Geologia: mi sono informato

di Mauro Mirci

Avevo immaginato che l’università fosse un luogo dove le giovani menti avrebbero potuto dare il meglio di sé, in un proficuo scambio di idee con il corpo insegnante e con i colleghi di studio. Immaginavo lezioni condotte da docenti brillanti, seri e sportivamente vestiti, dalla voce impostata e dalla dialettica coinvolgente, capaci di trasformare, in pochi anni, il ragazzotto provinciale col diploma di geometra in un preparato geologo in grado di confrontarsi con le principali problematiche che affliggevano allora l’Italia tutta, ossia il dissesto idrogeologico e l’urbanizzazione selvaggia.
Scoprii che, come me, una truppa di siciliani neodiplomati avevano seguito i servizi televisivi nei quali, a fronte di dati assai preoccupanti sul dissesto idrogeologico e sull’urbanizzazione selvaggia, veniva previsto un boom della professione di geologo. Le aule, previste per poche decine di studenti, vennero invase da alcune centinaia di aspiranti scienziati della terra. Luoghi fino allora silenziosi e adeguati alle necessità didattiche si trasformarono in bolge rumorose dense d’odori forti di sudore e di calzini. Il che, oltre a dare conferma della ristrettezza e scarsa aerazione degli ambienti, forniva anche tristi informazioni sulla scarsa abitudine all’igiene di molti colleghi.
In quei primi anni di lezioni affollate e diverse dalle mie previsioni, scoprii che quell’università era, tutto sommato, selettiva in quanto darwiniana. Prima ancora che sui libri, la buona volontà occorreva averla per andare in dipartimento e affrontare la rissa quotidiana per trovare, in aula, dei posti da  dove le parole del docente fossero almeno, se non tutte intellegibili, almeno intuibili. Dopo due anni di code e bolge per entrare in aula, per pranzare alla mensa universitaria, per presentare domande e documenti all’opera universitaria, il mio carattere s’era trasformato. Non ero più il timido neogeometra del paese che si confrontava con la città e tentava di adeguarsi ai suoi ritmi. Mi ero trasformato non tanto in uno studente, ma in un organismo universitario d’assalto, pronto a vendere cara la pelle contro chiunque volesse scavalcare una fila o riservare posti in aula per colleghi ancora sotto le coperte, mentre io avevo dovuto alzarmi presto. M’era venuto uno sguardo assassino degno di nota e decisi di crearmi anche il giusto look da malvivente facendomi crescere una barba incolta e antiestetica. Non praticavo la violenza perché il mio aspetto scoraggiava eventuali malintenzionati, e, soprattutto perché, vivaddio, eravamo pur sempre studenti universitari. Poveri figli di mamma che dovevano farsi bastare i soldi della settimana nell’attesa di un futuro radioso che li affrancasse da tutti i sacrifici affrontati e tutte le mortificazioni subite.
E poi, diciamoci la verità: non avrei saputo da dove cominciare a praticare la violenza. La inappellabile diagnosi di zia Anita ricomprendeva anche quello. Non sapevo fare nulla, nemmeno a botte. Ma per fortuna bastava l’aspetto truce, e quando dicevo a qualche arrogate collega benvestito: – Col cavolo che prenoti il posto. Il tuo amico si sveglia prima e viene a orario, non lascia gli altri in piedi perché vuole tutti i comfort – in genere l’altro non protestava e lasciava perdere.
Dopo anni ho compreso che la fortezza di stomaco vale spesso più dell’ingegno. Non ero uno studente eccezionale, e se sono riuscito poi a laurearmi forse è perché ho saputo sopportare il cattivo odore delle aule, le code interminabili della mensa, le battute arroganti di alcuni professori, la disorganizzazione generale del dipartimento.
Forse altri, migliori di me, non hanno saputo farlo.
Un’altra lezione appresa – purtroppo tardi – è la seguente: il geologo è una figura professionale superflua per la nostra società. Ogni considerazione, ogni valutazione sui pregi e peculiarità di questa affascinante professione nulla può contro questi semplici fatti. In Italia nessuno sa che farsene di professionisti capaci di predire le catastrofi senza l’esatta precisione cronologica. Sarebbe diverso se il geologo potesse annunciare, con adeguata pompa: “Tra tre settimane, in zona tale, si verificherà un terremoto di X magnitudo. Quindi statevi accorti.” Oppure: “Ma siete pazzi a costruire un condominio di dieci piani nel letto di un torrente. Ecco, oh stolti, un precipitazione di ben 200 millimetri di pioggia in sole tre ore coinvolgerà l’area e i vostri immobili arroganti saranno travolti da un’onda di piena giustiziera alle 24 e trentadue del 12 aprile. A meno che non portiate in salvo persone e masserizie, prevedo lutti e tragedie. Per questa volta v’ho salvati, ma la prossima volta potrei non intervenire in tempo. Perciò pentitevi e non costruite più dove la natura potrebbe vendicarsi”.
Ma questo non accade. Le previsioni del geologo mancano della necessaria precisione cronometrica e, finanche, calendaristica. Nessuno sa che farsene di previsioni su tempi di ritorno di cinquanta, cento e anche più anni. Le necessità del mercato richiedono tempestività e certezza. E “io ve l’avevo detto” non è una frase gradita da nessuno. La povera e inascoltata Cassandra lo scoprì a sue spese. “Io ve l’avevo detto”, disse probabilmente mentre Troia bruciava, ma non credo ne abbia tratto soddisfazione.
Inutile nel campo delle previsioni, il geologo risulta superfluo nella fase della ricostruzione. La committenza predilige la fattiva concretezza degli ingegneri. Al povero geologo viene riservato un ruolo subalterno. Il committente magari si raccomanda: che non ricominci con le sue solite profezie di sventure, che c’è da ricostruire e di geologi con le pezze al culo e dalla fattibilità facile è pieno il mondo (del lavoro).
In fin dei conti, avrei dovuto dar retta a mia nonna.
– Allora ti iscrivi all’università?
– Sì, nonna. In geologia.
Espressione perplessa di mia nonna. Poi la domanda classica.
– Biologia?
– No, geologia. Quelli che studiano i terreni.
– Ah, come gli agronomi. Ma non potevi fare ingegneria? Al geometra avevi bei voti.
– Ma anche geologia è una bella materia. L’hanno detto in televisione: con tutte le frane e il dissesto idrogeologico che ci sono, le prospettive di lavoro sono ottime.
– Mah!
– Nonna, mi sono informato.
– Non lo so. In casa mia, ogni volta che c’è stato bisogno, abbiamo chiamato il medico, oppure l’avvocato, oppure l’ingegnere. Geologi non ne abbiamo cercati mai.

Non si può dire che mia nonna non mi avesse avvertito.

Però mi iscrissi lo stesso.

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