Matteo, nato il 29 febbraio

di Antonio Musotto

La sveglia ha suonato, e poi si è accesa la radio, con il notiziario di oggi, 29 febbraio.
Oggi si vota, si torna alle urne per decidere se confermare o sostituire il premier.
Mi sono alzato, ho scrutato la mia faccia allo specchio prima di radermi, è sempre la stessa faccia, sono io, Matteo Rossi.
Dopo, vicino al frigorifero, ho detto latte , la giusta dose di liquido bianco è stata somministrata nel bicchiere di plastica, mentre una voce sintetizzata informava che si trattava di latte del presidente, parzialmente scremato, temperatura di 7 gradi ed altre stronzate cui non ho prestato attenzione.
Oggi si vota, potrei farlo comodamente da casa, dal box interattivo sopra la televisione, che non possiamo più spegnere da quanto è stata approvata la legge che ne impone l’accensione continuata, ma ho voglia di uscire.
Passerò prima a prendere i dolci in pasticceria , poi andrò al seggio.
E’ il 29 febbraio, il mio compleanno. Continue reading

Considerata l’età

di Mauro Mirci

L’espressione della rumena è dura. Mi riprovera sottovoce il ritardo mentre indossa il cappotto, e borbotta qualcosa nella sua lingua. Riesco a distinguere il nome Pietro.
– È il tuo fidanzato? – le chiedo, ma lei mi volta le spalle.
– Paghi mio lavoro, non sono affari tuoi.
Va via. Mi lascia sulla porta. La osservo scendere svelta le scale, mentre le falde del cappotto si aprono come ali e i tacchi alti picchiano sul marmo dei gradini. Tic tic tic, sempre meno rumorosi, sempre più lontani. Sento il portone aprirsi, giù. Un motore passa e s’intrufola per un istante nell’androne, poi svanisce. Il portone si chiude. Più nulla.
Appendo la giacca all’attaccapanni
– Maria – sento urlare. Allora entro e mi chiudo la porta alle spalle spingendola lentamente ma con decisione contro lo stipite. Lo scatto della serratura ben oliata sancisce il passaggio di consegne e, al tempo stesso suona alle mie orecchie come il benvenuto della casa in cui sono cresciuto, abbandonata per vivere un poco di vita e ritrovata per fatti contingenti.
– Maria – urla ancora mia madre. La sento spostarsi. Il rumore caratteristico di mamma: un fruscio di veste da camera, uno sbatacchiare di ciabatte, qualche lamento contro il mal di schiena e gli anni impietosi. Mi volto perché possa vedermi bene. Lei attraversa soglia e si affaccia nel corridoio.
– Ah, sei tu. Dov’è Maria?
– Oggi è giovedì.
Le vedo fare il muso storto.
– Oggi è martedì.
– No, mamma, è giovedì.
Con la mano mi manda a quel paese e rientra in cucina. La seguo. Sta finendo di avvitare la caffettiera grande, quella da sei tazze.
– Potevi preparare quella piccola.
– Vengono anche la nonna e le zie.
Nota il mio disappunto.
– Avete avuto questioni?
Mi riprendo subito. – No – dico, – nessuna questione. Ci sono le tue sorelle?
– Erano qui prima. Adesso sono salite al piano di sopra, non le hai incontrate? Ma gli ho detto che mettevo su il caffè, quindi tra poco tornano.
Al piano di sopra. Nell’appartamento di nonna.
– Siediti – dico a mia madre.
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Palermo criminale. Il grande romanzo della città.

Ecco qua la copertina di “Palermo criminale – Il grande romanzo della città”, antologia di racconti noir curata da Antonio Pagliaro. Sono dodici racconti e dodici autori, uno per mese. L’intento era quello di raccontare il 2004 di Palermo, l’anno della promozione in serie A dei rosanero. La costruzione complessiva del volume è uno dei suoi punti di forza. La città come scenario, la coerenza cronologica, personaggi e fatti comuni a più racconti, la frase scritta su un muro e richiamata da più autori, fanno deviare il libro dal binario dell’antologia, a quello di un romanzo a più mani. Merito della “regia” di Pagliaro, autore anche di un racconto duro come un pugno al diaframma.

Sarà in libreria a partire dal 10 ottobre prossimo

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Cartolina dai mari del Sud

di Mauro Mirci

Il rumore delle onde superava anche la barriera della finestra serrata. Copriva persino il ronfare sommesso del condizionatore. L’uomo si mise a sedere sul bordo del letto. Istintivamente tese il braccio sinistro all’indietro, a cercare il fianco della donna, coperto dal lenzuolo di seta a fiori, molto estivo, molto esotico, molto “mari del sud”. La mano di lei prese la sua. Era sveglia.
–  Già sveglio? – disse.
– Sì, saranno le onde – rispose lui, – non ci sono abituato.
– Vivi troppo isolato – disse lei, – dovresti deciderti a cambiare.
– Non è che il mio lavoro non mi piaccia più – disse lui, – è diverso: come se…
– Come se tutto quel che fai non avesse più senso –  lo interruppe lei,- come se ogni gesto ripetuto all’infinito, sempre uguale, sempre senza possibilità di errore e di rimedio, fosse un peso nuovo e insopportabile.
– Ecco – disse lui, – è proprio così.
Gli strinse le dita con dolcezza.
– Pensaci  – disse lei, – possiamo ricominciare insieme.

Eppure solo la sera prima si erano parlati per la prima volta. Si conoscevano, sì, frequentavano gli stessi ambienti, comparivano negli stessi libri e negli stessi programmi televisivi, avevano gli stessi fans. Lui aveva esitato un po’, vedendola davanti al bancone del bar, sola, davanti a un doppio scotch. Anche lei lo aveva notato, appena aveva varcato la vetrata dell’ingresso, con la camicia hawaiana color ananas aperta sul petto. Gli aveva sorriso, da dietro gli occhiali scuri e lui aveva colto il sorriso d’istinto, riconoscendola subito, ma esitando, timoroso che gli avesse sorriso per garbo, non per desiderio di compagnia. Poi gli aveva fatto cenno di raggiungerla.
– Non mi ero sbagliata, sei proprio tu – aveva detto.
– Sì – disse lui, – in effetti contavo che vestito così non mi si riconoscesse.
– Oh – fece lei, – ma sei perfettamente in incognito, tranquillo; non credo che qualcun altro, oltre a me, possa capire chi sei.
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Dopo Nassiryah

di Mauro Mirci

Il 12 novembre 2003, un’autocisterna imbottita di esplosivo attaccò la base militare di Nassiryah, in Irak. La deflagrazione provocò ventotto vittime.
“Dopo Nassiryah” è un racconto del 2004. Visione distopica di un futuro prossimo al 2003. Due editor lavorano a una storia. “Dopo Nassiryah” narra l’editing di quella storia.

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Il lume e la candela

di Greta Cerretti

Quando ho visto che avevi acceso anche le candele mi sono commossa. È stato più forte di me: avrei voluto attraversare il tuo salone con passo spedito, sedermi con noncuranza sul divano che ci ha cullati tante notti e accavallare le gambe. Sicura di me, immune a tutta la scenografia che hai architettato per averla di nuovo vinta sulla mia debole anima. Invece sono crollata alla vista di una candela profumata dell’Ikea.
La tua casa non è cambiata, è rimasta esattamente come la ricordavo. Come le camerette dei figli morti, che i genitori lasciano intatte, con il copriletto disfatto e le pareti tappezzate con i poster di cantanti ormai trapassati di moda. Anche noi siamo trapassati. Di quello che ci univa non è rimasto che polvere e lacrime. Eppure, guardando questa tavola apparecchiata con cura, penso che quando lo stoppino affogherà nella cera liquida, invece del buio eterno potrebbe accendersi una possibilità.
«Vieni, Sofia, dammi il cappotto.»
La tua voce è di nuovo melodiosa, non più arrochita dal catrame e dalla nicotina.
«Hai smesso di fumare?»
«Sì» rispondi perplesso «e ho anche ricominciato a correre. Come te ne sei accorta?»
Non posso dirti che l’ho avvertito dal brivido che mi ha percorso la schiena quando hai pronunciato il mio  nome.
«La casa non puzza più di fumo,» mento, aggredendoti un po’ «e non puzza più neanche di gatto.»

Nulla può essere successo

di Mauro Mirci

Il capoposto si raccomanda sempre. Salutare. Chiedere con cortesia i documenti. Esaminarli. Trascrivere dati ed estremi d’identificazione sul registro dell’obiettivo sensibile. Restituire i documenti. Mai alterarsi, anche se il visitatore si lamenta che ogni volta è la stessa storia, che non si possono registrare tutti quelli che entrano ed escono da un condominio di dieci piani solo perché ci abita un giudice. Mai parole o gesti fuori posto con condòmini o visitatori. Potrebbero conoscere qualcuno in questura, o in prefettura, o al comando di reggimento. Il sottotenente perderebbe la sua spensierata serenità, e allora fine dell’allegra atmosfera da scampagnata, dei cornetti caldi alle quattro del mattino, delle rapide fughe nei bagni della RAI di viale Strasburgo, caldi, confortevoli, puliti. Di nuovo a pisciare nei vasi dei tronchetti della felicità, a cagare nelle buste di plastica, a subire le angherie dei portinai inferociti per l’insozzamento dei loro condomini altoborghesi. Di nuovo rimproveri e giorni di consegna.

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Lo zio Englebert

di Antonio Musotto

Avevo perso il lavoro; il proprietario del negozio di armi che mi aveva assunto tre mesi prima era stato arrestato per una storia di tasse non pagate. Era venuta l’FBI, avevano messo sottosopra l’ufficio e poi se l’erano portato via in manette. Poi un ciccione sudato aveva messo i sigilli alla porta e mi aveva detto “arrangiati”. Io ero rimasto per un po’ appoggiato al palo della luce sul marciapiedi, poi dopo un po’, ero tornato a casa.
Radunai le mie cose nel soggiorno, poi le sistemai in due scatoloni, scrissi un biglietto al padrone di casa che lasciai sul tavolo di formica della cucina, misi le chiavi nel portavaso della pianta finta davanti l’uscio e me ne andai. In strada telefonai a mia madre, che non sembrò sorpresa del fatto che fossi rimasto senza lavoro: mi disse che se volevo, lo zio Englebert aveva bisogno di assistenza medica, e che avrei potuto andare a stare da lui per qualche tempo, in cambio appunto di qualche lavoretto per lo zio. Continue reading

Un caffè dell’altro mondo

di Francesco Randazzo

Uno scherzo che si trasforma nel pretesto per un salto nell’incredibile passato di Pippo Barracane.

“Un caffè dell’altro mondo”, di Francesco Randazzo, racconto vincitore della XII edizione del premio letterario Moak.

[clicca qui per leggere “Un caffè dell’altro mondo” – Formato pdf da 415 KB circa]

M.U.O.S. Il venerdì nero inizia presto

M.U.O.S.
Significa Mobile User Objective System, ed è un sistema di comunicazioni satellitari per fini militari ad altissima frequenza.
Trovate qualche informazione qui ma anche altrove, cercando in rete con un qualsiasi motore di ricerca.
Una stazione MUOS, come molti sanno, è in costruzione a meno di quaranta chilometri dalla scrivania sulla quale, adesso, scrivo questo mio post.
Accanto a me mia figlia gioca e guarda i cartoni animati.
Siamo a casa nostra. Ci sembra di essere al sicuro.

In molti giudicano che l’installazione sia pericolosa per la salute delle popolazioni residenti nell’area, e qualche attivista ha reso pubblici i motivi di timore nei confronti del MUOS in un sito internet che si chiama nomuosniscemi.it.
Leggo, su questo sito internet: “Questo sistema prevede di utilizzare tre antenne radar con parabole da 18.4 metri di diametro, che emetteranno costantemente onde elettromagnetiche ad altissima frequenza (banda Ka) e di grande potenza che da studi condotti da studiosi del Politecnico di Torino, costituiscono un rischio per la salute per l’inquinamento elettromagnetico del territorio in cui esse sono ubicate. La pericolosità dell’installazione è dovuta all’estrema vicinanza con la popolazione residente, un comprensorio di oltre 300.000 abitanti: Gela, Vittoria, Caltagirone, Niscemi, Butera, Riesi, Mazzarino, Acate, Mazzarrone, Piazza Armerina, San Cono, Mirabella Imbaccari, Chiaramonte Gulfi, San Michele di Ganzaria e Vizzini“.
Ecco, bastano queste parole a farmi sentire meno al sicuro tra le mura domestiche.
Sarà vero che il MUOS è anche un MUOStro capace di distruggere le vite di 300mila persone?
Provo a cercare in rete le ragioni di chi il MUOS lo vuole. Provo a cercare i pareri di chi afferma che no, il MUOS non ha gli effetti negativi segnalati dagli studiosi del politecnico di Torino. Non trovo nulla, però. Sarà perché delle installazioni militari i diretti responsabili non possono parlare, o perché, comunque, ciò che è utile alla difesa militare ammette il sacrificio (potenziale, certo, solo un incremento percentuale di determinate patologie relativamente rare) di 300mila persone, migliaio più migliaio meno? Mi rendo conto che affrontando l’argomento dal punto di vista strategico, parlandone in termine di “scacchieri”, l’incremento di patologie tumorali in una popolazione di sole 300mila anime, per di più residenti in un’area depressa e periferica rispetto al cuore economico e politico dell’Europa filostatunitense, potrebbe essere considerato un prezzo accettabile.
Se guardo mia figlia che disegna (adesso disegna, mentre lancia uno sguardo, di tanto in tanto, ai Barbapapà) il prezzo, però, a me sembra salatissimo.
Se penso, poi, alla cinica leggerezza con la quale migliaia di militari e civili sono stati esposti all’uranio impoverito, sol per risparmiare sul prezzo delle pallottole, non so se eventuali rassicurazioni da parte di generali, tecnico e/o ministri riuscirebbero a convincermi.

Salvatore Giordano, mente e braccio della Nulla Die edizioni, è tra quelli convinti che il MUOS sia un mostro.
Venerdì scorso era a Niscemi. Tentava, con altri, di ostacolare la costruzione dell’impianto.
E’ successo questo.
Su ciò che è successo, Salvatore ha scritto, di getto, un breve testo. L’invito è a leggerlo. Basta cliccare sul link qui sotto.
Venerdì 11 gennaio