Tomassini. Sangue di cane

Veronica Tomassini e Antonio Pagliaro

A Piazza Armerina, da due anni, si organizza una manifestazione intitolata “Libri sotto il gelso”. In realtà i gelsi sono due e vegetano felicemente nel cortile del monastero di Sant’Anna. Sono due begli alberoni di gelsi rossi. I “libri sotto il gelso”, per fortuna, vengono presentati al termine del periodo di maggior produzione di gelsi e, anche se qualche caduta tardiva ogni tanto si verifica, finora nessuno tra autori, moderatori e assessori intervenuti è stato colpito né macchiato.
Il 5 settembre 2011 il gestore di questo sito ha avuto il piacere di presentare ai piazzesi i libri di Veronica Tomassini e Antonio Pagliaro. Due romanzi entrambi pubblicati dall’editore Laurana di Milano.
Il gestore di questo sito, ovviamente, per ognuno dei due libri ha preparato, nell’occasione, un bel papello con annessa breve rassegna stampa. E poi ne ha dato lettura al pubblico. Giusto la scorsa settimana, mentre rimetteva in ordine la libreria di famiglia, ha ritrovato i papelli all’interno dei romanzi. Nessuna traccia delle rassegne stampa. Ha pensato che magari, giusto per tener memoria di quella serata, poteva ricopiare in un bel file doc i papelli e poi metterli on line. C’è pure una bella foto di Veronica e Antonio. E’ stata scattata un po’ prima dell’inizio, quando il gestore di questo sito sudava copiosamente per il caldo e il timore che il cortile rimanesse semivuoto.
Comunque è andata, ed è stata, a mio avviso, una bella serata.

Precedenza alle signore. Il papello dedicato ad Antonio Pagliaro sarà pubblicato giovedì prossimo,  26 gennaio.

Sangue di cane, in sostanza, è un lungo monologo, ma anche una sorta di lettera che la protagonista invia al suo grande amore Slawek. Lo ha incontrato a un semaforo. Lei studentessa di famiglia borghese, lui lavavetri polacco.
Gli si concede completamente e immediatamente. Accetta di seguirlo alla “Casa dei morti”, un edificio in abbandono abitato da altri polacchi, uomini e donne. Tutti immersi nel fango della degradazione fisica e morale.
Slawek odia quella casa, ma non ha altro posto dove andare. Lì o alle grotte, o ai giardinetti: posti diversi ma stessa umanità sprofondata nell’abisso.
Il libro parla di una piccola odissea. Sono descritte, senza sconti, le vite dei due protagonisti e quelle degli altri personaggi. Spesso le morti. Non è un caso se la narrazione si apre con la descrizione di una morte, quella di Marcin, per abuso di alcol.
Episodi di violenza e di abusi si alternano a tentativi di riconquista della “normalità”. Che per Slawek è invece una conquista nuova, poiché come s’intuisce dai suoi comportamenti e più avanti nel libro viene chiaramente detto, lui una vita normale non l’ha mai avuta. Abbandonato dal padre, ripudiato dalla madre, è costretto a fuggire all’estero dopo aver commesso delle rapine in Polonia. È un duro, Slawek, ma con la sua Misek è tenero e sperduto. Solo l’alcol l’allontana da lei. E le altre donne (e con una di esse, alla fine, fuggirà). E le risse.


Ma lei non lo lascia, anche se potrebbe in qualsiasi momento. Anche dopo aver avuto un bambino, Grzegorz. Accetta di seguirlo sugli Iblei, dove sembra aver trovato lavoro in una fattoria. Lo segue e l’appoggia nei suoi numerosi tentativi di recupero, tutti falliti per l’incapacità di fare a meno dell’alcol e delle donne.
Le donne. Donne polacche che si litigano Slawek e percepiscono la protagonista come un’estranea; colei che senza averne diritto, si è appropriata di un uomo “loro”.
Ma si diceva: la protagonista segue Salwek ovunque. In casa di Armida e Dino, il cieco, a casa di Faustina (una polacca che lavora in una locanda), da una suora laica conosciuta alla mensa della Caritas, e di suo fratello.
Infine la comunità, il recupero, i genitori di lei che si riavvicinano.
E una casa tutta loro, una vita normale. Da famiglia normale.
Non proprio la felicità, ma qualcosa che ci somiglia molto.
Ma Salwek non sembra capace di sopportare una vita normale. E fugge.

La storia è struggente come solo le storie d’amore sanno essere, e la si legge con animo accorato. La Tomassini usa molto la prolessi Anticipa, cioè, fatti che si svolgeranno più avanti nella trama. Ciò genera un curioso effetto di suspence, giacché di quanto accadrà siamo già, di massima, informati, e quel che si è curiosi di conoscere è il come accadrà, perché di Slawek si può solo immaginare che muoia, oppure che si salvi e tutto si risolva in lieto fine, e la fuga dalla sua Misek, anche se largamente anticipata, appare una conclusione così difficile da digerire che la chiusura del volume lascia l’amaro in bocca, e rabbia e il cuore pesante.

Sangue di cane è una narrazione torrenziale, senza requie. Un avanti e indietro nel tempo che pretende attenzione e coraggio.

– Una lettura –
La protagonista torna a casa, nel “silenzio inoffensivo del suo mondo perbene”. È confusa. Sua madre cuce l’orlo di un vestito.

Il bimbo dormiva, la confezione di latte in polvere era sul tavolo della cucina ed era vuota. Mia madre cuciva l’orlo di un vestito, seduta nel patio. “Mamma…”, barbugliai. “Sì?” “Mamma, quando passerà?” “Cosa?” “Il buio, mamma.” “Ma sono appena le quattro del pomeriggio”, ribattè”, alzando curiosamente gli occhi da sopra le lenti da vicino. “Il buio che ho dentro…”, insistei. “Dipende da noi, da cosa si vuole. Ora riposati, approfitta che il piccolo dorme”. Sapeva molto, non era il caso di ribadire, al contrario, sorvolare, omettere cancellare per purificare, come l’acqua al suo passaggio, acqua sulla forra brulla.Mi osservò con attenzione e poi aggiunse: “Sei uno straccio, va’ sei tutta sporca. Che hai sul petto? Che è ‘sta macchia? E le mani, guardati le mani, vai a lavarti. Vai. Non ce la fai proprio a chiudere”. “No”. “Non stai mai a casa, il bimbo ti cerca…” “Mamma, ti prego”, premetti il palmo delle mani sugli occhi con insofferenza, con disperazione. “Mamma, mi levo di torno, sennò. Perché lo abbiamo mandato via? È un cane lui? È un polacco, un uomo, è mio marito, è il padre di mio figlio”. “Per favore, per favore che mi viene male alla testa. Ma ti rendi conto? Si è venduto i regali del battesimo, si è giocato al videopoker i soldi del pranzo del vostro matrimonio. Ti basta o devo continuare? Oohh, papà ha lavorato una vita in fabbrica, abbiamo fatto sacrifici per te. Per cosa? Per farci rovinare da un balordo? Fai le tue scelte, ma non coinvolgere la tua famiglia e soprattutto il bambino. Vuoi lui? Bene, tienitelo. Esci di casa, trovati un lavoro, quello che ti pare, fai la tua vita, ma senza di noi. E non dimenticare che hai un figlio”. Mamma non era arrabbiata, era delusa e mortificata. Si finiva a ribadirle le cose invece. “Non posso”. “Non puoi che?” “Non posso allontanarmi da lui”, ammisi. Perché?”, mamma proprio non riusciva a capire. “Altrimenti muore”, conclusi, confusa e piena di vergogna.

Bene, in questa scena io vedo la risposta alle tante domande che la lettura del romanzo solleva. Perché lei accetta, accetta senza remore, di precipitare nel mondo sotterraneo e degradato in cui Slawek la trascina. Perché non trova la forza di riemergere, anzi accetta di essere etichettata come albanese e non trova motivo di distinguere, di chiarire che lei, italiana, regolare, vive nell’abisso per sua scelta. Le risposte stanno nell’amore, e nella paura di perdere l’amato.
Tutto Sangue di cane è una professione d’amore. È un romanzo duro, impietoso, non nasconde nulla. A volte è quasi irritante per quanto è esplicito. Ma scava nella vita della protagonista senza reticenze, ne tira fuori il grande cuore e il coraggio. Quel coraggio che è figlio dell’ingenuità e dei grandi ideali giovanili, se vogliamo.

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Una risposta a Tomassini. Sangue di cane

  1. Stefano Amato dice:

    Condivido in toto la tua lettura, Mauro. Secondo me questo romanzo è destinato a diventare col tempo un piccolo classico..

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