Antonio G. Bortoluzzi. Come si fanno le cose

di Mauro Mirci

Ero curioso di scoprire come Antonio Bortoluzzi avrebbe affrontato questo cambio di binario narrativo rappresentato dal suo primo romanzo, diciamo così, destinato a un pubblico più ampio delle precedenti prove letterarie. Non commerciale, ché di commerciale “Come si fanno le cose” ha poco o nulla. Si tratta, è vero, di un romanzo dalla struttura narrativa abbastanza ortodossa, ed è accomunato ai primi tre libri di Antonio Bortoluzzi da una prosa pulita e lineare, limpida e frizzantella come deve essere l’aria delle Dolomiti Bellunesi dove vive e ambienta, per vocazione e amore della propria identità, le sue storie. Tuttavia, Bortoluzzi non indulge in cliché di genere e riesce a comporre una trama che miscela bene il nocciolo giallo della storia, l’ambientazione realistica, la divagazione sentimentale (divagazione che diventa, però, elemento importante del romanzo).
Ho letto tutte le storie edite di Antonio, e anche un paio di quelle inedite. Mi sono detto: “Ma come farà questo montanaro scrittore, operaio con talento di penna e calamaio, a tirarsi fuori dal mondo contadino e d’alta quota che occupa militarmente la sua scrittura e, suppongo, ogni angolo della sua anima?”. La risposta è stata immediata e banale. Semplicemente, non se ne è tirato fuori. “Come si fanno le cose” è diverso dalle opere precedenti di Bortoluzzi solo quanto un figlio è diverso dal genitore. Se in “Cronache della valle”, “Vita e morte della montagna” e “Paesi Alti” predomina la dimensione rievocativa, lo sguardo retrospettivo, la messa in scena del passato, “Come si fanno le cose” è dominato dal presente e dalla nostalgia. Cosa sono diventati coloro che prima abitavano la montagna? Che un tempo vivevano in simbiosi con un ambiente generoso e amabile, ma aspro e crudele allo stesso tempo, mentre adesso convivono con mutui, turni in fabbrica e lunghe trasferte in pullman? Continue reading

Un po’ d’America

L’ho fatto. Ho sognato di farlo per tanto tempo e alla fine ci sono riuscito. Sono andato da Luigi’s e gliel’ho detto: guarda che la “pizza with pepperoni” non è italiana. Suona italiano ma non è italiana, perché in Italia, pepperoni si dice peperoni, con una p sola, e i peperoni are vegetables, verdure, you know?
Ecco, fatto, detto, spiattellato. Così Luigi’s, che poi non si chiama Luigi’s, ovviamente – perché la s dopo l’apostrofo è il genitivo sassone che identifica il proprietario della pizzeria – Luigi, dicevo, mi sorride in maniera amabile, amabilissima. Ché lui, ai clienti strambi che vengono qui a dettargli le regole del suo mestiere di pizzaiolo tipico italiano, deve averne già incontrati a migliaia. Mi sorride e poi risorride. Come a riflettere sul quel vegetables, verdure, utilizzato perché ortaggi non so come si dice, e allora ho ripiegato sulla parole che mi sembrava più pertinente. E alla fine della riflessione dice: “Really?”. Che mi chiude la bocca come fosse uno “Sticazzi!!”, con due punti esclamativi, mica uno. Ma “really” è meglio, più cortese, fa sorridere anche me e mi porta a considerare che, be’, ma che vuoi che sia. In Italia la chiameremmo pizza diavola magari, per via del salame piccante, o margherita con salame. Ma qui la margherita non c’è, se la chiedessi non saprebbero che darmi. La chiamano regular oppure pizza with cheese, col formaggio. E appena ha detto “really”, ogni mio desiderio di protesta per quel “pepperoni” utilizzato impropriamente, svanisce. Così ordino un trancio di regular e uno di pizza with pepperoni. E una lattina di Pepsi. Ma sì, alla faccia della dieta. Calorie, zuccheri, buttiamo giù. Sempre meglio del chicken over rice che mi hanno rifilato davanti a Central Park. Al primo boccone mi ha lasciato senza fiato e senza parole. Per un istante ho pensato di lasciarci le penne. Immaginavo già l’epitaffio: “Padre amorevole e marito beneamato, ci ha lasciati troppo presto, stroncato sulla panchina di un parco dal primo boccone di cibo etnico mangiato in terra d’America. Lo compiangono la moglie, la figlia, gli amici e i parenti tutti, o almeno una buona parte, ché non si può piacere a ogni persona che si conosce. Il pakistano, che gli ha venduto la salsa piccantissima spacciata per piatto tradizionale del suo paese, ancora ride.” Continue reading

Le meravigliose avventure di Cervantes e Veneziano, secondo Francesco Randazzo

di Mauro Mirci

“Cervantes si trovava prigioniero in Algeri già da tre anni”. Sono parole di Leonardo Sciascia tratte da “Vita di Antonio Veneziano”, saggio storico inserito ne “La corda pazza”. Avrebbero potuto appartenere all’incipit de “I duellanti di Algeri”. Poi c’è il cimitero dei libri dimenticati, di Carlos Ruiz Zafon. Poi il Don Chisciotte di Cervantes, ma pare ovvio! E l’Odissea, perché no?
Sono molti gli spunti colti che Francesco Randazzo addomestica e riunisce per comporre questo suo romanzo breve e intenso, opera che viene dopo altre, numerose, di poesia, teatro e narrativa, tutte di stile raffinato e fuori dagli schemi, coerenti con le scelte stilistiche di questo autore, siciliano della diaspora, siracusano di nascita, sempre altrove per scelta e necessità.
Nelle carceri di Algeri, nella stessa cella, due uomini d’armi e di lettere condividono privazioni e disagi. Don Miguel de Cervantes, offeso nella mano ma di spirito indomito; Antonio Veneziano, da Monreale, poeta e attaccabrighe, in ismanie d’amore per la lontana Eufemia. I due uomini ingannano la noia della prigionia sfidandosi in duelli verbali e poetici. Nel frattempo il vicerè Hassan, “il crudele Hassan”, li spia e sospetta trame in realtà inesistenti. Ha chiesto a Cervantes un libro su di sé, “che esaltasse la sua vita e le sue imprese”. Lo alletta l’idea di un cristiano stimato in patria che “scrivesse la sua apologia”. Ma Cervantes prende tempo, accampa scuse, non scrive nulla. E mentre i due cristiani discutono in cella delle poesie che Veneziano compone, per celia, per l’amata Eufemia – che diviene, ineluttabilmente, la Celia declamata nei versi –, “il crudele Hassan” decide di farli spiare da un cristiano convertito, Barrigòn, uomo semplice e suggestionabile. Piuttosto che separarsi dalle sue amate pecore, catturate in Andalusia dai pirati barbareschi, aveva preferito darsi prigioniero assieme a esse. Continue reading

Beneducatamente in guerra

di Mauro Mirci

Il 17 gennaio 1991 la giornata cominciò in maniera movimentata. Nell’appartamento da studenti in cui abitavo, un bell’appartamento con quattro stanze, due bagni, otto posti letto, un comodo soggiorno e grandi cumuli di immondizia che di cui raramente ci disfavamo, abitava anche un neogeologo di nome Sergio. Abitava ancora con noi studenti perché frequentava uno studio tecnico dove faceva pratica professionale e non lo pagavano. Sergio mi aveva preso a benvolere. Mi dava consigli, gli piaceva ascoltarmi, forse perché lo incuriosiva l’accento curioso dei galloitalici piazzesi. Una volta, addirittura, mi aveva portato con sé ad assistere a una tragedia nel teatro greco di Siracusa. Mi pare fosse l’Oreste… no, Egisto, era l’Egisto.
E insomma, tra noi c’era una certa confidenza e lui s’era assunto l’obbligo di sgrezzarmi un poco. In quel periodo, tra l’agosto e la fine del 1990, si era tutti in trepidazione per questa strana faccenda dell’Iraq che aveva invaso il Kuwait. Giovanissimo e digiuno di una qualsiasi formazione politico e geopolitica, non mi capacitavo di come un dittatore buono, che aveva combattuto contro l’Iran nemico dell’occidente, adesso fosse diventato a sua volta un nemico. Quel che intuivo (“capivo” sarebbe una parola grossa), era il pericolo che un conflitto determinasse la chiamata alle armi. Erano ancora tempi di servizio militare obbligatorio e non ero sicuro che, con una guerra in corso, sarebbero bastate le due canoniche materie annuali per evitare la cartolina rosa.
Ma era una situazione ipotetica. In fin dei conti ci credevamo poco. Perciò, quando Sergio, quella mattina del 17 gennaio 1991, cominciò a girovagare per l’appartamento declamando ad alta voce le ultime notizie, all’inizio non capii, poi mi sembrò uno scherzo. Continue reading

Piccolo dialogo

di Mauro Mirci

Dialogo tra un uomo sposato e la sua consorte che, notoriamente, non si chiama Anna.
Scena: l’uomo sposato apre l’armadio, tira fuori una camicia ancora nel cellophane della lavanderia, nota che la targhetta reca il nome Anna e non Agata, che sarebbe quello giusto. Col sorriso sulle labbra, mostra camicia e confezione alla moglie. – Guarda qua – le dice. La moglie osserva storcendo la bocca. Poi si pronuncia.
– E ora chi è questa Anna?
– Come “chi è questa Anna”?
– No, ora mi dici chi è questa Anna.
– Ma guarda che hai portato tu le camicie in lavanderia.
– Non cambiare discorso.
– Non capisco.
– Cosa credi, che non lo vedo quando guardi i culi delle altre?
– Io guardo che?
– I culi.
– Ma che c’entra?
– E lo ammetti pure. Mio marito guarda i culi delle altre donne e lo ammette pure.
– Ma che hai oggi?
– Voglio sapere chi è Anna. Continue reading

L’unica che c’è

di Mauro Mirci

Questa è la storia di una foto importante.
Una foto unica.
La guardo ogni volta che vado a far visita a mia madre. Lei non la vede nemmeno più, così come non vede quasi nulla di ciò che è abituale. Fa parte del panorama quotidiano esposto ai suoi occhi, sempre presente. E sempre uguale, perché qualsiasi cambiamento potrebbe avere conseguenze terribili per lei. Ma è un tutt’uno, un’immagine complessiva che sta lì, alla quale non dedica attenzione.
Una foto che è quel che è, e sarebbe stata diversa se solo chi l’ha scattata avesse posseduto uno smartphone. Ma era il 1981 e certe tecnologie esistevano solo in Spazio 1999. 1999, anno che sa di passato remoto. Un’altra era. E infatti è già un millennio fa. Sono cose che ti fanno sentire abbastanza vecchio, soprattutto se in quel millennio che fu ci hai vissuto per più di trent’anni. Un po’ ti senti come un dinosauro sopravvissuto al Cretaceo. Il fatto di condividere lo stesso destino con qualche miliardo di esseri umani tuoi coetanei non attenua la sensazione di sentirsi una via di mezzo tra un grande custode della memoria e un maturo signore nato all’epoca dei grandi sogni spaziali e adesso, quasi esclusivamente, alle prese con mutui, bollette e noiosissimi scartafacci d’ufficio.

Nel 1981 ancora sognavo lo spazio. Con la fantasia eccitata da film e fumetti di fantascienza, di nascosto dai genitori e clima permettendo, mi sdraiavo per terra nel Continue reading

Non importa se proveniamo da luoghi diversi


Non importa se proveniamo da luoghi diversi.
Siamo simili, e non solo perché abbiamo la stessa forma,
Desideriamo qualcuno con cui condividere un sentiero.
È difficile scegliere un percorso comune: innanzitutto si deve avere voglia di camminare. Poi tanto fiato e scarpe robuste.
Guardare da lontano la montagna. Per adesso è solo panorama. La cima sembra a portata di mano. Sorridere per quanto sembra facile. Incamminarsi.
Avere la forza di sopportare i momenti di stanchezza, quando ogni salita sembra l’Himalaya e ogni torrente l’Oceano. Riposare insieme, riprendere fiato, rifare il nodo agli scarponi.
Poi di nuovo in cammino, forti della prima esperienza ma ancora inesperti. Marcare la polvere, passo dopo passo, gli occhi bassi, misurando la fatica.
Studiare gli occhi del compagno di strada. Sorridergli, dargli coraggio, farsi coraggio. Cercare altri occhi dai quali trarre coraggio.
Il passo della scalata è sempre quello del più lento. Non si lascia indietro nessuno: si sale insieme, si soffre insieme, si deve arrivare insieme.
Riposare, ogni tanto. Recuperare forze. Chiedersi se non si è preteso troppo da sé stessi.
Guardarsi alle spalle e scoprire quanto cammino si è percorso. Adesso il panorama è il luogo dal quale ci si è allontanati.
Voltarsi verso la cima. Sei rimasto in coda. Vedi i tuoi compagni di strada di spalle, incolonnati, tutti diretti verso lo stesso traguardo. Non riesci a distinguerli l’uno dall’altro.
Aumenti il passo, non devi rimanere indietro. Loro rallentano. T’aspettano.
Manca poco alla vetta.

I dieci giorni che sconvolsero il mondo. A Piazza Armerina una mostra e un libro ricordano il centenario della rivoluzione d’ottobre

Nulla Die, casa editrice piazzese, ha deciso di tentare nuove avventure. In particolare, ha deciso di dedicarsi, oltre che alla abituale produzione di opere di narrativa contemporanea, anche alla ripubblicazione di testi più noti, classici, per così dire, in nuova traduzione.
Questa nuova avventura inizia con la riproposizione di un’opera particolare, con la quale, idealmente, celebrare il centenario della Rivoluzione d’Ottobre.
Ecco, quindi, nella traduzione di Antonio Masciulli, “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”, del giornalista e inviato statunitense John Reed, che fu testimone diretto dei fatti del 1917.
Un libro che, come recita la quarta di copertina “è forse il più longevo degli instant book.”
Instant book vecchio di un secolo esatto, ma che “mantiene intatto ​ ​tutto il suo fascino”.
Ancora dalla quarta.
“Il libro — in un equilibrato mix fra reportage, romanzo e saggio — racconta in maniera Continue reading

6 agosto

di Mauro Mirci

Credo fosse il giorno del mio venticinquesimo compleanno. Eravamo in casa. Si fa avanti mia sorella, sorridente.
– Ti va bene la macchina che hai?
Avevo una Panda 30. Marrone, anzi, “Land”. Nella targhetta sulla carrozzeria c’era scritto così. Era stata la macchina di mio padre, dieci anni prima.
– Be’, sì, mi va bene la macchina che ho.
Perché dir male della Panda di mio padre? Faceva onestamente il suo mestiere ed era anche sopravvissuta a un incidente in autostrada. Un brutto incidente. Al quale, per fortuna, ero sopravvissuto anche io.
– Ma non vorresti cambiare?
Ci penso su.
– Oddio, i suoi anni ce li ha.
– Se potessi cambiare?
– In che senso?
– Che tipo di macchina vorresti?
Per la verità non avevo grandi aspirazioni in fatto di automobili.
– Non so, una Panda più nuova?
– Dai, non ti interesserebbe una macchina diversa?
– Non saprei… Una macchina nuova non mi dispiacerebbe
– Tipo una macchina tedesca?
– Eh, tedesca, perché no?
– Tipo?…
Cominciavo a capire. Era il giorno del mio compleanno. Dalla porta della stanza ci trovavamo faceva capolino la testa di mamma. Mia sorella le lanciò uno sguardo complice.
– Dai, tipo?…
Mi venne da sorridere. Vuoi vedere che…
– Wolksvagen?
– Un’altra?
Oddio, possibile?
– Mercedes?
– Va be’, Mercedes è troppo. Un’altra.
Ma allora era vero! Wolksvagen no, Mercedes no, che marchi tedeschi c’erano ancora? Porche? Non esageriamo.
– Oh, ecco: Opel!
– Bravo indovinato. Buon compleanno.
Mi porge un pacchettino di dimensioni contenute. Potrebbe contenere una chiave. Lo apro. Il simbolo è quello di un piccolo fulmine. Opel. Guardo meglio. La chiave non c’è.
Guardo mia sorella.
– Per adesso accontentati di questo. Ci puoi appendere le chiavi della Panda.

Credo proprio fosse il ’93.