Poesie d’amore e calzini sporchi

di Mauro Mirci

Credo fosse gennaio. Più di vent’anni fa. Un bussare discreto alla porta ed entrò, vestita di nero, un trucco che metteva in risalto l’azzurro dei suoi occhi. Non so chi le avesse aperto. Il nostro appartamento di fuorisede era come una stazione ferroviaria. Gente a tutte le ore in giro per i corridoi; ogni tanto qualcuno s’infilava nelle stanze come fossero vagoni ferroviari. Il grande soggiorno era la sala d’aspetto, con la televisione e sempre qualcuno a mangiare sul grande tavolo di legno massiccio, residuato civile di antiquato soggiorno borghese. Lei entrò, dicevo, e andò a sedersi sul letto accanto al mio. Avrei dovuto accoglierla meglio, far qualcosa di più che sgusciare dalle coperte ed esibire la tuta da ginnastica che usavo come pigiama. E anche la faccia da studente tiratardi appena sveglio, immagino, non doveva essere un bel vedere. Ma lei sorrideva, e io lo sapevo che aveva un debole per me. Anch’io per lei.

Ci accomunavano certi sguardi che non lasciano dubbi, e fugaci sfiorarsi di mani preparando un’insalata di pollo. Per questo mi parve indifferente restarmene lì, sul mio trono di lenzuola e coperte stazzonate, piccolo sovrano del cuore altrui. Le concessi udienza, dunque, e quale unico tributo alla sua grazia mi stropicciai con le mani la faccia impanata di barba e passai veloce le dita tra i capelli per ridar loro un minimo di dignità. E le sorrisi anch’io. Mi disse, Ciao disturbo? E io, No, ma ti pare, mi fa piacere vederti. E lei, Abbiamo fatto tardi ieri (in realtà non ricordo se disse “abbiamo” o “avete”, ma preferisco “abbiamo”, per un piccolo, ipotetico, senso di colpa che mi perseguita da allora). E io, parco di parole, come sempre con lei, dissi, E già. E lei mi guardò interrogativa. E io la guardai, meno assonnato, un po’ imbarazzato perché i calzini della sera prima, da sotto il comodino dov’erano finiti, lanciavano messaggi olfattivi inequivocabili. Ma lei parve non avvertirli. Posò accanto a sé la borsa di cuoio, la stessa che portava a lezione, coi libri, i quaderni per gli appunti, e le piccole cose che ogni donna porta sempre. Non cercò. Il foglio che mi porse era lì, pronto per essere pescato dalle sue mani ed essere consegnato a me. Forse aveva immaginato un momento diverso, un posto diverso, un’atmosfera diversa (in tutti i sensi, anche quello letterale). Un uomo diverso. Ma ero io, lì e in quel momento. E non ero granché. Presi il foglio e lo lessi, mentre lei attendeva ansiosa un responso. Era una poesia in versi sciolti. Una poesia d’amore. La lessi due volte, e poi anche una terza. Parlava di sguardi che vogliono significare più di quel che la voce dice. E di significati nascosti dietro gesti quotidiani. E di parole che si dicono per non pronunziarne altre, di più impegnative. Le chiamava “parole essenziali”, della quali non si può fare a meno, che tolgono spazio a quelle che una donna innamorata vorrebbe ascoltare. Le “mie” parole essenziali. Adesso era davanti a me, in attesa che trovassi il coraggio di pronunziare parole diverse, e dessi riscontro all’invito che, per iscritto, mi porgeva. Ma io ero ciò che ero, non molto diverso da ciò che sono, e non seppi dar voce neppure a parole essenziali. Gli occhi giocavano a rimpiattino coi suoi, trovavano rifugio sul foglio, dove i suoi versi, però, continuavano a inseguirli. E i calzini, annidati lì accanto, mefitici, chimici, asfissianti, sembravano negare ogni possibilità romantica a quel momento. Il sorriso l’abbandonò. Anche l’azzurro dei suoi occhi sembrò offuscarsi. Quando le porsi il foglio (o lo tenni? È passato tanto tempo) capì. Non so se attribuì la colpa a me, a sé stessa, al momento sbagliato. O ai pedalini infernali. Mi sollevai dal mio trono sgangherato e l’invitai in cucina per un caffè. Lei disse, Va bene. Nient’altro. La cucina era piena di gente. D’altro canto era quasi una stazione ferroviaria, non solo un appartamento per fuorisede. Le stazioni sono posti buoni per gli addii.

* Pezzo apparso su ARAI news n. 16 – Febbraio 2011

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2 risposte a Poesie d’amore e calzini sporchi

  1. Loredana dice:

    Mi ha commosso!

  2. AM dice:

    Mi piace Mauro, forse in qualche punto della parte centrale risulta appena meno scorrevole rispetto l’incipit ed il finale, ma è davvero un bel pezzo.

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