Antonella Pizzo. Catasto ed altre specie

di Marco Scalabrino

Catasto, come da acconcia definizione, è l’insieme di documenti, desunti tramite rilievi fotografici e altre indagini, che costituisce un vero e proprio inventario generale delle proprietà immobiliari.
È altresì l’ufficio pubblico, articolato in diversi settori, i cui addetti (il badge una , nel e nelle procedure che , tra , al bercio di <Étagère! Étagère! Étagère!>) soddisfano i compiti d’Istituto.
Ma catastu, nella locuzione avverbiale dialettale siciliana a catastu, intende anche: letamaio, rogo, graticola.
Per il momento comunque accantoniamo (la riffa del) le definizioni – salvo nel prosieguo, per una visione complessiva del libro (), magari recuperarle.
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Marco Scalabrino. Canzuna di vita, di morti, d’amuri

di Giovanni Nuscis

Di Marco Scalabrino, poeta, saggista e traduttore che vive a Trapani dov’è nato, nel 1952, esce per i tipi di Samperi Editore la nuova raccolta poetica Canzuna di vita, di morti, d’amuri, ventiquattro componimenti scritti in dialetto siciliano con traduzione in italiano, brasiliano e inglese. L’esserci occupati del suo precedente libro di poesie Tempu, palori, aschi e maravigghi (2002) non può che disporci favorevolmente alla lettura dell’ultima sua opera, e ad esprimerci su di essa.
Si rileva innanzitutto che i testi – “…un corpus di ventiquattro unità liriche, senza titoli, legate le une alle altre da asterischi, che da segni di punteggiatura assumono il ruolo di silenziose cifre poetiche…” osserva il prefatore – appaiono sulla pagina uno di seguito all’altro senza soluzione di continuità, e siamo in dubbio se ascriverlo ad un’esigenza meramente tipografica o alla volontà, invece, di farli deflagrare in una successione quasi poematica. Il dubbio ci deriva dalla cifra poetica di Marco Scalabrino, dove è la parola ad assumere centralità e dignità, prima del verso: composto in prevalenza di pochi sintagmi distanziati, in quasi tutte le poesie, da una o più interlinee in bianco.

Una scelta indubbiamente controcorrente rispetto a molta poesia contemporanea ipertrofica ed espressionista. Parola essenziale, dunque, ed equilibrio armonico tra silenzio e suono, dentro una scrittura che appare prevalentemente denotativa e, non di meno, acuta, dal segno forte. Sciogliendo il dubbio iniziale, propendiamo perciò per la prima ipotesi, in merito alla disposizione di più testi nella medesima pagina. Al pari dei versi, i componimenti di Marco Scalabrino paiono infatti rivendicare una loro prossemica, una doverosa armonia, un’equa alternanza di vuoto e di materia.
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Elvezio Petix. Poeta in dialetto

di Marco Scalabrino

In tanti hanno scritto (bene) della poesia di Elvezio Petix: Romualdo Romano, nel 1961, nella prefazione a UN PIANOFORTE SUONA ALL’ALBA;
Angelo Fazzino, per ONDE DI BRACCIA E RESPIRI;
Miky Scuderi, nella prefazione a DIALOGHI BIANCHI.
Cesare Zavattini, nella sua lettera del 1975;
e Rolando Certa, nella introduzione al racconto SAN MICHELE HA LA BOCCA PIENA DI NUVOLE (uno stralcio del quale apparirà sul volume ANTIGRUPPO 75), pure della sua prosa.
Commenti qualificati, profondi, centrati. Ma, constatiamo, tutti volti alla definizione della sua cifra in Italiano. Diversamente, noi intendiamo in questa sede porre l’attenzione su Elvezio Petix poeta in dialetto.
Il volume II di ANTIGRUPPO 73 (ispirato e realizzato da Nat Scammacca e Santo Calì, coadiuvati da Vincenzo Di Maria), nel riportarne due testi in lingua e , precisa nelle scarne note a corredo che,
a proposito degli esordi, nel breve studio del 2002 ” Elvezio Petix: un Poeta che non muore “, Salvatore Di Marco afferma: E nell’articolo titolato LA CIVILTA’ DEI CAFFE’, pubblicato nel Febbraio 1988 a Palermo sul numero ZERO di quello che fu l’effimero ritorno del Po’ t’ù cuntu!, ancora Salvatore Di Marco registra: ;nonché sul numero di Settembre 1988 del giornale di poesia siciliana, nel pezzo dal titolo UNA OCCASIONE MANCATA, appunta: E Romualdo Romano, nella memoria appena ricordata, testualmente rileva: . Eravamo nel 1961 ed è facile quindi tirare le somme.
Troviamo conferma a quanto riportato sulle pagine del … po tu cuntu …, il volume del 1994 che raccoglie le opere del Nostro.
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Marco Scalabrino su Ciatu, di Flora Restivo

di Marco Scalabrino

Ho conosciuto Flora Restivo dodici anni fa, correva l’anno 1994. Si teneva, tra le svariate attività dell’associazione culturale ericina ANTEKA, una annuale abbuffata, camuffata da gara di cucina da espletarsi fra gli associati. Questi, unitamente ai familiari e a qualche ospite di riguardo, erano i destinatari delle portate e bensì i giudici di gara. Tra i piatti, ricordo con vivo gusto, un couscous all’araba che ottenne un consenso generale e che, ad urne aperte, si seppe essere opera, appunto, di Flora Restivo. Nelle circostanze di quella serata autunnale, Flora Restivo e io avemmo modo di scambiare qualche parola, di scucire alcune rapide impressioni. E ci siamo vicendevolmente scoperti, in un clima di crescente empatia, sostanzialmente innamorati della medesima cosa: la poesia dialettale siciliana.
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Salvatore Camilleri. Da Sangu pazzu a Gnura puisia

di Marco Scalabrino

Scrivere di Salvatore Camilleri (Catania, 1921) è, necessariamente, un po’ ripercorrere la storia della poesia e della letteratura siciliane degli ultimi sessant’anni.
L’opportunità, indeclinabile per ogni cultore della poesia e del dialetto siciliani, mi viene offerta dalla pubblicazione della sua più recente opera: Gnura Puisia, BOEMI Editore Catania 2005.
< Ho scritto SANGU PAZZU, la mia prima opera - sono parole di Salvatore Camilleri - negli anni 1944-45. Essa rappresentava il diario in termini lirici di chi, reduce dalla guerra, ha visto franare tutti i suoi sogni. >
A Palermo, prima che terminasse il 1943, Federico Di Maria venne a trovarsi a capo di un nucleo di giovani poeti dialettali: Ugo Ammannato, Miano Conti, Paolo Messina, Nino Orsini, Pietro Tamburello, Gianni Varvaro, e nell’Ottobre 1944 venne fondata la Società degli Scrittori e Artisti di Sicilia ( che ebbe sede nell’Aula Gialla del Politeama ).
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Alfonsina Campisano Cancemi. Splendida attesa

di Marco Scalabrino

L’affastellamento delle combinazioni lessicali, l’attitudine a strutturare spirali dell’espressione, la sovrapposizione all’infinito delle architetture del pensiero paiono contrassegnare questo nostro tempo. La vis della parola, detta, scritta, vociata, sembra sopravanzarne i significati propri, sacrificarne i valori originari, i sentimenti autentici e vieppiù essa è usa provocare, ferire, scandalizzare; e al contempo, su un fronte solo in apparenza diametralmente opposto, soggiacere alle occorrenze della moderna spiccia comunicazione, piegarsi alla pelosa ripetitività della reclame, svilirsi alla cifra di gergo di chi ne fa disinvolto uso.
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Lina Riccobene. Polvere d’attese

di Marco Scalabrino

C’è un termine, in questi giorni, che mi è capitato di sentire spesso in televisione (la nova magistra vitae!?): deriva. Il sostantivo “deriva” evoca lo spostamento scomposto di un natante per effetto delle correnti o in balia dei marosi; un vocabolo marinaresco, dunque. Ma evidentemente, mentre volgevamo altrove le nostre cure, una diversa accezione del termine nel senso traslato di “tendenza incontrollabile sul piano sociale e politico” si è attestata. Questo fenomeno avviene, invero, assai più frequentemente di quanto si creda.
La lingua difatti è un organismo vivente, una struttura articolata i cui elementi, le parole, sono in continua correlazione e trasformazione. Trasformazione dovuta al variare della società, connessa alla evoluzione filosofica, scientifica, tecnologica di questa. Le parole, gli studiosi rilevano, hanno una vita.
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Quattru sbrizzi, di Salvo Basso

di Marco Scalabrino

La tentazione, non appena l’hai ricevuto, è quella di lasciarlo scivolare, destramente, nella tasca della tua giacca e da qui, senza ulteriori indugi, distrarlo nell’archivio morto della memoria. E gli appigli, in apparenza, ci stanno tutti: le dimensioni ridottissime, il corpo minuscolo e leggero del carattere che spavaldamente ti preannuncia la fatica alla quale dovresti sottoporre i tuoi occhi, le pagine: poche, spoglie. E come non bastasse… Dov’è la prefazione? E l’indice? Oddio, manca finanche la numerazione!
Passiamo ad altro! – verrebbe la voglia di dire. E invece, no. La curiosità, quella sana curiosità che ci avvince ogni qual volta ci si trova al cospetto di un testo nuovo – nuovo in quanto non conosciuto – è tanta, irrefrenabile. E l’amore per la Poesia, per il Siciliano, come sempre ci vince, ci convince. E allora beviamo, tutto d’un fiato, questo calice di inchiostro.
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Francesca Incandela. Elide e le altre

di Marco Scalabrino

Nata a Castelvetrano nel 1955, Francesca Incandela è mazarese di adozione. Laureatasi a Palermo in Lettere Moderne con 110 e lode, discutendo una tesi sulle varianti fonetiche e lessicali contenute in una raccolta di proverbi del Settecento, è oggi titolare di cattedra di Italiano e Storia. Sposata, madre di tre ragazze, ama il cinema dell’impegno, la narrativa italiana e inglese, la musica contemporanea e il teatro.
Le sue prime prove di scrittura risalgono all’adolescenza e già allora la sua penna affondava nel rapporto tra l’Io e il ” mondo “, il sé e la società ( profilo creativo che del resto ha mantenuto ). I consensi e gli incoraggiamenti degli esordi ( Irene Marusso previde per lei ” un luminoso avvenire letterario ” ), l’hanno determinata a continuare. Continue reading

Licia Cardillo. Tardara

di Marco Scalabrino

Da tempo ero al corrente che Licia Cardillo stesse lavorando a un nuovo progetto, dopo IL GIACOBINO DELLA SAMBUCA del 2000. Ci eravamo, difatti, incontrati l’estate di un paio di anni or sono a Sambuca di Sicilia, la sua città, e nella frescura della terrazza della sua villa in collina che domina la valle in cui insiste il lago Arancio, sorseggiando una bevanda e discorrendo come avviene in queste circostanze di scrittura e di scrittori, lei mi confermò quanto già mi aveva anticipato al telefono qualche mese prima.

E tuttavia, nonostante la mia manifesta curiosità, nulla allora trapelò in merito all’opera. Finché l’Agosto scorso, daccapo incontratici, mi fece, con amabile dedica, graditissimo omaggio del suo lavoro appena pubblicato.
Tardara, il titolo, e (la) Ninfa, acquaforte acquatinta di Bruno Caruso in copertina, mi intrigarono immediatamente e la lettura, anche in virtù del contenuto numero delle pagine – 160 circa – e della gradevolezza appena sfogliandole del carattere, ne venne ben disposta.
L’incipit è sullo Stretto. Al primo rigo della prima pagina, Gino Roveri sul Caronte, uno dei traghetti che fa la spola tra l’Isola e la penisola italiana, rientra dopo dodici anni; e al secondo, la Sicilia, che emerge dal mare. Continue reading