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di Francesco Randazzo

Non ci furono rintocchi d’orologio, erano tutti fermi da tempo, né un calendario che segnava il giorno particolare della ricorrenza, ormai si seguiva soltanto la scansione giorno notte in successione indistinta, né le stagioni avevano date precise d’inizio, se ne sentiva l’arrivo dal calore, dal freddo, dagli odori e dai colori del cielo e della natura. Il padre però seppe che quel giorno era il compleanno di suo figlio, non sappiamo come, ma ne fu certo, svegliandosi quel mattino nella luce tersa di un autunno mite, profumato di malinconie sfumate che coloravano di rossiccio e ocra il bosco davanti al palazzo dove vivevano. Uno dei pochi ancora abitabile, piuttosto deteriorato dalla mancanza di manutenzione per più di cinquant’anni e dal passaggio d’inquilini provvisori che avevano vandalizzato come parassiti ogni spazio, ogni cosa, delle abitazioni in cui erano vissuti temporaneamente senza preoccuparsi di chi sarebbe venuto ad abitare là dopo di loro. Tutto sommato però, l’edificio s’era conservato piuttosto bene e con qualche aggiustamento erano riusciti a ripristinare un appartamento più che confortevole, visti i tempi, e s’erano fermati, nella speranza di poter fondare la loro vita di fuggiaschi in un luogo sicuro.

Quella mattina, svegliandosi, aveva sentito che la luce, invadendo la stanza quasi come fosse un onda di calore benevolo, gli dicesse che quel giorno sarebbe stato speciale e lui Continue reading

“A ENNA SI È COMINCIATO A STAMPARE UN GIORNALE LETTERARIO…” – LANZA, SAVARESE E… ARENGI ALLE PRESE COL “LUNARIO SICILIANO”

di Enzo Barnabà

 

Francesco Lanza

Nino Savarese

Quanti sanno che nel 1927 ad Enna (da poco non più Castrogiovanni) nacque un mensile di diffusione nazionale? Andiamo con ordine. Il valguarnerese Francesco Lanza, appena trentenne, ha già alle spalle una notevole carriera letteraria (libri, articoli, teatro) svolta in massima parte a Roma. Tornato in paese, non ha nessuna voglia di iniziare l’attività forense, a cui la laurea un giurisprudenza lo destinava, mortificando la sua vocazione di scrittore. Decide di creare un periodico nel quale parlare della Sicilia contadina, delle sue tradizioni, della sua cultura (mitologia e paladini, per es.), senza escludere quella materiale: coltivazioni, rimedi, fiere e mercati, ecc. Non a caso si sarebbe chiamato “Lunario Siciliano”.
A Valguarnera non esiste una tipografia degna di questo nome. Nino Savarese, entusiasta del progetto, suggerisce quella di Florindo Arengi che si trova ad Enna, a due passi da casa sua, nel pianterreno dell’ex monastero di San Benedetto, in via Roma, 324. Ecco come Lanza descrive il lavoro tipografico cui assiste anche il giovane poeta catanese Arcangelo Blandini:
“Nessuno di noi potrà dimenticare la tipografia: quei ragazzi di vent’anni che tra canti e motteggi si rigiravano nelle mani, con felice inconsapevolezza, le nostre povere parole paurosamente fermate nel piombo delle colonne, Don Peppino, il rilegatore, in stivaloni e berretta da notte armeggiante zitto zitto attorno alla taglierina e, in mezzo, il rubicondo ed arguto Florindo che acquietava tutte le nostre sproporzionate preoccupazioni pratiche con dei “penso io” pieni di affettuosa prontezza… Continue reading

Enzo Barnabà. Cominciò con un incontro fortuito

Ricevo da Enzo Barnabà e volentieri pubblico. ma.mi.

Mi trovavo a Catania dove avevo sentito parlare favorevolmente del “Giorno della civetta” pubblicato da uno scrittore siciliano del quale ignoravo l’esistenza: Leonardo Sciascia. Acquistai il romanzo e mi recai alla stazione dove presi il treno per tornare a casa. Nel vagone, proprio di fronte a me, trovai una coppia sulla quarantina. Tirai fuori il volume e mi immersi nella lettura. Voltando una pagina, mi accorsi che la signora indicava al marito il libro che stavo leggendo, ricevendone un silenzioso sguardo d’intesa. Avrei potuto attaccare bottone, ma non volli interrompere il fluire di una narrazione che mi avvinceva. A Dittaino, aspettando la littorina per Valguarnera, diedi un’occhiata alla quarta di copertina e vi trovai la foto dell’autore. Non credetti ai miei occhi: era proprio quel signore seduto davanti a me.  Continue reading

Chissà se i bambini vedono i colori

di Mauro Mirci

“Caro librino mio” (1) è un volumetto che Amazon dà indisponibile. Nella descrizione si legge poco. Non c’è nulla sulla quarta di copertina e le informazioni commerciali dicono che assomma a 64 pagine, pesa 290 grammi ed è stato messo in commercio, nel 1995, da Giunti. Una minima descrizione si trova su libreriauniversitaria.it. “Un libro per le prime letture, ricco di illustrazioni a colori e di simpatiche avventure. In questo racconto troverai le emozioni, le idee e i sentimenti di un bambino che guarda il mondo e la vita di tutti i giorni con piccoli grandi occhi, e poi confida i suoi pensieri al librino del cuore.

Insomma, un libro per bambini o ragazzini, scritto guardando le cose del mondo con gli occhi di un bambino.

Se ne trova notizia in una pagina html relativa al concorso Fahrenheit, in una recensione che dice: “Io ho letto un bellissimo libro, ve lo consiglio perché ci sono dei bei disegni e perché fa ridere. In ogni pagina ci sono tante frasi, alcune sono noiose ma la maggior parte no. Lo consiglio a quelli a cui piace ridere”. Se trovate che lo stile sia elementare e l’approfondimento critico discutibile, avete ragione. L’estensore della recensione ha infatti più o meno 7 anni e frequenta la 2^ B di una scuola elementare di Imola. O, più correttamente, aveva circa 7 anni e frequentava la seconda elementare nel marzo del 2000, data della recensione [che potere trovare qui: http://kidslink.bo.cnr.it/fahr-ele/fahr2000-ele/msg00089.html ]

Insomma, troppo poco per farsi un’idea precisa dell’opera, ma, almeno nelle linee generali, qualcosa sappiamo. Continue reading

Un po’ d’America

L’ho fatto. Ho sognato di farlo per tanto tempo e alla fine ci sono riuscito. Sono andato da Luigi’s e gliel’ho detto: guarda che la “pizza with pepperoni” non è italiana. Suona italiano ma non è italiana, perché in Italia, pepperoni si dice peperoni, con una p sola, e i peperoni are vegetables, verdure, you know?
Ecco, fatto, detto, spiattellato. Così Luigi’s, che poi non si chiama Luigi’s, ovviamente – perché la s dopo l’apostrofo è il genitivo sassone che identifica il proprietario della pizzeria – Luigi, dicevo, mi sorride in maniera amabile, amabilissima. Ché lui, ai clienti strambi che vengono qui a dettargli le regole del suo mestiere di pizzaiolo tipico italiano, deve averne già incontrati a migliaia. Mi sorride e poi risorride. Come a riflettere sul quel vegetables, verdure, utilizzato perché ortaggi non so come si dice, e allora ho ripiegato sulla parole che mi sembrava più pertinente. E alla fine della riflessione dice: “Really?”. Che mi chiude la bocca come fosse uno “Sticazzi!!”, con due punti esclamativi, mica uno. Ma “really” è meglio, più cortese, fa sorridere anche me e mi porta a considerare che, be’, ma che vuoi che sia. In Italia la chiameremmo pizza diavola magari, per via del salame piccante, o margherita con salame. Ma qui la margherita non c’è, se la chiedessi non saprebbero che darmi. La chiamano regular oppure pizza with cheese, col formaggio. E appena ha detto “really”, ogni mio desiderio di protesta per quel “pepperoni” utilizzato impropriamente, svanisce. Così ordino un trancio di regular e uno di pizza with pepperoni. E una lattina di Pepsi. Ma sì, alla faccia della dieta. Calorie, zuccheri, buttiamo giù. Sempre meglio del chicken over rice che mi hanno rifilato davanti a Central Park. Al primo boccone mi ha lasciato senza fiato e senza parole. Per un istante ho pensato di lasciarci le penne. Immaginavo già l’epitaffio: “Padre amorevole e marito beneamato, ci ha lasciati troppo presto, stroncato sulla panchina di un parco dal primo boccone di cibo etnico mangiato in terra d’America. Lo compiangono la moglie, la figlia, gli amici e i parenti tutti, o almeno una buona parte, ché non si può piacere a ogni persona che si conosce. Il pakistano, che gli ha venduto la salsa piccantissima spacciata per piatto tradizionale del suo paese, ancora ride.” Continue reading

Beneducatamente in guerra

di Mauro Mirci

Il 17 gennaio 1991 la giornata cominciò in maniera movimentata. Nell’appartamento da studenti in cui abitavo, un bell’appartamento con quattro stanze, due bagni, otto posti letto, un comodo soggiorno e grandi cumuli di immondizia che di cui raramente ci disfavamo, abitava anche un neogeologo di nome Sergio. Abitava ancora con noi studenti perché frequentava uno studio tecnico dove faceva pratica professionale e non lo pagavano. Sergio mi aveva preso a benvolere. Mi dava consigli, gli piaceva ascoltarmi, forse perché lo incuriosiva l’accento curioso dei galloitalici piazzesi. Una volta, addirittura, mi aveva portato con sé ad assistere a una tragedia nel teatro greco di Siracusa. Mi pare fosse l’Oreste… no, Egisto, era l’Egisto.
E insomma, tra noi c’era una certa confidenza e lui s’era assunto l’obbligo di sgrezzarmi un poco. In quel periodo, tra l’agosto e la fine del 1990, si era tutti in trepidazione per questa strana faccenda dell’Iraq che aveva invaso il Kuwait. Giovanissimo e digiuno di una qualsiasi formazione politico e geopolitica, non mi capacitavo di come un dittatore buono, che aveva combattuto contro l’Iran nemico dell’occidente, adesso fosse diventato a sua volta un nemico. Quel che intuivo (“capivo” sarebbe una parola grossa), era il pericolo che un conflitto determinasse la chiamata alle armi. Erano ancora tempi di servizio militare obbligatorio e non ero sicuro che, con una guerra in corso, sarebbero bastate le due canoniche materie annuali per evitare la cartolina rosa.
Ma era una situazione ipotetica. In fin dei conti ci credevamo poco. Perciò, quando Sergio, quella mattina del 17 gennaio 1991, cominciò a girovagare per l’appartamento declamando ad alta voce le ultime notizie, all’inizio non capii, poi mi sembrò uno scherzo. Continue reading

Piccolo dialogo

di Mauro Mirci

Dialogo tra un uomo sposato e la sua consorte che, notoriamente, non si chiama Anna.
Scena: l’uomo sposato apre l’armadio, tira fuori una camicia ancora nel cellophane della lavanderia, nota che la targhetta reca il nome Anna e non Agata, che sarebbe quello giusto. Col sorriso sulle labbra, mostra camicia e confezione alla moglie. – Guarda qua – le dice. La moglie osserva storcendo la bocca. Poi si pronuncia.
– E ora chi è questa Anna?
– Come “chi è questa Anna”?
– No, ora mi dici chi è questa Anna.
– Ma guarda che hai portato tu le camicie in lavanderia.
– Non cambiare discorso.
– Non capisco.
– Cosa credi, che non lo vedo quando guardi i culi delle altre?
– Io guardo che?
– I culi.
– Ma che c’entra?
– E lo ammetti pure. Mio marito guarda i culi delle altre donne e lo ammette pure.
– Ma che hai oggi?
– Voglio sapere chi è Anna. Continue reading

L’unica che c’è

di Mauro Mirci

Questa è la storia di una foto importante.
Una foto unica.
La guardo ogni volta che vado a far visita a mia madre. Lei non la vede nemmeno più, così come non vede quasi nulla di ciò che è abituale. Fa parte del panorama quotidiano esposto ai suoi occhi, sempre presente. E sempre uguale, perché qualsiasi cambiamento potrebbe avere conseguenze terribili per lei. Ma è un tutt’uno, un’immagine complessiva che sta lì, alla quale non dedica attenzione.
Una foto che è quel che è, e sarebbe stata diversa se solo chi l’ha scattata avesse posseduto uno smartphone. Ma era il 1981 e certe tecnologie esistevano solo in Spazio 1999. 1999, anno che sa di passato remoto. Un’altra era. E infatti è già un millennio fa. Sono cose che ti fanno sentire abbastanza vecchio, soprattutto se in quel millennio che fu ci hai vissuto per più di trent’anni. Un po’ ti senti come un dinosauro sopravvissuto al Cretaceo. Il fatto di condividere lo stesso destino con qualche miliardo di esseri umani tuoi coetanei non attenua la sensazione di sentirsi una via di mezzo tra un grande custode della memoria e un maturo signore nato all’epoca dei grandi sogni spaziali e adesso, quasi esclusivamente, alle prese con mutui, bollette e noiosissimi scartafacci d’ufficio.

Nel 1981 ancora sognavo lo spazio. Con la fantasia eccitata da film e fumetti di fantascienza, di nascosto dai genitori e clima permettendo, mi sdraiavo per terra nel Continue reading

Non importa se proveniamo da luoghi diversi


Non importa se proveniamo da luoghi diversi.
Siamo simili, e non solo perché abbiamo la stessa forma,
Desideriamo qualcuno con cui condividere un sentiero.
È difficile scegliere un percorso comune: innanzitutto si deve avere voglia di camminare. Poi tanto fiato e scarpe robuste.
Guardare da lontano la montagna. Per adesso è solo panorama. La cima sembra a portata di mano. Sorridere per quanto sembra facile. Incamminarsi.
Avere la forza di sopportare i momenti di stanchezza, quando ogni salita sembra l’Himalaya e ogni torrente l’Oceano. Riposare insieme, riprendere fiato, rifare il nodo agli scarponi.
Poi di nuovo in cammino, forti della prima esperienza ma ancora inesperti. Marcare la polvere, passo dopo passo, gli occhi bassi, misurando la fatica.
Studiare gli occhi del compagno di strada. Sorridergli, dargli coraggio, farsi coraggio. Cercare altri occhi dai quali trarre coraggio.
Il passo della scalata è sempre quello del più lento. Non si lascia indietro nessuno: si sale insieme, si soffre insieme, si deve arrivare insieme.
Riposare, ogni tanto. Recuperare forze. Chiedersi se non si è preteso troppo da sé stessi.
Guardarsi alle spalle e scoprire quanto cammino si è percorso. Adesso il panorama è il luogo dal quale ci si è allontanati.
Voltarsi verso la cima. Sei rimasto in coda. Vedi i tuoi compagni di strada di spalle, incolonnati, tutti diretti verso lo stesso traguardo. Non riesci a distinguerli l’uno dall’altro.
Aumenti il passo, non devi rimanere indietro. Loro rallentano. T’aspettano.
Manca poco alla vetta.

6 agosto

di Mauro Mirci

Credo fosse il giorno del mio venticinquesimo compleanno. Eravamo in casa. Si fa avanti mia sorella, sorridente.
– Ti va bene la macchina che hai?
Avevo una Panda 30. Marrone, anzi, “Land”. Nella targhetta sulla carrozzeria c’era scritto così. Era stata la macchina di mio padre, dieci anni prima.
– Be’, sì, mi va bene la macchina che ho.
Perché dir male della Panda di mio padre? Faceva onestamente il suo mestiere ed era anche sopravvissuta a un incidente in autostrada. Un brutto incidente. Al quale, per fortuna, ero sopravvissuto anche io.
– Ma non vorresti cambiare?
Ci penso su.
– Oddio, i suoi anni ce li ha.
– Se potessi cambiare?
– In che senso?
– Che tipo di macchina vorresti?
Per la verità non avevo grandi aspirazioni in fatto di automobili.
– Non so, una Panda più nuova?
– Dai, non ti interesserebbe una macchina diversa?
– Non saprei… Una macchina nuova non mi dispiacerebbe
– Tipo una macchina tedesca?
– Eh, tedesca, perché no?
– Tipo?…
Cominciavo a capire. Era il giorno del mio compleanno. Dalla porta della stanza ci trovavamo faceva capolino la testa di mamma. Mia sorella le lanciò uno sguardo complice.
– Dai, tipo?…
Mi venne da sorridere. Vuoi vedere che…
– Wolksvagen?
– Un’altra?
Oddio, possibile?
– Mercedes?
– Va be’, Mercedes è troppo. Un’altra.
Ma allora era vero! Wolksvagen no, Mercedes no, che marchi tedeschi c’erano ancora? Porche? Non esageriamo.
– Oh, ecco: Opel!
– Bravo indovinato. Buon compleanno.
Mi porge un pacchettino di dimensioni contenute. Potrebbe contenere una chiave. Lo apro. Il simbolo è quello di un piccolo fulmine. Opel. Guardo meglio. La chiave non c’è.
Guardo mia sorella.
– Per adesso accontentati di questo. Ci puoi appendere le chiavi della Panda.

Credo proprio fosse il ’93.