Poesie d’amore e calzini sporchi

di Mauro Mirci

Credo fosse gennaio. Più di vent’anni fa. Un bussare discreto alla porta ed entrò, vestita di nero, un trucco che metteva in risalto l’azzurro dei suoi occhi. Non so chi le avesse aperto. Il nostro appartamento di fuorisede era come una stazione ferroviaria. Gente a tutte le ore in giro per i corridoi; ogni tanto qualcuno s’infilava nelle stanze come fossero vagoni ferroviari. Il grande soggiorno era la sala d’aspetto, con la televisione e sempre qualcuno a mangiare sul grande tavolo di legno massiccio, residuato civile di antiquato soggiorno borghese. Lei entrò, dicevo, e andò a sedersi sul letto accanto al mio. Avrei dovuto accoglierla meglio, far qualcosa di più che sgusciare dalle coperte ed esibire la tuta da ginnastica che usavo come pigiama. E anche la faccia da studente tiratardi appena sveglio, immagino, non doveva essere un bel vedere. Ma lei sorrideva, e io lo sapevo che aveva un debole per me. Anch’io per lei.
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