Attenti al leopardo

Ad Arthur Dent vogliono demolire la casa. Pare che si trovi giusto sul tracciato di una superstrada. Così, una mattina, Arthur, vede delle ruspe gialle avvicinarsi. ma.mi.

La faccenda riguardava una tangenziale. Era una faccenda che lui aveva appena scoperto. Nei canali d’informazione più riservati era nota già da mesi, anche se sembrava che nessuno ne fosse mai stato informato.
[…]
Arthur uscì di casa e si sdraiò davanti al grosso bulldozer giallo che stava avanzando lungo il viottolo del suo giardino.

[Ovviemente i lavori si bloccano. Un certo Prossner tenta di far desistere Arthur dalla sua protesta così da completare la demolizione entro il tramonto.]

” – Su, piantatela, signor Dent – disse – non potete farcela e lo sapete. Non potete stare sdraiato davanti al bulldozer all’infinito
[…]
Arthur bettè le mani nel fango in cui era steso, producendo un ciac ciac.”
[…]
Disse [Prossner]: – Avevate tutto il diritto di fare eventuai rimostranze o di dare eventuali suggerimenti quand’era il momento, non vi pare?
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I Mimi di Lanza in inglese

Francesco Lanza, autore valguarnerese poco noto ai più, viene tradotto in inglese. Per la precisione è “Mimi siciliani”, la sua opera più famosa, ad aver subito la trasposizione nella lingua di Shakespeare. Di questo libro Vincenzo Consolo scrisse: “I Mimi sono il più straordinario, singolare, originale libro del novecento italiano”, ma certo non devono avergli creduto in molti se del volume è così difficile rinvenire traccia nelle librerie, e proprio chi scrive, sentendosi rispondere picche da un rinomato rivenditore di libri online, dovette ripiegare su un’edizione assai impolverata, malmessa e, a dire il vero, poco curata, che trovò su una bancarella paesana.
In ogni modo, su francescolanza.it – il bellissimo sito curato da Enzo Barnabà e Sebastiano Giarrizzo – potrete leggere i Mimi in formato pdf.
Sul medesimo sito, poi, se vi intendete dell’idioma anglosassone, avrete l’opportunità di leggere, gratis, la prefazione di Gaetano Cipolla ai Mimi in inglese, nonché la traduzione di alcuni brani del libro di Lanza.
Infine, giusto per non farsi mancare nulla, un video di Andrea D’Agostino che legge i Mimi.
E’ tutto.

La traduttrice di Salinger

A Roma in quegli anni capitava di conoscere tutti e io avevo la smania degli scrittori. Mi sembravano esseri sublimi, che poi non è affatto vero, ma allora ci credevo
Così dice Adriana Motti, e Luca Sofri puntualmente virgoletta nel suo Wittgenstein, in merito al suo approccio alla scrittura.
Adriana Motti è la donna che tradusse “Il giovane Holden” di Salinger, scomparso pochi giorni fa.
Della vita di Salinger si sa pochissimo. Del resto leggiamo Il giovane holden in traduzione. E qualcosa in più si sa della traduttrice.

Prima degli elleni – V puntata

Di Domenico Scinà – Attualizzazione del testo di Mauro Mirci

Fu soprattutto Dedalo che riscosse i Sicani e li interessò alle arti, poiché le opere di questo scultore, che gli ateniesi giudicarono, se non per la perfezione almeno per la novità, miracolo dell’arte, in Sicilia erano venerate e custodite con grande cura. Una statua, da lui scolpita, che fu poi trasportata a Gela dai Greci, era esposta, per compiacere gli sguardi dei Sicani, in Onface.
Si diffusero in Sicilia gli utensili che Dedalo usava, come la sega, e quelli che, per primo, aveva immaginato, come l’ascia, il filo a piombo, la colla forte e quella di pesce, che aveva inventato. Gli edifici che egli innalzava grazie alla manodopera sicana, educarono questo popolo all’arte dell’architettura e incentivarono la sua naturale intraprendenza; Dedalo è da tenere in considerazione come un personaggio dei tempi eroici, che desiderava accrescere la gloria del suo nome istruendo i popoli e insegnando loro le arti che aveva inventato o perfezionato. Si può quindi affermare che se si deve ricondurre a Dedalo il principio delle arti ad Atene, così sempre a Dedalo si può attribuire l’introduzione delle arti in Sicilia, circa 160 o 170 anni prima di Deucalione, quasi un secolo prima della guerra di Troiai, ossia 1370 anni prima di Cristo.

Ai progressi dei Sicani nelle arti sono da aggiungere quelli nella religione. Oltre al culto di Cerere legislatrice, peculiare delle Sicilia, ove era assai diffuso, ebbe incremento quello di Venere, dea che allietava le nozze e presiedeva ai contratti nuziali. Famoso era il tempio di Venere ericina, che rese ancor più famosi e onorati l’arte e l’ingegno di Dedalo; celebre divenne un altro tempio dedicato a Venere, eretto, non lontano da Camico, dai Cretesi quale monumento in memoria di Minosse. Poiché i Sicani vi offrivano splendidi e continui sacrifici, fu sempre adorato con gran devozione, fino a che, nelle vicinanze, non fu fondata la città di Agrigento.

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Prima degli Elleni – IV puntata

di Domenico Scinà – Attualizzazione del testo di Mauro Mirci

I Sicani si suddivisero non più in gruppi familiari, come i Ciclopi, ma in borgate, ognuna retta da un signore. I centri abitati sorgevano in tutta l’isola e, secondo il costume dell’epoca, erano costruiti su colli e monti, così protette dagli assalitori che presero il nome di fortezze; e in generale, questi villaggi in posizione elevata e dominante erano chiamati, sia in Sicilia sia in Italia, cronii o saturnii, da Cronos e Saturno, divinità dei Pelasgi.
Diversamente dai Ciclopi, i Sicani si dedicavano all’agricoltura con tanta sollecitudine che, secondo gli antichi, furono i primi a onorare e festeggiare Cerere.
Non si deve infatti credere a quanto sostenuto dai poeti e nelle antichissime tradizioni, che la Sicilia sia stata la patria di Cerere e del frumento. Né, tanto meno, si deve prestare fede a Diodoro, che desideroso di vantare i primati nazionali, testimonia che, ai suoi giorni, il frumento agreste nasceva spontaneamente in più luoghi della Sicilia.

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Prima degli elleni – III puntata

di Domenico Scinà – Attualizzazione del testo di Mauro Mirci

E’ ormai noto ai geologi che le ossa fossili possono attestare le diverse epoche dei terreni, che sono di terza formazione, giacché le ossa di alcuni animali sono legate agli antichi terreni terziari, mentre quelle di altri a terreni recenti, e altri ancora ai terreni alluvionali. Le caverne “ad ossa” e le brecce ossifere recentemente rinvenute nei dintorni di Palermo, appartengono a elefanti, a ippopotami, a cervi e ad altri animali simili, che giacciono in un unico terreno, il più recente cioè quello alluvionale.
Queste caverne e brecce, inoltre, si trovano al piede dei monti, non lontano dalla spiaggia attuale, su un’antica linea di costa. Per cui l’inondazione e il deposito di queste ossa avvenne quando la nostra isola, già emersa, mostrava aspetto simile all’attuale, ma le acque ricoprivano ancora le piane di Palermo .
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Prima degli Elleni- II puntata

di Domenico Scinà – Attualizzazione del testo di Mauro Mirci

Dalla prima parte:
Ma, a prescindere da tale congettura, è certo che col nome di Ciclopi furono designati coloro che costruivano altre e grosse muraglie con gran massi, connettendoli con pietre più piccole. E siccome si procuravano il cibo col lavoro manuale, furono anche chiamati, da Strabone, “Chirogastori”, per cui, per il mestiere praticato, furono detti indifferentemente chirogastori e ciclopi.

Esercitando un mestiere particolare formavano quasi una tribù e abitavano in borghi distinti. Quelli che elevarono le fortezze di Tirinto e di Nauplia furono reclutati in Libia, e Aristotele cita i Ciclopi traci, intendendo per Tracia quella parte della Tessaglia vicina alla Flegra, occupata, prima della guerra di Troia, dai Traci.
Oltre a questo ci è noto che i Ciclopi, robusti e prepotenti com’erano, risultavano così incomodi e molesti ai vicini, che i Feaci, loro confinanti, abbandonarono l’Iperia di Tessaglia (e non quella di Sicilia, come alcuni sostengono) per fuggire nell’isola di Scheria, o Corfù.
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Prima degli Elleni – I puntata

di Domenico Scinà – Attualizzazione del testo di Mauro Mirci

Le origini della Sicilia, per una sorte che la accomuna alle nazioni più antiche e illustri, sono avvolte nell’oscurità, e la sua storia primordiale corrotta e distorta dalla leggenda. Gli scrittori ci dicono che i primi ad abitarla furono i Ciclopi e i Lestrigoni; ma i poeti, che per primi ci parlarono di loro, lasciandosi condurre dalla fantasia, invece che uomini e popoli ci descrivono esseri allegorici e fantastici.
I ciclopi di Omero non sono quelli di Esiodo, che temprano i fulmini per Giove, e i ciclopi di Esiodo non sono quelli di Callimaco e di Pindaro, manovali di Vulcano nelle grotte di Lipari e nelle caverne dell’Etna.
Gli stessi scoliasti , anche se attenti nell’interpretare i poeti, accettarono per vere alcune leggende antiche e popolari, talvolta contraddittorie e sempre fantastiche, e affastellando ogni cosa confusero tanto i fatti che gli storici più rigorosi non furono più in grado di comprendere chi fossero i Ciclopi e i Lestrigoni, da dove provenissero, quale sia stata la loro sorte.
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