Campi Rossi 1969. Una lettura di Francesco Randazzo

Oh, se sto mentendo, / la canzone che canto / la porti il vento. / Oh, che disincanto /se il vento cancella / quel che io canto.

I versi di una canzone di Chicho Sanchez Ferlosio sono l’epigrafe e la chiave del libro di Mauro Mirci, “Campirossi 1969” scaturito da alcune foto di Antonio Russello in casa di Alcide Cervi. Lo spunto delle foto, diviene anche e soprattutto lieve e riservato fluire di memorie che Russello, timidamente svolge nel corso di alcune conversazioni registrate dal curatore/autore. Ne viene fuori una narrazione mista, fuori dalla saggistica e dalla narrativa, un racconto semplice ma profondo attraverso le storie di persone ed epoche che sembrano ormai lontanissime.
Antonio Russello, fotografo, avventuriero, hidalgo e tzigano insieme, come solo certi siciliani sanno essere, ha scattato queste foto durante una visita nella tenuta di Alcide Cervi (padre dei sette fratelli vittime del nazifascismo). Le foto ritraggono, insieme al vecchio Alcide, un gruppo di amici, la compagnia dei burattinai di Otello Sarzi, che fu compagno di Resistenza dei Cervi, e alcune ragazze che li accompagnavano. Un gruppo, come dice lo stesso Mirci, un po’ beat:
“Prima di vederle, ho pensato che avrei trovato in queste fotografie qualcosa di straordinario. Mi sono immedesimato in un giovane di fine anni ’60, in attesa di un messaggio proveniente, in linea diretta, dagli anni in cui la contrapposizione tra rivoluzione e reazione era ancora più dura, ancora più sanguinosa. Invece ci ho trovato quotidianità e confidenza: nulla di non ordinario, di ecumenico. Nessuna liturgia della memoria. Qual è il significato di queste foto, allora? Cosa non sono capace di vedere? Qual è il loro messaggio? Mi dico che queste foto sono un link, l’anello di una catena.

Esiste un solo presente, ma molti passati. Questa giornata del 1969, fissata in maniera indelebile sulla pellicola da Antonio Russello, collega il presente a un passato lontano oltre settant’anni e rende attuale ciò che altrimenti resterebbe cristallizzato nelle parole dei libri e nei carteggi degli archivi storici. La parola scritta è uno strumento di comunicazione potente; altrettanto lo è l’immagine fotografica. Ma insieme assumono una forza e un’efficacia impressionanti.”
Così infatti appaiono le foto, ma anche i ricordi e le parole che le accompagnano, forti di molti passati, fino al presente unico di ogni lettore osservatore, seme di semi ulteriori.
Si sente un lieve vento, un respiro e la voce del vecchio Cervi:
“Guardate il seme, perché la quercia morirà, e non sarà buona nemmeno per il fuoco. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l’ideale nella testa dell’uomo.”
Al lettore risuonano voci e vite, una certa purezza e ingenuità, forse da rimpiangere o forse semplicemente da custodire e trasmettere, come questo piccolo libro fa.
“Cervi riceveva di queste visite almeno un paio di volte alla settimana”
“Ma cosa gli chiedevano?”
“Ma niente. Andavano lì per amicizia, e poi era un bel posto. Non lo usavano come un’icona. Questo non si faceva, a quei tempi. La gente era più seria. Ci si rispettava. si stava insieme, si mangiava, si beveva, si cantava. Si cercava di stare bene insieme, in armonia”.
Poco importa se la memoria un poco mente, poco importa se il disincanto cancella l’illusione del canto della giovinezza o quello libertario del vecchio padre contadino di eroi ormai dissolti nella memoria collettiva.
Come in un soffio si smuove tra le parole di Mirci e le foto di Russello, una Erlebnis, dal senso alto e civile, che non conforta ma lievemente rincuora, commuove, come qualcosa ritrovato in soffitta che rispolverato, torna a noi e ci parla.

f.r.

[apparsa su Mirkal, blog di Francesco Randazzo]

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