I mostri di Francesco Randazzo

di Mauro Mirci

Francesco Randazzo è uno scrittore che non mi delude mai. Sin da quando lessi il suo “Cronache di prodigiosi amori”, romanzo eroticomico ambientato nella Sicilia ottocentesca e condannato (spero solo ancora per poco) a essere goduto solo da pochi fortunati, mi sono formato la convinzione che avrei amato ogni cosa scritta da questo autore dal multiforme ingegno e dalle variegatissime capacità artistiche. Adesso che è uscito, per i tipi della giovanissima Lupo editore, il volumetto “Con l’insistenza di un richiamo“, la mia opinione è confermata, mentre cresce lo stupore nel constatare come Randazzo sappia cimentarsi, con risultati egregi, con forme narrative sempre diverse, passando dal romanzo grottesco (il già citato “Cronache di prodigiosi amori”, Lampi di stampa), al racconto brevissimo surreale (“Papier mais”, Fara editore), al testo teatrale granguignolesco (“Otello il Nivuro di Mazzaria”, Bulzoni). Adesso questi sei racconti contenuti in “Con l’insistenza di un richiamo” ci rendono conto della sua capacità di confrontarsi con una quotidianità passata al vaglio di una personalissima sensibilità. Sono storie nelle quali la cifra stilistica di Randazzo è ben riconoscibile, ma dove il surreale che tanto gli è caro trova poco spazio, tranne che in “Other life” (il riferimento a Second life, direi, è esplicito). Continue reading

Colore cane che corre

Ricevo questo racconto da Enzo Barnabà. L’autore è Andrea D’Agostino, ennese nato per puro caso a Trieste e autore, qualche anno fa, del bel romanzo “Mi mangiassero i grilli” (ed. Fernandel). Colore cane che corre è apparso sul numero 02 del taccuino letterario Portosepolto,ma.mi.

Colore cane che corre
di Andrea D’Agostino

C’era la nebbia sfilacciata e sottile. Le pecore dormivano in cerchio, fitte, senza fiatare. I cani sparpagliati per terra, sbadigliava qualcuno. Erano scattati di colpo, si erano messi a latrare. Era arrivato il cavallo, sul cavallo il campiere. La nebbia gli mulinava dietro le spalle.
«Vincenzo», mi aveva chiamato, «il barone con te vuole parlare.»
Tre spiragli sul pastrano, all’altezza del petto. Raccontava: quella notte, gli spari, pallottole di carabiniere. Io sospettavo le tarme.
«Che vuole il barone?»
«Ti vuole parlare.» Continue reading

L’asino che bevve la Luna

di Giorgio Ruta

Dopo “La traversata”, un altro racconto di Giorgio Ruta. Una favola deliziosa e poetica.

Rocco aveva diciassette anni, si era fatto robusto ormai. Lavorava come garzone appresso alle pecore da quando ne aveva quattro, insomma, da quando aveva iniziato a correre-gridare-fischiare con disinvoltura, al momento in cui era stato lanciato nel mondo degli adulti, non era passato molto tempo.
Faceva parte di una famiglia numerosissima e poverissima: era il dodicesimo figlio, il penultimo, almeno fino a prima che ne compisse cinque. Perché il 31 dicembre, all’insaputa dei più, sua madre, la Gnà Cava sgravò per l’ultima volta. Del resto suo marito, u Gnù Liborio, maniscalco apprezzatissimo, non poteva pretendere di più da una donna di 47 anni, secca come una pala di ficodindia. Nacque una femmina e a scanso di equivoci la chiamarono Abbasta.
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Come da copione

di Maddalena Mongiò

Finita la commedia, cala il sipario. Qualche brusio accompagna la parola fine, qualche commento sottolinea aspetti della rappresentazione. Poi, tutti a casa o in un locale a mangiare qualcosa. Alla tv uno spettatore mordi e fuggi non bastava , la tv ha bisogno di incatenarci alla poltrona per tenere alta la famosa audience. Così, con un semplice rimescolamento di generi, siamo giunti alla fiction e ai reality che fidelizzano lo spettatore.
La spettacolarizzazione del bagaglio esistenziale, triste o truce o volgare otrash o truculento o inutilmente violento: la naturale evoluzione dell’intrattenimento a oltranza. Così ci siamo sorbite le vicende della Franzoni, dei coniugi di Erba, degli studenti di Perugia, come format televisivi ossessivi. Continue reading

O acampamento / L’accampamento

di Aricy Curvello. Adattamento di Marco Scalabrino

Quello che segue è un adattamento in italiano della poesia “L’accampamento”, del brasiliano Aricy Curvello (Uberlândia, MG,1945).Poeta, saggista, traduttore, durante il periodo della dittatura militare (1964-1985), fu perseguitato per avere aderito ai movimenti di riforma sociale.
[qui la sua biografia]

Do que deixaste atrás e do que ainda virá de mais
longe sobre mais sombra,
chão noturno, mais noite que a noite,
mugem na Amazônia palavras sem poema
absurda coleção de pragas.
Onde a floresta começa, o Brasil acaba?

(Ciò che si è lasciato dietro e ciò che verrà avanti
consiste d’ombra,
landa notturna, notte più che la stessa notte,
muggine d’Amazzonia parole senza poesia
assurda collezione di bestemmie.
Dove la foresta inizia, il Brasile finisce?
)

Leggi la versione originale e l’adattamento in italiano in pdf