Biscotti

di Francesco Randazzo

Ricevo una mail da Francesco Randazzo. Affettuoso omaggio, dice. La apro per leggermelo, quest’affettuoso omaggio. Oddio, trovo me stesso, trovo Agata, trovo la nostra vita di tutti i giorni, dentro l’affettuoso omaggio. Ah, Francesco, ti abbiamo accolto come uno della famiglia e tu ci ripaghi così. Tradimento, tradimento!
(ma.mi.)

“Entra nel naso appena apri la porta, lo senti forte che s’ infiltra nelle narici, ma poi da lì ti passa dappertutto, ché te lo senti persino nella pelle, come un velluto che t’avvolge, t’appanna un poco il cuore persino e i sensi s’animano e intorpidiscono allo stesso tempo; resta una specie di languore sensuale e materno, indescrivibile, inconcepibile: è il profumo dei biscotti di Agata che opera quest’incantesimo percettivo di straordinaria intensità.

E Agata è bella, pastosa di carni impastate nella mandorla e impreziosite dal pistacchio aromatico che le sue mani magicamente alchemizzano e danno forma, creando i suoi fatali biscotti. La guardi, ti perdi nei suoi occhi grandi e scuri, annusi i capelli che emanano prodigiose essenze di lieviti all’arancia e, mentre ti porge un taitù al cioccolato, ti sorride. Tu lo prendi e lo porti alla bocca: il morso è come un bacio che si scioglie in un sapore traditore per quanto è buono, mangi e ci fai l’amore, col profumo, col cioccolato, con lo zucchero e col sorriso.”

Questo pensa Mauro, all’ uscita dall’ufficio, mentre sta andando da Agata, e si prepara all’incontro più bello di tutte le sue giornate, quando verso sera, si lascia alle spalle il lavoro e si apprepara ai sensi e allo spirito la visione della bella moglie pasticcera, che è un inno alla vita, alla sua vita. Cammina spedito, eccolo davanti alla vetrina in stile liberty, c’ha pure gusto la signora, gusto estetico, che si poteva rinnovare il negozio con quattro banconi postmoderni e invece…
Apre la porta e:
– Odio i cinesi! Li odio tutti! Ma tu lo sapevi? Lo sapevi?
Mauro, si sconturba nel sentimento, – che minchia devo sapere? -, pensa, mentre la guarda.
Il primo duro colpo è la visione di Agata, tutta sudata, che si passa i capelli fra le mani, cammina dietro i banconi e farfuglia ‘ste cose incomprensibili; poi siccome Mauro sta lì imbambolato a guardarla, senza risponderle, prende un biscotto al miele, di quelli duri, e glielo tira addosso. Fortunatamente Mauro, nonostante lo sconcerto, è lesto ad acchiapparlo con la mano. E se lo mangia. ‘Sta cosa ad Agata le pare un gesto di strafottenza e s’incazza di più.
– Tu non sai niente! Niente! Scrivi, scrivi, scrivi… ma che scrivi? E i giornali li leggi?
Mauro la talìa così, che pare un’ Erinni, e con tutto ciò, gli piace assai, mai l’ha vista tanto fuori di sé. A parte la sorpresa, gli pare più bella ancora, così mentre mordicchia il biscotto al miele, ci fa un pensierino malizioso, d’amore biscottato che s’infuria sopra le paste frolle e quelle dure… Ma non è cosa.
– Qua! Qua! Leggi qua! Io mi levo la vita a fare biscotti, invento ricette, recupero tradizioni antiche, impasto, faccio e dico, e me ne resto qua in questo paese sola e sconosciuta e questi cosi nani di cinesi fanno ‘sto biscotto scipito e fanno il botto! Come la vedi tu ‘sta cosa, eh?
– Ma quale cosa, quali cinesi, qua in paese non ce ne sono… forse era un turista quello che ti ha fatto arrabbiare… a quest’ora è già partito… che me lo dai un altro biscottino?
E se l’è cercata. Agata piglia una guantiera sana e gliela tira addosso.
Mauro, che quando vuole, è un monaco zen trapiantato in Sicilia, si scansa, poi prendendone qualcuno da terra, le dice, soave:
– Grazie, bastava uno…
– Miiiii! Miiii! Miiì! Non ti sopporto quando fai così! – Sbotta Agata.
– Io?
– Sì tu. La cosa è grave!
Mauro per un attimo si preoccupa. Ma è un attimo, subito Agata gira da dietro il bancone e gli mette sotto il naso la copia aperta di una rivista: Il Pasticcere Italiano.
– Leggi! Leggi qua.
Mauro prende la rivista e da un’ occhiata all’articolo che Agata gli indica picchiando il dito come se fosse una foto rubata da un investigatore privato che lei ha assunto per dimostrare che lui la tradisce. Fortuna che Mauro ha la coscienza a posto. Legge.
I biscotti cinesi della fortuna furono inventati nella Chinatown di San Francisco. Biscotti americanissimi ormai serviti al termine del pasto in tutti i ristoranti cinesi. Ogni biscotto contiene un messaggio propiziatorio, ecco perchè vengono chiamati ” fortune cookies “. Meglio non sottovalutare troppo i biscotti della fortuna… sono i biscotti più mangiati al mondo! Ogni anno se ne sfornano e consumano miliardi di esemplari. Ecco la ricetta:…
Mauro s’interrompe. La guarda. Sorride.
– Vabbè Agata, e allora? Una minchiata, che te ne importa?
– Come che me ne importa? Come? Me ne importa sì che me ne importa! Continua, continua a leggere…
– Ma che devo leggere? Dopo c’è solo la ricetta.
– Appunto! Leggila.
E Mauro se la guarda un attimo così, tutta agitata e bedda come un sole d’agosto. Quanto mi piace, pensa, ma se lo tiene per sé e continua a leggere:

Ingredienti
Dosi per 18-20 biscotti della fortuna:
3 albumi
80 grammi di zucchero a velo
45 grammi di burro
90 grammi di farina

Agata lo interrompe: – Ma ti rendi conto? Farina, burro e zucchero! Sai che invenzione… è pazzesco.
Mauro fa finta di niente e continua a leggere, sotto sotto si sta divertendo, pare “Il giallo del biscotto cinese” di Agata Christie, pensa, ma naturalmente non lo dice. Seguita:
Procedimento
Per prima cosa scrivere 20 messaggi propiziatori in piccole striscette di carta.
Altro sbotto di Agata: – E chi glieli scrive, Confucio?
Prendere un foglio di carta-forno e disegnare con la matita 3 o 4 cerchi del diametro di 8 cm ( quando stenderete la carta sulla teglia, abbiate cura di girarla dall’ altro verso in modo che l’ impasto non si depositi sui segni di matita).
– Matita, ah! Io li faccio a mano libera, porca panna!
Setacciare lo zucchero a velo e separatamente la farina. Sbattere con la frusta elettrica gli albumi fino a montarli leggermente e versare lo zucchero a velo setacciato, continuare con il burro fuso e la farina. … (?)
– Continua, continua….
Versare un cucchiaio di impasto in ognuno dei 4 cerchi disegnati sulla carta-forno, spalmandolo con il dorso del cucchiaio. Se siete da soli a preparare i biscotti o non siete veloci, meglio farne non più di 4 per volta.
– Io ne faccio duecento in un’ ora, duecento!
Passare in forno caldo a 180° per 8-9 minuti, in posizione bassa del forno (l’ intento è quella di colorire maggiormente un lato del biscotto).
– Pure il tocco artistico: mezzi cotti e mezzi crudi!
Le cialde sono pronte quando i bordi sono dorati e il centro più chiaro.
– Incredibile, non ci avrei mai pensato! Ma guarda un po’ che scemenza…
Si devono staccare facilmente dalla carta forno e la superficie a contatto con la teglia deve essere leggermente dorata. Ora bisogna essere rapidissimi:
– Con quattro biscotti…
( se non sopportate il caldo meglio indossare dei guanti di cotone )
– Che manine delicate, senza jabbu né maravigghia!
prendere una cialda, mettere un bigliettino al centro, tenendo il lato che appoggiava sulla teglia rivolto all’ esterno ( la parte della cialda dorata è quella a vista, l’ interno risulerà più chiaro ), piegarla a metà fino a far toccare i bordi e ripiegare dall’ altro verso.
Mauro sente un piantino e un singhiozzo, ma continua.
Appoggiare ogni biscotto della fortuna dentro ad una tazzina o ad uno stampino da muffin, in modo da far conservare la forma ripiegata e panciuta. Se notate che le cialde si induriscono mentre le lavorate, passatele in forno per qualche secondo e torneranno morbide.
Continuare così fino ad esaurire l’ impasto…
– Io mi sono esaurita, io…
A Mauro gli viene un pensierino maschilista a proposito del ciclo lunare delle donne. Ma sta zitto. Tanto lo sa che ora si sfoga e poi le passa.
Agata è distrutta:
– Miliardi di biscotti! Capisci? Miliardi! Biscotti comunissimi, farina, burro e zucchero! Biscotti che può fare qualunque sciroccata cinese e non… ci schiaffa dentro un pezzetto di carta e ne vendono miliardi! Assurdo.
Mauro per un attimo c’ha un flash. Cazzus, questi cinesi di San Francisco hanno inventato una casa editrice eccezionale! Ma è meglio che non glielo dice ad Agata.
Lei lo sta guardando con gli occhi lucidi, le lacrime spingono da dentro gli occhioni e Mauro si sente stringere il cuore di commozione. Butta via il giornale e l’abbraccia.
– Ma che te ne fotte? Miliardi di biscotti, e allora? Ci vuole poco, sai? I cinesi sono due miliardi, se li mangiano loro.
– Ma se li hanno inventati in America…
– E glieli vendono ai cinesi in Cina, mica scemi!
– Tu dici?… E gli americani?
– Gli americani non capiscono una minchia, basta vedere che caffè annacquato si bevono e gli spaghetti col ketchup che si mangiano.
– Sono dei barbari… hai ragione amore mio…
– Sì…
Il bacio che segue è un’apoteosi del gusto che a Hollywood se lo sognano e a Shangai non riusciranno mai a copiarlo.

Qualche ora più tardi, fra le lenzuola color crema, Agata ha un sussulto e dice:
– E se provassi a metterci dei bigliettini nei taitù?
Mauro sorride e pensa: – Miliardi di copie vendute… una casa editrice formidabile! Li stampiamo in tutte le lingue, pure in cinese…
Ma rimane zitto per qualche minuto lunghissimo e sospeso. Agata profuma d’amore, biscotti e sogni.
Mauro le accarezza un seno e dice: – Perché no? Proviamo.

(Ah, Francesco, che hai fatto. Ah, serpe in seno!)

Il mitico pesto alla trapanese o giù di lì

di Mauro Mirci

Questo pezzo -letto dal vivo durante la serata “Sunaturi e cunti” del 29 dicembre – necessita di un’introduzione.
Durante una visita a Roma, ospite di Girolamo Grammatico, lui e la cara Cristina (un salutone a entrambi), prepararono un ottimo pesto che mi dissero essere il mitico pesto alla trapanese. Essendo loro trapanesi (vabbé, ericini*, ma siamo lì), e pertanto titolari di un diritto all’autorevolezza in materia, prestai attenzione alla preparazione della preziosa salsa, che, mi fu raccomandato, richiede l’uso di un mortaio (da cucina, ovviamente), meglio se di pietra. Se di legno, pazienza.

In ultimo, constatai, il trapanese termina il piatto (di pasta condita col pesto, chiaro), con alcune patatine fritte, depositate in cima al cumulo, che vanno mangiate calde e prima di dare l’attacco al resto.
Questo è quello che mi hanno insegnato.
Tornato al paesello, raccontai la ricetta alla mia signora (una buona forchetta le ricette può solo raccontarle, non descriverle), la quale si disse interessata, ma poi cambiò discorso con abilità, sicché della pasta col pesto alla trapanese non se ne fece più nulla sino a che, complice un periodo di Mare – appartamento in affitto – a San Vito con la di lei famiglia…

Mi fa mia moglie: “Com’era quel pesto che mi hai raccontato quando sei tornato da Roma?” Ho sorriso. In vacanza mia moglie non mi fa mai avvicinare alla cucina. Dice che preparo pietanze troppo ricche. “Porcose, intendi?” le ho chiesto una volta? E lei: “Porcose, già.”
Però si è tradita. Chiedendomi la ricetta mi ha implicitamente consentito l’accesso ai fornelli. Mi brillano gli occhi.
Ora, per la verità, non è che la ricetta carpita a Roma io l’abbia imparata proprio bene. Una cosa fondamentale, in una ricetta – ogni cuoco ve lo confermerà – sono le proporzioni. Credo che sia per questo che molti artisti sono anche buoni cuochi: è per il fatto di possedere un buon senso della misura. Nella cucina, così come nelle altre forme di arte, la misura è fondamentale.
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Sabir. Semicronaca di una notte bianca

di Angelo Maddalena

Il pezzo che segue è la parte conclusiva di un testo più lungo che Angelo Maddalena, quando vuole e quando può, mi manda via email dai posti dove si trova. Chi credesse che inventa si ricreda. Non c’ero, ma so che ha scritto esattamente ciò che è successo. Angelo ha scelto di fare il cantastorie, viaggia in autotop, indossa rigorosamente sandali (d’inverno con le calze di lana), campa con quello che raggranella nelle serate, vendendo i suoi cd e qualche libro tutto suo o dove a pubblicato con altri.
Se non credete a me, credete a Matteo B. Bianchi. Indovinate un po’ chi era il ragazzo siciliano conosciuto sul tratto Bologna-Milano? (ma.mi.)

SABIR

Sto girando per alcune città d’Europa con pretesti vari: un professore di antropologia sociale mi ha detto che io non sono “tirato” per gli studi e le attività sedentarie, ma per scrivere e viaggiare, quindi mi sono messo in cammino.

Avevo dei contatti in Francia, dove un editore mi aveva scritto che potevo provare a tradurre un romanzo in italiano, ma io quel romanzo non l’avevo letto neanche in francese, però ci andai lo stesso, anche perchèlì vicino ci abitavano persone che conoscevo ed ero andato a trovarli; di editore neanche a parlarne, non lo andai a trovare nemmeno, inutile prendersi
in giro, andare in Francia per me era bello in sé, mica per l’editore, però pensai di spedirgli le cose che avrei scritto in quei giorni.
Non ci andai anche perchè abitava molto più lontano rispetto a dove abitavo. Poi andai a Berlino, dove avrei dovuto cantare, la cosa era saltata, ma a me piaceva andarci e quindi partii lo stesso; ritrovai un po’ di ragazzi di due centri sociali che avevo incontrato qualche mese prima, la prima volta che ero andato a Berlino; e anche Vincenzo, che mi aveva proposto di cantare ma poi non era stato possibile, però mi aveva detto che mi avrebbe ospitato e gli avrebbe fatto piacere che andassi…
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Grafite

di Stefano Amato

Ricevo da Stefano Amato questo suo racconto, peraltro apparso nell’ultimo numero di Linus, dove Matteo B. Bianchi lo presenta così: “C’è molta onestà e semplicità in questo racconto di Stefano Amato, fatto di piccole cose, pensieri quotidiani, di intimità”. Personalmente è un racconto che ho apprezzato molto per la sua capacità evocativa e la sua voglia di essere narrazione prima di tutto. (ma.mi.)

Mi chiamo Adele, e abito in uno di quei paesi che la Statale 113 infila come tante perle. Per chi non lo sapesse la 113 è la Statale che in Sicilia percorre tutta la costa nord da Messina a Palermo e pure oltre, non potete sbagliare. Alfio, il mio ragazzo, che abita nel paese accanto al mio, una volta che mi stava accompagnando a casa ha detto “perché non vediamo dove finisce la Statale?”.

Allora abbiamo proseguito verso ovest, con il mare alla nostra destra; entravamo e uscivamo da tutti quei paesi, percorrevamo il corso principale che era sempre la SS 113 che per un chilometro si chiamava Corso della Repubblica, Corso Italia, Corso Garibaldi, Corso Umberto, tutti così si chiamavano, e poi quando finivano ricompariva la freccia azzurra SS 113, e io e Alfio ci guardavamo e ridevamo, ché ogni volta pensavamo di incontrare un altro numero, chessò, SS 829 per esempio, e invece la statale sembrava non morire mai. Intanto parlavamo e parlavamo che non ce la finivamo più. Non avevamo mai parlato tanto in vita nostra, e a un certo punto Alfio ha detto quella cosa che mi ha gettata nel panico più totale. Ha detto che due persone si capisce che stanno bene insieme perché hanno sempre qualcosa da dirsi.
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I grandi magazzini

di Giorgio Morale

Il brano che segue è tratto dal romanzo “Paulu Piulu”, di Giorgio Morale. Si ringrazia l’autore per averne permesso la pubblicazione on line. (ma.mi.)

Come le galline razzolano nell’aia, alla ricerca del boccone preferito, e ognuna, quando l’ha avvistato, proietta il capo nella beccata che preceda la compagna: così la madre di Paolo e altre donne, attorno agli scaffali e ai banconi dei grandi magazzini, spingendosi e sgomitandosi, per non lasciarsi carpire il capo prescelto. Paolo rimaneva escluso dal centro dell’aia, come il galletto più giovane, finché la madre emergeva dalla mischia con la preda.

Un giorno attirò Paolo un maglione, che tenne la madre sospesa: la scelta era convincente, il costo eccessivo. La madre parlava fra sé e sé, mentre frugava sbadatamente nel bancone. A un tratto il maglione sparì nella borsa. All’uscita Paolo domandò se l’avessero rubato e alla risposta affermativa pose il problema:
“Gesù cosa dice?”.
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Vacanze

di Monica Gentile

I need a holiday.

Valeria apre cassetta della posta.

Bolletta luce; pubblicità centro commerciale nuovo di zecca; volantino pizzeria Bella Napuli servizio a domicilio; richiesta rinnovo abbonamento a un mensile che ha smesso di leggere da anni. E poi cartolina con tramonto sul Pacifico. Bungalow di giunchi su spiaggia incontaminata. Alberi di noci di cocco. Me la sto spassando. Luogo incantevole. Baci. Roberto.

Primi giorni d’estate. I sintomi della sindrome ho-bisogno-di-una-vacanza-in-qualsiasi-luogo-della-terra-che-non-sia-casa arrivano a cavallo dei primi raggi UVB e/o UVA. Non c’è crema solare-non-unge-pelle-effetto-seta, nè latte idratante con applicatore anti-sabbia in grado di proteggerti.
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L’isola senza ponte

di Enzo Barnabà

“Ero a Grimaldi di Ventimiglia, quella sera, davanti al mare che ad occidente bagna Mentone e la Costa Azzurra, a oriente le balze cui alcuni paesi sembrano tenersi aggrappati in quelle ultime contrade d’Italia. Lì, da un amico che abita quella panoramica casa…”. Sì, l’amico di cui parla Matteo Collura sono io. Mi definisce “giramondo originario di Valguarnera Caropepe, il paese in provincia di Enna dove nacque lo scrittore Francesco Lanza e che Nino Martoglio rese popolare con la commedia L’aria del continente”. Quella sera (siamo nell’estate del 2006 e Matteo era venuto a Grimaldi per presentare il suo ultimo libro, il romanzo Qualcuno ha ucciso il generale ) gli parlai di Salvatore Cacciatore, Ciro , il partigiano agrigentino che affrontò con grande dignità e coraggio la morte per impiccagione nel marzo 1945 in quella piazza nel cuore di Belluno che oggi è intitolata a lui e ai suoi compagni. Matteo lesse l’articolo pubblicato sul sito www.enzobarnaba.it e si mostrò subito interessato: “Mio zio Francesco, come Ciro, venne torturato e ucciso negli stessi posti e negli stessi giorni. Ma stava dall’altra parte. Ho cominciato a scrivere di lui interrogandomi sulla liceità della pena di morte. Adesso penso che potrei piuttosto ricostruire in parallelo le vicende dei due giovani agrigentini che avevano deciso di continuare la guerra lontano dalla Sicilia”.

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Pietro Seddio

di Marco Scalabrino

Cose dell’altro mondo. Racconti. Nicola Calabria editore, 2006.

Pietro Seddio, siciliano, da molti anni risiede a Verrua Po PV, dove, parallelamente al suo impegno professionale, ha continuato a coltivare la sua attività artistica e letteraria.
Quale regista teatrale ha allestito pieces di Luigi Pirandello, Federico Garcia Lorca, Curzio Malaparte, Jean-Paul Sartre, Eugène Ionesco, Diego Fabbri, Arthur Miller, eccetera. È stato inoltre tra i fondatori del Gruppo T. M. 17, del Piccolo Teatro Pirandelliano di Agrigento e della Cooperativa Piccolo Teatro “Italo Agradi” di Pavia. Quale scrittore è prolifico saggista (tra gli altri sull’opera di Eduardo De Filippo, di Leonardo Sciascia, di Vittorio Alfieri, di Ugo Foscolo, di Giuseppe Parini, di Nino Martoglio, di Guido Gozzano, di Moliére, nonché su: Le Maschere, Il Teatro Giapponese, I Templari, I Pupi Siciliani) e romanziere: Nido d’Api, Il Calvario, Il Caso Argento, Schegge Impazzite. Ha altresì licenziato alcune sillogi di poesie.
Un autore quindi, sorvoliamo sui prestigiosi premi ottenuti: il “Palcoscenico”, il “Telamone” ed altri, ad ampio spettro.
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Caropipani e piazzesi

di Flora Terranova

Il brano che segue viene pubblicato per gentile concessione di Flora Terranova.

Un paese e un paesano, vale l’altro, si è detto, nella geografia elastica di Lanza. Tranne, forse, in un caso: quello del piazzese. Gli altri protagonisti, infatti, si dividono variamente vizi e stravizi, senza caratteristiche fisse, non così il piazzese, che a partire da un suo intercalare ( “Ahbo’!”) ha un carattere inconfondibile, quasi una natura diversa. Lo spregio, nota pure Calvino ch’era lontano dal conoscere la mai sopita antipatia tra caropipani e piazzesi, sembra più acceso che in altri casi, e conduce Lanza al “delirio verbale espressionista”, già citato nel mimo della creazione del piazzese. Dio crea gli altri paesani da pietre o altro, e il piazzese da uno stronzino d’asino: “Stronzino stronzicolo parla piazzesicolo”.
La natura particolare dei mimi dedicati al piazzese è tale che, caso quasi unico nei mimi, l’autore non sente la necessità di specificare molto nel titolo; “il piazzese” basta ad indicare che quella storia sarà diversa dalle altre, a prescindere dal tema. Sono sei i mimi intitolati semplicemente “Il piazzese”; alcuni esempi:
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Giufà e Gesù

di Grazia Maria Scardaci

Molti autori siciliani, purtroppo poco noti, intrattengono con il pubblico una vicendevole e talvolta mesta contestazione; la mia contestazione, benevola, muove dal copione Giufà e Gesù di Giuseppe Bonaviri e cresce, maturando e mutando nei giorni, nei sorsi di lettura mandati giù come acqua fresca durante la calura estiva, nel rapporto qualitativo e sostanziale che si sostituisce alla percezione dell’aver “capito” con la certezza del comprendere davvero dopo una lunga meditazione.

Giuseppe Bonaviri sognante e talvolta delirante unisce, in seno al contesto del copione citato, un agglomerato di personaggi incompatibili per tempo e situazione e tesse una favola che diviene, ora dopo ora, la migliore che ci hanno mai raccontato.

La poesia si sostituisce all’amicizia “strana” fra vicendevoli personaggi al limite dell’esistere – Giufà personaggio popolare e Gesù anch’esso un uomo del popolo ma che ha guidato ed illuminato l’umanità; Giufà tira la porta per favorire la madre ma è capace di sognare sotto un carrubo di un mondo leggero fatto anche dei miracoli che lui stesso ha appreso a fare, forse anche meglio di Gesù, e lui, la Nostra – religiosamente – guida, diviene uno scapigliato che deve sudarsi nel campo di grano della primavera attardata il suo cibo come dal monito che proviene dalla madre di Giufà.

Magia difficilmente traducibile per un formalismo cattolico estremamente ortodosso quale quello che ha accompagnato la cultura del nostro e del secolo trascorso, poesia della Mineo dei letterati siciliani o di gran parte di essi; angosce del presente ridiscusse con l’ausilio di uno scienziato e di un personaggio femminile che non c’è: Lulù che diviene tutti noi e nessuno davvero rappresenta.

Un Santo Graal del ridisegno sociale senza priorati ma con una forte voglia di far emergere in tutti noi la forza di amare l’altro con semplicità, con i mezzi di cui si dispone, con l’ausilio del sogno.

Bravo Bonaviri, leggerò ancora dell’altro scritto da lui: una curiosità risiede nel mio cuore quella di conoscere meglio Don Nanè, fondamentale per l’autore – credo sia il padre – che mi condurrà verso una retrospettiva doverosa di un artista di autentica sicilianità.

Risorse
Giuseppe Bonaviri, Giufà e Gesù. Fiaba teatrale in due parti e un epilogo