Dopo Nassiryah

di Mauro Mirci

Il 12 novembre 2003, un’autocisterna imbottita di esplosivo attaccò la base militare di Nassiryah, in Irak. La deflagrazione provocò ventotto vittime.
“Dopo Nassiryah” è un racconto del 2004. Visione distopica di un futuro prossimo al 2003. Due editor lavorano a una storia. “Dopo Nassiryah” narra l’editing di quella storia.

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Il lume e la candela

di Greta Cerretti

Quando ho visto che avevi acceso anche le candele mi sono commossa. È stato più forte di me: avrei voluto attraversare il tuo salone con passo spedito, sedermi con noncuranza sul divano che ci ha cullati tante notti e accavallare le gambe. Sicura di me, immune a tutta la scenografia che hai architettato per averla di nuovo vinta sulla mia debole anima. Invece sono crollata alla vista di una candela profumata dell’Ikea.
La tua casa non è cambiata, è rimasta esattamente come la ricordavo. Come le camerette dei figli morti, che i genitori lasciano intatte, con il copriletto disfatto e le pareti tappezzate con i poster di cantanti ormai trapassati di moda. Anche noi siamo trapassati. Di quello che ci univa non è rimasto che polvere e lacrime. Eppure, guardando questa tavola apparecchiata con cura, penso che quando lo stoppino affogherà nella cera liquida, invece del buio eterno potrebbe accendersi una possibilità.
«Vieni, Sofia, dammi il cappotto.»
La tua voce è di nuovo melodiosa, non più arrochita dal catrame e dalla nicotina.
«Hai smesso di fumare?»
«Sì» rispondi perplesso «e ho anche ricominciato a correre. Come te ne sei accorta?»
Non posso dirti che l’ho avvertito dal brivido che mi ha percorso la schiena quando hai pronunciato il mio  nome.
«La casa non puzza più di fumo,» mento, aggredendoti un po’ «e non puzza più neanche di gatto.»

Nulla può essere successo

di Mauro Mirci

Il capoposto si raccomanda sempre. Salutare. Chiedere con cortesia i documenti. Esaminarli. Trascrivere dati ed estremi d’identificazione sul registro dell’obiettivo sensibile. Restituire i documenti. Mai alterarsi, anche se il visitatore si lamenta che ogni volta è la stessa storia, che non si possono registrare tutti quelli che entrano ed escono da un condominio di dieci piani solo perché ci abita un giudice. Mai parole o gesti fuori posto con condòmini o visitatori. Potrebbero conoscere qualcuno in questura, o in prefettura, o al comando di reggimento. Il sottotenente perderebbe la sua spensierata serenità, e allora fine dell’allegra atmosfera da scampagnata, dei cornetti caldi alle quattro del mattino, delle rapide fughe nei bagni della RAI di viale Strasburgo, caldi, confortevoli, puliti. Di nuovo a pisciare nei vasi dei tronchetti della felicità, a cagare nelle buste di plastica, a subire le angherie dei portinai inferociti per l’insozzamento dei loro condomini altoborghesi. Di nuovo rimproveri e giorni di consegna.

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Lo zio Englebert

di Antonio Musotto

Avevo perso il lavoro; il proprietario del negozio di armi che mi aveva assunto tre mesi prima era stato arrestato per una storia di tasse non pagate. Era venuta l’FBI, avevano messo sottosopra l’ufficio e poi se l’erano portato via in manette. Poi un ciccione sudato aveva messo i sigilli alla porta e mi aveva detto “arrangiati”. Io ero rimasto per un po’ appoggiato al palo della luce sul marciapiedi, poi dopo un po’, ero tornato a casa.
Radunai le mie cose nel soggiorno, poi le sistemai in due scatoloni, scrissi un biglietto al padrone di casa che lasciai sul tavolo di formica della cucina, misi le chiavi nel portavaso della pianta finta davanti l’uscio e me ne andai. In strada telefonai a mia madre, che non sembrò sorpresa del fatto che fossi rimasto senza lavoro: mi disse che se volevo, lo zio Englebert aveva bisogno di assistenza medica, e che avrei potuto andare a stare da lui per qualche tempo, in cambio appunto di qualche lavoretto per lo zio. Continue reading

Un caffè dell’altro mondo

di Francesco Randazzo

Uno scherzo che si trasforma nel pretesto per un salto nell’incredibile passato di Pippo Barracane.

“Un caffè dell’altro mondo”, di Francesco Randazzo, racconto vincitore della XII edizione del premio letterario Moak.

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M.U.O.S. Il venerdì nero inizia presto

M.U.O.S.
Significa Mobile User Objective System, ed è un sistema di comunicazioni satellitari per fini militari ad altissima frequenza.
Trovate qualche informazione qui ma anche altrove, cercando in rete con un qualsiasi motore di ricerca.
Una stazione MUOS, come molti sanno, è in costruzione a meno di quaranta chilometri dalla scrivania sulla quale, adesso, scrivo questo mio post.
Accanto a me mia figlia gioca e guarda i cartoni animati.
Siamo a casa nostra. Ci sembra di essere al sicuro.

In molti giudicano che l’installazione sia pericolosa per la salute delle popolazioni residenti nell’area, e qualche attivista ha reso pubblici i motivi di timore nei confronti del MUOS in un sito internet che si chiama nomuosniscemi.it.
Leggo, su questo sito internet: “Questo sistema prevede di utilizzare tre antenne radar con parabole da 18.4 metri di diametro, che emetteranno costantemente onde elettromagnetiche ad altissima frequenza (banda Ka) e di grande potenza che da studi condotti da studiosi del Politecnico di Torino, costituiscono un rischio per la salute per l’inquinamento elettromagnetico del territorio in cui esse sono ubicate. La pericolosità dell’installazione è dovuta all’estrema vicinanza con la popolazione residente, un comprensorio di oltre 300.000 abitanti: Gela, Vittoria, Caltagirone, Niscemi, Butera, Riesi, Mazzarino, Acate, Mazzarrone, Piazza Armerina, San Cono, Mirabella Imbaccari, Chiaramonte Gulfi, San Michele di Ganzaria e Vizzini“.
Ecco, bastano queste parole a farmi sentire meno al sicuro tra le mura domestiche.
Sarà vero che il MUOS è anche un MUOStro capace di distruggere le vite di 300mila persone?
Provo a cercare in rete le ragioni di chi il MUOS lo vuole. Provo a cercare i pareri di chi afferma che no, il MUOS non ha gli effetti negativi segnalati dagli studiosi del politecnico di Torino. Non trovo nulla, però. Sarà perché delle installazioni militari i diretti responsabili non possono parlare, o perché, comunque, ciò che è utile alla difesa militare ammette il sacrificio (potenziale, certo, solo un incremento percentuale di determinate patologie relativamente rare) di 300mila persone, migliaio più migliaio meno? Mi rendo conto che affrontando l’argomento dal punto di vista strategico, parlandone in termine di “scacchieri”, l’incremento di patologie tumorali in una popolazione di sole 300mila anime, per di più residenti in un’area depressa e periferica rispetto al cuore economico e politico dell’Europa filostatunitense, potrebbe essere considerato un prezzo accettabile.
Se guardo mia figlia che disegna (adesso disegna, mentre lancia uno sguardo, di tanto in tanto, ai Barbapapà) il prezzo, però, a me sembra salatissimo.
Se penso, poi, alla cinica leggerezza con la quale migliaia di militari e civili sono stati esposti all’uranio impoverito, sol per risparmiare sul prezzo delle pallottole, non so se eventuali rassicurazioni da parte di generali, tecnico e/o ministri riuscirebbero a convincermi.

Salvatore Giordano, mente e braccio della Nulla Die edizioni, è tra quelli convinti che il MUOS sia un mostro.
Venerdì scorso era a Niscemi. Tentava, con altri, di ostacolare la costruzione dell’impianto.
E’ successo questo.
Su ciò che è successo, Salvatore ha scritto, di getto, un breve testo. L’invito è a leggerlo. Basta cliccare sul link qui sotto.
Venerdì 11 gennaio

Kadogo (piccola cosa senza importanza)

Il grande maschio giunse a pochi metri e lanciò un ruggito, poi fece dietro-front, mostrando l’ampia schiena color dell’argento. Ma subito dopo tornò all’attacco. Maurice mirò il centro del petto e pensò che avrebbe dovuto sbrigarsi a sparare; il gorilla si alzò in piedi, si battè il petto, un’immagine di maestà che Maurice non aveva mai visto. No, Maurice non conosceva il significato della parola maestà, aveva un’idea tutta sua di cosa volesse dire orgoglio, e credeva che il coraggio fosse rappresentato solo dall’uccidere al semplice ordine del comandante, senza provare pietà. Ma il gorilla davanti a lui s’ergeva in tutta la sua altezza, per dimostrare il diritto di possesso su quel regno verde, e sulle femmine e sui piccoli che vi si nascondevano dentro. E fu allora che Maurice cercò, negli infiniti scaffali della sua ignoranza, l’aggettivo giusto per definire quella dimostrazione di imponenza e regalità, e l’aggettivo era maestoso, e per questo non lo trovò. Indugiò invece sul grilletto, ma fu incapace di sparare: non riusciva a credere che quella cosa meravigliosa potesse cadere a terra solo per l’effetto di una piccola ogiva di piombo rivestita di rame.
Se vuoi leggere Kadogo, di Mauro Mirci, clicca qui (pdf da 165 kB circa)

La serata dedicata a Campi Rossi 1969

Il 30 marzo scorso sono stati presentati la mostra Campi Rossi 1969 e il libro che ne è il naturale complemento.
Di seguito un piccolo collage dedicato alla serata.

Le interviste on line su Youtube:
a Fausto Carmelo Nigrelli (Sindaco di Piazza Armerina)

a Rossella Cantoni (presidente della Fondazione Cervi)
per l’Istituto Cervi cliccate qui

a Salvatore Lo Re (coordinatore del gruppo di lavoro piazzese di Memorie in cammino)
per memorie in cammino cliccate qui

ad Adelmo Cervi (figlio di Aldo, capo carismatico dei sette fratelli Cervi)

al gestore di questo sito, che ha scritto il libro.

Cliccando qui, invece, potrete leggere il post pubblicato su Startnews.it, giornale online di informazione locale

Un piccolo album fotografico della serata Pesa circa 3,7 mB.

Un’ideale colonna sonora: “Gallo rojo, gallo negro” di Chicho Sànches Ferlosio.

Chi è Orfeo?

L’ultimo anno di Francesco Lanza

di Mauro Mirci

Il 1932 sembrava l’anno della ripresa, nonostante tutto. Attendeva sempre una risposta alle sue insistenti domande d’impiego. Potevano gli amici farsi sordi ai suoi appelli? Potevano, a quanto pareva, e questo è quanto pensava, ma ciò che sperava era diverso e la risposa che si dava era: no, non potevano farsi sordi.
Nel frattempo scriveva.
In gennaio fu a Roma, a ricordare a chi di dovere le sue aspettative. E qualcosa scrisse, sul tavolinetto dell’albergo, approfittando della carta intestata. Poi a Tripoli, e furono le Storielle tripoline e le Storielle libiche. Non erano i Mimi (meno vissute, meno partecipate: non erano storie della terra sua, ma piuttosto una parodia). Non ci si avvicinavano neppure.
Scrisse ancora. Qualche articolo, qualche prosa. Venne anche il saggio su Goethe e l’anima di Roma, ma roba da poco.
Aveva alcune storie da finire. Su una s’arrovellava da quando era tornato dalla Russia. Come dire: una storia che viene da lontano. L’altra s’ispirava a luoghi più vicini, ossia il lago di Pergusa, e andava a comporre un altro capitolo di Proserpina.
Ma era un modo per ingannare la solitudine e fingere un futuro che non arrivava.
Intanto passano i mesi.
Il posto ministeriale non arriva.
Possono gli amici aver dimenticato?
Possibile?
Nel frattempo con Peppino Loggia si fanno esperienze spiritiche e “di vago sentore teosofico”.

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Campi Rossi 1969

La quarta di copertina
1969. Un gruppo di giovani di sinistra, un po’ hippies, incontra papà Cervi, a Gattatico. Con loro Otello Sarzi, compagno e amico dei suoi figli.
Una ventina di foto testimoniano un incontro sereno, normale, in cui Alcide forse parla a quei giovani del suo frutteto, forse della terra, forse dei suoi figli.
Il fotografo è Antonio Russello, reporter siciliano free lance. È lì per trascorrere una giornata con i suoi amici e con Alcide.
Le foto restano per trent’anni in una cassa, con qualche altro migliaio di scatti, nella casa di campagna dove Antonio s’è ritirato negli anni ‘70 per vivere da uomo libero, figlio della sua generazione.
Testimonianze di storia contemporanea che il Comune di Piazza decide di acquisire perché diventino patrimonio collettivo.
2011. Antonio incontra Mauro Mirci, geologo-scrittore che in quanto geologo va sotto la crosta degli eventi e in quanto scrittore riporta in superficie storie di donne e di uomini che costituiscono un nuovo tassello dei legami tra la Sicilia e l’Emilia.
Questo libro è il frutto del loro incontro.

Campi rossi 1969 è un testo dedicato ad Antonio Russello, fotografo vagabondo e romantico che ancora crede negli ideali del ’68. Le foto scattate a Gattatico, in casa Cervi, acquisite dal comune di Piazza Armerina, saranno esposte il prossimo 28 dicembre presso l’Istituto Cervi, in occasione del 68° anniversario della morte dei sette figli di Alcide.
Qui il programma della manifestazioni

Qui la pagina sul sito dell’editore