Bimba Elena, terapista di famiglia

di Mauro Mirci

La querelle sui vaccini, per dirla tutta, mi sembra una cosa dell’altro mondo. Reco ancora, come tutti (tutti!) i miei coetanei, la cicatrice dell’antivaiolosa. Ce l’ho piccolina, quasi invisibile, sul braccio sinistro. Ogni tanto mia figlia ci gioca. Dice: “Ah, signor Mirci, ma che brutta ferita ha sul braccio”. E io: “Ma no, è una cosa da niente; quasi nemmeno si vede.” Ma mia figlia è testarda (c’è chi dice come il padre, c’è chi dice di più) e organizza tutta una terapia di impacchi fatti con tovaglioli bagnati e massaggi per curarmi e rimuovere la quasi invisibile cicatrice. Mia moglia ne ha una, molto più evidente, sulla coscia. Ma nostra figlia non la considera, e in effetti sarebbe antipatico immobilizzare mamma, farle sfilare i pantaloni e riservarle gli stessi trattamenti che riserva a me.

Poi, quando la piccola ne ha avuto abbastanza di somministrare cure mediche, mi chiede perchè abbiamo entrambi queste cicatrici. Continue reading

Angelo Maddalena, Un po’ come Giufà

di Mauro Mirci

Non è il diario di un viaggio. Cioè, è anche il diario di un viaggio, ma non solo. E non è una raccolta di rimembranze o un romanzo di formazione, ma è anche queste cose secondo un meccanismo di contaminazione che rende ‘Un pò come Giufà’, nello stesso tempo, un po’ diario, un po’ sfogo, un pò affabulazione pura, e molto cronaca di una auto-educazione e della scoperta di nuovi valori e nuove realtà.

Dico subito che sul libro di Angelo Maddalena, scrittore emergente è nato e vive a Pietraperzia, non sarò obiettivo, e per due motivi.

Il primo è che Angelo ho avuto modo di conoscerlo e di frequentarlo personalmente. Con lui ho intavolato un lungo dialogo che ha divagato tra argomenti diversissimi: dal locale mercato editoriale, al significato di una povertà volontaria e consapevole, dalle letture più fruttuose per comprendere e alimentare il senso della narrazione, alle contraddizioni della società nella quale viviamo.

Quello di cui abbiamo parlato è, in gran parte, anche dentro il suo romanzo, o meglio, il suo racconto di un viaggio all’antica, che secondo me dovrebbe essere il vero titolo, mentre Un po’ come Giufà possiede maggiormente il carattere di sottotitolo, perché ogni siciliano sa che Giufà non rappresenta solo una figura della fantasia popolare (una maschera nel senso ludico della parola, ma stranamente mai rappresentata nelle occasioni durante le quali è usuale e consono mascherarsi), ma anche il paradigma di un modo di vivere libero e scanzonato, disincantato e incantato al tempo stesso, degli sciocchi sapienti, degli idioti geniali. Continue reading

“Il coraggio è una cosa”, un libro sull’identità.

di Mauro Mirci*


Nella mia vita da lettore e di amante del cinema ho letto e visto diversi libri e film che hanno, in modi diversi, come tema la disabilità. In linea di massima, e senza giurarci sopra perché magari la memoria mi inganna, ricordo opere spesso molto belle, alcune struggenti, però tutte caratterizzate dalla presenza di un conflitto. Poteva essere il conflitto tra il mondo dei normoabili con quello dei disabili, oppure interiore del disabile che tenta di vincere la propria disabilità. In linea di massima ricordo opere nelle quali la disabilità è, sostanzialmente, diversità, e  come tale è raccontata in opposizione alla “normalità” (le virgolette sono d’obbligo) della società umana. Normalità, ovviamente, che potrei definire come l’insieme di consuetudini che regolano le azioni degli esseri umani normodotati. I quali si suppone siano la stragrande maggioranza dell’umanità. Però mi sono imbattuto in una articolo del Corriere della Sera online. Si tratta di un pezzo del 20 giugno 2011, vecchio di qualche anno, cioè, ma non tanto da dubitare dell’attualità dei dati riportati. E i dati riportati dicono che: “Oltre un miliardo di persone vive con qualche forma di disabilità.  Questo corrisponde approssimativamente al 15% della popolazione mondiale.  Almeno un quinto di costoro,  qualcosa come 110-190 milioni di individui è costretto ad affrontare difficoltà ‘molto significative’ nella vita di tutti i giorni”. Detto questo dato, mi risulta veramente difficile considerare l’85% della popolazione mondiale come una stragrande maggioranza, senza tener conto che la minoranza è equivalente, più o meno, all’intera popolazione della Cina. E anche a voler tenere conto solo del dato di minore entità, ossia 110 – 190 milioni di persone che sono costrette ad affrontare difficoltà ‘molto significative’, basta fare un conticino alla buona  per rendersi conto che stiamo parlando dello stesso numero di individui che popolerebbero una megalopoli grande da 40 a quasi 70 volte Roma. Un bel po’ di gente, insomma. Continue reading

Breve biografia degli stranimali

di Giovanni Monasteri

Frequento da tanto tempo gli Stranimali. Questi piccoli quadrupedi neri e un po’ bitorzoluti, quasi acefali eppure intelligenti, mi sono così cari e familiari che risulterebbe difficile, per me, parlarne come di un fatto o di un manufatto artistico – anche se tali sono: gesto poetico, arte, happening che richiede la cooperazione del fruitore per realizzarsi appieno, per moltiplicarsi e ripetersi all’infinito. Ancora più difficile è trovare degli ascendenti, una linea genealogica o evolutiva per questi strani-animali (animali nel senso etimologico, esseri senzienti, dotati di anima e capaci di muoversi). Più facile, allora, tentare una loro breve biografia. Una biografia semiseria, adeguata al mood ludico che è una delle peculiarità di questa produzione artistica seriale ma esclusiva. Un giorno di molti anni fa, l’artista siciliano Cateno Sanalitro, preso da uno dei suoi rapimenti creativi, ingrovigliò fittamente un tratto di fil di rame e ne fece una specie di cavalluccio. Lo pitturò di vernice nera, lo posò su una superficie piana e scoprì che la piccola scultura si muoveva. Continue reading

Breve inchiesta su Maurizio Zambon

di Mauro Mirci
Nel 2011, assieme ad alcuni amici(*), e per iniziativa della Cletus Productions, è nato un e-book dal titolo “La prima antologia del calcio astrale”. Enrico Vaime, che firmò la prefazione, scrisse:
Mi sono divertito nel leggere questi racconti. Ho riconosciuto, in quelle storie che cercavano spesso coraggiosamente di non affondare nella nostalgia di un tempo e di un gioco che forse ognuno di noi s’é inventato ricostruendolo e completandolo nella memoria, un tempo e un gioco che non ci sono più, non sono riconoscibili per chi ha cominciato a contare gli anni e i trigliceridi, sempre troppi sia gli uni che gli altri. Le storie di questa raccolta, pur avendo la stessa ambientazione, sono diversissime tra loro. Ma l’averle assemblate ha una sua ragione ispiratrice: partono tutte da un sogno comune alle generazioni pur storicamente lontane una dall’altra. Quello di fare un goal, segnare un punto, sentirsi abbracciare dai compagni (e sbattere in terra nell’euforia omicida dei ragazzi di ogni epoca). Quasi tutti i giocatori (tesserati o meno) hanno vissuto quell’attimo straordinario. Tranne i portieri. Tranne me. Che ho segnato una sola volta sul finire degli anni 50. Ma il goal fu attribuito a un altro che aveva messo un inutile piede all’ultimo momento, a portiere battuto. Nella prossima antologia astrale ve lo racconto.”

Qui appresso il racconto con il quale il titolare di questo blog, indegnamente, si imbucò tra i nobili prosatori.

Il suo nome non lo ricorda più quasi nessuno, giusto alcuni appassionati di calcio e, naturalmente, chi lo ha conosciuto: Maurizio Zambon, centrocampista, grande talento degli anni ’80 del XX secolo.
Al telefono, Comunardo Niccolai, il CT che decise di schierarlo ai mondiali Under 16 del 1987, e fu ricambiato a suon di gol, si limita a dirne un gran bene. E Aldo Filippetti, suo primo allenatore, adesso agente, dapprima rifiuta di rilasciare un’intervista, ma bofonchia: “Quel ragazzo, quel ragazzo,” come uno sfogo, o come se volesse dire e non potesse. Ma poi mi dà appuntamento nella sua tenuta alle falde dell’Etna.
Mi accoglie all’ombra del grande porticato di un casale di pietra lavica e legno, immerso tra le vigne e i castagni della valle dell’Alcantara.
“Me lo sono cresciuto come un figlio,” dice rigirandosi tra le dita un enorme Cohiba. Sembra indeciso se accenderlo oppure no. Alla fine accosta la fiamma dell’accendino alla punta del sigaro. Sento a sua voce provenire da dietro la nube di fumo, profonda come il suono di un corno da nebbia. Continue reading

Il tempo senza ore(*). La narrazione della malattia come forma di terapia

di Mauro Mirci

Il 21 settembre è un giorno particolare. È il giorno dell’equinozio d’autunno, ossia la data in cui notte e giorno hanno la stessa durata. Il giorno successivo si lascia l’estate e ci si inoltra nell’autunno. Mi sembra una buona metafora del momento in cui la parabola dell’essere umano raggiunge l’apice e inizia il declino. Non credo sia un caso se il 21 settembre è anche il giorno in cui la comunità internazionale ha deciso di ricordare il morbo di Alzheimer.
Elois Alzheimer fu un neuropsichiatra tedesco che, nel 1906, descrisse per primo la malattia che poi prese il suo nome. I sintomi che Alzheimer rilevò in Auguste Deter, una donna di 51 anni che aveva preso in cura, erano perdita di memoria, mutamenti di carattere, delirio di gelosia, incapacità a provvedere alle cure domestiche e a sé stessa. Per circa settant’anni si è creduto che la malattia colpisse solo persone di età inferiore ai 65 anni e, per questo, si parlava di “demenza presenile”. Tuttavia, è stato successivamente riconosciuta la malattia in pazienti più anziani, con un picco del 30% negli ultraottantenni.
Per ritornare alla data del 21 settembre, Giornata Mondiale dell’Alzheimer, se il paragone con il passaggio dall’estate all’autunno della vita regala un sorriso, vivere l’esperienza dell’Alzheimer e delle demenze in genere è invece devastante. Continue reading

Geologia: mi sono informato

di Mauro Mirci

Avevo immaginato che l’università fosse un luogo dove le giovani menti avrebbero potuto dare il meglio di sé, in un proficuo scambio di idee con il corpo insegnante e con i colleghi di studio. Immaginavo lezioni condotte da docenti brillanti, seri e sportivamente vestiti, dalla voce impostata e dalla dialettica coinvolgente, capaci di trasformare, in pochi anni, il ragazzotto provinciale col diploma di geometra in un preparato geologo in grado di confrontarsi con le principali problematiche che affliggevano allora l’Italia tutta, ossia il dissesto idrogeologico e l’urbanizzazione selvaggia.
Scoprii che, come me, una truppa di siciliani neodiplomati avevano seguito i servizi televisivi nei quali, a fronte di dati assai preoccupanti sul dissesto idrogeologico e sull’urbanizzazione selvaggia, veniva previsto un boom della professione di geologo. Le aule, previste per poche decine di studenti, vennero invase da alcune centinaia di aspiranti scienziati della terra. Luoghi fino allora silenziosi e adeguati alle necessità didattiche si trasformarono in bolge rumorose dense d’odori forti di sudore e di calzini. Il che, oltre a dare conferma della ristrettezza e scarsa aerazione degli ambienti, forniva anche tristi informazioni sulla scarsa abitudine all’igiene di molti colleghi. Continue reading

La Sicilia è un canto nella solitudine

di Concetto Prestifilippo

Gibellina, Baglio di Stefano. Appuntamento con il compositore Salvatore Sciarrino. Una lunga conversazione nel caldo dell’estate siciliana. Quando gli chiedo una definizione della Sicilia esita. Un tempo immobile. Suoni che rimbalzano nella corte. Sciarrino, sembra inseguire quei suoni: «La Sicilia è un canto nella solitudine», risponde assorto nei suoi ricordi.
La Sicilia di ogni isolano è forse questa. Un personale canto nella solitudine. Un rimando di storie e personaggi. Come quelli consegnati alla letteratura da una gloriosa schiera di scrittori. La Sicilia raccontata, non può risolversi in una mera elencazione di nomi e titoli. Sono esercizi di stile buoni per dotte accademie. In barba ad ogni classificazione, senza ordine, solo per citarne alcuni: Verga, Capuana, De Roberto, Pirandello, Quasimodo, Vittorini, Brancati, Tomasi di Lampedusa, Borgese, Piccolo, D’Arrigo, Lanza, Savarese, Maraini, Hornby, Bonaviri, Cammilleri, Bufalino, Sciascia, Consolo. Narratori che hanno disegnato un carosello di personaggi balzachiani, il paradigma umano della Grande Isola. Non sono possibili raffronti con altre realtà regionali. Le storie narrate delineano i contorni di una geografia letteraria dell’Isola delle meraviglie. Come in un abbecedario d’antan, si dispiegano le insolite contee letterarie. La provincia di Agrigento con il teatro umano di Pirandello, la passione civile di Sciascia, fino al buon Camilleri e la sua sterminata avventura narrativa. La Palermo impietosa e languida del principe Tomasi di Lampedusa. Messina con la lingua materna e avvolgente di D’Arrigo, la poesia lunare di Piccolo e l’immensa architettura delle parole di Vincenzo Consolo. Catania è quella del gigante Verga e del sicilianissimo Brancati. Binomio inscindibile quello che lega Siracusa al raffinato Vittorini. Ragusa è l’eleganza, non solo letteraria, di Bufalino. La poesia rigorosa di Nino Di Vita ammanta Trapani. Continue reading

Bicicletta e libertà

di Angelo Maddalena

Pedalare in bicicletta libera da tensioni e aggressività! Stanchezza che alleggerisce, cosiddetta “sana stanchezza”. Fallo anche tu, così ti liberi dalla negatività mpustimata, ncicirriddata! Mi lavo i piedi con l’acqua fredda che lava via la stanchezza eccessiva. In Friuli, a Gemona, nel 2007, d’estate, ho imparato da amici (famiglia Gubiani) a lavare i piedi con acqua fredda per lavar via la stanchezza. Avevo fatto l’amore quell’estate proprio in Friuli, con una ragazza bella e volubile. Un’estate che sembrava avida di incontri “romantici” e di “conoscenze bibliche”. Con lei fu molto “biblico”: si chiamava Anna, lavorava in un bar a forma di Chiosco. Si tolse la maglietta e mi mostrò il seno candidamente, eravamo seduti in mezzo all’erba in una specie di parco neanche tanto fuori dal paese. Ma comunque lontani da sguardi indiscreti. Continue reading

Sicilia-Milano-Sicilia

Storia quasi completamente vera
di Mauro Mirci
Era, mi sembra, il mio terzo anno di università e mia madre mi comunicò che doveva andare a Milano. Se volevo potevo accompagnarla.
Se volevo.
Se non volevo sarebbe andata da sola, tanto lo sapeva com’ero fatto. Intuii subito la trappola, ma non potei fare a meno di cascarci dentro senza opporre resistenza.
– Che ci vai a fare a Milano?
Cambiò subito tono. La voce le si fece dolce.
– Tu lo sai che due anni fa dovevo operarmi alla schiena, no?
– Sì.
– E lo sai che non mi sono fatta operare per amore tuo. Per non lasciarti solo.
Per la verità sapevo che, con la scusa di mettere in ordine alcune faccende di casa che non si potevano rimandare, aveva firmato il foglio di uscita dell’ospedale Garibaldi di Catania ed era tornata di corsa al paese. In ospedale non s’era fatta vedere più.
Ma decisi di non buttarla subito in polemica, tanto più che il motivo della fuga poteva essere veramente quello che aveva detto.
– E quindi? – dissi.
Mi accarezzò la testa.
– A Milano c’è una persona che deve visitarmi e forse può risolvermi la questione dell’ernia.
– Uno specialista?
– No, quale specialista.
Cominciavo a capire, ma non ero ancora sicuro.
– Ma tu lo sai che tua zia Raffaella – disse mia madre, – non riusciva ad avere figli e allora è andata a Milano da questa persona?
– No, non lo sapevo.
– Lui, appena l’ha vista, le ha detto: cara signora, non si deve preoccupare. Avrà una bella bambina.
– Ah.
– E anche tuo zio Pippo, quando è andato da lui per non mi ricordo che cosa, insomma, si è risolto tutto.
– Ma tutto cosa?
– Non me lo ricordo, ma si è risolto tutto. E comunque, ha indovinato che doveva nascere tua cugina. Continue reading