il più recente cioè quello alluvionale.
Queste caverne e brecce, inoltre, si trovano al piede dei monti, non lontano dalla spiaggia attuale, su un’antica linea di costa. Per cui l’inondazione e il deposito di queste ossa avvenne quando la nostra isola, già emersa, mostrava aspetto simile all’attuale, ma le acque ricoprivano ancora le piane di Palermo .
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Prima degli Elleni- II puntata

di Domenico Scinà – Attualizzazione del testo di Mauro Mirci

Dalla prima parte:
Ma, a prescindere da tale congettura, è certo che col nome di Ciclopi furono designati coloro che costruivano altre e grosse muraglie con gran massi, connettendoli con pietre più piccole. E siccome si procuravano il cibo col lavoro manuale, furono anche chiamati, da Strabone, “Chirogastori”, per cui, per il mestiere praticato, furono detti indifferentemente chirogastori e ciclopi.

Esercitando un mestiere particolare formavano quasi una tribù e abitavano in borghi distinti. Quelli che elevarono le fortezze di Tirinto e di Nauplia furono reclutati in Libia, e Aristotele cita i Ciclopi traci, intendendo per Tracia quella parte della Tessaglia vicina alla Flegra, occupata, prima della guerra di Troia, dai Traci.
Oltre a questo ci è noto che i Ciclopi, robusti e prepotenti com’erano, risultavano così incomodi e molesti ai vicini, che i Feaci, loro confinanti, abbandonarono l’Iperia di Tessaglia (e non quella di Sicilia, come alcuni sostengono) per fuggire nell’isola di Scheria, o Corfù.
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Astuzia imbecille e pia ingenuità

Il quotidiano La Sicilia dedica spazio a Girolamo Grammatico e al suo Subliminal idols

Astuzia imbecille e pia ingenuità
di Rita Caramma

La storia è semplice, eppure, proprio in questa semplicità trova quel quid che la rende interessante agli occhi del lettore anche più distratto. Ambientata ai giorni nostri, in un paesino non ben identificato del Sud Italia, mette al centro del racconto una “comoda” quanto infelice idea di quattro giovani balordi attratti dal desiderio di fare soldi facilmente facendo leva sulla religiosità dei compaesani e, nella loro fervida ma poco pulita immaginazione, di quanti credono nei miracoli. «Subliminal idols» (18,30 edizioni) è il classico, piccolo racconto da portare in tasca o in borsa, da leggere sotto il sol leone di questa estate. Scritto dall’intelligente penna di Girolamo Grammatico, giovane e poliedrico narratore siciliano, coglie situazioni veritiere che sfuggono alla nostra attenzione ma che si impossessano di menti vuote, votate a una sorta di arguzia che si rivela malsana imbecillità. Un testo per tutti che si presenta già in una doppia veste: letteraria e teatrale.

[su La Sicilia, del 13.08.2009, pag. 20]

Prima degli Elleni – I puntata

di Domenico Scinà – Attualizzazione del testo di Mauro Mirci

Le origini della Sicilia, per una sorte che la accomuna alle nazioni più antiche e illustri, sono avvolte nell’oscurità, e la sua storia primordiale corrotta e distorta dalla leggenda. Gli scrittori ci dicono che i primi ad abitarla furono i Ciclopi e i Lestrigoni; ma i poeti, che per primi ci parlarono di loro, lasciandosi condurre dalla fantasia, invece che uomini e popoli ci descrivono esseri allegorici e fantastici.
I ciclopi di Omero non sono quelli di Esiodo, che temprano i fulmini per Giove, e i ciclopi di Esiodo non sono quelli di Callimaco e di Pindaro, manovali di Vulcano nelle grotte di Lipari e nelle caverne dell’Etna.
Gli stessi scoliasti , anche se attenti nell’interpretare i poeti, accettarono per vere alcune leggende antiche e popolari, talvolta contraddittorie e sempre fantastiche, e affastellando ogni cosa confusero tanto i fatti che gli storici più rigorosi non furono più in grado di comprendere chi fossero i Ciclopi e i Lestrigoni, da dove provenissero, quale sia stata la loro sorte.
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Eufrosina: una vicenda vibrante

di Marco Scalabrino


Da queste poche parole, la predizione di una magara, si possono arguire almeno tre degli elementi distintivi di questo nuovo lavoro di Licia Cardillo: 1) l’avvenenza della protagonista, 2) la sua sventurata storia d’amore, 3) l’uso del Dialetto.
Atteso che una storia d’amore infelice e tragica che si rispetti esige se non altro un antagonista oltre ai due attori principali, apprendiamo intanto di costoro sin dalla copertina il nome e il titolo nobiliare: quelli di lei, Eufrosina, non certo per caso a caratteri cubitali, baronessa del Miserendino; quelli di lui, Marco Antonio Colonna, per esteso nel sottotitolo, viceré.
Eufrosina Valdaura Siracusa, dalla non comune bellezza , gli occhi verdi, i denti bianchi, orfana di madre, 17 anni; Marco Antonio Colonna, , dal 1577 al 1584 viceré di Sicilia, 44 anni.
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Latouche recensisce Barnabà

Colpevolmente, non ho mai parlato, in questo sito, di “Morte agli italiani” di Enzo Barnabà, saggio storico relativo alle vicende di Aigues-Mortes, nel 1893, ossia il linciaggio di nove operai italiani da parte di una folla inferocita, e il ferimento di molti altri.
Per fortuna c’è chi lo fa (senz’altro meglio di come saprei fare io): Serge Latouche recensisce il libro di Enzo Barnabà sulle pagine de “L’altro”.
Grazie al suo talento, a un’ineccepibile padronanza della materia e a una scrittura molto felice, Enzo Barnabà ci fa rivivere il più grave di quei drammatici episodi, avvenuto nell’agosto 1893 ad Aigues-Mortes“, scrive Latouche, peraltro coautore, proprio con Barnabà, di un altro interessante volume dal titolo “Sortilegi. Racconti africani“.

Bufalino? Finta cultura

Che la scrittura di Gesualdo Bufalino possa apparire, al neofita, un po’ ostica, è cosa nota. Superato lo scoglio, però, si scopre un autore dallo stile elegante e ricercato, ma non per questo meno distante dalla sostanza dell’umana tragedia.
Tra tutti i libri di Bufalino, il primo è forse il più bello: “Diceria dell’untore” è un grande romanzo e, assieme, uno straordinario resoconto, tutto in soggettiva, sul mondo della vita nel sanatorio e del rapporto tra i tisici con la loro malattia, con il mondo, con la vita che giunge a termine.
In Bufalino forma e sostanza (storia e stile) si fondono e fanno un “uno” indissolubile. “Diceria dell’untore” non esisterebbe slegato dalla sua prosa alta. Cortazar scriveva:
La maggior parte dei critici (…) confondono la letteratura con l’informazione di lusso. (…)
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Ancora su Alice nelle città.

Ancora su Alice nelle città.

La quarta di copertina
Il tema c’era: “Lo spazio urbano”. Il titolo anche: “Alice nelle città”, in omaggio a Wenders. L’idea era di raccogliere gli amici in un progetto di scrittura. Poi è successo il terremoto in Abruzzo e l’idea iniziale si trasforma in un progetto di scrittura solidale. Così un manipolo di scrittori si fa capofila e crea un gruppo, richiama, raduna, coordina voci e riflessioni per raccontare le ferite del territorio attraverso le increspature dell’anima. Storie, articoli, poesie e immagini che hanno come orizzonte capoluoghi, paesi e cittadine. L’Aquila si fa epicentro di un itinerario narrativo in prima persona che spazia da nord a sud ma ritrova, nella diversità, emergenze comuni.
Adriana Iacono

L’introduzione
“Non hai bisogno di alcuna operazione. A L’Aquila c’è un dottore capace di eliminare il dolore e di sbloccarti la spalla in pochi minuti. Si chiama Zugaro”
Con la spalla dolorante e molto scetticismo vado da Roma a L’Aquila a trovare il dottor Zugaro all’ospedale di Coppito. Era il novembre del 2008.
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Alice nelle città

Un gruppo di autori, capitanati da Adriana Iacono, Marianna De Lellis e Francesco Gianino,
ha prodotto un libro, “Alice nelle città“, che è un esperimento scrittura solidale. Una ventina di scrittori, aquilani e non, si sono confrontati sul tema “autobiografia e spazio urbano”. L’iniziativa, per quanto riguarda la rete, è ospitata sul blog etempodiscrivere.it. L’obiettivo è di contribuire coi proventi alla ricostruzione di una biblioteca scolastica a L’Aquila.

Su Vibrisse, Adriana Icono parla delle sua esperienza di editing per questo libro.
Scrive Adriana: “Il risultato è a nostro avviso ben riuscito: un libro artigianalmente professionale, se così si può dire, con una sua coerenza interna e in cui la narrazione viaggia su un percorso diversificato, ma non frammentato, che parte da e ritorna a L’Aquila“.

Il resto dell’intervento si può leggere cliccando qui.