Geologia: mi sono informato

di Mauro Mirci

Avevo immaginato che l’università fosse un luogo dove le giovani menti avrebbero potuto dare il meglio di sé, in un proficuo scambio di idee con il corpo insegnante e con i colleghi di studio. Immaginavo lezioni condotte da docenti brillanti, seri e sportivamente vestiti, dalla voce impostata e dalla dialettica coinvolgente, capaci di trasformare, in pochi anni, il ragazzotto provinciale col diploma di geometra in un preparato geologo in grado di confrontarsi con le principali problematiche che affliggevano allora l’Italia tutta, ossia il dissesto idrogeologico e l’urbanizzazione selvaggia.
Scoprii che, come me, una truppa di siciliani neodiplomati avevano seguito i servizi televisivi nei quali, a fronte di dati assai preoccupanti sul dissesto idrogeologico e sull’urbanizzazione selvaggia, veniva previsto un boom della professione di geologo. Le aule, previste per poche decine di studenti, vennero invase da alcune centinaia di aspiranti scienziati della terra. Luoghi fino allora silenziosi e adeguati alle necessità didattiche si trasformarono in bolge rumorose dense d’odori forti di sudore e di calzini. Il che, oltre a dare conferma della ristrettezza e scarsa aerazione degli ambienti, forniva anche tristi informazioni sulla scarsa abitudine all’igiene di molti colleghi. Continue reading

La Sicilia è un canto nella solitudine

di Concetto Prestifilippo

Gibellina, Baglio di Stefano. Appuntamento con il compositore Salvatore Sciarrino. Una lunga conversazione nel caldo dell’estate siciliana. Quando gli chiedo una definizione della Sicilia esita. Un tempo immobile. Suoni che rimbalzano nella corte. Sciarrino, sembra inseguire quei suoni: «La Sicilia è un canto nella solitudine», risponde assorto nei suoi ricordi.
La Sicilia di ogni isolano è forse questa. Un personale canto nella solitudine. Un rimando di storie e personaggi. Come quelli consegnati alla letteratura da una gloriosa schiera di scrittori. La Sicilia raccontata, non può risolversi in una mera elencazione di nomi e titoli. Sono esercizi di stile buoni per dotte accademie. In barba ad ogni classificazione, senza ordine, solo per citarne alcuni: Verga, Capuana, De Roberto, Pirandello, Quasimodo, Vittorini, Brancati, Tomasi di Lampedusa, Borgese, Piccolo, D’Arrigo, Lanza, Savarese, Maraini, Hornby, Bonaviri, Cammilleri, Bufalino, Sciascia, Consolo. Narratori che hanno disegnato un carosello di personaggi balzachiani, il paradigma umano della Grande Isola. Non sono possibili raffronti con altre realtà regionali. Le storie narrate delineano i contorni di una geografia letteraria dell’Isola delle meraviglie. Come in un abbecedario d’antan, si dispiegano le insolite contee letterarie. La provincia di Agrigento con il teatro umano di Pirandello, la passione civile di Sciascia, fino al buon Camilleri e la sua sterminata avventura narrativa. La Palermo impietosa e languida del principe Tomasi di Lampedusa. Messina con la lingua materna e avvolgente di D’Arrigo, la poesia lunare di Piccolo e l’immensa architettura delle parole di Vincenzo Consolo. Catania è quella del gigante Verga e del sicilianissimo Brancati. Binomio inscindibile quello che lega Siracusa al raffinato Vittorini. Ragusa è l’eleganza, non solo letteraria, di Bufalino. La poesia rigorosa di Nino Di Vita ammanta Trapani. Continue reading

Bicicletta e libertà

di Angelo Maddalena

Pedalare in bicicletta libera da tensioni e aggressività! Stanchezza che alleggerisce, cosiddetta “sana stanchezza”. Fallo anche tu, così ti liberi dalla negatività mpustimata, ncicirriddata! Mi lavo i piedi con l’acqua fredda che lava via la stanchezza eccessiva. In Friuli, a Gemona, nel 2007, d’estate, ho imparato da amici (famiglia Gubiani) a lavare i piedi con acqua fredda per lavar via la stanchezza. Avevo fatto l’amore quell’estate proprio in Friuli, con una ragazza bella e volubile. Un’estate che sembrava avida di incontri “romantici” e di “conoscenze bibliche”. Con lei fu molto “biblico”: si chiamava Anna, lavorava in un bar a forma di Chiosco. Si tolse la maglietta e mi mostrò il seno candidamente, eravamo seduti in mezzo all’erba in una specie di parco neanche tanto fuori dal paese. Ma comunque lontani da sguardi indiscreti. Continue reading

Sicilia-Milano-Sicilia

Storia quasi completamente vera
di Mauro Mirci
Era, mi sembra, il mio terzo anno di università e mia madre mi comunicò che doveva andare a Milano. Se volevo potevo accompagnarla.
Se volevo.
Se non volevo sarebbe andata da sola, tanto lo sapeva com’ero fatto. Intuii subito la trappola, ma non potei fare a meno di cascarci dentro senza opporre resistenza.
– Che ci vai a fare a Milano?
Cambiò subito tono. La voce le si fece dolce.
– Tu lo sai che due anni fa dovevo operarmi alla schiena, no?
– Sì.
– E lo sai che non mi sono fatta operare per amore tuo. Per non lasciarti solo.
Per la verità sapevo che, con la scusa di mettere in ordine alcune faccende di casa che non si potevano rimandare, aveva firmato il foglio di uscita dell’ospedale Garibaldi di Catania ed era tornata di corsa al paese. In ospedale non s’era fatta vedere più.
Ma decisi di non buttarla subito in polemica, tanto più che il motivo della fuga poteva essere veramente quello che aveva detto.
– E quindi? – dissi.
Mi accarezzò la testa.
– A Milano c’è una persona che deve visitarmi e forse può risolvermi la questione dell’ernia.
– Uno specialista?
– No, quale specialista.
Cominciavo a capire, ma non ero ancora sicuro.
– Ma tu lo sai che tua zia Raffaella – disse mia madre, – non riusciva ad avere figli e allora è andata a Milano da questa persona?
– No, non lo sapevo.
– Lui, appena l’ha vista, le ha detto: cara signora, non si deve preoccupare. Avrà una bella bambina.
– Ah.
– E anche tuo zio Pippo, quando è andato da lui per non mi ricordo che cosa, insomma, si è risolto tutto.
– Ma tutto cosa?
– Non me lo ricordo, ma si è risolto tutto. E comunque, ha indovinato che doveva nascere tua cugina. Continue reading

Matteo, nato il 29 febbraio

di Antonio Musotto

La sveglia ha suonato, e poi si è accesa la radio, con il notiziario di oggi, 29 febbraio.
Oggi si vota, si torna alle urne per decidere se confermare o sostituire il premier.
Mi sono alzato, ho scrutato la mia faccia allo specchio prima di radermi, è sempre la stessa faccia, sono io, Matteo Rossi.
Dopo, vicino al frigorifero, ho detto latte , la giusta dose di liquido bianco è stata somministrata nel bicchiere di plastica, mentre una voce sintetizzata informava che si trattava di latte del presidente, parzialmente scremato, temperatura di 7 gradi ed altre stronzate cui non ho prestato attenzione.
Oggi si vota, potrei farlo comodamente da casa, dal box interattivo sopra la televisione, che non possiamo più spegnere da quanto è stata approvata la legge che ne impone l’accensione continuata, ma ho voglia di uscire.
Passerò prima a prendere i dolci in pasticceria , poi andrò al seggio.
E’ il 29 febbraio, il mio compleanno. Continue reading

Considerata l’età

di Mauro Mirci

L’espressione della rumena è dura. Mi riprovera sottovoce il ritardo mentre indossa il cappotto, e borbotta qualcosa nella sua lingua. Riesco a distinguere il nome Pietro.
– È il tuo fidanzato? – le chiedo, ma lei mi volta le spalle.
– Paghi mio lavoro, non sono affari tuoi.
Va via. Mi lascia sulla porta. La osservo scendere svelta le scale, mentre le falde del cappotto si aprono come ali e i tacchi alti picchiano sul marmo dei gradini. Tic tic tic, sempre meno rumorosi, sempre più lontani. Sento il portone aprirsi, giù. Un motore passa e s’intrufola per un istante nell’androne, poi svanisce. Il portone si chiude. Più nulla.
Appendo la giacca all’attaccapanni
– Maria – sento urlare. Allora entro e mi chiudo la porta alle spalle spingendola lentamente ma con decisione contro lo stipite. Lo scatto della serratura ben oliata sancisce il passaggio di consegne e, al tempo stesso suona alle mie orecchie come il benvenuto della casa in cui sono cresciuto, abbandonata per vivere un poco di vita e ritrovata per fatti contingenti.
– Maria – urla ancora mia madre. La sento spostarsi. Il rumore caratteristico di mamma: un fruscio di veste da camera, uno sbatacchiare di ciabatte, qualche lamento contro il mal di schiena e gli anni impietosi. Mi volto perché possa vedermi bene. Lei attraversa soglia e si affaccia nel corridoio.
– Ah, sei tu. Dov’è Maria?
– Oggi è giovedì.
Le vedo fare il muso storto.
– Oggi è martedì.
– No, mamma, è giovedì.
Con la mano mi manda a quel paese e rientra in cucina. La seguo. Sta finendo di avvitare la caffettiera grande, quella da sei tazze.
– Potevi preparare quella piccola.
– Vengono anche la nonna e le zie.
Nota il mio disappunto.
– Avete avuto questioni?
Mi riprendo subito. – No – dico, – nessuna questione. Ci sono le tue sorelle?
– Erano qui prima. Adesso sono salite al piano di sopra, non le hai incontrate? Ma gli ho detto che mettevo su il caffè, quindi tra poco tornano.
Al piano di sopra. Nell’appartamento di nonna.
– Siediti – dico a mia madre.
[Clicca qui se vuoi leggere tutto il racconto]

Palermo criminale. Il grande romanzo della città.

Ecco qua la copertina di “Palermo criminale – Il grande romanzo della città”, antologia di racconti noir curata da Antonio Pagliaro. Sono dodici racconti e dodici autori, uno per mese. L’intento era quello di raccontare il 2004 di Palermo, l’anno della promozione in serie A dei rosanero. La costruzione complessiva del volume è uno dei suoi punti di forza. La città come scenario, la coerenza cronologica, personaggi e fatti comuni a più racconti, la frase scritta su un muro e richiamata da più autori, fanno deviare il libro dal binario dell’antologia, a quello di un romanzo a più mani. Merito della “regia” di Pagliaro, autore anche di un racconto duro come un pugno al diaframma.

Sarà in libreria a partire dal 10 ottobre prossimo

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Cartolina dai mari del Sud

di Mauro Mirci

Il rumore delle onde superava anche la barriera della finestra serrata. Copriva persino il ronfare sommesso del condizionatore. L’uomo si mise a sedere sul bordo del letto. Istintivamente tese il braccio sinistro all’indietro, a cercare il fianco della donna, coperto dal lenzuolo di seta a fiori, molto estivo, molto esotico, molto “mari del sud”. La mano di lei prese la sua. Era sveglia.
–  Già sveglio? – disse.
– Sì, saranno le onde – rispose lui, – non ci sono abituato.
– Vivi troppo isolato – disse lei, – dovresti deciderti a cambiare.
– Non è che il mio lavoro non mi piaccia più – disse lui, – è diverso: come se…
– Come se tutto quel che fai non avesse più senso –  lo interruppe lei,- come se ogni gesto ripetuto all’infinito, sempre uguale, sempre senza possibilità di errore e di rimedio, fosse un peso nuovo e insopportabile.
– Ecco – disse lui, – è proprio così.
Gli strinse le dita con dolcezza.
– Pensaci  – disse lei, – possiamo ricominciare insieme.

Eppure solo la sera prima si erano parlati per la prima volta. Si conoscevano, sì, frequentavano gli stessi ambienti, comparivano negli stessi libri e negli stessi programmi televisivi, avevano gli stessi fans. Lui aveva esitato un po’, vedendola davanti al bancone del bar, sola, davanti a un doppio scotch. Anche lei lo aveva notato, appena aveva varcato la vetrata dell’ingresso, con la camicia hawaiana color ananas aperta sul petto. Gli aveva sorriso, da dietro gli occhiali scuri e lui aveva colto il sorriso d’istinto, riconoscendola subito, ma esitando, timoroso che gli avesse sorriso per garbo, non per desiderio di compagnia. Poi gli aveva fatto cenno di raggiungerla.
– Non mi ero sbagliata, sei proprio tu – aveva detto.
– Sì – disse lui, – in effetti contavo che vestito così non mi si riconoscesse.
– Oh – fece lei, – ma sei perfettamente in incognito, tranquillo; non credo che qualcun altro, oltre a me, possa capire chi sei.
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Dopo Nassiryah

di Mauro Mirci

Il 12 novembre 2003, un’autocisterna imbottita di esplosivo attaccò la base militare di Nassiryah, in Irak. La deflagrazione provocò ventotto vittime.
“Dopo Nassiryah” è un racconto del 2004. Visione distopica di un futuro prossimo al 2003. Due editor lavorano a una storia. “Dopo Nassiryah” narra l’editing di quella storia.

[Clicca qui per leggere il racconto – PDF, 168 kB]circa

Il lume e la candela

di Greta Cerretti

Quando ho visto che avevi acceso anche le candele mi sono commossa. È stato più forte di me: avrei voluto attraversare il tuo salone con passo spedito, sedermi con noncuranza sul divano che ci ha cullati tante notti e accavallare le gambe. Sicura di me, immune a tutta la scenografia che hai architettato per averla di nuovo vinta sulla mia debole anima. Invece sono crollata alla vista di una candela profumata dell’Ikea.
La tua casa non è cambiata, è rimasta esattamente come la ricordavo. Come le camerette dei figli morti, che i genitori lasciano intatte, con il copriletto disfatto e le pareti tappezzate con i poster di cantanti ormai trapassati di moda. Anche noi siamo trapassati. Di quello che ci univa non è rimasto che polvere e lacrime. Eppure, guardando questa tavola apparecchiata con cura, penso che quando lo stoppino affogherà nella cera liquida, invece del buio eterno potrebbe accendersi una possibilità.
«Vieni, Sofia, dammi il cappotto.»
La tua voce è di nuovo melodiosa, non più arrochita dal catrame e dalla nicotina.
«Hai smesso di fumare?»
«Sì» rispondi perplesso «e ho anche ricominciato a correre. Come te ne sei accorta?»
Non posso dirti che l’ho avvertito dal brivido che mi ha percorso la schiena quando hai pronunciato il mio  nome.
«La casa non puzza più di fumo,» mento, aggredendoti un po’ «e non puzza più neanche di gatto.»