Prima degli Elleni – IV puntata

di Domenico Scinà – Attualizzazione del testo di Mauro Mirci

I Sicani si suddivisero non più in gruppi familiari, come i Ciclopi, ma in borgate, ognuna retta da un signore. I centri abitati sorgevano in tutta l’isola e, secondo il costume dell’epoca, erano costruiti su colli e monti, così protette dagli assalitori che presero il nome di fortezze; e in generale, questi villaggi in posizione elevata e dominante erano chiamati, sia in Sicilia sia in Italia, cronii o saturnii, da Cronos e Saturno, divinità dei Pelasgi.
Diversamente dai Ciclopi, i Sicani si dedicavano all’agricoltura con tanta sollecitudine che, secondo gli antichi, furono i primi a onorare e festeggiare Cerere.
Non si deve infatti credere a quanto sostenuto dai poeti e nelle antichissime tradizioni, che la Sicilia sia stata la patria di Cerere e del frumento. Né, tanto meno, si deve prestare fede a Diodoro, che desideroso di vantare i primati nazionali, testimonia che, ai suoi giorni, il frumento agreste nasceva spontaneamente in più luoghi della Sicilia.

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Cavalleria rusticana

di Giovanni Verga – da “Vita dei campi” (1880)

Turiddu Macca, il figlio della gnà Nunzia, come tornò da fare il soldato, ogni domenica si pavoneggiava in piazza coll’uniforme da bersagliere e il berretto rosso, che sembrava quella della buona ventura, quando mette su banco colla gabbia dei canarini. Le ragazze se lo rubavano cogli occhi, mentre andavano a messa col naso dentro la mantellina, e i monelli gli ronzavano attorno come le mosche. Egli aveva portato anche una pipa col re a cavallo che pareva vivo, e accendeva gli zolfanelli sul dietro dei calzoni, levando la gamba, come se desse una pedata.
Ma con tutto ciò Lola di massaro Angelo non si era fatta vedere né alla messa, né sul ballatoio, ché si era fatta sposa con uno di Licodia, il quale faceva il carrettiere e aveva quattro muli di Sortino in stalla. Dapprima Turiddu come lo seppe, santo diavolone! voleva trargli fuori le budella della pancia, voleva trargli, a quel di Licodia! Però non ne fece nulla, e si sfogò coll’andare a cantare tutte le canzoni di sdegno che sapeva sotto la finestra della bella.
– Che non ha nulla da fare Turiddu della gnà Nunzia, – dicevano i vicini, – che passa la notte a cantare come una passera solitaria?
Finalmente s’imbatté in Lola che tornava dal viaggio alla Madonna del Pericolo, e al vederlo, non si fece né bianca né rossa quasi non fosse stato fatto suo.
– Beato chi vi vede! – le disse.
– Oh, compare Turiddu, me l’avevano detto che siete tornato al primo del mese.
– A me mi hanno detto delle altre cose ancora! – rispose lui. – Che è vero che vi maritate con compare Alfio, il carrettiere?
– Se c’è la volontà di Dio! – rispose Lola tirandosi sul mento le due cocche del fazzoletto.
– La volontà di Dio la fate col tira e molla come vi torna conto! E la volontà di Dio fu che dovevo tornare da tanto lontano per trovare ste belle notizie, gnà Lola! –
Il poveraccio tentava di fare ancora il bravo, ma la voce gli si era fatta roca; ed egli andava dietro alla ragazza dondolandosi colla nappa del berretto che gli ballava di qua e di là sulle spalle. A lei, in coscienza, rincresceva di vederlo così col viso lungo, però non aveva cuore di lusingarlo con belle parole.
– Sentite, compare Turiddu, – gli disse alfine, – lasciatemi raggiungere le mie compagne. Che direbbero in paese se mi vedessero con voi?…
– È giusto, – rispose Turiddu; – ora che sposate compare Alfio, che ci ha quattro muli in stalla, non bisogna farla chiacchierare la gente. Mia madre invece, poveretta, la dovette vendere la nostra mula baia, e quel pezzetto di vigna sullo stradone, nel tempo ch’ero soldato. Passò quel tempo che Berta filava, e voi non ci pensate più al tempo in cui ci parlavamo dalla finestra sul cortile, e mi regalaste quel fazzoletto, prima d’andarmene, che Dio sa quante lacrime ci ho pianto dentro nell’andar via lontano tanto che si perdeva persino il nome del nostro paese. Ora addio, gnà Lola, facemu cuntu ca chioppi e scampau, e la nostra amicizia finiu -.
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