Queerblog.it intervista Cinzia Pierangelini

Sicilia, amori transessuali e una gatta filosofa

Cinzia Pierangelini nel suo romanzo ‘A jatta ci racconta dell’amore tra Alfredo, segretario scolastico in pensione, e Andrea, una transessuale. Il tutto ambientato in Sicilia, presente oltre che nelle descrizioni anche nel ricorso ad alcune espressioni dialettali. Fra gli altri personaggi c’è Giorgio, un violoncellista, e una gatta filosofa che, come dice l’autrice, è la coscienza del libro. Si naviga in una marea di emozioni nel leggere questo secondo romanzo della Pierangelini che, per noi di Queerblog, ha risposto ad alcune domande.

Nel “sentire comune” il mondo di una donna-madre è quanto di più lontano possa esserci da quello di una donna transessuale. Cosa ha spinto, dunque, una madre come te a raccontare una storia di “trans”?
Non scelgo mai le storie che racconto, vengo scelta. Detto ciò credo ci siano un paio di elementi significativi, del e nel mio narrare, che possono chiarire il punto: racconto spesso di gente che vive come fosse un po’ a disagio nel luogo, nel corpo, nella condizione che gli è stata assegnata dal destino. Amo questi personaggi che in fondo vorrebbero essere altrove e altri. Poi, sono una scrittrice-chioccia, nel senso che tendo a dare una chance, a proteggere i miei personaggi, anche i cattivi… figuriamoci i buoni! Come non essere affascinata da una sofferenza così ‘inutile’, gratuita come quella delle e dei trans. Inoltre sono sicura che una madre non è affatto lontana da una transessuale: la differenza sta tutta nel ‘figlio’. Ma la madre è madre anche senza figli, anche senza ovaie e spesso non lo è pur avendo prole.

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Settecani

di Cinzia Pierangelini

“ La lingua nun havi l’ossa
e rumpi l’ossa.”

La prima volta che vidi Settecani avrò avuto otto anni. Era un pomeriggio di primavera, e passeggiavo sul corso con mia madre e mio fratello. Settecani apparve in fondo alla strada: una visione inquietante, irreale.
Come ogni mamma che, seriamente irritata, usa minacciare la propria pestifera discendenza con frasi del tipo: piantala di fare i capricci o chiamo l’uomo nero, il ba-bau, l’orco e così via, “Eccolo, guardate!” disse quel giorno mia madre, stremata dai nostri continui capricci, “Adesso vi piglierà, così imparate a fare i monelli!” Dovette certo pentirsi di quella stupida frase, perché passò le nottate seguenti a consolare mio fratello che sognava le bestie di Settecani, e si svegliava gridando, sudatizzo e terrorizzato.
Settecani non era certo il nome dello sconosciuto, ma l’epiteto che adottò la gente per il mio eroe misterioso. Dalla sua comparsa in paese, infatti, l’uomo non si separò mai da sette cagnacci ringhiosi, che lo adoravano e impedivano a chiunque di avvicinarglisi. Non che ce ne fosse bisogno in realtà, ché escluso me, tutti s’impegnavano a mettere la maggior distanza possibile tra la propria persona e Settecani.

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Genovese su Scalabrino

di Mirella Genovese

In Tempu (Federico ed., Palermo) è contenuto questo saggio, in cui Mirella Genovese parla di Marco Scalabrino e del suo lavoro di promozione e studio della lingua siciliana. Anche se:
“L’affermazione dell’esistenza di una lingua unitaria in Sicilia e di una sua storia unitaria segna una svolta decisiva nella ricerca dialettologica siciliana e sembra contraddire quanto dichiarato da Salvatore Di Marco in “Dialetto siciliano e scrittura letteraria: il senso inevidente di una scelta radicale”, che scrive: “E cioè che il dialetto siciliano non è una realtàomogenea così come omogenea non è la storia linguistica della Sicilia. Gli studiosi, almeno dai tempi di Corrado Avolio per giungere fino ai nostri giorni, ce lo hanno spiegato benissimo”.

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Hoffmann. Parto

di Marco Scalabrino

E’ la ricerca del senso della vita il motivo dominante di questa silloge di poesie di Inês Hoffmann, proposta nella versione in Italiano del poeta Marco Scalabrino che, fedele al testo in lingua portoghese, con un linguaggio ora visionario, ora perentorio, ora velato di malinconia, ci introduce nelle profondità dell’anima, nel disordine della mente e nell’innocenza del cuore.
L’autrice sceglie l’esilio, l’auto-segregazione per sfuggire all’angoscia dell’esistere, si rifugia nella solitudine “per potere sognare / e piangere … / per rimpiangere / quel grande amore / che si è smarrito / per strada / nell’Autunno, / nell’Assenza”.
Lontana dal consorzio umano e dal clamore del mondo, spia la vita che scorre al di là del muro e non vive. Il vagheggiato spazio di libertà, dove “consegnare la vita al tempo”, volare “libera / per i mondi, / totalmente slegata / dal corpo” e raggiungere luoghi lontani, si rivela un labirinto nel quale gli specchi della paura riflettono i fantasmi che si levano con le loro “fisionomie deformi e dissolute” dal fondo buio dell’inconscio, trascinandola nella danza maledetta “degli esseri / senza memoria, / senza intelletto, / senza salvezza … di coloro il cui senno bazzica la luna”.
In una solitudine metafisica, che non la protegge neanche da se stessa, Inês deve fronteggiare gli attacchi della “bestia nera e ributtante” che dilania e lacera il seno e stordisce con “le sue ali furibonde”. Non le resta che misurare lo spazio infinito che si stende attorno a lei e l’abisso nel quale i suoi due “sé” si affrontano in una lotta cruenta che si conclude sempre con un “verbale di coesistenza” e la resa di entrambi.

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Della traduzione poetica

di Marco Scalabrino

Nat Scammacca, poeta, narratore, fondatore nel 1968 dell’ANTIGRUPPO, in uno dei suoi testi che io ho avuto il privilegio di volgere in Siciliano (POEMS PUISII – 1999), ebbe a scrivere che la poesia “pigghia tantu di ddu spaziu nna lu chiù nicu di li cucchiarini chi ci vulissiru misati sani pi travirsàrilu di punta a punta”. E Stanley H. Barkan, poeta ed editore newyorchese, ha focalizzato: “Translation is really transmutation. The important thing is for the poem to be a poem in the target language”.

Nella sua responsabilità, sensibilità, conoscenza e coscienza – George Steiner asserisce che la traduzione, prima di essere esercizio formale, è “un’esperienza esistenziale” e insiste sulla necessità del traduttore letterario di rivivere “l’atto creativo” che ha prodotto la scrittura dell’“originale” – il traduttore assolve ad entrambe le attribuzioni, soddisfa entrambe le condizioni: attraversa ovverosia “il cucchiaino” e lo riconsegna mutato in una nuova espressione nella lingua di destinazione. Mutato, giacché, osserva Georges Mounin, il linguaggio non è un semplice oggetto che si può “trasferire” senza subire modifiche, variazioni, dilatazioni, alterazioni, limitazioni e mutamenti.
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