Breve biografia degli stranimali

di Giovanni Monasteri

Frequento da tanto tempo gli Stranimali. Questi piccoli quadrupedi neri e un po’ bitorzoluti, quasi acefali eppure intelligenti, mi sono così cari e familiari che risulterebbe difficile, per me, parlarne come di un fatto o di un manufatto artistico – anche se tali sono: gesto poetico, arte, happening che richiede la cooperazione del fruitore per realizzarsi appieno, per moltiplicarsi e ripetersi all’infinito. Ancora più difficile è trovare degli ascendenti, una linea genealogica o evolutiva per questi strani-animali (animali nel senso etimologico, esseri senzienti, dotati di anima e capaci di muoversi). Più facile, allora, tentare una loro breve biografia. Una biografia semiseria, adeguata al mood ludico che è una delle peculiarità di questa produzione artistica seriale ma esclusiva. Un giorno di molti anni fa, l’artista siciliano Cateno Sanalitro, preso da uno dei suoi rapimenti creativi, ingrovigliò fittamente un tratto di fil di rame e ne fece una specie di cavalluccio. Lo pitturò di vernice nera, lo posò su una superficie piana e scoprì che la piccola scultura si muoveva. Continue reading

Erei, di Tino Sanalitro

Si terrà a Gattatico, dal 23 agosto al 25 settembre 2011, la mostra delle opere di Tino Sanalitro a Gattatico. Quello che segue è un breve testo di presentazione di Giovanni Monasteri.

EREI

di Giovanni Monasteri

Il paesaggio ritorna, nella produzione di Cateno Sanalitro, zampillando copiosamente da un gesto ormai automatico, ripetitivo, quasi rituale. Immagino l’artista e amico nell’atto di tracciare – col pennello, con la spatola – una linea d’orizzonte, di confine tra terra e cielo; una linea ora dritta e netta, ora ondulata e sfumata. Lo rivedo nel gesto lento e sapiente di mesticare gli ocra, i verdi, gli
azzurri, il bianco e il nero, per riprodurre non solo nelle tinte, ma persino nella loro consistenza, nella loro matericità, le terre calcinate, le terre arate, le terre bruciate dal sole, le terre verdi d’aprile, le maggesi e le sterpaglie. Terre e ancora terre.

E poi il cielo, azzurro e intenso o percosso da nuvole bianche come vele: un cielo che non sovrasta i luoghi rappresentati, ma pare allontanarsene, simmetricamente, come lo sguardo al di qua della tela.

Lo sguardo dell’artista si allontana il più possibile per abbracciare spazi sempre più vasti, ritraendosi verso un primo piano talvolta fatto di zolle, talaltra di botri profondi, linee diagonali che danno il senso della prospettiva, della
distanza. A volte si tratta di una distanza aerea, il paesaggio è visto dall’alto, da un belvedere, da una di quelle alture che conosciamo. E’ come se l’artista volesse, nostalgicamente, rappresentare la lontananza dei luoghi amati: una loro disperante inattingibilità, ma anche il loro dilatarsi nel ricordo affettuoso e il bisogno di ritrovarli e immergervisi: il bisogno fisico di ricreare e manipolare la materia in cui consistono.

Il paesaggio dipinto non è solo un simulacro, un potente sostituto simbolico dei luoghi reali dell’infanzia: la pittura “è” il paesaggio.

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