Cartolina dai mari del Sud

di Mauro Mirci

Il rumore delle onde superava anche la barriera della finestra serrata. Copriva persino il ronfare sommesso del condizionatore. L’uomo si mise a sedere sul bordo del letto. Istintivamente tese il braccio sinistro all’indietro, a cercare il fianco della donna, coperto dal lenzuolo di seta a fiori, molto estivo, molto esotico, molto “mari del sud”. La mano di lei prese la sua. Era sveglia.
–  Già sveglio? – disse.
– Sì, saranno le onde – rispose lui, – non ci sono abituato.
– Vivi troppo isolato – disse lei, – dovresti deciderti a cambiare.
– Non è che il mio lavoro non mi piaccia più – disse lui, – è diverso: come se…
– Come se tutto quel che fai non avesse più senso –  lo interruppe lei,- come se ogni gesto ripetuto all’infinito, sempre uguale, sempre senza possibilità di errore e di rimedio, fosse un peso nuovo e insopportabile.
– Ecco – disse lui, – è proprio così.
Gli strinse le dita con dolcezza.
– Pensaci  – disse lei, – possiamo ricominciare insieme.

Eppure solo la sera prima si erano parlati per la prima volta. Si conoscevano, sì, frequentavano gli stessi ambienti, comparivano negli stessi libri e negli stessi programmi televisivi, avevano gli stessi fans. Lui aveva esitato un po’, vedendola davanti al bancone del bar, sola, davanti a un doppio scotch. Anche lei lo aveva notato, appena aveva varcato la vetrata dell’ingresso, con la camicia hawaiana color ananas aperta sul petto. Gli aveva sorriso, da dietro gli occhiali scuri e lui aveva colto il sorriso d’istinto, riconoscendola subito, ma esitando, timoroso che gli avesse sorriso per garbo, non per desiderio di compagnia. Poi gli aveva fatto cenno di raggiungerla.
– Non mi ero sbagliata, sei proprio tu – aveva detto.
– Sì – disse lui, – in effetti contavo che vestito così non mi si riconoscesse.
– Oh – fece lei, – ma sei perfettamente in incognito, tranquillo; non credo che qualcun altro, oltre a me, possa capire chi sei.
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Un saggio su Salvatore Di Pietro

Paroledisicilia.it pubblica un saggio di Marco Scalabrino, tratto dal suo libro “Parleremo dell’arte che è più buona degli uomini”, con prefazione di Pietro Civitareale.

Sul numero di maggio-giugno 2000 di Arte e Folklore di Sicilia di Catania, a dieci anni dalla scomparsa, Lia Mauceri fra l’altro appunta: “Negli anni Venti fa le sue prime esperienze con il teatro siciliano, recitando anche nella compagnia di Giovanni Grasso. Nel 1926 lascia Pachino, il paese natio, e si trasferisce a Catania. Incoraggiato da Vitaliano Brancati divulga i suoi primi componimenti sul “Giornale dell’Isola”, scrive numerose canzoni con i maestri Giuseppe Terranova e Gaetano Emanuel Calì, pubblica nel 1936 il suo primo volume in versi siciliani, Acqua di l’Anapu, diviene collaboratore della RAI curando due programmi, “Sicilia Canta” e “Mungibeddu è ccà”, e in poco tempo un vero e proprio animatore culturale. Fu lui a invitare Salvatore Quasimodo a tenere un recital nei locali del Circolo Artistico, qualche mese prima che gli venisse conferito il Premio Nobel. A Catania il giovane Di Pietro si formerà poeticamente e culturalmente grazie anche all’incontro con il Cenacolo dei Trinacristi.”

Leggi tutto il saggio di Marco Scalabrino