Prima degli Elleni – IV puntata

di Domenico Scinà – Attualizzazione del testo di Mauro Mirci

I Sicani si suddivisero non più in gruppi familiari, come i Ciclopi, ma in borgate, ognuna retta da un signore. I centri abitati sorgevano in tutta l’isola e, secondo il costume dell’epoca, erano costruiti su colli e monti, così protette dagli assalitori che presero il nome di fortezze; e in generale, questi villaggi in posizione elevata e dominante erano chiamati, sia in Sicilia sia in Italia, cronii o saturnii, da Cronos e Saturno, divinità dei Pelasgi.
Diversamente dai Ciclopi, i Sicani si dedicavano all’agricoltura con tanta sollecitudine che, secondo gli antichi, furono i primi a onorare e festeggiare Cerere.
Non si deve infatti credere a quanto sostenuto dai poeti e nelle antichissime tradizioni, che la Sicilia sia stata la patria di Cerere e del frumento. Né, tanto meno, si deve prestare fede a Diodoro, che desideroso di vantare i primati nazionali, testimonia che, ai suoi giorni, il frumento agreste nasceva spontaneamente in più luoghi della Sicilia.


Se non mentirono, gli antichi e i poeti furono ingannati dalla somiglianza con alcune piante che crescono spontanee e somigliano soltanto a orzo e frumento. Forse il frumento agreste di Diodoro, a meno che non lo si voglia considerare frutto di fantasia, è invece una specie di segale che nasce spontaneamente nell’isola. Ma è certo che la coltura del grano, in Sicilia, è così antica che non deve generare meraviglia se Cerere era considerata una divinità indigena, così come indigeni erano reputati il frumento e gli stessi Sicani.
Se il culto di Cerere si accompagna alla coltivazione del grano, e se mai si trova in Sicilia (prima dei Sicani), notizia dell’adorazione di Cerere, allora all’età dei Sicani si deve far risalire sia il culto di Cerere, sia la coltivazione del grano.
Le storie fantastiche narrate su questa dea sono tutte, per così dire, siciliane, e ciò indica che era caratteristica peculiare della Sicilia la lavorazione della terra, o almeno che nella nostra isola, più che altrove, era diffusa la coltivazione del grano.
I Sicani furono i primi a lavorare con l’aratro le campagne poi chiamate leontine, e Diodoro attesta che essi si guadagnavano da vivere non con furti e scorrerie, come allora era uso, ma con l’agricoltura. Fondazione di villaggi, obbedienza a un gerarca, culto di Cerere legislatrice, utilizzazione del frumento e agricoltura: tutto indica che i Sicani introdussero leggi e proprietà, industria e commercio, contribuendo al progresso della civiltà.

Ci dispiace che, privi di ogni documento, siamo costretti a procedere, come un uomo guidato da luce incerta, parlando dei Sicani. Minosse, Dedalo e Cocalo, famosissimi in qui tempi che sono detti mitici, e giunsero sino alla guerra di Troia, sono personaggi dai quali si possono ricavare indizi, così da intuire, in qualche modo, le vicende di questo popolo.
Poiché Minosse, a Creta, che con leggi sagge aveva già domato e riunito più nazioni barbare, diverse per nome e usanze, si dedicò a nuove conquiste in altre terre. Con le lunghe navi, che costrì violando il solenne divieto greco, conquistò le isole vicine a Creta, cacciò da quel mare i pirati, occupò le Cicladi, realizzò per primo una forte flotta e un dominio marittimo che mantenne saldo con la clemenza delle leggi, con la collaborazione delle colonie e grazie all’amministrazione dei suoi parenti.
Questo condottiero, sdegnato per le vicende di Dedalo, accorse con la sua flotta in Sicilia, apparentemente per vendicarsi del famoso inventore, che aveva cercato asilo presso Cocalo, signore dei Sicani, ma in realtà per aggiungere l’isola alle sue conquiste nel mare Egeo. Il sicano ne comprese le intenzioni e, accorto com’era, invece di resistere, si accordò col cretese, gli promise di consegnargli Dedalo e, simulando amicizia e onori, l’attirò nella sua casa, dove ne provocò la morte in un bagno caldo, soffocato dai vapori e dal calore.
Tutta la corte diede a vedere di essere addolorata e i Cretesi, non sapendo cosa credere e che fare, sfogarono il loro cordoglio durante le onoranze funebri.
Cocalo, intanto, ordinò che fossero bruciate le navi dei Cretesi, e costoro, non potendo più far ritorno in patria, si raccolsero in due città, fondando, Minoa non lontano dalla spiaggia, ed Engio nell’entroterra.
Poiché Cocalo temeva comunque la potenza e la vendetta di Creta, trasferì la reggia e i suoi tesori a Onface, castello posto su un’altura resa del tutto inaccessibile grazie alle trovate di Dedalo, tranne che per un sentiero stretto e tortuoso, facilmente sorvegliabile. Questa precauzione non fu inutile. Le navi cretesi tornarono e, dopo cinque anni di assedio, visti vani i loro sforzi, ripartirono senza consumare la loro vendetta. Ma furono tali i saccheggi e le calamità che, prima di salpare, causarono agli abitanti dell’isola, che rimase il detto Terror minoico.
Senza dimenticare questi fatti, parleremo di Cocalo, il quale, sebbene non si possa giustificare per la perfidia e la violazione delle regole di ospitalità, non può essere accusato di brutalità e barbarie. Infatti la storia riporta, in ogni epoca, non pochi né piccoli esempi di inganni, tradimenti e cattiverie. Oltre a questo, l’accortezza e l’intuito coi quali seppe affrontare le circostanze ed evitare i pericoli, lo mostrano almeno ingegnoso e abile. L’uso dei bagno, poi, e la considerazione in cui teneva l’illustre inventore, testimoniano della sua attenzione al progresso: la considerazione, cioè, del valore delle arti e dell’adoperarsi per un miglior futuro del suo popolo.

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