A Caltagirone, “Era di notti”

Ricevo da Nave Argo e volentieri diffondo. Lo spettacolo è stasera: affrettatevi. ma.mi.

Mercoledi 29 Dicembre alle ore 20,00 presso la Chiesa di Santo Stefano a Caltagirone (CT) verrà rappresentato “Era di Notti” di e con Turi Zinna della Compagnia Retablo di Roma.

“Era di Notti” è un racconto teatrale sulla Natività ispirato alla lauda del 1400 “Ista Laus Pro Nativitate Domini” e ai Vangeli Apocrifi, una storia che si snocciola come una testimonianza. Una storia conosciuta, mille volte ripetuta e ogni volta capace di rivoltare la nostra storia, quella personale, di tutti noi, perché è, ogni volta che la ascoltiamo, una storia nuova, la nostra stessa storia, quella personale, di tutti noi, che ci viene trasmessa come il racconto della nascita dell’Indifeso, del bambino che sta dentro di noi che non si protegge dall’amore del mondo.

E’ il racconto della nascita dello «Sguardo» che travolge la nostra natura di esseri condannati  all’etica dell’utile per rivelarci la nostra natura divina di creature disarmate, col cuore completamente spalancato, di fronte alla contemplazione della Bellezza. Il pastore che la racconta ci è contemporaneo e, al tempo stesso, è contemporaneo della vicenda che narra, è nel cuore di Giuseppe, si ritrova nel travaglio del parto di Maria, sente nascere il bambino dentro di lui, nasce come un uomo nuovo, un bambino, insieme a Gesù bambino.
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L’incidente

di Mauro Mirci

racconto di Natale

L’incidente capitò alle 19 e trenta del 24 dicembre. Non fu un incidente particolarmente grave – appurarono poi che si era trattato solo dell’allentamento di una cinghia di carico – ma abbastanza per scompaginare tutti i programmi per la notte.
Però è meglio essere più ordinati, ché i fatti vanno raccontati nel giusto ordine.
Il negozio di cravatte aveva deciso di fare orario continuato per la vigilia. Chiusura alle 20. La cravatta è un regalo intramontabile, soprattutto se chi le vende ha l’accortezza di aprire una vetrina accanto a un negozio di computer. Da anni tutti l’elettronica era diventata la scorciatoia del regalo di Natale. In questo, si può dire senza tema di smentita, aveva sostituito le cravatte. Per chi – dubbioso, inconcludente e, per di più, giunto alla sera del 24 senza avere deciso il giusto regalo da piazzare sotto l’albero – la scelta del dono pendesse sul capo come una spada di Damocle, l’elettronica era ormai il passepartout delle buone figure. I telefoni cellulari, soprattutto. Con la videocamera, con suonerie mono, poli, cito e sinfoniche, satellitari e telescopici, colorati o tecnometallici, di design o copiati da un modello più costoso. Così per i computer: modelli da desktop, notebook, con monitor al plasma, integrati da tecnologie designate con nomi che erano virtuosismi di eufonie e doppi sensi linguistici, anche se in inglese, e che quindi richiedevano doppia cultura e doppia perspicacia per istigare un sorriso.
Ma parlavamo di cravatte.

A proposito di “Siamo tutti mafiosi”

di Pasquale Faseli

Dal dopoguerra ad oggi la lotta alla mafia, tra alterne vicende, ha fatto registrare perdite di vite umane solo sul fronte dei servitori dello Stato e dei privati cittadini. Un sacrificio inutile perché le cosche invece di indietreggiare hanno conquistato nuovi territori e, con azioni a tenaglia, dal piede dello stivale sono arrivate alla rotula indisturbate. Per ogni cento mafiosi assicurati alla giustizia ce ne sono altri mille pronti a sostituirli perché la mafia non è costituita solo da quelli che delinquono, questi sono solo la punta dell’iceberg. La mafia più pericolosa è quella sommersa, fatta da innumerevoli formiche mafiose che lavorano incessantemente per procurarsi vantaggi ridicoli gli uni sugli altri. Questa mafia sommersa procrea senza sosta quella che delinque, la procrea e la sostiene, trasformando dei semplici criminali in paladini di un costume, di un modo di essere, di un modo di vivere. Il criminale può essere arrestato, annientato; il mafioso mai, perché lui incarna un’idea, e, tolto di mezzo lui, l’idea rimane e lui viene subito rimpiazzato. Dentro ogni mafioso c’è un retaggio culturale così radicato, come di scienza sin dentro la coscienza, che lo fa sentire combattente di una religione non confessata e senza idoli, ma pur sempre una religione.
Vorrei adesso citare due libri per me esemplari su quanto detto sin qui. Il primo è “Dieci anni di mafia. La guerra che lo Stato non ha saputo vincere” di Saverio Lodato. È una sequenza impressionante di inquirenti e forze dell’ordine che cadono sotto la mannaia mafiosa tra l’indifferenza generale. Uomini difensori degli ideali di giustizia, che a un certo punto sentono intorno a loro il vuoto anticipatore della loro condanna a morte. Amici, colleghi e conoscenti, si allontanano, si eclissano, si negano al telefono, ed essi capiscono che la loro ora è vicina, che la loro sorte è ormai ineluttabile; sono cioè dei morti che camminano, oppure morti che ancora non sanno di esserlo, come si usa dire nel gergo mafiato. Poi, dopo il loro assassinio si levano le condanne contro la mafia, si fanno manifestazioni, ci si indigna per qualche ora e, infine, tutto torna come prima. Le indignazione a posteriori sono come le lacrime di coccodrillo.
Il secondo libro è “Il prefetto di ferro” di Arrigo Petacco, Mondadori. (Alcune frasi del libro sono intercalate alle mie nei paragrafi che seguono).
Siamo nel 1924, Mussolini sta compiendo il suo primo viaggio in Sicilia in veste di Presidente del Consiglio. Il programma prevede una visita di quindici giorni, ma se ne torna a Roma con una settimana di anticipo. Cosa gli fa anticipare il rientro?

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