Accorrete a voi stessi in soccorso

Non accendete candele ai santi
Incendiatevi l’anima e il sangue
Miracolatevi con folle ragione
Perché così sarete viventi
liberi nel giusto esistere
e non invano passerà la vita
e non inutile sarà morire

Sono alcuni versi, d’impronta vagamente futurista, della bella poesia di Francesco Randazzo pubblicata sul suo Mirkal. Forse vale la pena leggerla.

Attenti al leopardo

Ad Arthur Dent vogliono demolire la casa. Pare che si trovi giusto sul tracciato di una superstrada. Così, una mattina, Arthur, vede delle ruspe gialle avvicinarsi. ma.mi.

La faccenda riguardava una tangenziale. Era una faccenda che lui aveva appena scoperto. Nei canali d’informazione più riservati era nota già da mesi, anche se sembrava che nessuno ne fosse mai stato informato.
[…]
Arthur uscì di casa e si sdraiò davanti al grosso bulldozer giallo che stava avanzando lungo il viottolo del suo giardino.

[Ovviemente i lavori si bloccano. Un certo Prossner tenta di far desistere Arthur dalla sua protesta così da completare la demolizione entro il tramonto.]

” – Su, piantatela, signor Dent – disse – non potete farcela e lo sapete. Non potete stare sdraiato davanti al bulldozer all’infinito
[…]
Arthur bettè le mani nel fango in cui era steso, producendo un ciac ciac.”
[…]
Disse [Prossner]: – Avevate tutto il diritto di fare eventuai rimostranze o di dare eventuali suggerimenti quand’era il momento, non vi pare?
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Lettera aperta a Litterio Scalisi

Ricevo da Giovanni Piazza, che scrive: “Sìmiu signor Ma.Mi, scosasse se l’addisturbo, arrisicandomi di farci accalare il tuono eleante e allittirato delle alte e allittirate parolesicilianizzanti.sue… mi vulissi appermettere e mi appermetto di coinvolgerla e sconvolgerla in un sorridente tentativo di carizza a quella scuzzitta che Litterio ci farà l’onore di portare a Piazza. Chippoi, paroledisicilia cu quarchi parola in lingua siciliana, è la cirasedda supra la torta, la ricotta supra la pasta a sucu, la crozza supra a lu cantuni etc.etc.etc.
Sabbanadica e graziassà.”
Come dire di no? ma.mi.

Lettera aperta (e mi scordai di ‘nchiuderla, chi cc’è) a Litterio Scalisi, graditissimu ospiti di Chiazza.
di Giovanni Giometrico Piazza.

Pregiatissimu Scalisi Litterio
Aderenze Sig. La Rosa
Paisi (Sicilia Sicula)

Caro Litterio, scrivu a ddu paisi
unni i Scalisi siti a tinchitè
certu ca piccomunque stati misi
a qualcunu l’angagghiu, e sai chi c’è?
Ca si i Scalisi aviti fantasìa
chiddu ca ‘ngagghiu poi la passa a ttia.
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Germogli ingialliti sottoterra

“Nella profonda voragine fumosa di zolfo, ove si respira una tenebrosa, immobile atmosfera e l’unico bagliore emana olezzo di morte”… la presenza di fanciulli costretti “a soccorso morto” al duro, disumano, mortale lavoro è l’amara verità e il “cimitero dei carusi” nel cuore della Sicilia (Gessolungo. CL) ne è una testimonianza .
Oggi, questo mondo, per fortuna, è scomparso, ma la memoria del dolore e dei lutti ci appartiene ancora.
Per non dimenticare

Germogli ingialliti sottoterra
di Tanino Platania

Carusi” in miniera
Ancor mattino non era
e di già “calavano
bui i giorni,
a svendere
fanciullezze
di esili corpi nudi,
e fiati caldi
di gialle fibre del respiro…
… Infanzie negate
con l’andare scalzi
a trasportar “sterrate
per cunicoli neri,
ad accelerare
età corrugate,
tra sogni vuoti
e pieni cimiteri…

… Ora
che è diventata
cenere l’infanzia
e una scheggia di sole
scampata alla notte,
incalza
montagne di ricordi
di basse latitudini,
ancora m’incupisce
forse più
del lutto nero.

Mavi Rodante

Maria Vittoria Rodante mi invia alcune poesie. Ne propongo una che mi ha colpito più delle altre. ma.mi.

E’ forse questo
modo di amare
lasciare
che lui mi ami
o è nella fatica
nella ricerca vana
volare in cieli
vuoti d’aria
che devo perdermi?

E non sai più
cosa stringere
a colmare il vuoto
di me
che ho lasciato

Il nostro Natale

E’ stato Natale. Ma il gestore di questo sito è incapace, come ogni Natale e ogni festa comandata, di postare in tempo utile un messaggio beneaugurale ai suoi pochi e affezionati lettori (perché i lettori di questo sito sono pochi e affezionati, shinystat parla chiaro). Per fortuna Giovanni Monasteri, il più grande cantore vivente di amori disarticolati e relazioni inconcludibili, mette on line “Il nostro Natale” e io glielo rubo. Buone Feste. ma.mi.

Il nostro Natale

Tu coi tuoi, io coi miei – a far bagordi
con gli amici spaiati, separati
vedovi e divorziati. L’ho annunciato
allegramente, amore, che tornavo
dal dolce esilio dell’amore, lieto
come non fossi più innamorato.
Però pensavo a te quando ho gettato
gli astici vivi nell’acqua bollente
(fischiavano, la pentola tremava).
A te infelice sequestrata spenta
che mestamente levavi il tuo calice
alla salute dei sequestratori.

Qui eravamo in dodici stasera,
forse venti o quaranta, e abbiam mangiato
per ottanta, per cento. Non mancavi
che tu, amore mio quasi tradito.

Nessun messaggio poi a mezzanotte,
nessun saluto. Mi dirai domani
che hai cucinato un gran cenone e tu
non hai toccato cibo, che non sei
andata a letto. Che hai sparecchiato,
porto i cappotti agli amici ubriachi
e gli ombrelli i cappelli e tanti auguri;
preso una camomilla, una tisana,
rimboccato all’infante le coperte
e poi tutta la notte, sospirando,
contemplato le stelle giù in giardino,
sotto la pioggia. C’era anche la luna,
e Giove, e la cometa – Poi verrà
santo Stefano, inesorabilmente,
e sarà, Inshallàh, dopodomani.
Due giorni, amore mio, per digerire
e io le frottole tue e tu le mie.

[Giovanni Monasteri gestisce un blog dove pubblica le sue poesie]

Stefano Amato Le sirene di Rotterdam

di Mauro Mirci

Stefano Amato si porta appreso il fardello pesante dell’essere siciliano senza sentircisi. A occhio e croce (e senza stare tanto a sindacare se Amato ne sia consapevole) è una caratteristica che lo accomuna al protagonista del suo secondo romanzo, “Le sirene di Rotterdam”, Dino Crocetti, ventenne siracusano (come Amato, che però ha qualche anno in più) affascinato dagli artisti ebrei del ‘900 e dai loro pseudonimi. Nel romanzo ne sono elencati parecchi, e ne viene fuori una piccola apologia semita quando ci si rende conto che molto del buono che il cinema, la letteratura e la scienza del secolo scorso hanno prodotto viene da lì, dai discendenti del Popolo Eletto, uomini e donne spesso agnostici, in perenne conflitto con le proprie radici etniche e religiose.

“Stato pensando di diventare ebreo, dice Dino
E come mai, se è lecito saperlo? (è la madre di Dino che parla)
Tanto per cominciare, le persone più intelligenti che conosco sono ebree.
Fammi capire, ci sono molti ebrei a Sircusa?
Non lo so, non credo. Io mi riferivo ad altra gente. Bob Dylan, Philip Roth, i fratelli Marx.
E ovviamente tu conosceresti Bob Dylan, quel porco di Roth e i fratelli Marx.
Non è che li conosco. Ho letto i loro libri, ascoltato i loro dischi, visto i loro film.
E secondo te, leggere il libro di qualcuno equivale a conoscerlo.
Non lo so mamma, credo di sì.”

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O acampamento / L’accampamento

di Aricy Curvello. Adattamento di Marco Scalabrino

Quello che segue è un adattamento in italiano della poesia “L’accampamento”, del brasiliano Aricy Curvello (Uberlândia, MG,1945).Poeta, saggista, traduttore, durante il periodo della dittatura militare (1964-1985), fu perseguitato per avere aderito ai movimenti di riforma sociale.
[qui la sua biografia]

Do que deixaste atrás e do que ainda virá de mais
longe sobre mais sombra,
chão noturno, mais noite que a noite,
mugem na Amazônia palavras sem poema
absurda coleção de pragas.
Onde a floresta começa, o Brasil acaba?

(Ciò che si è lasciato dietro e ciò che verrà avanti
consiste d’ombra,
landa notturna, notte più che la stessa notte,
muggine d’Amazzonia parole senza poesia
assurda collezione di bestemmie.
Dove la foresta inizia, il Brasile finisce?
)

Leggi la versione originale e l’adattamento in italiano in pdf

I lacci bianchi di Maura Gancitano

di Maura Gancitano

Una poetessa giovanissima, ma già capace di slanci lirici ben più che interessanti. I versi di Maura Gancitano sono parole semplici, di malinconia lieve e di speranza ingenua e fresca. Sono finestre luminose verso un mondo in attesa di essere scoperto. Maura ha mandato a paroledisicilia.it una lunga silloge dal titolo “I lacci bianchi”. Ne estraggo alcuni brani. (ma.mi.)
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Amarcord: (che in vernacolo piazzese si dice iè m’ rgord)

di Giovanni Monasteri

Questo poemetto, come quasi tutto ciò che ho scritto, non è recente. Diciamo che quando lo scrissi ero molto giovane (adesso sono soltanto giovane, avendo passato i cinquanta). Mi raccomando, perciò, alla clemenza dei coraggiosi che volessero leggerlo nonostante la sua lunghezza. Suggerisco, inoltre, di considerarlo un testo indeciso tra poesia e prosa (oltre che ancora in lavorazione).
Ricordo il momento, l’occasione in cui lo scrissi. Avevo appena letto il Tonio Kröger di Thomas Mann. Cosa c’entra Tonio Kröger con un poemetto malriuscito, scritto da un contadinio mancato? Nulla, per la verità; ma all’epoca in cui lessi quel racconto riflettevo sulle cause di un mio irrimediabile disadattamento (“sei un adolescente disadattato”, mi diceva la mia fidanzata di allora), e una frase mi colpi, qualcosa che un pittore dice a Tonio Kröger (il protagonista del racconto di Mann): “Sei un borghese disadattato”.
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