Poesie d’amore e calzini sporchi

di Mauro Mirci

Credo fosse gennaio. Più di vent’anni fa. Un bussare discreto alla porta ed entrò, vestita di nero, un trucco che metteva in risalto l’azzurro dei suoi occhi. Non so chi le avesse aperto. Il nostro appartamento di fuorisede era come una stazione ferroviaria. Gente a tutte le ore in giro per i corridoi; ogni tanto qualcuno s’infilava nelle stanze come fossero vagoni ferroviari. Il grande soggiorno era la sala d’aspetto, con la televisione e sempre qualcuno a mangiare sul grande tavolo di legno massiccio, residuato civile di antiquato soggiorno borghese. Lei entrò, dicevo, e andò a sedersi sul letto accanto al mio. Avrei dovuto accoglierla meglio, far qualcosa di più che sgusciare dalle coperte ed esibire la tuta da ginnastica che usavo come pigiama. E anche la faccia da studente tiratardi appena sveglio, immagino, non doveva essere un bel vedere. Ma lei sorrideva, e io lo sapevo che aveva un debole per me. Anch’io per lei.
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Il nostro Natale

E’ stato Natale. Ma il gestore di questo sito è incapace, come ogni Natale e ogni festa comandata, di postare in tempo utile un messaggio beneaugurale ai suoi pochi e affezionati lettori (perché i lettori di questo sito sono pochi e affezionati, shinystat parla chiaro). Per fortuna Giovanni Monasteri, il più grande cantore vivente di amori disarticolati e relazioni inconcludibili, mette on line “Il nostro Natale” e io glielo rubo. Buone Feste. ma.mi.

Il nostro Natale

Tu coi tuoi, io coi miei – a far bagordi
con gli amici spaiati, separati
vedovi e divorziati. L’ho annunciato
allegramente, amore, che tornavo
dal dolce esilio dell’amore, lieto
come non fossi più innamorato.
Però pensavo a te quando ho gettato
gli astici vivi nell’acqua bollente
(fischiavano, la pentola tremava).
A te infelice sequestrata spenta
che mestamente levavi il tuo calice
alla salute dei sequestratori.

Qui eravamo in dodici stasera,
forse venti o quaranta, e abbiam mangiato
per ottanta, per cento. Non mancavi
che tu, amore mio quasi tradito.

Nessun messaggio poi a mezzanotte,
nessun saluto. Mi dirai domani
che hai cucinato un gran cenone e tu
non hai toccato cibo, che non sei
andata a letto. Che hai sparecchiato,
porto i cappotti agli amici ubriachi
e gli ombrelli i cappelli e tanti auguri;
preso una camomilla, una tisana,
rimboccato all’infante le coperte
e poi tutta la notte, sospirando,
contemplato le stelle giù in giardino,
sotto la pioggia. C’era anche la luna,
e Giove, e la cometa – Poi verrà
santo Stefano, inesorabilmente,
e sarà, Inshallàh, dopodomani.
Due giorni, amore mio, per digerire
e io le frottole tue e tu le mie.

[Giovanni Monasteri gestisce un blog dove pubblica le sue poesie]