Caropipani e piazzesi

di Flora Terranova

Il brano che segue viene pubblicato per gentile concessione di Flora Terranova.

Un paese e un paesano, vale l’altro, si è detto, nella geografia elastica di Lanza. Tranne, forse, in un caso: quello del piazzese. Gli altri protagonisti, infatti, si dividono variamente vizi e stravizi, senza caratteristiche fisse, non così il piazzese, che a partire da un suo intercalare ( “Ahbo’!”) ha un carattere inconfondibile, quasi una natura diversa. Lo spregio, nota pure Calvino ch’era lontano dal conoscere la mai sopita antipatia tra caropipani e piazzesi, sembra più acceso che in altri casi, e conduce Lanza al “delirio verbale espressionista”, già citato nel mimo della creazione del piazzese. Dio crea gli altri paesani da pietre o altro, e il piazzese da uno stronzino d’asino: “Stronzino stronzicolo parla piazzesicolo”.
La natura particolare dei mimi dedicati al piazzese è tale che, caso quasi unico nei mimi, l’autore non sente la necessità di specificare molto nel titolo; “il piazzese” basta ad indicare che quella storia sarà diversa dalle altre, a prescindere dal tema. Sono sei i mimi intitolati semplicemente “Il piazzese”; alcuni esempi:

Tant’era valente il piazzese che non mangiava per non portarsi il pane alla bocca, e piuttosto che adoperare le mani preferiva lasciarsi morire di fame.
Si buttò dunque sotto una ficaia carica di frutti maturi, e aspettava con la bocca aperta che gli cascassero dentro, senza mai avanzare il braccio o piegare il collo per prendere quelli d’intorno.
Passa ora passa poi, uno finalmente gli cascò in bocca, ma per non muovere i denti e ingozzarselo neppure lo toccò, e rimase così, finché non morì come un piazzese che era.

La sua appartenenza a una razza a sé stante viene chiarita in un altro brevissimo mimo:

Andandosene a Piazza un tale, incontrò il piazzese.
– O voi – gli fece – siete cristiano?1
E quello:
– ‘Gnornò: piazzese.

Sembra cittadino di un mondo cui non è dato il lume della ragione. Si legga il mimo “La trippa”, dove il piazzese si compra della trippa e si fa scrivere su un bigliettino dal macellaio il modo in cui cucinarla, così lui non ci pensa e a casa se lo fa leggere “da chi ci vede”:

Il macellaio così fece; e lui se ne andò per la sua strada, la dritta avanti col bigliettino e la manca dietro con la trippa.
[…]
Andando così, un cane sentì l’odore della trippa e si mise a seguirlo passo passo, annusando: finché a un punto con una boccata non gliela strappò di mano, e via come una lepre.
Il piazzese si volse a guardarlo senza scomporsi, con la manca dov’era; e levando in aria la dritta col bigliettino, gli gridò dietro:
– Ahbo’, baggiano, corri quanto vuoi!La trippa l’hai tu, ma il bigliettino è qua, e non sai come farla.

Il piazzese conosce solo se stesso e il suo mondo, sembra smarrirsi non appena se ne allontana; a due mazzarinesi “‘mbriachi fino alle nasche come scimmie”, che dibattevano se la ruota raggiante nel cielo fosse la luna o il sole, risponde: “Ahbo’ io forestiero sono!”
Il contraltare al piazzese è il caropipano, il compaesano dell’autore, che, pur coltivando un rapporto d’amore-odio con la sua ‘trappola’, mantiene una sorta di istinto di protezione nei suoi confronti. I caropipani, infatti, non sono mai descritti come soggetti passivi, cioè sciocchi per mancanza d’intelletto o cornuti per mancanza d’onore, ma sono sempre attivi: ladri, furbi e cornificatori. Due i mimi in cui si incontrano caropipani e piazzesi, ed è sempre quest’ultimo a fare la figura peggiore.

Una volta, andando il caropipano a Piazza incontrò alla Bellia il piazzese, che a cavalcioni di un grosso ramo di pioppo dava giù botte da orbo con l’accetta per tagliarlo.
– O che fate? – gli domandò.
E quello:
– Non vedete che fo? Taglio il ramo che mi serve.
– O come? E se casca quello, non cascate anche voi?
– Cascate voi invece – fece l’altro stizzito – che siete cristiano, e non io che sono piazzese.
Ma non aveva dati altri due colpi che il ramo crollò e lui insieme, che restò a terra come il piazzese che era.

L’altro mimo, intitolato “La croce”, è una variazione del triangolo erotico presente in tanti mimi. Il caropipano va a trovare compare e comare a Piazza, ma un forte temporale gli impedisce di tornare a casa; il compare gli propone di restare a dormire e alle obiezioni risponde:

– Se siamo stretti, ci stringiamo di più […] Voi vi mettete al muro, mia moglie nel mezzo e io davanti.
Così fecero […] e il piazzese ch’era furbo, per paura che il compare non gliela facesse a tradimento con la moglie, ci mise davanti la mano a riparare l’entrata […]
Or mentre stavano così, un gran lampo dalla finestra saettò la camera. Nel soprassalto il piazzese atterrito levò la mano di là per farsi la croce; e in quella, sgombro il terreno, l’altro saltò addosso alla donna […]
All’Amen il piazzese tornò con la mano a difendere il luogo di prima, ma ci trovò invece il compare; e meravigliato della prontezza, faceva, aspettando che quello finisse:
– Ahbo’, compare mio, manco il tempo di farmi la croce mi date?

Una delle altre ‘virtù’ del caropipano la scopriamo in due mimi, intitolati “I ferri ai piedi” e “L’asino tramutato”. Il caropipano è furbo, imbroglione e ladro, difetti in altri contesti, ma qui ritratti quasi come esempi positivi.
Ne “L’asino tramutato”, due caropipani di “professione ladri”, sulla strada per Piazza vedono un canonico con un asino e si sostituiscono ad esso, facendo credere al povero malcapitato che l’asino si sia tramutato in uomo:

– Ah, birbante! Tu dunque credevi di potermi cavalcare impunemente per tutta la vita? Finora è toccato a me, ma venuta è la tua ora. D’asino io sono tramutato in uomo, d’uomo tu sarai tramutato in asino perché così vuole nostro Signore Gesù Cristo […]
Ma non aveva ancora finito, che il canonico, con la tunica alzata fino al bellico, era già giunto a Piazza, gridando al miracolo.
E il caropipano ci guadagnò anche la cavezza.

Più azzardata e fantasiosa la trovata di altri due caropipani, che, nel mimo “I ferri ai piedi”, si fingono morti per poter rubare indisturbati:

Due caropipani, di professione ladri, pensarono di morire; e buttatisi sul letto non davan più segno di vita. Gettaron loro le strida, li vestirono, li misero nel cataletto e li portarono in chiesa. Ma la notte, quelli buttarono all’aria i coperchi, e più vivi di prima si diedero a saccheggiare ogni cosa […] La mattina, aperta la chiesa, non si trovarono più i morti né le cose di prezzo, e lo scandalo fu grande.
– Qua bisogna provvedere – gridarono i gabbati – ché i morti non son morti e fan cose da vivi; […] fu finalmente gettato a suon di tamburi e di trombe questo bando:
– Caropipani, da oggi in poi, chi vuol morire ha da pensarci due volte; e chi non è sicuro d’esser morto non muoia, ché quelli che son tali verran ferrati ai piedi come muli!
E d’allora il poi, così fecero; e di caropipani non morì più alcuno che non fosse veramente morto.

Da questi pochi mimi si può cogliere la bonarietà con cui, nonostante tutto, Lanza tratta i suoi compaesani. E questo sentimento di protezione istintiva si amplia fino a coprire tutti i siciliani, prima derisi, quando si presenta un confronto con i vicini calabresi. Si è già citato il mimo “L’augello crudo”, con il terribile e assurdo epilogo del calabrese morto, col sangue alla bocca, che, invece di essere compianto, viene accusato dal compagno di averlo truffato e viene abbandonato nel bosco. O, a voler parlare di sciocchi, il mimo dei tre calabresi che vengono a cercar fortuna in Sicilia e per il timore di essere gabbati dai compagni perdono il carico prezioso.
Anche in questi casi, però, la vena ironica e surreale di Lanza resta attiva e trasforma un episodio cruento e il rapporto con la giustizia in un racconto sorprendente, dal punto di vista stilistico:

Il calabrese era nimico a morte col vicino; e un giorno ch’egli era alla vigna, l’altro venne con lo schioppo, ma il colpo gli fece cilecca. Allora il calabrese con la zappa gliele diede sul capo, e lo sotterrò dove cadde.
Preso, fu condotto dinanzi al giudice; e quello:
– Dimmi, dunque, calabrese: sei tu che l’ammazzasti?
E lui:
– Il fatto, signora giustizia, fu così e questa è la ragione: i’ zappava e lui veniva, fece fuoco ma non gli allumò; presi la zappa e lo zappettai, ahì ahò.
– Dunque l’ammazzasti tu?
– E tira, signora giustizia! Non sentite come fu la ragione? I’ zappava e lui veniva, fece fuoco ma non gli allumò; presi la zappa e lo zappettai, ahì ahò.
E il giudice:
– O non l’ammazzasti tu dunque?
E il calabrese daccapo; e tutt’e due sono ancora là che discutono.

La faida campanilistica lascia il campo alla faida interregionale, per dirla con Calvino. Interessante è non solo cogliere l’eccezione alla regola in una raccolta tutta di mimi ‘siciliani’ appunto, ma soprattutto la natura di quell’eccezione, la sostanza del ritratto che viene fatto del calabrese. Egli è, oltre che stolto sopra ogni misura, anche violento, di una violenza crudele e cieca. Tutto ciò viene descritto da Lanza, quasi come a volerne prendere le distanze, da siciliano. Le sue pagine sembrano quasi voler dire: son cose che capitano agli altri, non a noi.

1 Il termine “cristiano” è da intendersi nell’accezione generale del lessico popolaresco, come “persona”.

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