Breve inchiesta su Maurizio Zambon

di Mauro Mirci
Nel 2011, assieme ad alcuni amici(*), e per iniziativa della Cletus Productions, è nato un e-book dal titolo “La prima antologia del calcio astrale”. Enrico Vaime, che firmò la prefazione, scrisse:
Mi sono divertito nel leggere questi racconti. Ho riconosciuto, in quelle storie che cercavano spesso coraggiosamente di non affondare nella nostalgia di un tempo e di un gioco che forse ognuno di noi s’é inventato ricostruendolo e completandolo nella memoria, un tempo e un gioco che non ci sono più, non sono riconoscibili per chi ha cominciato a contare gli anni e i trigliceridi, sempre troppi sia gli uni che gli altri. Le storie di questa raccolta, pur avendo la stessa ambientazione, sono diversissime tra loro. Ma l’averle assemblate ha una sua ragione ispiratrice: partono tutte da un sogno comune alle generazioni pur storicamente lontane una dall’altra. Quello di fare un goal, segnare un punto, sentirsi abbracciare dai compagni (e sbattere in terra nell’euforia omicida dei ragazzi di ogni epoca). Quasi tutti i giocatori (tesserati o meno) hanno vissuto quell’attimo straordinario. Tranne i portieri. Tranne me. Che ho segnato una sola volta sul finire degli anni 50. Ma il goal fu attribuito a un altro che aveva messo un inutile piede all’ultimo momento, a portiere battuto. Nella prossima antologia astrale ve lo racconto.”

Qui appresso il racconto con il quale il titolare di questo blog, indegnamente, si imbucò tra i nobili prosatori.

Il suo nome non lo ricorda più quasi nessuno, giusto alcuni appassionati di calcio e, naturalmente, chi lo ha conosciuto: Maurizio Zambon, centrocampista, grande talento degli anni ’80 del XX secolo.
Al telefono, Comunardo Niccolai, il CT che decise di schierarlo ai mondiali Under 16 del 1987, e fu ricambiato a suon di gol, si limita a dirne un gran bene. E Aldo Filippetti, suo primo allenatore, adesso agente, dapprima rifiuta di rilasciare un’intervista, ma bofonchia: “Quel ragazzo, quel ragazzo,” come uno sfogo, o come se volesse dire e non potesse. Ma poi mi dà appuntamento nella sua tenuta alle falde dell’Etna.
Mi accoglie all’ombra del grande porticato di un casale di pietra lavica e legno, immerso tra le vigne e i castagni della valle dell’Alcantara.
“Me lo sono cresciuto come un figlio,” dice rigirandosi tra le dita un enorme Cohiba. Sembra indeciso se accenderlo oppure no. Alla fine accosta la fiamma dell’accendino alla punta del sigaro. Sento a sua voce provenire da dietro la nube di fumo, profonda come il suono di un corno da nebbia.
“Classe 1970. Bei piedi, bella testa. Sapeva fare lanci di cinquanta metri, precisissimi, come Platini. Gli piaceva Platini. Fece un provino alla Juve, nell’84, perché voleva vederlo giocare da vicino. I ragazzi delle giovanili facevano i raccattapalle nelle partite in casa. Sognava di mettersi là, a bordo campo, e studiarselo da vicino, il francese. E magari anche passargli il pallone alla prima occasione. Ma rimase un sogno. Con la Juve andò male. Se lo prese la Samp. A quindici anni si trasferì a Bogliasco. Vitto, alloggio, scuola, tutto pagato, tutto organizzato. I suoi litigarono per questo. Il padre di Zambon era stato calciatore pure lui, negli anni cinquanta. Prima in Veneto – lui era veneto, ma l’avrà già capito dal cognome – e poi in Sicilia, ma sempre squadre di serie minori. Giocava da portiere, il Gatto lo chiamavano. Conobbe la madre di Maurizio in Sicilia. Lei viveva in un paesino abitato da gente all’antica. Zambon senior s’innamorò come uno scemo, ma il padre non voleva fargliela sposare. Si sposarono lo stesso. Lei era impazzita per gli occhi azzurri di lui e per l’accento. Però imparò a odiare presto il mestiere di calciatore: un giorno qua, l’altro là. E poi lui non era un professionista. I presidenti delle squadre gli trovavano un lavoro e lui si manteneva con quello. Cambiava squadra e cambiava mestiere. Fece il fontaniere, il magazziniere, il letturista. Posti diversi, mestieri diversi, ma sempre il pallone di mezzo. Lei chissà che vita s’era immaginata, e invece si dovette adattare a stringere sempre la cinghia e a non vederlo mai. A trent’anni smise di giocare. Così si trovò senza pallone e senza lavoro. Si portò la famiglia in Veneto – nel frattempo era nata una figlia, la sorella maggiore di Maurizio. La siciliana aveva un diploma di maestra e mantenne tutti e tre fino a che il marito non trovò lavoro alla Zanussi, operaio alla catena di montaggio. Vissero così, come una famiglia normale. Zambon senior ingrassò, s’abituò alla vita dell’operaio e divenne un campione di tressette in osteria. Nel 1970 nacque Maurizio. Suo padre attese di mettere insieme il minimo degli anni di servizio e andò in pensione. Non aveva mai avuto tanta passione per il lavoro. Si dedicò alla pesca e coltivò un orto. A trassette, ormai, era diventato una celebrità. Quando Maurizio iniziò a giocare a pallone si rese conto subito che era un campione. Se lo coltivò, gli insegnò quello che sapeva e lo presentò a qualche conoscenza. Il ragazzo imparava subito. A dieci anni segnava gol a raffica. Giocava da ala. Passò a centravanti e smise di segnare. Non gli piaceva starsene lì davanti a prendere botte, a fare scatti a vuoto, portarsi via i difensori. Amava invece far girare la palla, dettare il passaggio, prevedere l’azione e mettere il pallone dove sapeva che il compagno l’avrebbe raccolta. Gli piacevano le traiettorie curve, l’effetto, i pentagoni neri che girano vorticosamente. Nel 1983 mi fu offerto di allenare una squadretta di semiprofessionisti della provincia di Treviso. Lo stipendio era quello che era, ma nella mia vita io ho capito solo di pallone, e quello del pallone è stato l’unico modo che ho conosciuto di guadagnarmi da vivere senza rubare. Cioè, prima di mettermi a fare l’agente, voglio dire.”
Ride della sua battuta. Io penso di approfittare della pausa per chiedergli di Maurizio Zambon, ma  Filippetti mi previene.
“Certo, certo. Maurizio Zambon. Ora ci arriviamo. Lo conobbi quell’anno là. Giocava nelle giovanili di questa squadra. A tredici anni dava punti ai compagni più esperti. Fui io a farlo giocare centrocampista. Faceva fare alla palla quello che voleva: controllo, passaggi di prima, dribbling, visione di gioco. Le ho già detto dei suoi lanci? Un bel regista. Se non lo facevo giocare in prima squadra era solo per l’età. Anche fisicamente era messo bene. Ancora doveva mettere su tutti i muscoli, ma nei contrasti non tirava mai indietro la gamba e duellava coi grandi senza stare in soggezione. Pure se era piccolino, sa, ma era tignoso. Lo buttavano giù e risaltava per aria come avesse le molle. Piccolino ma spalle larghe, eh? Si vedeva che avrebbe messo su un fisico d’atleta. Aveva però questa situazione in famiglia…”
Mi guarda, dà una tirata al Cohiba. Forse prevede una domanda, ma prosegue senza attenderla.
“La madre non voleva. Del calcio non gliene fregava nulla, del professionismo ancor meno. Per lei ‘calcio’ era sinonimo di povertà e di mortificazione. Voleva dire avere un marito che s’arrangiava col primo mestiere che capitava. Per il figlio sognava un impiego da ragioniere in azienda, o da impiegato in banca. Un mestiere rispettabile, in giacca e cravatta. Non che avesse torto: di tanti che ci provano sono pochissimi quelli che riescono a metter da parte abbastanza soldi per camparci il resto della vita. La maggior parte si perdono per strada. Chissà quanti non hanno sognato proprio di aver studiato seriamente da ragioniere, invece di perdersi dietro a un pallone. Però anche Zambon padre aveva ragione: Maurizio era un talento davvero. La sera rimaneva un’ora, un’ora e mezza dopo la fine degli allenamenti, a provare i calci di punizione con la barriera. Batteva di destro, come Platini. E a foglia morta, come lui. All’epoca non avevamo ancora le sagome fatte apposta per simulare la barriera. Ci accontentavamo di una lastra grande di compensato, tenuta su da un telaio di legno. C’era sempre qualcuno che rimaneva con lui per recuperare i palloni e avere il privilegio di vedergli tirare quelle opere d’arte. Nemmeno la guardava, la porta. Tre passi di rincorsa, a testa bassa, e pum. Un pallone dopo l’altro, ossessivamente, come se la sua vita dipendesse da questo e nient’altro. Tiro, nuovo pallone, nuova rincorsa. Gol. Ne metteva dentro tanti, quasi tutti nel sette. Lo aiutai proprio io a combinare il provino alla Juve, quello che andò male, e anche quello con la Samp. Mi dispiaceva perderlo, ma la sua strada era quella della serie A, non certo del calcio di provincia. Tra liti e urla i genitori si misero d’accordo che avrebbe giocato, ma anche studiato ragioneria. Andò via a fine agosto dell’84. Venne ad abbracciarmi e pianse. Le dico la verità: qualche lacrima la versai pure io, perché mi ci ero affezionato. Ma, negli anni che seguirono non lo incontrai più. Ne sentii dire un gran bene durante il mondiale del 1987. Qualche volta lo vidi in Tv, a Novantesimo minuto o la Domenica Sportiva. E ogni tanto sentivo parlare di lui in giro da gente dell’ambiente. Quando iniziai la carriera da agente – sarà stato il ’92 o il ’93 – tentai di prendere contatti un paio di volte. Ma aveva già chi si occupava di lui e non se ne fece niente.”
Gli chiedo in che maniera si parlasse di Zambon, nell’ambiente. “Ma, che devo dirle? Si diceva fosse un tipo strano, introverso. A me non era mai sembrato così. A me era sempre parso, anzi, un ragazzino assennato ma allegro, pieno di voglia di divertirsi. Però lo sa com’è, no? Col tempo si cambia. E, sì, mi mandò il suo libro. L’ho letto, sa? Non era male.”
“Zambon ha scritto un libro?”
“Be’, non so se ne ha scritti altri. Uno di sicuro. Me lo mandò per posta. Era un romanzo, mi sembra. Non è che ne capisca granché di letteratura. Leggo poco. Capisco solo di pallone e giocatori, io. Però quel libro l’ho letto volentieri. Mi faceva piacere si fosse ricordato del suo primo allenatore.”
La seconda persona che accetta di parlare con me di Maurizio Zambon è Lucio Fresta. Mi riceve nel suo studio a Pesaro, in via Pedrotti, vicino a Piazza del Popolo. Oggi Lucio Fresta è uno stimato professionista sessantenne, un fisioterapista. Nel 1987 era in Canada, con la Nazionale Under 16. Quando gli chiedo quali fossero i suoi compiti sorride.
“Be’, fisioterapista, esattamente come oggi. Ma la gente di calcio ci chiama massaggiatori.”
“Massaggiatore, allora.”
“D’accordo, massaggiatore. Come preferisce. All’epoca non mi dava fastidio che mi chiamassero così, non vedo perché dovrei prendermela ora.”
Gli chiedo di Zambon.
“Ah, Zambon era un entusiasta. Veda, la maggior parte dei giocatori sono tesissimi prima di una partita importante. Lui no, o almeno non lo dava a vedere. Un casinista. Ne inventava una al minuto. Vincemmo la partità d’esordio tre a zero, contro il Canada. Non era una grandissima squadra, ma erano pur sempre i padroni di casa. Lui segnò anche un gol, se non sbaglio. Be’, non andò a fare un gran gavettone d’acqua ghiacciata al cittì, appena tornati negli spogliatoi? Niccolai non era uno di quelli ai quali piaceva scherzare coi ragazzi. Anche per la differenza d’età, capisce? Erano pur sempre dei ragazzini, potevano essergli figli. Quella volta, però, non fece una piega. Disse: ‘E bravo il nostro Platini’ e se lo abbracciò.”
“Come andarono le altre partite?” gli chiedo. Fresta intreccia le dita sullo stomaco. Sembra scavare a fatica nei ricordi.
“Son passati quasi trent’anni, che dirle? Nella seconda partita Zambon mandò in gol Cappellini – sì, mi pare fosse Cappellini. Giocavamo contro il Qatar. Finì uno a uno perché quelli pareggiarono dieci minuti dopo. Nella terza partita del girone invece giocavamo contro l’Egitto. Giravamo a vuoto. Sembrava dovesse finire zero a zero e invece Zambon si inventò un gol di quelli che non si dimenticano. Triangola a centrocampo con Bianchi e appena la palla gli torna sul piede destro fa partire un tiro teso da trentacinque metri. Palla sotto la traversa. Il portiere egiziano non ha provato neppure a pararla. È finita uno a zero per noi. Primi nel girone. Era una bella squadra. Affiatata, veloce. Eppure, di quei ragazzi divenne famoso solo Pessotto. Gli altri no. Buoni giocatori, ma non i nomi che fanno sognare i ragazzini. Onesti professionisti, anche dai piedi buoni, per carità, ma i nomi di certuni non se li ricorda più nessuno. Va be’. Ai quarti battemmo la Corea del Sud per due a zero. Segnò ancora Zambon. Corse fino alla panchina per abbracciare Niccolai. Piangeva. Era la prima volta che la Nazionale arrivava alle semifinali del mondiale under 16. E dopo nessun’altra squadra italiana c’è più arrivata. Qualcosa vorrà pur dire. Poi, in seminfinale, però, non andò bene: perdemmo uno a zero con la Nigeria. E due a uno con la Costa D’Avorio nella finalina. Ma avevamo una bella squadra, mi lasci dire. Zambon era un talento, creda. Però, che vuole, certe volte va così. Da ragazzini spaccano le montagne ma crescendo vengono fuori altre doti, o certi difetti.”
Chissà perché mi viene in mente di chiedergli se abbia letto il libro di Zambon. Solleva un sopracciglio.
“No. Perché, ha scritto un libro?”
“La cosa la stupisce?”
“Un po’, ma non vuol dire nulla. Lo Zambon che conoscevo io i libri non li leggeva nemmeno, si figuri scriverli. Però gliel’ho detto: crescendo vengono fuori altre doti.”
Ho un colpo di fortuna. Parlando al telefono con un cugino veneto, viene fuori che lui e Zambon hanno giocato insieme nella squadra di Filippetti. Conosce la sorella e mi procura il numero del suo telefono. La voce che risponde ha un accento marcatissimo, e dapprima non crede che stia scrivendo un articolo su Maurizio. Angela Zambon decide di dedicarmi il suo tempo solo dopo che le ho riassunto le parole di Filippetti e Fresta.
“Per colpa di Maurizio papà e mamma sono quasi arrivati a separarsi,” mi dice. “Mamma non voleva che Maurizio facesse il calciatore, dopo quello che le aveva fatto passare papà. A parte tutti i sacrifici che aveva dovuto sopportare, anche le donne. Non si sapeva mai se fosse al campo di allenamento o nel letto di qualcuna. Lo sa perché smise di giocare?”
Confesso di non saperlo.
“Ebbe una storia con la moglie di un compagno. Lo misero fuori squadra e lo licenziarono dal lavoro che gli avevano dato. E la cosa si seppe in giro, non lo voleva più nessuno, anche se ancora era abbastanza giovane. In Sicilia, a quei tempi, ci tenevano a certe cose. Fu per questo che prese la famiglia e se ne tornò su, in Veneto. Me li ricordo ancora i pianti di mia madre e dei miei nonni. Già viaggiare in Sicilia sembrava un’odissea, si figuri quando si trattò di trasferirsi a milleottocento chilometri di distanza. Si andava ancora col Triveneto, mica l’aereo, più di venti ore di viaggio. Sarà stato il ’62 o il ’63, io non avevo ancora compiuto otto anni, ma mi ricordo tutto.”
“E suo fratello?”
“Mio fratello nacque in Veneto, qualche anno dopo. Avevo quindici anni, se non sbaglio. Mia madre lavorava e mio padre non aveva pazienza. L’ho cresciuto io, praticamente. È stato sempre un ribelle, sempre a fare il contrario di quello che gli si diceva. A scuola andava così così, sempre per colpa di mio padre.”
“Di suo padre?”
“Certo, chi crede che gli abbia messo in testa di fare il calciatore? E gioca così, e tocca colì, e il mister non capisce niente, e la difesa e l’attacco. Maurizio prese la licenza media con sufficiente. Perse pure un anno. Si stava pensando se iscriverlo a ragioneria o alla scuola professionale che venne fuori la storia dei provini. La prima volta a Torino, e per fortuna andò male. Poi a Genova, e lo presero. E finì la pace in casa mia. A me, che m’ero sposata da un paio d’anni, mi chiamavano a casa i vicini. ‘Corri, corri, che tuo padre vuole ammazzare tua madre.’ Il motivo era sempre quello: mio padre voleva mandare Maurizio a giocare a pallone e mia madre non voleva. La convinsi io ad andare almeno a vedere com’era questa scuola di calcio, e ci andammo anch’io e mio marito. Bella sa? Con i campi verdi verdi e tutti i ragazzini con le divise tutte uguali. La mattina a scuola e il pomeriggio allenamento e la sera i compiti. Sorvegliati e custoditi come in collegio. C’era un signore tanto gentile, che parlava bene, nemmeno sembrava un ex giocatore, e spiegava come funzionava la mensa, e gli orari per lo studio, e la biblioteca. Ci fece vedere le camere del convitto – erano delle camere doppie, pulite, ordinate – e ci accompagnò nella scuola che avrebbe dovuto frequentare, che poi era un’istituto per ragionieri. Insomma, mia madre si convinse. Solo che io pensavo che mi sembrava tutto troppo perfetto, e la magagna doveva pur esserci. E anche che tutto questo ordine, con mio fratello, sembrava non entrarci niente. Ma si vede che mi sbagliavo. A scuola prendeva la media del sei, e va bene, ché un grande studioso non era stato mai. Nel pallone si vede che andava molto più bene, perché lo portarono pure in Canadà, a giocare lì con la squadra degli Azzurri. Il papà era orgoglioso come se in Canadà ci avessero portato lui, e la mamma, pure se era preoccupata per quel gran viaggio in aereo, si vedeva che era contenta pure lei. Quando tornò, si vede che aveva giocato bene, non so, si presentò un signore in casa. Io non l’ho visto, mi raccontò mamma dopo. Mamma e papà firmarono il contratto da professionista, visto che Maurizio non aveva ancora diciott’anni. Papà comprò una bottiglia di champagne e abbiamo fatto festa con tutta la famiglia, c’erano anche i miei suoceri. Ci mettemmo a seguire il calcio anche noi che non l’avevamo seguito mai, Novantesimo Minuto e quelle trasmissioni lì. Solo che poi abbiamo capito che Maurizio mica era in una di quelle squadre importanti, ma solo in serie B, come si dice, in prestito, e in televisione non si vedeva mai, solo se segnava proprio lui. Ma diceva papà che il mister lo sottovalutava e lo faceva giocare poco. Una volta pensò di fare chissà che cosa e ci andò a parlare proprio, col mister. Non lo so cosa gli disse, ma si vede che gliene disse di grosse di sicuro. Non so spiegarle meglio: ero in ospedale, stavo per avere il mio secondo bambino. Io in ospedale e papà via, a litigare con l’allenatore di mio fratello. Meno male che c’era mamma. Insomma, a farla breve, papà tornò a casa tutto soddisfatto, ma Maurizio dovette cambiare squadra. Andò a giocare… nella serie C, si chiama così no?”
Confermo.
“Insomma, quando lo seppe, papà ci restò male. Capisce?, si rendeva conto che era stata colpa sua. Maurizio non gliel’ha fatto mai pesare, anzi, diceva che papà aveva ragione. Erano fatti uguali, padre e figlio.”
“Lei seguiva la carriera di suo fratello?”
“La carriera? Perché, i giocatori hanno una carriera? No, senta, forse per quelli famosi, che guadagnano un sacco di soldi, si può parlare di carriera. Lei lo chiama carriera giocarsi tutte le opportunità della vita per lavorare dieci anni, imparare a dar calci a una palla, solo quello, per poi essere messi da parte a trent’anni?”
“Sta parlando di suo padre o di suo fratello?”
“Di tutti e due. Io questo calcio lo abolirei. Per legge. È una chimera. Ragazzi che crescono con il sogno di guadagnare tanto giocando. Giocando! I bambini giocano, non gli uomini. Gli uomini dovrebbe imparare a prendersi le loro responsabilità, non correre dietro ai sogni. Bisogna crescere.”
“Ma proprio, della carriera… Della vita di Maurizio non mi sa dire nulla?”
“Dire? E che c’è da dire. Che ha girato l’Italia in lungo e in largo e famoso non è diventato mai? Come mio padre. Certo, ha guadagnato più soldi, ma sposarsi non s’è sposato mai. E quando è diventato vecchio l’hanno messo da parte e ha smesso. ‘E adesso cosa farai’ gli ho chiesto.’ E lui lo sa che m’ha risposto? Niente m’ha risposto. Mi fa: ‘Boh?’ Tutto qui.”
“So che ha iniziato a scrivere. Ha pubblicato un libro.”
“Ma lei l’ha letto?”
“Il libro? No, sinceramente non so nemmeno il titolo.”
“Eh, bravo. Lo legga, e poi mi dica. S’è messo a scrivere, dice.”
Sento che sta per mettere giù. Le chiedo se non ha nulla in contrario se utilizzo la nostra telefonata per l’articolo che sto scrivendo.
“Ma sì, scriva, scriva. Qualcuno deve dirla la verità.”
Ricapitolando, cosa so? Maurizio Zambon cresce in una famiglia dove il padre amava alla follia il calcio, mentre la madre e la sorella no. Ha talento e sembra destinato a una grande carriera, ma non ha fortuna. Qualcosa su Google c’è. Ha giocato fino a trentanove anni, ultima stagione nel Novara. E al grande calcio c’è arrivato: addirittura sette stagioni in A, molte altre in B e in C. Un’onesta carriera da giocatore, magari senza i grandi traguardi, ma più di molti altri. Chissà che farà, adesso? Avrà aperto un ristorante o un negozio di articoli sportivi?
Telefono a qualche amico, cerco altri che possano darmi informazioni su di lui, ma non trovo quasi nessuno. Quei pochi mi riferiscono solo fatti sportivi: racconti di partite, di salvezze all’ultima giornata, di gol su punizione, di infortuni e recuperi, di rinnovi contrattuali. Anni della vita di un uomo tutti condensati nei novanta minuti delle partite. Nessuno mi dice nulla della sua vita privata, solo un paio di scarpini chiodati e una maglia col numero dietro. Non un’amicizia, non un amore.
Provo anche a rintracciarlo, ma senza risultati, finche, una sera, mi telefona.
“Sono Maurizio Zambon, ho saputo che mi cercava.”
Esito, forse è lo scherzo di un amico?
“Pronto, era lei che cercava di me?”
“Sì,” rispondo.
“E perché?”
“Sto scrivendo un articolo su di lei.”
“Ah, e perché proprio su di me?”
“Be’, perché mi sembra che la sua storia sia interessante. Cioè, la storia di un giocatore di grande talento che…”
“Che?”
Cosa gli dico adesso? Che sembrava destinato a fare grandi cose è poi invece è diventato normale?
“Che non ha raccolto i successi che sperava,” azzardo.
“È questo, allora.”
“Sì. C’è un aspetto del mondo del calcio che mi interessava trattare. Quello delle aspettative di carriera dei calciatori, che per forza di cose non possono tutte trovare…  Cioè, la carriera di un calciatore professionista inizia prestissimo, già nell’adolescenza. Ci sono grandi pressioni, una grande passione, le prospettive di una vita dorata e il contraltare di far parte di un ambiente nel quale solo pochissimi raggiungono veramente la fama e la ricchezza. Ecco, nel mio articolo volevo parlare di ciò che prova veramente l’essere umano che sceglie la strada del calcio professionistico, e lo fa in un’età nella quale magari non sa ancora ciò che desidera veramente dalla vita, ma si trova lo stesso a fare una scelta che non gli consente di tornare indietro.”
“Le interessa questo.”
“Insomma, mi interessa l’aspetto umano.”
“E in cosa consiste, secondo lei, l’aspetto umano?”
Non so che rispondergli.
“E l’aspetto non umano quale sarebbe?”
“Quello… Sportivo?”
“Senta,” dice. “Lei magari ha letto qualcosa di me su qualche almanacco o su internet e ha pensato: vediamo che fine ha fatto questo qui. Lo capisco. Fa il mestiere che fa e qualcosa, e di qualcuno, deve pur scrivere. Non so, ancora se la cosa mi va, ma la capisco. È chiaro?”
Annuisco. Poi dico: “Si, certo.”
“Bene. Cosa vuole sapere?”
“Non saprei. Se pensa che ci sia qualche episodio da…”
“Ha parlato con mia sorella?”
“Sì.”
“Okay, allora ha tutto l’aspetto umano che le serve. Per conto mio, mi sono divertito a giocare a calcio e l’ho fatto finché sono riuscito a stare dietro a ragazzini che avevano vent’anni, o anche più, meno di me. Quando non ce l’ho fatta  più ho smesso. Questo aspetto umano le va bene?”
Non attende la risposta, e d’altro canto non avrei nemmeno saputo che rispondere.
“Ho preso il diploma da ragioniere a venticinque anni. M’è costato cinque milioni e l’ho infilato in un cassetto. Mai fatto il ragioniere in vita mia.”
“Adesso cosa fa?”
“Vendo macchine. Ho una concessionaria Fiat ma tratto anche l’usato. Dica la verità, sperava fossi finito in miseria, come Garrincha, oppure alcolista come Best. C’è più aspetto umano. Mi dispiace. Ma senta questa: in ritiro leggevo molto. Invece che coi videogiochi passavo il tempo coi libri. Niente di che, gialli e thriller, soprattutto. Dopo un po’ m’è venuta voglia di scriverne anch’io.”
“Sì, ho sentito che ha scritto un libro.”
“Ho scritto e pubblicato tre romanzi. Mi sembrava di avere talento. L’editore sembrava soddisfatto. ‘Maurizio, hai una carriera da scrittore davanti,’ mi diceva. Ho vinto anche dei premi.”
“Vada avanti.”
“Lei ne ha mai sentito parlare? Dei miei libri, dico.”
“Francamente no.”
“Vuol dire che ho fatto bene a investire quello che ho guadagnato in una concessionaria.”
“Non se la sentiva di correre appresso a un nuovo sogno?”
“Cos’è, un altro dei suoi aspetti umani?”
“No, direi piuttosto una chiave di lettura della sua vita. Almeno degli ultimi anni.”
Il telefono tace.
“È ancora lì?” chiedo.
“Sì. Comunque, sto a Treviso. Se le serve una macchina, anche usata, cerchi Zambon Auto sulle Pagine Gialle.”
“Tutto qui?”
“Non lo so. Oltre che con mia sorella, con chi ha parlato?”
Glielo dico.
“Allora è tutto qui. Le basta come storia?”
Annaspo alla ricerca di una domanda. Una sola, ma sufficiente a scardinare la corazza di reticenza di Zambon, a provocare ricordi e confessioni, a svelare l’uomo che ormai si nasconde dietro la maschera di venditore d’auto.
Non me ne viene nessuna.
“Non la sento più,” dice Zambon.
“Cercherò di farmela bastare.”

(*) Gli amici.

Cletus Alfonsetti, Stefano Amato, Martino Baldi, Paolo Cacciolati, Marco Candida, Marco Crestani, Samuele Galassi, Hector Genta, Franz Krauspenhaar, Antonio La Malfa, Giuseppe Manfridi, Mauro Mirci, Gianni Montieri , Mario Pischedda, Paola Ragnoli, Ezio Tarantino, Rocco Traisci

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