Dolce attesa: la rubrica di A.O. Meloni e Ivan Baio

Chiedetevi adesso cosa sia un disoccupato (la gente sa solo cosa non è) e fatelo ripetutamente finché non resti che la parola. Ripetete anche questa fino a farla svanire del tutto.

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Cose che (volendo) potreste leggere

I racconti della “Prima antologia del calcio astrale”, per esempio, scritti dalla compagnia di ventura Alfonsetti & Associati ed editi dalla Cletus Production.

L’uscita – in ebook – è prossima e la copertina definitiva pare sia questa qui:

E, a quanto pare, riparte ARAI. Almeno, così garantisce l’architetto di Dio. E, se riparte, c’è buona probabilità che dentro si trovi questo.

L’impavida eroina: una recensione di Angelo Orlando Meloni

Lettura autunnale quanto mai gradevole, L’impavida eroina eccetera, raccolta di racconti firmati da Mauro Mirci (Nulla die, pp. 142, euro 13,50). Fonti autorevoli sostengono che i libri di racconti rimangono sugli scaffali, e non solo vendono pochissimo, ma proprio non piacciono ai lettori. Su è giù per la rete, non di rado mi sono imbattuto in sentenze lapidarie prive di appello, per cui i romanzi sono roba seria e i racconti roba più facile, se non di infimo livello, tagliata male, da guardare con sospetto dall’alto dei nostri titanici tediosi tomi di mille e passa pagine. Ma la realtà non di rado ci riserva colpi di scena, e infatti, anche se per qualcuno sarà difficile ammetterlo, è nei racconti che spesso si trovano preziosi tesori nascosti, se non il meglio. Come disse James G. Ballard: “Il racconto mi piace perché è una specie di romanzo condensato, lo scrittore non può ricorrere a trucchi, non può permettersi di sbagliare nulla”. E senza andare a scomodare ulteriormente i grandissimi, va detto infine che questa raccolta di Mauro Mirci non fa eccezione e regala alcuni buoni momenti di lettura. Per esempio nel pedatorio “La linea di gesso”, o in “Michelangelo Scarso, artista poliedrico”, o ancora in “Tocchi di pane azzurro”. Brevi spumeggianti storie tra tragedia e commedia, in delicato equilibrio tra la sicilianeria e un gusto più asciutto, tra un neorealismo ponderato e maturato e un rinfrescante, contagioso entusiasmo da fandom.

Recensione apparsa su Libridine, rubrica letteraria di Siracusanews.it

Qualcosa che finisce per ulo

di Vincenzo Mollami

L’automobile che reca le insegne di una nota società di distribuzione idrica si blocca nel centro di una strada cittadina. Il motore fuma. L’omino alla guida smonta, apre il cofano e urla al tizio che era seduto al posto del passeggero:
“Ma non ti avevo detto di rabboccare il radiatore?”.
L’altro, mortificato, non sa cosa rispondere, ma per darsi un tono inizia a urlare:
“Acqua, acqua, qualcuno ha una bottiglia d’acqua?”
Il collega, nel frattempo, sventola il vano motore col maglione, in mancanza d’altro, e la via è invasa dal fumo e dalla puzza di gomma bruciata.
S’affaccia una vecchina.
“Signor lei, che ci serve?”
“Acqua, acqua, che va a fuoco la macchina”
“Ma come: voi date l’acqua e siete senz’acqua?”
“Signora, che ci fa pure il ricamo?”
“No, no, chiedo perdono.”
“E allora?”
“Allora che?”
“L’acqua me la da?”
La vecchina fa un’espressione dispiaciuta.
“Io, sarebbe per me, ce la darei, ma non si può.”
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2011. Siracusa ultima frontiera. Destinazione Mordor

di Ivan Baio e Angelo Orlando Meloni

Da un discorso di Anacleto Mitraglia, conestabile di Siracusa, al Gran Congresso Annuale delle Sorti Umane e delle Ruspe Progressive, cagionato dallo sfortunato ingerimento di otto vongole  comuniste.

“C’era una volta una landa desolata dove nessun hobbit avrebbe mai sognato di prendere la tintarella, fumare una cicca e buttarla sugli scogli. Erano anfratti misteriosi, grotte oscure, popolata da orde di zanzare e scogliere viscide il cui respiro, la notte, faceva ammalare la Luna. Eppure, i laboriosi hobbit siracusani non si sono mai dati per vinti. Era l’età dell’oro, a cui guardiamo con nostalgia, in cui il cemento colava sulle rocche a est di Miloccador e lungo i declivi del Plemmiriohan, senza che nessun orchetto ambientalista osasse confondere la vostra mente con le sue raffinate menzogne.”

[leggi il resto dell'articolo fantasy di I. Baio e A.O. Meloni su Doppiozero]

Tomassini e Pagliaro a “Libri sotto il gelso”

Ultimo appuntamento di quest’anno per Libri sotto il gelso, la manifestazione tutta dedicata ai libri promossa dal Comune di Piazza Armerina e giunta alla seconda edizione.

Il 2 settembre prossimo, alle 18,30, a Piazza Armerina nel Chiostro di Sant’anna, Mauro Mirci presenterà due romanzieri siciliani, giovani e promettentissimi: Veronica Tomassini col suo “Sangue di Cane” e Antonio Pagliaro, con “I cani di via Lincoln”. Entrambi i romanzi sono stati pubblicati da Laurana editore.

Veronica Tomassini, siracusana, narra nel suo libro d’esordio, Sangue di cane, una struggente storia d’amore tra una giovane italiana di famiglia borghese e un lavavetri polacco. Un romanzo che ha raccolto vasti consensi di critica e rappresenta sicuramente il primo passo di una bella carriera letteraria. Siciliana di origini umbre, scrive sul quotidiano «La Sicilia» dal 1996. Sangue di cane è il suo primo romanzo.

Per Antonio Pagliaro, palermitano, I cani di via Lincoln è invece il secondo romanzo, nel quale racconta una Palermo spietata dove i clan mafiosi stringono un turpe accordo con le triadi cinesi. Fatti romanzeschi certo, ma ai quali la realtà fa da costante riferimento. “I cani di via Lincoln” segue “Il sangue degli altri” (Sironi ed.) e precede di poco il romanzo breve “Il giapponese cannibale”, ricavato da un fatto realmente accaduto. Antonio Pagliaro ha scritto di libri sui quotidiani Liberazione e La Repubblica (Palermo), sul magazine Milanonera e sul bisettimanale La Sesia. Gli articoli sono qui: Magazzini Pagliaro. Attualmente tiene la rubrica “Peñarol, il giallo e il nero” sul magazine di arte, cultura e società 21. Con Edo Grandinetti e Sauro Sandroni, ha fondato Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni.

[Leggi tutto il comunicato stampa in pdf]
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Benvenuti ad Alì e alla sua famiglia

“Quella della famiglia di Alì è una storia incredibile.Alì è padre di 5 figli e marito di Fatima Abou Baraka.
Alì era un leader del partito Movimento per la democrazia e la giustizia del Ciad (Mdjt). In Ciad lo volevano ammazzare. Si è sposato con Fatima ed è scappato subito in Libia dove ha lavorato in una impresa di costruzioni.
Ha vissuto a Zitlin, una città vicino Misurata accerchiata dalle bombe anche in queste ore.”

Ci sono sensazioni che non si possono spiegare facilmente, e forse non ha nemmeno tanto senso farlo. Come quando un bambino che hai incontrato solo due volte, ti abbraccia e ti fa dono della sua fiducia. E ride perché quel poco di francese che ti ricordi ti fa sparare frasi dall’effetto esilarante.

[qui, sul blog di Agostino Sella, c'è un po' della loro storia]

Storie brevi che scorrono lievi e meravigliano

Se fosse belga di lingua francese, puttaniere e giramondo, sarebbe Simenon. C’è quella stessa scrittura apparentemente lieve e disinteressata, scevra da compiacimenti, lo stesso occhio sulla vita e sulle persone, le loro storie minime, personali, intime che divengono grandi storie, assumono il respiro grande della narrazione, catturano il lettore e aprono sguardi profondi sull’umanità.

Così scrive Francesco Randazzo, con grande imbarazzo del gestore di questo sito. Su Mirkal.

Erei, di Tino Sanalitro

Si terrà a Gattatico, dal 23 agosto al 25 settembre 2011, la mostra delle opere di Tino Sanalitro a Gattatico. Quello che segue è un breve testo di presentazione di Giovanni Monasteri.

EREI

di Giovanni Monasteri

Il paesaggio ritorna, nella produzione di Cateno Sanalitro, zampillando copiosamente da un gesto ormai automatico, ripetitivo, quasi rituale. Immagino l’artista e amico nell’atto di tracciare – col pennello, con la spatola – una linea d’orizzonte, di confine tra terra e cielo; una linea ora dritta e netta, ora ondulata e sfumata. Lo rivedo nel gesto lento e sapiente di mesticare gli ocra, i verdi, gli
azzurri, il bianco e il nero, per riprodurre non solo nelle tinte, ma persino nella loro consistenza, nella loro matericità, le terre calcinate, le terre arate, le terre bruciate dal sole, le terre verdi d’aprile, le maggesi e le sterpaglie. Terre e ancora terre.

E poi il cielo, azzurro e intenso o percosso da nuvole bianche come vele: un cielo che non sovrasta i luoghi rappresentati, ma pare allontanarsene, simmetricamente, come lo sguardo al di qua della tela.

Lo sguardo dell’artista si allontana il più possibile per abbracciare spazi sempre più vasti, ritraendosi verso un primo piano talvolta fatto di zolle, talaltra di botri profondi, linee diagonali che danno il senso della prospettiva, della
distanza. A volte si tratta di una distanza aerea, il paesaggio è visto dall’alto, da un belvedere, da una di quelle alture che conosciamo. E’ come se l’artista volesse, nostalgicamente, rappresentare la lontananza dei luoghi amati: una loro disperante inattingibilità, ma anche il loro dilatarsi nel ricordo affettuoso e il bisogno di ritrovarli e immergervisi: il bisogno fisico di ricreare e manipolare la materia in cui consistono.

Il paesaggio dipinto non è solo un simulacro, un potente sostituto simbolico dei luoghi reali dell’infanzia: la pittura “è” il paesaggio.

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Il geometra del comune – 1

Il geometra del comune non nasce geometra, bensì vigile urbano. Anzi, per la precisione, caposettore della polizia municipale, che sarebbe come dire brigadiere. Il primo giorno di lavoro da brigadiere, il comandante (anzi, per la precisione, il vicecomandante, visto che il comandante non è previsto nella pianta organica) lo chiama e gli consegna un libretto intonso. “Vediamo di consumarlo tutto.” Il geometra del comune (ancora vigile urbano) studia il libretto, e scopre trattarsi del formulario a ricalco delle contravvenzioni. Venticinque moduli in bianco, in doppia copia. Sul retro di ognuno il riepilogo delle violazioni elencate per articolo, comma e sanzione edittale.
Una cosina fatta bene.
Poi, sempre il comandante, lo affida a un vigile anziano e glielo raccomanda, giacché il neoassunto è ancora in borghese e privo della dotazione standard: fischietto, distintivo, borsello bianco, scarpe comode. E il geometra del comune esce in strada col vigile anziano, che sembra simpatico (ha i baffi, sorride e fa battute, tutto sommato, divertenti) ma, strada facendo, gli dipinge un quadro apocalittico di automobilisti feroci, liti sulla pubblica via, malmenamenti di pubblico ufficiale, taglio di gomme e incendi d’auto, quando non di proprietà immobili. Ma il geometra del comune, ancora fresco d’uniforme dell’Esercito Italiano, aduso a impieghi più o meno operativi e forgiato dalla vita di caserma, non s’impressiona più di tanto per le inquietanti prospettazioni del collega.

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