Angelo Orlando Meloni parla di “forconi”

Così è (se vi pare). Forconi frittate e day after a Siracusa

Angelo Orlando Meloni

Le cinque giornate dei forconi, con il blocco degli snodi autostradali e la paralisi fisica e cognitiva della Sicilia, forse sono state l’inizio di una stagione di proteste e disordini, o forse finiranno nel nulla. Ma se dare sfoggio di virtù profetiche è spesso esercizio ozioso, mentre le ore passavano, le notizie latitavano e la benzina finiva, noi plebei-chic inoccupati e figli di papà siamo stati costretti a passeggiare e a esercitare l’arte del pensiero in una forma diversa del solito “vaffa” contro un suv scelto a caso.

A quanto pare, per lo meno dalle mie parti, esistono una protesta di destra e una protesta di sinistra che fanno a testate. E se durante le cinque giornate siracusane si sono visti i cartelloni “Contro il malgoverno Monti”, nessuno ha mai letto o sentito slogan “Contro il malgoverno Berlusconi” durante il regno incontrastato del partito delle libertà. Due squadre irriducibili non parlano tra di loro: gli intellettuali salottieri guardano con sospetto i padroncini e lavoratori plebei, rei di aver creduto per vent’anni alle parole del ringmaster.

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Pagliaro. I cani di via Lincoln

Veronica Tomassini e Antonio Pagliaro

A Piazza Armerina, da due anni, si organizza una manifestazione intitolata “Libri sotto il gelso”. In realtà i gelsi sono due e vegetano felicemente nel cortile del monastero di Sant’Anna. Sono due begli alberoni di gelsi rossi. I “libri sotto il gelso”, per fortuna, vengono presentati al termine del periodo di maggior produzione di gelsi e, anche se qualche caduta tardiva ogni tanto si verifica, finora nessuno tra autori, moderatori e assessori intervenuti è stato colpito né macchiato.
Il 5 settembre 2011 il gestore di questo sito ha avuto il piacere di presentare ai piazzesi i libri di Veronica Tomassini e Antonio Pagliaro. Due romanzi entrambi pubblicati dall’editore Laurana di Milano.
Il gestore di questo sito, ovviamente, per ognuno dei due libri ha preparato, nell’occasione, un bel papello con annessa breve rassegna stampa. E poi ne ha dato lettura al pubblico. Giusto la scorsa settimana, mentre rimetteva in ordine la libreria di famiglia, ha ritrovato i papelli all’interno dei romanzi. Nessuna traccia delle rassegne stampa. Ha pensato che magari, giusto per tener memoria di quella serata, poteva ricopiare in un bel file doc i papelli e poi metterli on line. C’è pure una bella foto di Veronica e Antonio. E’ stata scattata un po’ prima dell’inizio, quando il gestore di questo sito sudava copiosamente per il caldo e il timore che il cortile rimanesse semivuoto.
Comunque è andata, ed è stata, a mio avviso, una bella serata.
Basta. Eccovi il papello scritto per “I cani di via Lincoln”, di Antonio Pagliaro.
Quello dedicato a “Sangue di cane”, di Veronica Tomassini, è stato pubblicato il 23 gennaio scorso.
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Tomassini. Sangue di cane

Veronica Tomassini e Antonio Pagliaro

A Piazza Armerina, da due anni, si organizza una manifestazione intitolata “Libri sotto il gelso”. In realtà i gelsi sono due e vegetano felicemente nel cortile del monastero di Sant’Anna. Sono due begli alberoni di gelsi rossi. I “libri sotto il gelso”, per fortuna, vengono presentati al termine del periodo di maggior produzione di gelsi e, anche se qualche caduta tardiva ogni tanto si verifica, finora nessuno tra autori, moderatori e assessori intervenuti è stato colpito né macchiato.
Il 5 settembre 2011 il gestore di questo sito ha avuto il piacere di presentare ai piazzesi i libri di Veronica Tomassini e Antonio Pagliaro. Due romanzi entrambi pubblicati dall’editore Laurana di Milano.
Il gestore di questo sito, ovviamente, per ognuno dei due libri ha preparato, nell’occasione, un bel papello con annessa breve rassegna stampa. E poi ne ha dato lettura al pubblico. Giusto la scorsa settimana, mentre rimetteva in ordine la libreria di famiglia, ha ritrovato i papelli all’interno dei romanzi. Nessuna traccia delle rassegne stampa. Ha pensato che magari, giusto per tener memoria di quella serata, poteva ricopiare in un bel file doc i papelli e poi metterli on line. C’è pure una bella foto di Veronica e Antonio. E’ stata scattata un po’ prima dell’inizio, quando il gestore di questo sito sudava copiosamente per il caldo e il timore che il cortile rimanesse semivuoto.
Comunque è andata, ed è stata, a mio avviso, una bella serata.

Precedenza alle signore. Il papello dedicato ad Antonio Pagliaro sarà pubblicato giovedì prossimo,  26 gennaio.

Sangue di cane, in sostanza, è un lungo monologo, ma anche una sorta di lettera che la protagonista invia al suo grande amore Slawek. Lo ha incontrato a un semaforo. Lei studentessa di famiglia borghese, lui lavavetri polacco.
Gli si concede completamente e immediatamente. Accetta di seguirlo alla “Casa dei morti”, un edificio in abbandono abitato da altri polacchi, uomini e donne. Tutti immersi nel fango della degradazione fisica e morale.
Slawek odia quella casa, ma non ha altro posto dove andare. Lì o alle grotte, o ai giardinetti: posti diversi ma stessa umanità sprofondata nell’abisso.
Il libro parla di una piccola odissea. Sono descritte, senza sconti, le vite dei due protagonisti e quelle degli altri personaggi. Spesso le morti. Non è un caso se la narrazione si apre con la descrizione di una morte, quella di Marcin, per abuso di alcol.
Episodi di violenza e di abusi si alternano a tentativi di riconquista della “normalità”. Che per Slawek è invece una conquista nuova, poiché come s’intuisce dai suoi comportamenti e più avanti nel libro viene chiaramente detto, lui una vita normale non l’ha mai avuta. Abbandonato dal padre, ripudiato dalla madre, è costretto a fuggire all’estero dopo aver commesso delle rapine in Polonia. È un duro, Slawek, ma con la sua Misek è tenero e sperduto. Solo l’alcol l’allontana da lei. E le altre donne (e con una di esse, alla fine, fuggirà). E le risse.

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A morte la scuola pubblica

Rubincollo dal blog di Ivo Flavio Abela. ma.mi.

Il 18 gennaio su Repubblica appare un articolo di Salvo Intravaia. Vi si riferisce di un’iniziativa del MIUR: la nascita di Scuola in chiaro, un portale particolarmente utile ai genitori che dovranno iscrivere entro febbraio i loro figli per l’Anno Scolastico 2012/13. I genitori potranno consultarvi tutti i dati (compresi quelli finanziari) relativi a tutte le scuole della loro area geografica. L’articolo riferisce dunque i risultati emergenti dai dati relativi ai Licei di dieci grandi città italiane: un campione indubbiamente ristretto e legato a realtà urbane fortemente connotate per ovvie ragioni – Torino, Milano, Genova, Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Palermo e Cagliari – quasi la scuola pubblica italiana potesse essere rappresentata esclusivamente dalla somma fra le realtà scolastiche superiori di dieci capoluoghi di provincia. Per non dire del fatto che le scuole pubbliche milanesi devono fare i conti con l’antagonismo del modello lombardo di scuola privata, laddove i genitori – tutti lautamente abbienti – investono una retta annua che va dagli 8.000,00 euro in su per ciascun figlio. L’articolo insiste inoltre sul fatto che le scuole sono costrette a chiedere contributi alle famiglie degli alunni. Solo in qualche riga viene detto che i contributi sono richiesti a “privati” (e i privati non sarebbero soltanto i genitori degli alunni).

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Chi è Orfeo?

L’ultimo anno di Francesco Lanza

di Mauro Mirci

Il 1932 sembrava l’anno della ripresa, nonostante tutto. Attendeva sempre una risposta alle sue insistenti domande d’impiego. Potevano gli amici farsi sordi ai suoi appelli? Potevano, a quanto pareva, e questo è quanto pensava, ma ciò che sperava era diverso e la risposa che si dava era: no, non potevano farsi sordi.
Nel frattempo scriveva.
In gennaio fu a Roma, a ricordare a chi di dovere le sue aspettative. E qualcosa scrisse, sul tavolinetto dell’albergo, approfittando della carta intestata. Poi a Tripoli, e furono le Storielle tripoline e le Storielle libiche. Non erano i Mimi (meno vissute, meno partecipate: non erano storie della terra sua, ma piuttosto una parodia). Non ci si avvicinavano neppure.
Scrisse ancora. Qualche articolo, qualche prosa. Venne anche il saggio su Goethe e l’anima di Roma, ma roba da poco.
Aveva alcune storie da finire. Su una s’arrovellava da quando era tornato dalla Russia. Come dire: una storia che viene da lontano. L’altra s’ispirava a luoghi più vicini, ossia il lago di Pergusa, e andava a comporre un altro capitolo di Proserpina.
Ma era un modo per ingannare la solitudine e fingere un futuro che non arrivava.
Intanto passano i mesi.
Il posto ministeriale non arriva.
Possono gli amici aver dimenticato?
Possibile?
Nel frattempo con Peppino Loggia si fanno esperienze spiritiche e “di vago sentore teosofico”.

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I.M.D.: Dragoni e Lupare

di Mauro Mirci

La recente uccisione a Tor Pignattara, di Zhou Zheng e della sua figlia neonata ha riportato l’attenzione sulle attività dei cinesi in Italia. Accanto alla commozione per un fatto di sangue tanto barbaro, si rinnovano dubbi e pregiudizi. Scrive Il Messaggero: “Che Zhou Zheng si fosse arricchito recentemente non era sfuggito a nessuno nel quartiere. Come era stato notato il suo matrimonio extralusso, con macchine di grossa cilindrata parcheggiate davanti al ristorante. Ed è un fatto, su cui gli inquirenti stanno ragionando, che l’attività di money tranfer sia il nodo principale su cui punta la criminalità organizzata cinese.

La lingua batte dove il dente duole: immigrazione cinese e mafia, Triadi e malavita locale. Scorrono fiumi di denaro e si concludono affari poco chiari sull’asse Italia-Cina. Le indagini non sono sempre semplici: c’è una solida barriera etnica a ostacolarle. Non è solo la lingua. Anche se, per assurdo, parlassero lingue identiche, occidentali e cinesi, distanti quindicimila chilometri e migliaia di anni di storia ed evoluzione culturale, non si comprenderebbero lo stesso. L’incomprensione accentua le differenze e contribuisce al fiorire delle leggende, che traggono alimento dalla realtà e dal pregiudizio in misura pressoché identica.

Dragoni e lupare sfata alcune di queste leggende e dà un contributo positivo alla conoscenza del fenomeno immigrativo cinese in Italia. L’autore è I.M.D., acronimo dietro il quale si cela un poliziotto-scrittore già autore di altri due volumi: Catturandi (2009) e 100% sbirro (2010).

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Campi Rossi 1969. Una lettura di Francesco Randazzo

Oh, se sto mentendo, / la canzone che canto / la porti il vento. / Oh, che disincanto /se il vento cancella / quel che io canto.

I versi di una canzone di Chicho Sanchez Ferlosio sono l’epigrafe e la chiave del libro di Mauro Mirci, “Campirossi 1969” scaturito da alcune foto di Antonio Russello in casa di Alcide Cervi. Lo spunto delle foto, diviene anche e soprattutto lieve e riservato fluire di memorie che Russello, timidamente svolge nel corso di alcune conversazioni registrate dal curatore/autore. Ne viene fuori una narrazione mista, fuori dalla saggistica e dalla narrativa, un racconto semplice ma profondo attraverso le storie di persone ed epoche che sembrano ormai lontanissime.
Antonio Russello, fotografo, avventuriero, hidalgo e tzigano insieme, come solo certi siciliani sanno essere, ha scattato queste foto durante una visita nella tenuta di Alcide Cervi (padre dei sette fratelli vittime del nazifascismo). Le foto ritraggono, insieme al vecchio Alcide, un gruppo di amici, la compagnia dei burattinai di Otello Sarzi, che fu compagno di Resistenza dei Cervi, e alcune ragazze che li accompagnavano. Un gruppo, come dice lo stesso Mirci, un po’ beat:
“Prima di vederle, ho pensato che avrei trovato in queste fotografie qualcosa di straordinario. Mi sono immedesimato in un giovane di fine anni ’60, in attesa di un messaggio proveniente, in linea diretta, dagli anni in cui la contrapposizione tra rivoluzione e reazione era ancora più dura, ancora più sanguinosa. Invece ci ho trovato quotidianità e confidenza: nulla di non ordinario, di ecumenico. Nessuna liturgia della memoria. Qual è il significato di queste foto, allora? Cosa non sono capace di vedere? Qual è il loro messaggio? Mi dico che queste foto sono un link, l’anello di una catena.

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Il lavoro intellettuale in Italia…

… secondo Silvia Bencivelli.

Se il nostro sta diventando un mestiere da fighetti è soprattutto colpa nostra. I nostri compagni di classe li abbiamo sgambettati noi, accettando di lavorare per quattro soldi o anche per niente. Perché noi possiamo permettercelo anche a trentacinque anni, ma loro non potevano permetterselo nemmeno dieci anni fa, e così hanno semplicemente scelto strade meno creative e, almeno apparentemente, meno rischiose. Adesso forse siamo tutti ugualmente felici o infelici, ma intanto il mercato del lavoro intellettuale lo abbiamo sputtanato noi, perché siamo noi che facciamo il mercato. E magari la figlia dell’infermiere e il figlio di quello della Piaggio potevano dare a questo mondo un contributo che noi non siamo nemmeno in grado di immaginare.

[leggi tutto il post sul blog di Silvia Bencivelli, giornalista scientifica]

Nacci: Qualche libro del 2011

E’ tutt’un esplodere di epifanie che si compie nello spazio del preverbale onirico, e il filo narrativo si immerge nell’abisso, senza per questo mai venire meno. Storie. Ambienti. Suggestione. Luci. Oscurità. Vibrazione. Cose

E’ un brano tratto dal post di Jacopo Nacci, su Yattaran, “Qualche libro del 2011”. Il libro di cui scrive è “L’ora migliore e altri racconti” di Simone Ghelli. Simone Ghelli è, peraltro, il vincitore del concorso letterario “Il racconto più brutto”, il che testimonia il talento dell’artista e invoglia il lettore curioso a procurarsi il volume, magari comprarlo, se può, ma diciamo procurarsi, per mantener vivo un ventaglio di possibilità. Se qualcuno nutrisse dubbi sull’accostamento tra talento e vittoria in un concorso per racconti brutti, lo invito a impegnarsi nella scrittura di un racconto volutamente brutto. Mi saprà dire (ché il racconto brutto d’autore non è opera semplice, poiché la perizia necessaria nella produzione di qualcosa che sia men che mediocre, men che scadente, men che  inaccettabile, è tanta. Si dirà che di cattivi scrittori è pieno il mondo e costoro non possono che dare alla luce orribili scritti. Vero è, ma vero è pure che detta categoria, di solito incapace di autocritica, ritiene belle le proprie prose e mai le iscriverebbe a un concorso di certi dichiarati intenti.)

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