Si può fare, un saggio di Fausto Carmelo Nigrelli sulla sua esperienza di sindaco

di Mauro Mirci

Dopo aver letto questo libro in bozza, mi è necessario una rilettura un po’ più attenta per parlarne. Tra l’altro, non è facile esprimere un giudizio – anche se non un giudizio critico in senso stretto – su un testo che è, sì, saggistico, ma narra anche un periodo importante della vita di chi sta scrivendo queste parole e, per questo, non è sicuro di possedere il necessario distacco e una sufficiente visione d’insieme.
Ma non scrivere qualcosa su questo libriccino che Fausto Carmelo Nigrelli ha affidato ai tipi del Il Mio Libro, è ingeneroso. Mi riservo, questo sì, di scriverne in maniera più compiuta più avanti, quando non solo avrò riletto per bene tutto (eh sì, le riletture, a volte, sono più faticose delle letture, perché bisogna superare i propri giudizi della prima volta) ma avrò anche maturato alcune riflessioni che, per adesso, stanno lì, incomplete e prive delle parole giuste per venire alla luce, diciamo che transitano più dalle parti dello stomaco che delle meningi, in posizione inidonea per essere partorite seduta stante su un programma di videoscrittura. Continue reading

Considerata l’età

di Mauro Mirci

L’espressione della rumena è dura. Mi riprovera sottovoce il ritardo mentre indossa il cappotto, e borbotta qualcosa nella sua lingua. Riesco a distinguere il nome Pietro.
– È il tuo fidanzato? – le chiedo, ma lei mi volta le spalle.
– Paghi mio lavoro, non sono affari tuoi.
Va via. Mi lascia sulla porta. La osservo scendere svelta le scale, mentre le falde del cappotto si aprono come ali e i tacchi alti picchiano sul marmo dei gradini. Tic tic tic, sempre meno rumorosi, sempre più lontani. Sento il portone aprirsi, giù. Un motore passa e s’intrufola per un istante nell’androne, poi svanisce. Il portone si chiude. Più nulla.
Appendo la giacca all’attaccapanni
– Maria – sento urlare. Allora entro e mi chiudo la porta alle spalle spingendola lentamente ma con decisione contro lo stipite. Lo scatto della serratura ben oliata sancisce il passaggio di consegne e, al tempo stesso suona alle mie orecchie come il benvenuto della casa in cui sono cresciuto, abbandonata per vivere un poco di vita e ritrovata per fatti contingenti.
– Maria – urla ancora mia madre. La sento spostarsi. Il rumore caratteristico di mamma: un fruscio di veste da camera, uno sbatacchiare di ciabatte, qualche lamento contro il mal di schiena e gli anni impietosi. Mi volto perché possa vedermi bene. Lei attraversa soglia e si affaccia nel corridoio.
– Ah, sei tu. Dov’è Maria?
– Oggi è giovedì.
Le vedo fare il muso storto.
– Oggi è martedì.
– No, mamma, è giovedì.
Con la mano mi manda a quel paese e rientra in cucina. La seguo. Sta finendo di avvitare la caffettiera grande, quella da sei tazze.
– Potevi preparare quella piccola.
– Vengono anche la nonna e le zie.
Nota il mio disappunto.
– Avete avuto questioni?
Mi riprendo subito. – No – dico, – nessuna questione. Ci sono le tue sorelle?
– Erano qui prima. Adesso sono salite al piano di sopra, non le hai incontrate? Ma gli ho detto che mettevo su il caffè, quindi tra poco tornano.
Al piano di sopra. Nell’appartamento di nonna.
– Siediti – dico a mia madre.
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Conosco l’amore meglio di voi. Un pretesto per narrare l’isola nell’isola.

di Mauro Mirci

Enna, il capoluogo di provincia più alto d’Italia, è una costante dei romanzi di Andrea D’Agostino. Fa da scenario al suo Mi mangiassero i grilli e, dopo qualche anno, la ritroviamo anche nel recente Conosco l’amore meglio di voi. Ma, se nella prova narrativa dei Grilli, era il luogo delle reminiscenze infantili e adolescenziali, nel più recente romanzo, pubblicato dall’editore torinese Codice, Enna ha più le sembianze di un luogo archetipo, idealizzato, idoneo a far da sfondo alla rappresentazione dei personaggi che D’Agostino sembra prelevare dalla cronaca nera. Quale altro luogo potrebbe, del resto, ospitare in maniera più appropriata un racconto che, nei toni, nel disegno dei protagonisti, nelle loro azioni, nell’accumularsi e susseguirsi dei fatti e delle conseguenze, ha le coloriture e i timbri della tragedia greca? Un monte alto mille metri che si eleva deciso al di sopra di un panorama di colline spoglie, dove le tonalità del giallo predominano su quelle del verde. Luoghi che da sempre sono patria di ninfe, satiri e dei. Dove anche il brutale rapimento di una fanciulla, la sua reclusione nel regno degl’Inferi, diviene racconto mitico e malinconico di un amore prima estorto e poi concesso al prezzo di altro dolore. Continue reading