Un saggio su Salvatore Di Pietro

Paroledisicilia.it pubblica un saggio di Marco Scalabrino, tratto dal suo libro “Parleremo dell’arte che è più buona degli uomini”, con prefazione di Pietro Civitareale.

Sul numero di maggio-giugno 2000 di Arte e Folklore di Sicilia di Catania, a dieci anni dalla scomparsa, Lia Mauceri fra l’altro appunta: “Negli anni Venti fa le sue prime esperienze con il teatro siciliano, recitando anche nella compagnia di Giovanni Grasso. Nel 1926 lascia Pachino, il paese natio, e si trasferisce a Catania. Incoraggiato da Vitaliano Brancati divulga i suoi primi componimenti sul “Giornale dell’Isola”, scrive numerose canzoni con i maestri Giuseppe Terranova e Gaetano Emanuel Calì, pubblica nel 1936 il suo primo volume in versi siciliani, Acqua di l’Anapu, diviene collaboratore della RAI curando due programmi, “Sicilia Canta” e “Mungibeddu è ccà”, e in poco tempo un vero e proprio animatore culturale. Fu lui a invitare Salvatore Quasimodo a tenere un recital nei locali del Circolo Artistico, qualche mese prima che gli venisse conferito il Premio Nobel. A Catania il giovane Di Pietro si formerà poeticamente e culturalmente grazie anche all’incontro con il Cenacolo dei Trinacristi.”

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Dudici, di Flora Restivo

Con CIATU del 2004 e con PO ESSIRI del 2008 abbiamo conosciuto Flora Restivo quale Poeta. Sui temi e sulla forma, sulla progressione e sugli esiti della sua poesia sono stati spesi da più versanti autorevoli e lusinghieri giudizi. Nondimeno eccoci per le mani un suo nuovo lavoro: non poesia, come ci saremmo aspettati, bensì prosa, ancorché sempre in Dialetto. Questa virata merita un esercizio di decifrazione: la nostra è che, attraverso la breccia che la Poesia ha aperto, una regione dell’Autrice fino a quel momento segreta, recondita, inconfessata, quella regione carsica venutasi a creare in tutta una vita dalla sovrapposizione degli strati ancestrale, sociale, culturale, trascinando con sé custodite memorie, esperienze, sentimenti, si sia rivelata e, felicemente assistita dal suo genuino talento, abbia conquistato naturale, confacente sbocco. Una diversa cifra, quindi, una ulteriore opportunità, un aggiunto tramite mediante il quale svelarsi, ampliando l’orizzonte della sua comunicazione. E perciò nessun addio alla poesia, che peraltro ci risulta lei continui a frequentare con dedizione, quanto la chance per adempiere a una ritrovata occorrenza.

Di solito coloro che prediligono la misura del racconto ne allestiscono una serie: Flora Restivo per la precisione dodici; una dozzina di racconti dei quali si elencano in accesso random i titoli: STORIA DI MARIA, 8 MARZU, DDA NOTTI CHI SPARIU LA LUNA, MANU PILUSA, L’ALI DI ANCILU, DUMANI NI PARRAMU, FRANCU, L’EGITTU È SEMPRI L’EGITTU, NOZZI D’ARGENTU, ACCIA E AMURI, LITTRA, CASA E PUTIA. Nomi, date, contingenze. Tuttavia non una mera passerella di eventi, una pittoresca riedizione di campioni, una artificiosa condizione per raccontare e raccontarsi … bensì la restituzione alla collettività di alcune fette del patrimonio memoriale di una generazione, quella nata nell’arco della seconda guerra mondiale, l’invenzione e/o la riproposizione di storie che ci appartengono, l’epifania in chiave catartica di dolorose vicende. Testi che la Nostra ha permeato di tutto il suo temperamento, nei quali ha infuso la sua visione dell’esistenza, ha disseminato per intero il suo animo e che pertanto, benché ciascuno in sé concluso, vanno contemplati nell’ideale collegamento unitario con tutti gli altri inclusi nella raccolta.
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Senzio Mazza. Ummiri e sònnira

di Marco Scalabrino

Luntanu … intra ‘na notti ca non ‘gghiorna mai … ‘n pòuru sbannutu / c’a tantuna s’abbranca a li mistèrii / di la palora … sugnu a milli mìgghia e chiùi / ma li ràdichi mei / su’ attàgghiu a chiddi di li ficudìnia / ’llippati tra li sciàri / du Passupisciaru, ‘zziccati / na li faddacchi / ca sùcunu la stòria (lontano … dentro una notte infinita … un povero sbandato / che a tentoni si aggrappa ai misteri / della parola … sono a mille miglia e oltre / ma le mie radici / sono accanto a quelle dei fichi d’India / abbarbicate tra le sciare / di Passopisciaro, infilate / nelle fenditure / che succhiano la storia).
Versi tra i più appassionati e commoventi mai scritti da Senzio Mazza, ai quali con struggimento egli accosta: mi spirniciu … di turnari arreri / nall’acqua ‘zzùlia / gilestri / d’argentu e di smiraldi risquagghiati / unni si sguazza la Sicilia mia (mi scervello …. di tornare indietro / nell’acqua azzurra / celeste / d’argento e di smeraldi liquefatti / dove si sciacqua la Sicilia mia).
E, con amarezza e altresì con piena consapevolezza di sé, prosegue: li frutti di la menti / ca pàrunu ghiumputi, / beddi di facci e ghini di sustanza / li mentu supra  fogghi ‘mmaculati … [ma] non tròvunu accàttutu: / dìciunu ca non sanu di nenti / ca su’ mirmati dintra / e a smircialli non si busca nenti … [eppure] mentri li riminu / m’addunu ca ponu valiri [perché scritti] ccu ‘na lingua ca sàzia / cori e raggiuni (i frutti della mente / che sembrano maturi, / belli a vista e pieni si sostanza / li appoggio su fogli candidi …. [ma] non trovano compratori: / dicono che non sanno di niente / che sono marci dentro / e a commerciarli non si guadagna niente … [eppure] mentre li rigiro / mi accorgo che possono valere [perché scritti] con una lingua che sazia / cuore e ragione).
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Scalabrino su “L’impoetico mafioso”

di Marco Scalabrino

“Ci siamo abituati: tutti i giorni … morti ammazzati stesi sull’asfalto … ma questa indifferenza … è un sintomo del male”, Davide Puccini.

Muove Gianmario Lucini, nella prefazione a questo volume, dal confronto fra il ruolo della poesia nell’età classica e quello nell’attuale società. “La poesia epica parlava della pòlis, del suo popolo e della sua vita, dei suoi problemi, dei suoi dubbi, delle sue paure ataviche. Era una poesia capace di stare dentro la società storica e proporsi con un ruolo molto chiaro, quello di interprete della umanità più profonda, di metterla in scena anche nelle sue contraddizioni e nei suoi dolorosi paradossi. La poesia contemporanea invece, troppo spesso, è la noiosa e monocorde proposta di un Io poetico solipsistico, che non si cura dell’altro, ma solo di se stesso, non si sente responsabile del processo di comunicazione ma si mette gegenstand, di fronte, troppo spesso da un pulpito, dall’interno di un gioco le cui regole non sono chiare a nessuno. Non c’è da meravigliarsi se la gente non legge poesia.”
E allora, giusto per rintuzzare questa sorta “di auto-difesa dal non-senso della poesia decaduta e auto-referenziale”, per stabilire un legame tra quel passato e il nostro presente, per riguadagnare il proprio originale ruolo, anzi, più, “nell’idea di assumere un ruolo speciale”, questa antologia poetica, soggiunge Lucini, “esprime il proposito di rottura con la cultura mafiosa e lo fa parlando alle coscienze, alle sensibilità individuali di ognuno”.
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Mario Gallo. U Principinu

di Marco Scalabrino

L’immagine scelta per la copertina è quella del principinu sull’asteroide B 612, il pianeta d’origine del principinu che è stato visto al telescopio, una sola volta, all’incirca nell’anno 1920 da un astronomo turco. Altrove abbiamo rintracciato quella del principinu che “approfittò, per venirsene via, di una migrazione di uccelli selvatici” o quell’altra del principinu nel “miglior ritratto che riuscii a fare di lui più tardi”. Quale comunque che essa sia, sono tutte immagini assai belle, le quali, è risaputo, sono creazioni dell’autore stesso di le petit prince, ovvero dell’aviatore-scrittore francese Antoine De Saint-Exupéry.
Per questa illustrazione e per le successive, la più parte a colori, assodata la felice collocazione rispetto al progredire della narrazione, un primo aspetto che ci colpisce (che c’entri la globalizzazione?!) è che questo volume, pubblicato in settecento copie col patrocinio della Regione Siciliana, dell’Assemblea Regionale Siciliana e della Fondazione Ignazio Buttitta di Palermo, risulta essere stato stampato in … Germania, dalle Edition Tintenfass.
Non i contenuti e le forme de le petit prince, né i contenuti e le forme della versione in lingua italiana a noi più vicina saranno all’attenzione di questa breve testimonianza, quanto piuttosto i temi e soprattutto gli esiti di questa ennesima versione. Come non mai possiamo affermare ennesima versione, giacché le petit prince, che ci risulti, è stato tradotto ad oggi in oltre 220 idiomi, dall’afrikaans allo zulu, dal bengalese allo yiddish, passando per l’armeno, il bielorusso, il croato, il coreano, il lituano, lo swahili, il tahitiano, il tamil, e perfino l’esperanto, il gaelico, il latino, il provenzale, e ciò fa di le petit prince un’opera universale, una tra le più diffuse, conosciute e lette al mondo. Tant’è che, soltanto in Italia, essa è stata adattata, oltre che nella lingua nazionale, altresì nei dialetti bergamasco, bolognese, friulano, milanese, napoletano, piemontese, sardo, veneziano e, ora, anche siciliano. Alla edizione in italiano curata da Nini Bompiani Bregoli ci rifaremo, comunque, per quegli accostamenti fra gli esiti in lingua e quelli in siciliano realizzati da Mario Gallo dei quali ci occuperemo.

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Giovani Nuscis scrive de La casa viola

Queste poesie sembrano comporsi partendo dalla musica, che l’orecchio fine del poeta capta calandosi nell’ascolto di quel mondo, vagliandolo e rianimandolo in brevi partiture che disegnano paesaggi inediti eppure familiari, nello spirito del luogo. Descrizioni spesso minime ma sapide, concentrate (ti facisti un pileri/lu pizzu/l’aricchinu.//E mi jisanti li manu.), che riassumono come in questo testo (Pileri) ricordo personale, condizione socio-ambientale e tratto antropologico; con registro ora lirico (Frivaru, che ci ricorda l’Ungaretti de L’Allegria), ora metafisico (Battaria); ora, marcatamente civile (C’è), a dimostrazione della duttilità del dialetto a dare voce a tutte le voci, là dove il silenzio è d’oro ma a vantaggio dei soliti noti; là dove i problemi e le difficoltà del vivere sono la piena di un fiume che esonda fino ai nostri piedi, e sembra mancarci l’aria, i movimenti: C’è catervi di cazzi di scardari/-droga travagghiu paci libirtà/giustizia malatia puvirtà…

Lo scrive Giovanni Nuscis parlando delle poesie contenute ne “La casa viola”, di Marco Scalabrino.
E’ possibile leggere l’intera recensione su La poesia e lo spirito.

Marco Scalabrino scrive di Nino Orsini

“Nino Orsini – fissa Pietro Mazzamuto nella sua relazione al Convegno tenutosi a Palermo il 30 Novembre 1995 – ebbe coscienza per tutta la vita di essere poeta e scrisse, attingendo alla sua condizione di uomo e di siciliano, sempre versi in dialetto.”
Giusto a partire da questa enunciazione intendiamo rievocare, a oltre venticinque anni dalla morte, la figura e l’opera di Nino Orsini (Palermo 1908-1982).


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Pietro Civitareale. La dialettalità negata

di Marco Scalabrino

“Gli scritti raccolti in questo volume sono stati redatti dal 1978 al 2008”. Esordisce con siffatte parole Pietro Civitareale nella breve premessa a questo prezioso volume di 128 pagine il cui esplicativo sottotitolo è: Annotazioni critiche sulla poesia dialettale contemporanea. E prosegue: “Le motivazioni di queste pagine vanno ricercate in un sentimento elettivo che nutro nei confronti di un genere letterario con il quale è nato e cresciuto il mio interesse per la letteratura, e cioè la poesia in dialetto.”
Nato a Vittorito (AQ) nel 1934 e residente a Firenze, Pietro Civitareale è poeta e narratore, saggista e critico letterario, curatore di antologie di poeti contemporanei e studioso della poesia in dialetto; tradotti in varie lingue, i suoi scritti si trovano su riviste italiane e straniere.
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Salvatore Di Marco, poeta e letterato

di Marco Scalabrino

Ho sempre sentito il fascino del dialetto e le sue suggestioni nell’approccio con un linguaggio carico di suoni inediti e di significati nuovi.” Così Salvatore Di Marco su di sé.
Poeta, storico della letteratura e della cultura siciliana, Salvatore Di Marco, Monreale (PA) 1932, si può definire, appunta Tommaso Romano, “un esponente della cultura militante”.
E lo stesso Tommaso Romano, unitamente alla Fondazione Thule – Cultura di Palermo, ha organizzato il convegno sul tema LA FIGURA, IL PENSIERO E L’OPERA DI SALVATORE DI MARCO, POETA E LETTERATO, svoltosi il 22 Dicembre 2007 nel capoluogo siciliano, nelle circostanze della celebrazione del suo settantacinquesimo compleanno. “Convegno, precisa Aurelia Ambrosini, mirato ad analizzare mezzo secolo dell’impegno culturale e letterario di Salvatore Di Marco, intellettuale e poeta.”
La Fondazione Thule ha quindi editato nel 2008, Le parole che contano, gli atti di quel convegno, che raccolgono le testimonianze di Tommaso Romano, Nino Aquila, Pino Giacopelli, Eugenio Giannone, Gaetano Pulizzi, Antonio Riolo, Ciro Spataro e le relazioni di Vincenzo Arnone, Franco Brevini, Licia Cardillo, Dante Cerilli, Giuseppe Cottone, Domenico Cultrera, Corrado Di Pietro, Enzo Papa, Pino Schifano, Melo Freni, Mimmo Galletto, Carmelo Lauretta, Alfio Patti, Turi Vasile; e in chiusura i testi poetici, a Salvatore Di Marco dedicati, di Paola Fedele, Nino Agnello, Lina Riccobene e un rapido album fotografico.
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