Nino Savarese, il fascino discreto della saggezza

L’autore ennese, ingiustamente poco noto, fu molto apprezzato da Leonardo Sciascia e Vincenzo Consolo. Possibile che l’industria culturale continui a ignorarlo?

<Salvatore Scalia*
L’ombra s’addice ad uno scrittore discreto ed appartato come Nino Savarese. I suoi libri costituiscono così scoperta piacevole per pochi intimi, per avventurosi esploratori delle meraviglie nascoste della letteratura siciliana. Non che manchi, o sia mai mancata, l’attenzione dei critici e degli studiosi, anzi copiosa è la messe delle analisi dell’opera dello scrittore nato a Enna nel 1882 e morto a Roma nel 1945. Ma il non essere mai divenuto autore noto al grande pubblico nasce dal suo essere stesso, dalle sue intime propensioni, dall’attenersi alla discrezione, da una propensione al vivere appartato, dal dispregio per l’effimero, dal culto per i ritmi millenari della natura al cui confronto impallidiscono le azioni umane, anche le più grandiose o distruttive.
Savarese perciò aveva come punto d’osservazione ideale la sua Enna, la campagna ennese e il piccolo podere di San Benedetto.
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Mario Rapisardi secondo De Gubernatis

Ricevo da Silvio Ulivelli e volentieri diffondo. ma.mi.

Il profilo biografico di Mario Rapisardi scritto da Angelo De Gubernatis nel 1912, e mai più ristampato esce in una nuova edizione completa di introduzione, nota biografica e commento al testo. L’Autore indugia soprattutto sulla personalità morale del poeta catanese, cercando di riscattarla dalla «fosca leggenda» costruitagli intorno dai suoi nemici; sono invece trascurate le contingenze private e pubbliche della sua vita, d’altronde povera di accadimenti. Il libretto comincia con il ritratto del carattere e dello stile di vita del Rapisardi, abbozzato in una nota di Amelia Sabernich, sua fedele compagna dal 1885; seguono pagine autobiografiche del Rapisardi, tratte da Peccati confessati del 1883, che rievocano la formazione morale e letteraria del poeta fino ai vent’anni.
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Giustizia per Francesco

di Mauro Mirci

E’ la metà di settembre del 2005. Francesco Ferreri, tredici anni, non fa ritorno a casa. Tutti i suoi compaesani di Barrafranca, in provincia di Enna, sono coinvolti nella ricerca. Alla fine Francesco viene trovato: il suo corpo giace in un calanco di contrada Bessima, un luogo che molti utilizzano come discarica. E come un rifiuto qualcuno (il suo assassino,o almeno un suo complice) lo ha abbandonato lì, tra carcasse di frigoriferi e calcinacci. Ucciso con numerosi colpi alla testa. Partono le indagini. A marzo dell’anno successivo vengono arrestati quattro adulti e un minorenne, che però, per la sua giovane età, non è imputabile. Si parla di pedofilia e stupri. Forse Francesco non aveva voluto subire, oppure aveva subito e voleva denunciare. I quattro adulti vengono tutti condannati in primo grado. Un ragazzino, coetaneo di Francesco, testimonia per l’accusa: afferma di avere riconosciuto uno dei sospettati e la sua testimonianza sembra decisiva. Anche una ragazza, inizialmente, testimonia contro i sospettati. Poi però ritratta. Sembra, comunque, di essere giunti alla verità. Una verità terribile, ma comunque anticamera della giustizia.
E invece no.
Nel maggio del 2010 la corte d’appello di Caltanissetta assolve tutti gli imputati. Che, è vero, affronteranno anche il terzo grado di giudizio, ma rimangono innocenti sino a che non verrà dimostrato il contrario.
L’assassino di Francesco, quindi, rimane ancora senza nome e, se il terzo grado confermerà l’appello, quel nome rimarrà forse ignoto per sempre.
Chi ha ucciso Francesco Ferreri, dunque? E perché.
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Ancora sul Domina 2010

Ricevo da Michele Antonellini e volentieri diffondo. ma.mi.

“DIARIO DI CLASSE” di Emanuele Marfisi (Discanti editore) vince il Premio Domina

“Diario di classe”, romanzo d’esordio dell’autore imolese Emanuele Marfisi – che narra le vicende di un alunno degli anni Ottanta, oggi maestro precario nella provincia bolognese – ha appena ricevuto due importanti riconoscimenti.

L’opera si presenta come un efficace ritratto, spesso ironico, della generazione che è stata adolescente durante gli “spensierati” anni del disimpegno.
La vis narrativa (vivace, edificata su battute destinate a suscitare riso e sorriso) ha consentito al romanzo di concorrere al Premio nazionale di letteratura umoristica Umberto Domina di Enna. Premio che Marfisi ha vinto.

Il romanzo si è anche classificato secondo ex aequo a un altro premio nazionale: il Cava de’ Tirreni. Per un approfondimento sul libro (sinossi, estratti, recensioni) è possibile consultare la scheda pubblicata sul sito dell’editore www.discantieditore.it.

Nella foto allegata, l’autore riceve il premio Domina da Giuseppe Monaco, presidente della provincia di Enna.

Michele Antonellini
Discanti editore
via Cairoli 7
48012 Bagnacavallo (Ra)
tel. e fax 0545 63002
www.discantieditore.it
e mail segreteria@discantieditore.it

Disastri annunciati!

Come accade da qualche anno a questa parte, con mio grande piacere e onore, mi è stato chiesto anche per il 2010 di intrattenere per un pomeriggio gli iscritti dell’Università Poolare del Tempo Libero “Ignazio Nigrelli”, di Piazza Armerina.
Come accade ormai da qualche anno a questa parte (tranne, credo, i primi due), gli organizzatori delle attività dell’UPTL hanno mi hanno chiesto sin da agosto di fornire il titolo della mia chiacchierata (pubblicano il programma a ottobre, mi pare, e quindi devono avere lo idee chiare un po’ prima, anche per motivi tecnici), e io ho atteso fino all’ultimo minuto per darlo. Quest’anno, poi, alla ennesima telefonata di sollecito, consapevole di non avere la più pallida idea di cosa volevo raccontare, ho risposto semplicemente citando il titolo di un racconto, “Preannunzio di disastro“, che qualche amico benevolo ha pubblicato online, e qualche altro amico condiscendente ha letto.
Intavolare un monologo di un’ora e mezza, magari seguito da dibattito, sulla semplice base di un titolo sparato là per là, è tutta un’altra cosa, però. M’è toccato lavorarci un po’, dunque. Nè è venuto fuori un canovaccio, che spero di essere capace di rispettare e, ancora di più, spero non si riveli causa di noia e sbadigli.
Tema (ma era facile prevederlo): disastri. Grandi e piccoli, globali e non.
Si parlerà di lord britannici che si guardano in cagnesco, di vulcani dell’Oceania, di Waterloo, di navi inaffondabili e iceberg (be’, nessun mistero, direi), di ATO rifiuti, di alcune pagine deliziose di un libro pubblicato (probabilmente ma non sicuramente) a spese dell’autore, di linea, e, forse (ma magari no), di ira divina e lussuria.
Domani, mercoledì 12 maggio, alle 17 e 30, scuola media Cascino di Piazza Armerina.

I Mimi di Lanza in inglese

Francesco Lanza, autore valguarnerese poco noto ai più, viene tradotto in inglese. Per la precisione è “Mimi siciliani”, la sua opera più famosa, ad aver subito la trasposizione nella lingua di Shakespeare. Di questo libro Vincenzo Consolo scrisse: “I Mimi sono il più straordinario, singolare, originale libro del novecento italiano”, ma certo non devono avergli creduto in molti se del volume è così difficile rinvenire traccia nelle librerie, e proprio chi scrive, sentendosi rispondere picche da un rinomato rivenditore di libri online, dovette ripiegare su un’edizione assai impolverata, malmessa e, a dire il vero, poco curata, che trovò su una bancarella paesana.
In ogni modo, su francescolanza.it – il bellissimo sito curato da Enzo Barnabà e Sebastiano Giarrizzo – potrete leggere i Mimi in formato pdf.
Sul medesimo sito, poi, se vi intendete dell’idioma anglosassone, avrete l’opportunità di leggere, gratis, la prefazione di Gaetano Cipolla ai Mimi in inglese, nonché la traduzione di alcuni brani del libro di Lanza.
Infine, giusto per non farsi mancare nulla, un video di Andrea D’Agostino che legge i Mimi.
E’ tutto.

Pensava fosse un cane e invece era la sua nemesi

di Mauro Mirci

Tatar Sarari ha 45 anni, è marocchino, vive a Enna. Il 25 di agosto del 2009, è martedì sera, se ne sta seduto davanti a un bar a Pergusa. Non conosciamo le condizioni climatiche. Data la stagione, la latitudine e la personale esperienza, immaginiamo condizioni caldo-umide degne di una foresta pluviale. A tali condizioni possiamo, volendo, associare una birra ghiacciata da almeno 400 cl, non di meno. Insomma, dipendesse da noi, preferiremmo. Tuttavia, Tatar Sarari è marocchino, è possibile non beva alcolici perché mussulmano, oppure astemio, oppure soltanto perché la birra non gli piace e preferisce bere altro. Allora facciamo che abbia davanti un bicchierone di aranciata gelata.
La spalliera della sedia sulla quale si trova sfiora la parete esterna del locale, lui guarda la strada (a Pergusa i locali si trovano lungo la statale 561, che attraversa l’abitato). Accanto a sè ha un bastone, appoggiato al muro.
Passa un cane, un “meticcio randagio di grossa taglia”. In realtà questa descrizione ci dice poco. Diciamo allora che si tratta di un grosso cane, pelosissimo, alto una settantina di centimetri al garrese. Avrà sei o sette anni. E’ fulvo, con una stella bianca sulla fronte, il pelo arruffato, grandi orecchie pendule, lo sguardo da povero diavolo. Qualcuno gli ha mozzato la coda, anni fa. Per divertimento. Lui ci ha sofferto un po’ perché la coda gli serviva per mangiare. La dimenava, festosa, davanti agli avventori dei locali che affacciano sulla SS561, e quelli s’intenerivano e gli allungavano un boccone.
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Preannunzio di disastro

di Mauro Mirci

Nel dicembre del 2003, una disposizione della Regione Siciliana obbligava i comuni a costituirsi in società per azioni che avrebbero dovuto gestire il ciclo dei rifiuti di ogni ATO (Ambito Territoriale Ottimale). Nell’isola ne vennero individuati un po’ meno di trenta. La norma prevedeva che se i comuni non avessero agito nel senso indicato, le procedure sarebbero state comunque condotte da un commissario ad acta, a spese degli enti inadempienti. Alla mezzanotte del 31 dicembre 2003, gli ATO erano una realtà, almeno sulla carta. A metà del 2004, quasi nessuna – e forse proprio nessuna – delle società aveva ancora raccolto un solo sacchetto della spazzatura. I comuni continuavano gestire e a pagare i servizi, anche se, formalmente, non avevano più il potere né il dovere di farlo.
Ma gli ATO non erano ancora in grado di farlo.
La situazione era discretamente ingarbugliata.
Partirono dei fax da Palermo. Erano le convocazioni di molti tavoli tecnici, uno per ogni ATO.

* * *

Mi telefona il capo.
— C’è un tavolo tecnico a Palermo.
— Devo venire anch’io?
— Vuoi venirci?
Nicchio un poco, perché col mio capo, di questi tempi, non corre sangue dolce, ma poi penso che è un buon Cristo, in fin dei conti, e forse ha bisogno di un po’ di conforto.
— C’è anche il vicesindaco.
Il vicesindaco è il prototipo di quello capitato lì per caso. Un esemplare politico tipo, che non sa nulla e ne parla come se avesse capito tutto. Soprattutto non ha mai idea di ciò che fa, ma riesce sempre a dare l’impressione di saperlo fare benissimo.
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Autotelepatia del pensiero e dello sguardo

di Pietro Pancamo

Integrato nel circuito quotidiano di gesti a catena e impegnato a interagire coi banali minuti di giorni scontati – abili e ossessivi nel proporre con ritmo ostinato sequenze identiche di parole attività e situazioni – l’uomo non è più in grado di scorgere i semplici miracoli che potrebbero allietare il colore plumbeo della noia programmata (neanche improvvisa o inaspettata; macché, prevista: dunque noia due volte!) e vive gli unici singulti d’energia, solo quando costretto ad affrontare quei malesseri, che ogni tanto indugiano ad avvilire il cuore.

Ecco, in sintesi, la consistenza esatta della nostra condizione, poco invidiabile.
Ma per fortuna, emergono qui e là alcuni autori, o meglio poeti, capaci di scorgere nuovi significati e stimoli nella realtà possessiva, che opprime le nostre azioni. Ad esempio Michelangelo Cammarata (che, nato a Gela nel ’41, ha ormai in repertorio cinque volumi di versi) sa vedere per noi – nella raccolta «I germogli di Ground Zero», pubblicata nel 2003 dalla Francesco Federico Editore di Palermo – l’indomita bellezza del pensiero, il quale si rivela in sostanza una sorta di autotelepatia, che il poeta in questione sfrutta per comunicare con se stesso, con l’anima. Continue reading

Caropipani e piazzesi

di Flora Terranova

Il brano che segue viene pubblicato per gentile concessione di Flora Terranova.

Un paese e un paesano, vale l’altro, si è detto, nella geografia elastica di Lanza. Tranne, forse, in un caso: quello del piazzese. Gli altri protagonisti, infatti, si dividono variamente vizi e stravizi, senza caratteristiche fisse, non così il piazzese, che a partire da un suo intercalare ( “Ahbo’!”) ha un carattere inconfondibile, quasi una natura diversa. Lo spregio, nota pure Calvino ch’era lontano dal conoscere la mai sopita antipatia tra caropipani e piazzesi, sembra più acceso che in altri casi, e conduce Lanza al “delirio verbale espressionista”, già citato nel mimo della creazione del piazzese. Dio crea gli altri paesani da pietre o altro, e il piazzese da uno stronzino d’asino: “Stronzino stronzicolo parla piazzesicolo”.
La natura particolare dei mimi dedicati al piazzese è tale che, caso quasi unico nei mimi, l’autore non sente la necessità di specificare molto nel titolo; “il piazzese” basta ad indicare che quella storia sarà diversa dalle altre, a prescindere dal tema. Sono sei i mimi intitolati semplicemente “Il piazzese”; alcuni esempi:
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