‘ATREBBIL

di Mauro Mirci

Il paese ci accolse in silenzio. Il comandante precedeva la colonna sul suo grande cavallo nero; aveva l’aria spavalda, come sempre. Non gli avevo mai visto mostrare indecisioni e a volte mi faceva paura l’assoluta inespressività dei suoi occhi. Avanzavamo in mezzo alla polvere che le scarpe malandate dei soldati sollevavano dalla trazzera ripida e irregolare. Giunti all’altezza delle prime case la trazzera si mutò in un acciottolato irregolare, meno ripido ma ugualmente polveroso. Il caldo era atroce e le borracce erano vuote anche se erano passate solo due o tre ore da quando le avevamo riempite l’ultima volta.
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Scrivere

di Antonio Musotto

Di come un pacifico farmacista commetta delitti armandosi nottetempo di appuntite parole e taglienti verbi.

Scrivere:
con il gesso, con la matita, con la penna a sfera, con la penna stilografica, con monosillabi arroventati, con denso inchiostro di sangue.
Scrivere sulla carta, sui muri con le bombolette spray, per terra con i colori del madonnaro, scrivere nella memoria, scrivere sulla sabbia, scrivere la storia sulla pelle altrui.
Imparare a scrivere, aste trattini e punteggiatura varia, migliorare la propria scrittura, scrivere un pensierino, un tema ,una tesi, una ipotesi, un poema, scrivere una sentenza, scrivere una condanna a morte, scrivere un certificato di nascita, scrivere un assegno, scrivere una domanda di assunzione, scrivere una lettera di dimissioni, scrivere al frullatore genetico che ti ha generato, scrivere l’ultima lettera del suicida.
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Zia 88

Scritto da Renato Candida
e presentato dal di lui nipote Marco Candida

RENATO CANDIDA, IDILIO DI PROVINCIA (un racconto ricopiato)
Uno di questi giorni che sono stato a casa da lavoro (22 Ottobre; 29 Novembre) sono salito sul solaio e ho dato un’occhiata a vecchi scatoloni e a una serie di libri tutti impolverati. Alla fine ho portato di sotto questi libri: Zanna Bianca, Le Novelle di Perrault (Edizioni A.&G. NETTUNO OMNIA Bologna), Questa Mafia e Idilio di provincia di Renato Candida (Edizioni Salvatore Sciascia Caltanisetta Roma).
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Serata in famiglia

di Franz Krauspenhaar

Mi svegliai con un gran mal di testa, decisi di uscire a prendere una boccata d’aria. Non è come in campagna o a Los Angeles l’estate scorsa, a Downtown, posto tremendo, si, ma almeno ero libero, si respirava, andavo dove mi pareva e con un bel po’ di dollari in tasca. Camminavo senza meta. Il sole sbatteva furioso sull’asfalto molle. E dire che ieri era una giornata come tutte le altre. Certo, un po’ troppo calda per i miei gusti.

Decisi di telefonare alla mia fidanzata. “Perché sei ancora in casa?” le chiesi. Mi rispose che oggi non lavorava, che aveva preso un permesso. Di lei non m’importava più niente ma non mi decidevo a lasciarla, in fondo a qualcosa di losco e fradicio mi era servita, e in svariate occasioni.
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Bidone azzurro

di Mauro Mirci

– ‘U vidi, Vicè? E’ un pericolo per la circolazione. Bisogna levarlo subito dalla strada, prima che arriva qualcuno e se lo butta sotto.
Il brigadiere Vincenzo Tumminia rimase per qualche secondo a osservare il grande bidone azzurro che occupava la carreggiata della provinciale. Un normalissimo fusto cilindrico da duecento litri, di quelli utilizzati per trasportare gli oli minerali; poggiato sull’asfalto come se da un momento all’altro qualcuno dovesse venire a riprenderselo. Tutto regolare, se non fosse stato per il fatto che al centro della strada provinciale era decisamente fuori posto. Il brigadiere si cavò il berretto per rinfrescare la testa calva e migliorare la qualità del pensiero.
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Notte di guardia

di Michele Rocchetta

Nebbia fitta; di quella nebbia che fai fatica a vedere la punta delle scarpe, che fai fatica a capire esattamente dove ti trovi. Di quella nebbia che bagna ogni cosa come pioggia battente, che entra anche negli interstizi più sottili, che intride i tessuti e il legno, rendendoli fradici.
Una nebbia della madonna, insomma.
“Non si vede una minchia, stasera. E che minchia ci stiamo a fare qua fuori, stasera, se non si vede una minchia?”, Vincenzo Perrone sbuffò sonoramente, facendo fatica a distinguere il proprio fiato nel nebbione. “Quanti gradi abbiamo?”
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Il tesoro di Biagio

di Giovanni Monasteri

Brasi Mezzalenticchia

Fu l’uccisione del mulo il primo dei numerosi peccati che dannarono Biagio Marotta. Gli fracassò il cranio. E non con una schioppettata, né col dorso della zappa o con un mazzapicchio, ma con un pugno. Sì, proprio un pugno in mezzo alle orecchie, su quella testaccia di mulo impenitente. Lo zio Suoledilegno aveva visto coi suoi occhi quel pugno poderoso abbattersi sulla povera bestia come il maglio del maniscalco sull’incudine , e quella, colpita a morte, stramazzare per non più rialzarsi. Lui stesso, Biagio, aveva raccontato il fatto per filo e per segno, e quasi se ne era gloriato.
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Confessioni di un guerriero ignoto

di Drazan Gunjaca

Maledetti sogni. Quando tutti ti lasciano in pace, ossia quando con la forza di volontà ti convinci dopo tutto di valere di più dei ricordi, questi ti raggiungono, di solito tra le 2 e le 3 del mattino e allora, completamente inebetito e perso, ti rigiri madido di sudore nel letto che sembra più uno stivale spagnolo dell’epoca dell’inquisizione che un posto dove riposarsi dalla realtà… Ti dimeni nelle giungle del passato tentando di uscire alla promettente luce del giorno… che però non sorge.

E così la vita rotola giù per le scogliere taglienti e appuntite che non sai se appartengono al sogno o alla realtà. Oppure né all’uno né all’altra, così diventi uno di quei cosiddetti casi limite, né in cielo né in terra, dimenticato e disprezzato da tutti. Nessuno ti vuole nel proprio mondo. Né i santi né i peccatori. Mentre i confini tra i loro mondi, anche se esistono, continuano a spostarsi su e giù, sempre nella direzione opposta da dove tenti di trovarli. Chissà se mi lascerebbero passare quel confine nel caso riuscissi a trovarlo.
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Hotel Africa

di Adriana Iacono

Quattro, di più, cinque stelle extralusso.
L’albergo prospiciente il mediterraneo blu, sporge pericolosamente sulle azzurre argille del mare africano. Canale di Sicilia, costa meridionale, ultima frontiera d’Europa.
A destra un’enorme baia di finissima sabbia dorata bordata da un boschetto di pini marittimi ampiamente corroso da una lunga schiera di seconde case. A sinistra risaltano le ciminiere della centrale elettrica, alte, slanciate, eleganti nelle loro inconfondibili striature rosse e grigio. Si ergono sul fitto intreccio di tubi e acciaio caratterizzando il paesaggio con quel tocco di fervida attività umana che non si ferma davanti a niente e ostinata produce senza sosta. Le torri svettanti fumano orgogliose della loro produttività 365 giorni all’anno e d’estate guardano sprezzanti i bagnanti sudaticci che ammollano le trippe sul bagnasciuga.
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Tre su tre

di Antonio Musotto

Ermes picchiava sulle corde del basso elettrico. Lui non era del tutto convinto che la sua vita stesse imboccando la direzione giusta. Andò fuori tempo, gli altri si fermarono e lo guardarono, arrossì.
Lui stava ancora pensando a come, nella cantina della casa della madre di Monica, avesse avuto una deprecabile eiaculazione precoce, sporcandole la t-shirt nera con il logo dei franz ferdinand .
Ermes rivedeva con orrore nella sua testa il film della reazione violenta e isterica di Monica.

Andò di nuovo fuori tempo. Il chitarrista alzò le braccia e disse “cazzo”, il batterista lanciò le bacchette contro la saracinesca del garage, lui staccò il jack dall’amplificatore, mise il basso elettrico a terra, disse agli altri “cazzo, non ho testa “, si rimise il giubbotto di jeans, alzò la saracinesca, uscì dal garage, si avviò senza riflettere verso la casa di Monica.
Sentì un brivido nella schiena, sarà l’umidità pensò, e cercò di spegnere il videoclip di Monica furibonda nel suo cervello.
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