Giufà, il direttore generale e il medico disubbidiente

di Mauro Mirci

Il problema non sta tanto nel raccontare bene le storie, quanto nel trovare le storie da raccontare. A raccontare le storie sono più o meno tutti capaci. Basta avere chiaro in testa qual è l’argomento, non perdersi in divagazioni e arrivare alla fine senza stufare chi legge (o ascolta). Se poi c’è un colpo di scena finale tanto meglio: l’attesa non sarà stata vana. A raccontare storie sono bravi anche quelli digiuni di lettere. Questa è una cosa che so sin da bambino, quando la signora Maria, un’anziana vicina di casa che badava a me ogni tanto, mi sedeva su una seggiolina e mi teneva lì raccontandomi di Giufà e delle sue stramberie furbe e sciocche al contempo. Ricordo con nostalgia la volta che, anche lei seduta e con le mani giunte in grembo, iniziò a narrarmi di come Giufà, cacciatore per l’occasione, se ne andava in giro per le campagne all’alba in cerca di un “canta-la-noit” (gli amici amanti del piazzese scritto mi perdoneranno, spero, la grossolana ortografia) da sparare, perché sua madre gli aveva detto di questo animale (un gallo? Mah, chi lo sa?) che cantava col primo sole e aveva carni deliziose. E il bello è che Giufà il “canta-la-noit” lo trovò sul serio, lo accoppò e se lo portò a casa tutto orgoglioso.
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