I lacci bianchi di Maura Gancitano

di Maura Gancitano

Una poetessa giovanissima, ma già capace di slanci lirici ben più che interessanti. I versi di Maura Gancitano sono parole semplici, di malinconia lieve e di speranza ingenua e fresca. Sono finestre luminose verso un mondo in attesa di essere scoperto. Maura ha mandato a paroledisicilia.it una lunga silloge dal titolo “I lacci bianchi”. Ne estraggo alcuni brani. (ma.mi.)
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Amarcord: (che in vernacolo piazzese si dice iè m’ rgord)

di Giovanni Monasteri

Questo poemetto, come quasi tutto ciò che ho scritto, non è recente. Diciamo che quando lo scrissi ero molto giovane (adesso sono soltanto giovane, avendo passato i cinquanta). Mi raccomando, perciò, alla clemenza dei coraggiosi che volessero leggerlo nonostante la sua lunghezza. Suggerisco, inoltre, di considerarlo un testo indeciso tra poesia e prosa (oltre che ancora in lavorazione).
Ricordo il momento, l’occasione in cui lo scrissi. Avevo appena letto il Tonio Kröger di Thomas Mann. Cosa c’entra Tonio Kröger con un poemetto malriuscito, scritto da un contadinio mancato? Nulla, per la verità; ma all’epoca in cui lessi quel racconto riflettevo sulle cause di un mio irrimediabile disadattamento (“sei un adolescente disadattato”, mi diceva la mia fidanzata di allora), e una frase mi colpi, qualcosa che un pittore dice a Tonio Kröger (il protagonista del racconto di Mann): “Sei un borghese disadattato”.
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Con l’insistenza di un richiamo

Il centro commerciale scintillante e caldo, confortevole come un utero nuovo di zecca, lo accolse amnioticamente.
I corridoi stracolmi di mercanzie colorate gli cantarono l’inno alla vita spensierata e bulimica del terzo millennio, mentre commessi e commesse abbigliati da caramelle sdrucciolavano sui pattini come salmoni ballerini. Megaschermi dappertutto rimandavano videoclip di prodotti animati, casalinghe felici, businessmen 42 ipertecnologici, bambini iperuranici. Tutto profumava di nulla, un nulla etereo, fragrante, seduttivo, nirvanico. Le volontà singole si annullavano nella perfezione inorganica delle strategie di marketing, sollevate dalla preoccupazione di esistere al di fuori di quell’opulenza fisica e visiva che lì diveniva totale, perfettamente avvolgente ed anche l’uomo si sentì felice. Nel reparto di ferramenta scelse la più bella accetta che avesse mai visto. La riconobbe subito, da lontano, in mezzo a mille e mille attrezzi.
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Riccardo Arena. Quello che veramente ami

di Mauro Mirci

Esiste molta fiction che si propone di interpretare e mostrare la realtà del dopoguerra, con una particolare attenzione agli Anni di Piombo, andando al di là delle versioni ufficiali e delle verità di facciata. Sono storie che si ispirano, spesso, all’ipotesi di un Grande Complotto, mentre i personaggi ribaltano di solito l’ideale dell’eroe positivo, consegnando al lettore l’immagine di protagonisti “brutti e cattivi”, ma, a modo loro, anch’essi paladini di una qualche giustizia e di una qualche umanità. I primi esempi italiani che mi vengono in mente sono i thriller di Genna, o anche Romanzo criminale, di Di Cataldo, ma non sono certo i soli; mentre l’esempio straniero che mi pare più calzante, e American Tabloid di Ellroy.
A questo genere di fiction può essere ascritto “Quello che veramente ami”, di Riccardo Arena. E, per la precisione, mi piacerebbe inventare, a bella posta, la definizione “romanzo di anti-controinformazione”, dato che in questo libro tutti i credo politici, che pure stanno al centro della narrazione, vengono dichiarati e contraddetti sino alla fine, quando a risolvere la trama provvede la fuga, o meglio il ritorno al punto di partenza, con un viaggio che è anche un salto indietro nel tempo.
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Cancilleri recensisce Franco Enna

di Tina Cancilleri

Di Franco Enna ho letto per la prima volta nel saggio I soliti ignoti, di Salvatore Ferlita . Il suo vero nome era Franco Cannarozzo , ed è un autore dimenticato, ma che ebbe una certa notorietà negli anni ’50 e ’60. (ma.mi.)

Franco Enna. Carnet d’amore

Accade spesso che alcuni autori, dopo il successo iniziale, cadano del dimenticatoio fino a quando qualche “occasionale” lettore non rispolvera la propria libreria e, con essa, le pagine ingiallite di un vecchio libro.
È questo il caso, nell’ultimo periodo, di Franco Enna (alias Francesco Cannarozzo) un prolifico scrittore di racconti gialli (è stato definito il “Simenon italiano”) e di fantascienza, nonché drammaturgo, poeta, giornalista, soggettista e sceneggiatore televisivo siciliano.
Il suo “fervore letterario” si concretizza tra gli anni Cinquanta e Sessanta ed è in questo lasso di tempo che egli pubblica un numero cospicuo di gialli arrivando addirittura a sfornare un romanzo ogni quindici giorni per due anni di seguito, tanto da scrivere complessivamente quasi 150 opere.
Ma…esistono sempre i ma…se da un lato la sua notorietà è relativa alla sua produzione di “gialli d’arte”, dall’altro lato questa etichetta appare assai riduttiva rispetto alla varietà ed eterogeneità di generi e forme letterarie in cui si articola l’opera di Enna.
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Vetro verde

di Angelo Maddalena

Il baratro, il bivio, lu porcu di… No, niente, mi sono già sfogato, anzi, sfracellato contro un muro…Un collo, un corpo, un vetro, verde, al primo colpo no, sono rimasto intatto, impensabile, imprevedibile, vedibile, invedibile… Ora, una volta avevo visto uno, un certo Ivo, che si era buttato come un sacco di patate contro una saracinesca, e cadendo a terra, a peso morto, si era rialzato intatto, manco un graffio… un tuffo, un urlo, un salto, una botta, una caduta… tutto in autoproduzione… Rincorsa, lungo il muro, salto, tipo salto in alto, colpo di reni, di fianchi, spettacolo, stuntman.
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Fosse stato per Assoro

di Enzo Barnabà

Enzo Barnabà mi invia un testo che parla, come spesso capita ai testi di Barnabà, di valguarneresi. ma.mi.

“MAESTÀ, TUTTE QUESTE BELLEZZE LE ABBIAMO FATTE NOI DI VALGUARNERA, PERCHÉ SE ERA PER QUELLI DI ASSORO…!”

Nel gennaio del 1881, re Umberto e la regina Margherita effettuano un viaggio in Sicilia e in Calabria. Felice Cavallotti si augura che sia l’occasione perché i sovrani e i ministri al seguito studino da vicino i bisogni delle popolazioni, ma è deluso: si sprecano piuttosto i ricevimenti, i baciamani arcivescovili, i balli, gli spettacoli di gala, ecc. Nelle stazioni gremite, accanto alle bandiere e alle bande musicali, non mancano gli archi di trionfo fatti di rami e d’agrumi, piramidi di zolfo, altarini da Corpus Domini coi busti dei due sovrani… Onnipresente è uno sciame di funzionari, di personaggi ufficiali che, secondo il deputato dell’Estrema Sinistra, “in queste feste altro non vedono se non l’occasione sospirata, accarezzata in sogno, di mettersi in mostra, di vestir la sciarpa e l’uniforme, di far pompa di sé e del proprio zelo, e tra l’uno e l’altro salamelecco arraffar onoreficenze e ciondolini, o l’occasione per sfogare meschine rivalità”.
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Il pellegrinaggio alla Madonna del Tindari

di Antonio Musotto

Parte I

Era arrivato un telegramma al municipio, indirizzato al parroco, che era fratello del sindaco.
Il segretario comunale, addetto al protocollo, sbirciò dentro il plico giallo paglierino, lesse la firma, Padre Nino.
Padre Nino era il secondo fratello del sindaco, prete missionario per obbligo e non per vocazione. Dicevano in paese, e non solo i quattro ubriaconi che giocavano a tressette sui tavolini sgangherati del bar nella piazza, che era stato lui ad avere violato l’onestà della figlia del barone Spadafiore.
Il barone gli aveva offerto una scelta, o andarsene per sempre dal paese, o maritarsela: siccome Padre Nino era parrino, e non si poteva maritare, l’unica era andarsene. Altrimenti. Siccome non aveva il coraggio di scoprire cosa c’era dopo l’altrimenti, Padre Nino se n’era partito, appresso all’esercito, in Abissinia, a convertire i fratelli somali.
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La traversata andata e ritorno

di Giorgio Ruta

Un racconto che in realtà è quattro racconti. Quattro storie accomunate da un luogo geografico: lo Stretto di Messina. Il racconto fa parte dell’antologia “No ponte ” edita da Città del sole . Lo ricevo da Giorgio Ruta e lo pubblico con piacere. ma.mi.

I
Aprile 1892: Treno Regio Milano-Palermo
Il treno ha fischiato. Sono passate 36 ore e adesso, se non fosse per le gambe anchilosate, l’amaro in bocca e la testa intontita, penserei che quel fischio stridente, prolungato e definitivo, l’ho percepito, in coscienza, non più di mezz’ora fa.
Si, è proprio così: è come se fossi appena uscito dalla stazione di Bonn, sento ancora l’odore del carbone germanico così forte, aromatico. Sento l’abbraccio disperato di Jenny, il vapore della sua pelle amica, il biondume morbido e sincero che ha nuociuto seriamente alla mia volontà di partire.
Oh, quanta crudeltà c’è nella certezza di non rivederla mai più!
Jenny, oh Jenny capirai mai il mio gesto? Capirai un giorno il mio essere figlio dell’Isola, l’isola dei briganti, del sole e delle serpi? Serpe io sono per averti lasciata sola sola sola.
Gli scherzi ingannevoli del tempo che trascorre facendosi largo nello spazio quando da un amore ci si separa e verso un altro ci si incammina.
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Appunti di viaggio: in Grecia

di Giorgio Morale

Giorgio Morale viaggia e annota. Gli appunti del suo viaggio in Grecia. ma.mi.

Arriva l’estate, la grande stagione, e ci disperde. Ci riprende la nostalgia, per il nomadismo, per il mare.

Per un buon viaggio ci vuole un sano stoicismo: siamo cittadini del mondo. Il nostro destino ci raggiungerà ovunque. Una visione antitragica.

Dobbiamo prendere distanza dalle nostre cose, la casa, gli affari, i genitori anziani.

Fino alla vigilia della partenza mi chiedo con Elizabeth Bishop se
“E’ la mancanza d’immaginazione a spingerci
nei luoghi immaginati anziché restare a casa?
E se Pascal sbagliasse sullo starsene
seduti buoni buoni nella propria stanza?”.
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