Chissà se i bambini vedono i colori

di Mauro Mirci

“Caro librino mio” (1) è un volumetto che Amazon dà indisponibile. Nella descrizione si legge poco. Non c’è nulla sulla quarta di copertina e le informazioni commerciali dicono che assomma a 64 pagine, pesa 290 grammi ed è stato messo in commercio, nel 1995, da Giunti. Una minima descrizione si trova su libreriauniversitaria.it. “Un libro per le prime letture, ricco di illustrazioni a colori e di simpatiche avventure. In questo racconto troverai le emozioni, le idee e i sentimenti di un bambino che guarda il mondo e la vita di tutti i giorni con piccoli grandi occhi, e poi confida i suoi pensieri al librino del cuore.

Insomma, un libro per bambini o ragazzini, scritto guardando le cose del mondo con gli occhi di un bambino.

Se ne trova notizia in una pagina html relativa al concorso Fahrenheit, in una recensione che dice: “Io ho letto un bellissimo libro, ve lo consiglio perché ci sono dei bei disegni e perché fa ridere. In ogni pagina ci sono tante frasi, alcune sono noiose ma la maggior parte no. Lo consiglio a quelli a cui piace ridere”. Se trovate che lo stile sia elementare e l’approfondimento critico discutibile, avete ragione. L’estensore della recensione ha infatti più o meno 7 anni e frequenta la 2^ B di una scuola elementare di Imola. O, più correttamente, aveva circa 7 anni e frequentava la seconda elementare nel marzo del 2000, data della recensione [che potere trovare qui: http://kidslink.bo.cnr.it/fahr-ele/fahr2000-ele/msg00089.html ]

Insomma, troppo poco per farsi un’idea precisa dell’opera, ma, almeno nelle linee generali, qualcosa sappiamo. Continue reading

La storia terribile delle bambine di Marsala

di Mauro Mirci

Caro Antonio,
mi avevi lasciato nel 2015 con i baci della tua bielorussa, assai in linea con le truculente trame dei tuoi romanzi precedenti. Vero è che, nel 2010, avevi deviato dalla strada maestra concedendoti al giapponese cannibale e alla non-fiction, ma sembrava una faccenda episodica, il quadernetto d’appunti per un romanzo che rimane sulla scrivania e poi, a tempo perso, ci si impegna a trasformare in storia autonoma.
Questo per dire che mi aspettavo un romanzo tradizionalmente à la Pagliaro, mentre mi sono trovato per le mani un volume serio e sostanziosetto (fanno più di 340 pagine, se non sbaglio) con tanto di serissima prefazione di Pietro Melati, mappe, elenchi di persone (e, correttamente, non “personaggi”, come sarebbe stato di prassi in un romanzo), inserti iconografici d’epoca, appendice e dettagliato elenco delle fonti. Forse dovrei chiarire qualcosa in merito al “serio” scritto su. Non che i romanzi non siano cose serie, ma le storie vere sono altra cosa. Un romanzo di fiction pura, anche se grondante sangue e crudeltà, può anche non essere serio. Può ridere di sé e della violenza che contiene perché tanto, in linea di massima, non è vero nulla.
Però, quando mi hai detto che il tuo nuovo libro sarebbe uscito per i tipi di Zolfo editore, ho pensato che ero proprio curioso di vedere cosa avrei letto. “Antonio tradirà sé stesso?” mi sono chiesto? “Prenderà il tono del conferenziere brillante? Ne avrebbe il diritto e gli strumenti, in fin dei conti è un astrofisico: di conferenze e saggi avrà una discreta esperienza”.

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Antonio G. Bortoluzzi. Come si fanno le cose

di Mauro Mirci

Ero curioso di scoprire come Antonio Bortoluzzi avrebbe affrontato questo cambio di binario narrativo rappresentato dal suo primo romanzo, diciamo così, destinato a un pubblico più ampio delle precedenti prove letterarie. Non commerciale, ché di commerciale “Come si fanno le cose” ha poco o nulla. Si tratta, è vero, di un romanzo dalla struttura narrativa abbastanza ortodossa, ed è accomunato ai primi tre libri di Antonio Bortoluzzi da una prosa pulita e lineare, limpida e frizzantella come deve essere l’aria delle Dolomiti Bellunesi dove vive e ambienta, per vocazione e amore della propria identità, le sue storie. Tuttavia, Bortoluzzi non indulge in cliché di genere e riesce a comporre una trama che miscela bene il nocciolo giallo della storia, l’ambientazione realistica, la divagazione sentimentale (divagazione che diventa, però, elemento importante del romanzo).
Ho letto tutte le storie edite di Antonio, e anche un paio di quelle inedite. Mi sono detto: “Ma come farà questo montanaro scrittore, operaio con talento di penna e calamaio, a tirarsi fuori dal mondo contadino e d’alta quota che occupa militarmente la sua scrittura e, suppongo, ogni angolo della sua anima?”. La risposta è stata immediata e banale. Semplicemente, non se ne è tirato fuori. “Come si fanno le cose” è diverso dalle opere precedenti di Bortoluzzi solo quanto un figlio è diverso dal genitore. Se in “Cronache della valle”, “Vita e morte della montagna” e “Paesi Alti” predomina la dimensione rievocativa, lo sguardo retrospettivo, la messa in scena del passato, “Come si fanno le cose” è dominato dal presente e dalla nostalgia. Cosa sono diventati coloro che prima abitavano la montagna? Che un tempo vivevano in simbiosi con un ambiente generoso e amabile, ma aspro e crudele allo stesso tempo, mentre adesso convivono con mutui, turni in fabbrica e lunghe trasferte in pullman? Continue reading

Le meravigliose avventure di Cervantes e Veneziano, secondo Francesco Randazzo

di Mauro Mirci

“Cervantes si trovava prigioniero in Algeri già da tre anni”. Sono parole di Leonardo Sciascia tratte da “Vita di Antonio Veneziano”, saggio storico inserito ne “La corda pazza”. Avrebbero potuto appartenere all’incipit de “I duellanti di Algeri”. Poi c’è il cimitero dei libri dimenticati, di Carlos Ruiz Zafon. Poi il Don Chisciotte di Cervantes, ma pare ovvio! E l’Odissea, perché no?
Sono molti gli spunti colti che Francesco Randazzo addomestica e riunisce per comporre questo suo romanzo breve e intenso, opera che viene dopo altre, numerose, di poesia, teatro e narrativa, tutte di stile raffinato e fuori dagli schemi, coerenti con le scelte stilistiche di questo autore, siciliano della diaspora, siracusano di nascita, sempre altrove per scelta e necessità.
Nelle carceri di Algeri, nella stessa cella, due uomini d’armi e di lettere condividono privazioni e disagi. Don Miguel de Cervantes, offeso nella mano ma di spirito indomito; Antonio Veneziano, da Monreale, poeta e attaccabrighe, in ismanie d’amore per la lontana Eufemia. I due uomini ingannano la noia della prigionia sfidandosi in duelli verbali e poetici. Nel frattempo il vicerè Hassan, “il crudele Hassan”, li spia e sospetta trame in realtà inesistenti. Ha chiesto a Cervantes un libro su di sé, “che esaltasse la sua vita e le sue imprese”. Lo alletta l’idea di un cristiano stimato in patria che “scrivesse la sua apologia”. Ma Cervantes prende tempo, accampa scuse, non scrive nulla. E mentre i due cristiani discutono in cella delle poesie che Veneziano compone, per celia, per l’amata Eufemia – che diviene, ineluttabilmente, la Celia declamata nei versi –, “il crudele Hassan” decide di farli spiare da un cristiano convertito, Barrigòn, uomo semplice e suggestionabile. Piuttosto che separarsi dalle sue amate pecore, catturate in Andalusia dai pirati barbareschi, aveva preferito darsi prigioniero assieme a esse. Continue reading

I dieci giorni che sconvolsero il mondo. A Piazza Armerina una mostra e un libro ricordano il centenario della rivoluzione d’ottobre

Nulla Die, casa editrice piazzese, ha deciso di tentare nuove avventure. In particolare, ha deciso di dedicarsi, oltre che alla abituale produzione di opere di narrativa contemporanea, anche alla ripubblicazione di testi più noti, classici, per così dire, in nuova traduzione.
Questa nuova avventura inizia con la riproposizione di un’opera particolare, con la quale, idealmente, celebrare il centenario della Rivoluzione d’Ottobre.
Ecco, quindi, nella traduzione di Antonio Masciulli, “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”, del giornalista e inviato statunitense John Reed, che fu testimone diretto dei fatti del 1917.
Un libro che, come recita la quarta di copertina “è forse il più longevo degli instant book.”
Instant book vecchio di un secolo esatto, ma che “mantiene intatto ​ ​tutto il suo fascino”.
Ancora dalla quarta.
“Il libro — in un equilibrato mix fra reportage, romanzo e saggio — racconta in maniera Continue reading

Lettera aperta alla mamma che scrive una lettera aperta a Lorenzo Cherubini

di Mauro Mirci

Una mamma scrive una lettera aperta a Lorenzo Cherubini, che una volta si chiamava solo Jovanotti, ma poi non so cos’è successo, ha cambiato nome. Scrive la povera madre: “C’è una intera generazione di giovani donne che, da anni, crede ciecamente a quanto scrivi nelle tue canzoni… da tutta la vita apre la finestra con la speranza di trovare una trave appesa al cielo con seduto sopra un ragazzo che canta loro una serenata… E’ necessario che tu, caro Jovanotti, pubblichi una lettera aperta nella quale dichiari sotto giuramento che hai dei difetti… che l’uomo perfetto non esiste… perché la perfezione è solo una grande noia.”
Bene povera madre, nell’attesa che il signor Cherubini ti scriva (e ricordandoti che il signor Cherubini è ormai un cinquantenne che, per questioni anagrafiche, non è il caso di portare a tua figlia come esempio di uomo perfetto: l’età e le esperienze di vita, così come gli errori commessi, hanno la loro importanza), ti do una mano: suggerisci a tua figlia che il signor Cherubini inizia a proporsi al pubblico più di tre decenni fa (anni ’80, c’era ancora l’URSS). Soprattutto, mostrale che, quando “l’uomo perfetto” aveva l’età della tua erede, si proponeva così: [clicca sul link]
No, giusto per dire che col tempo si cambia sempre e, talvolta, si può anche migliorare. Quindi, in linea ampiamente teorica (ma non voglio scavalcarti nel tuo ruolo di madre, vedi tu), potrebbe pure concedere un po’ di fiducia a qualche coetaneo “dirimpettaio in mutande che si gratta il sedere mentre si fa il caffè”. Magari è, o diventerà, meglio di quel che sembra adesso.
E poi, per dire la verità, non credo esista uomo al mondo che, almeno una volta, soprappensiero, non si sia grattato il sedere mentre faceva il caffé.

 

 

Il suo è un atto d’amore

di Mauro Mirci

Saro Crocetta, da Gela, presidente siciliano, si sottovaluta: “Non sono uno che sfascia tutto” afferma. Gli riconosciamo una straordinaria modestia, ma ci tocca contraddirlo: no presidente aka governatore, lei ha fatto molto; forse non ha sfasciato tutto, ma ha lavorato tanto, bisogna riconoscerlo.

Anche se un bel po’ di dipendenti delle ex-provincie – abolite anzi no – potrebbe con dati di fatto dimostrare il contrario, il presidente della Regione Siciliana, a.k.a. “Presidente”, Crocetta Rosario da Gela sostiene a gran voce: “Non sono uno che sfascia tutto”.
E nel farlo annuncia di meditare il ritiro della propria candidatura (a presidente aka governatore, ca va sans dire). 18 ore di riflessioni, poi ci farà sapere. E lo farà sapere al PD, per il quale dichiara amore tale da meritare un atto di pesante rinuncia. Salvo, possibilmente, ricomparire su uno scranno senatoriale, dignitoso risarcimento politico per uno che ha agitato con grande energia il matterello dell’antipolitica per scavalcare (a destra, a sinistra? Mah!) quella in fase di Continue reading

Difendersi dalla violenza e vendicarsi con la poesia. Intervista ad Angelo Maddalena.

di Mauro Mirci
Angelo Maddalena, di Pietraperzia (EN). Studia da geometra, poi si trasferisce a Milano, per studiare materie letterarie all’università cattolica.  Fa brevi esperienze di esperto esterno in progetti nelle Scuole e supplente prima di dedicarsi alla scrittura e alla musica. E soprattutto al viaggio. Ogni volta che ci sentiamo, prima gli chiedo come sta, poi dov’è. In genere non è mai dove mi aspetto. Da anni gira l’Italia e l’Europa, in compagnia della sua chitarra, proponendo testi suoi e di altri autori siciliani. I suoi scritti, ironici e immediati, rappresentano un punto vista inusuale rispetto ad argomenti e temi di stretta attualità, come il disagio dei diseredati, i movimenti di protesta, la marginalità del Centrosicilia, lo sfruttamento dell’essere umano, la solitudine.
Ha esordito con il romanzo autobiografico “Un po’ come Giufà”, edito da Lancillotto e Ginevra, piccolo editore dell’ennese. Dopo aver, per primo, tradotto in italiano il romanzo di Girolamo Santocono “Rue des italiens” e avere pubblicato con alcuni piccoli editori, Angelo ha optato, convintamente, per l’autoproduzione, divenendo editore di sé stesso sotto lo pseudo-marchio Edizioni Malanotte. Ha recentemente autoprodotto un diario illustrato del suo viaggio in Argentina, “Buenor Aires stupor tour”.
Le ultime notizie lo danno in tour per la presentazione del nuovo libroillustrato e musicato (il CD “cammina” assieme al libro) “In viaggio con Leopardi”, percorso attraverso tre città dove il poeta di Recanati ha abitato: Bologna, Firenze e Pisa.
Insomma, lo conosco da quattordici anni, ormai. Mi sembrava il caso di porgli alcune domande. Continue reading

A pagina 90 de “L’oscurato”, un romanzo di Alfonso Leto…

di Mauro Mirci

A pagina 90 de L’oscurato, un romanzo di Alfonso Leto, accade qualcosa che mi manda indietro di un quarto di secolo. L’oscurato, dalla cima del monte su cui sorge Caltabellotta, osserva il paesaggio e, sotto la guida di un giovane del posto, scorge tre villaggi sulle colline sottostanti, “e ancora altri più in là, sempre più sbiaditi verso un altro orizzonte di boschi e montagne”. Mentre leggo riconosco i “tre villaggi”: Burgio, Lucca Sicula e Villafranca. Me li trovavo davanti, uno dietro l’altro, provenendo da Bivona e dopo avere percorso la strada che  corre tra la parte più meridionale dell’altopiano di Rifesi e il cuneo roccioso di Rocca della Ferita. Che finisce a punta, proprio come le montagne che disegnano i bambini delle elementari. E su quella punta mi strappai un paio di pantaloni. Prima passavo attraverso Lucca Sicula, poi attraverso Villafranca e, infine giungevo a Burgio. Villafranca e Burgio sono unite dalla strada statale. Un tratto di un chilometro, o giù di lì. Ogni tanto ci incontravo famigliole e giovani che passeggiavano tra un paesetto e l’altro.

Venticinque anni fa ho percorso senza sosta le campagne che circondano questi paesi, ho studiato dirupi, valloni e trazzere, ho imparato ogni viottolo e recinzione. Le uniche informazioni di carattere geologico su questo comprensorio le avevo ricavate da un lavoro pubblicato da George Mascle, un geologo francese. Mah, si vede che questa è zona prediletta dai francesi. Geologo e monaci. Continue reading

Angelo Maddalena, Un po’ come Giufà

di Mauro Mirci

Non è il diario di un viaggio. Cioè, è anche il diario di un viaggio, ma non solo. E non è una raccolta di rimembranze o un romanzo di formazione, ma è anche queste cose secondo un meccanismo di contaminazione che rende ‘Un pò come Giufà’, nello stesso tempo, un po’ diario, un po’ sfogo, un pò affabulazione pura, e molto cronaca di una auto-educazione e della scoperta di nuovi valori e nuove realtà.

Dico subito che sul libro di Angelo Maddalena, scrittore emergente è nato e vive a Pietraperzia, non sarò obiettivo, e per due motivi.

Il primo è che Angelo ho avuto modo di conoscerlo e di frequentarlo personalmente. Con lui ho intavolato un lungo dialogo che ha divagato tra argomenti diversissimi: dal locale mercato editoriale, al significato di una povertà volontaria e consapevole, dalle letture più fruttuose per comprendere e alimentare il senso della narrazione, alle contraddizioni della società nella quale viviamo.

Quello di cui abbiamo parlato è, in gran parte, anche dentro il suo romanzo, o meglio, il suo racconto di un viaggio all’antica, che secondo me dovrebbe essere il vero titolo, mentre Un po’ come Giufà possiede maggiormente il carattere di sottotitolo, perché ogni siciliano sa che Giufà non rappresenta solo una figura della fantasia popolare (una maschera nel senso ludico della parola, ma stranamente mai rappresentata nelle occasioni durante le quali è usuale e consono mascherarsi), ma anche il paradigma di un modo di vivere libero e scanzonato, disincantato e incantato al tempo stesso, degli sciocchi sapienti, degli idioti geniali. Continue reading