Il premier ha la cravatta storta

Ogni tanto mi ricordo di avere una madre anziana e le telefono. Oggi è stata una di quelle volte. Così ci siamo ritrovati al supermercato a riempire un carrello. Lei con le cose che servono a riempire la dispensa di una pensionata, io per acquistare il fantastico albo degli Animali della savana – per mio nipote che ha quattro anni – e rasoi di sicurezza – per me.
I rasoi li ho presi giusto davanti alla cassa, in coda, perché è là che li tengono. Una volta usavo banalissimi Bic monolama, a 300 lire l’uno, oggi uso Gillette Blu II plus, dove II sta per due lame. E mi ricordo che negli anni ’70, periodo in cui la mia barba era ancora lontana dallo spuntare, le pubblicità dei rasoi usa e getta non esistevano poiché nemmeno gli usa e getta esistevano. Usavano le lamette, e la réclame prometteva numeri esagerati di rasature con la stessa lama. Poi venne il bilama: la prima lama estrae il pelo, la seconda lo recide alla radice. Poi il trilama: la prima lama estrae il pelo, la seconda lo recide, le terza gli dà una nuova tagliatina prima che rientri nella pelle.
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Claudio Morici. Actarus, la vera storia di un pilota di robot

Provate a immaginare un open space dove lavorano persone sempre allegre. Chattano e scaricano file da internet. Non si capisce bene che lavoro facciano, sono il terziario avanzato portato alle sue estreme conseguenze, però sono lì. Forse nemmeno loro capiscono bene che cosa fanno (e infatti si impegnano a fare tutt’altro), forse il fatto di sedere davanti a un monitor, in perenne immersione nella realtà virtuale causa dissociazioni e disconoscimenti della realtà reale. Non sono gravati apparentemente da responsabilità, ficcano gli occhi nello schermo e digitano, se devono dirsi buongiorno si mandano una mail.
Sono il suo mondo. L’alternativa è una serata in discoteca con Alcor.
Chi è Actarus davvero? Cosa fa quando non è impegnato a salvare il mondo? Be’, Actarus è un povero cristo. Ha un impiego malpagato da pilota di robot, sa fare solo quello, è un iperspecializzato che annega nella noia e nella Peroni. Quando non è impegnato a combattere nella stratosfera è tenuto per contratto a sfacchinare in una fattoria sotto l’occhio sempre acceso delle telecamere.
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Saverio Fattori. Chi ha ucciso i Talk Talk

Prendendo di sicuro spunto da un notissimo proverbio che parla di peli e pariglie di buoi, Saverio Fattori mette in piedi una storia dichiaratamente falsa, ma tanto ben congegnata e legata al nostro passato recente da poter pure essere vera. Il sottotitolo – falsa biografia autorizzata – pertanto, assume il significato sia di dichiarazione paradossale, sia di affermazione-negazione necessaria per la compensione di un romanzo che solo chi ha vissuto per intero gli anni ’80 può afferrare a fondo. Mi torna in mente, per dire, una tragica mattinata del 1985 durante la quale mio cugino – frequentavamo insieme la terza geometri -, espose nei corridoi scolastici la sua capigliatura nuova di zecca, modellata con quantità spropositate di gel e palesemente ispirata alle chiome wild dei boys Duran Duran. Il cugino ricavò dalla nuova immagine un sensibile e vantaggioso miglioramento nelle classifiche di gradimento femminili, periodicamente stilate, in istituto, nei bagni delle ragazze. Ebbe anche, mi confessò, alcuni incontri con componenti delle giurie, a tutto beneficio dei suoi equilibri ormonali.

Fu un’illuminazione per noi diciassettenni. Avevamo pensato che i Duran Duran fossero solo musica, e invece no: erano soprattutto sesso. Promesso, potenziale, quello che volete, ma sesso.
Orfani di ogni ideale al punto di organizzare picchetti e rivolte per un termosifone che non si accendeva, scoprimmo che la cura della propria immagine era qualcosa per la quale valeva la pena vivere. Morire no, non erano più quelli i tempi.

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I soggetti del verbo perdere

Sono sempre stato affascinato dai perdenti. Non riesco veramente ad amare un libro se alla fine il protagonista non perde qualcosa, o qualcuno, o sé stesso. Le storie dove l’eroe, alla fine, sconfigge l’antagonista e seduce la protagonista femminile, mi sembrano sciape, lontane dal vero. Nella mia mente l’eroe (o l’antieroe) è solo, nudo, abbandonato. (ma.mi.)

Il romanzo di Stefano Amato ha un aspetto rassicurante, una dimensione contenuta, l’impaginazione e l’odore di certi volumetti che, ai tempi della scuola, erano destinati all’ora di narrativa. Leggendolo si coglie subito lo stile pulito e piano di chi non tenta trucchi e bada solo a raccontare la sua storia, perché nel romanzo, alla fine, è la storia che ti rimane in mente, ed è la sequenza degli eventi che ti porta da una pagina all’altra e poi sino alla fine.

“Nel 1978, alla veneranda età di trentacinque anni, Peter Obermayer, mio padre, lasciò il suo posto di ferroviere a Graz (Austria) e, a bordo della sua Renaul 4 rossa, attraversò le Alpi, gli Appennini e lo Stretto e si trasferì in Sicilia.”
Inizia così Soggetti del verbo perdere, con questo padre d’oltralpe che percorre all’incontrario il sentiero dell’emigrazione, approda a Siracusa, cambia nome in Graz, in onore della sua città natale, e genera Alfonzo, il protagonista della storia dal nome improbabile sulla cui origine è lecito immaginare (l’autore tace in merito, ma è lecito immaginarlo) retroscena di incomunicabilità linguistica (a occhio e croce tra Peter Obermayer-Graz e l’impiegato dell’anagrafe). “Graz, lei non riuscirà mai a combinare un bel niente.” Così la professoressa di filosofia dei tempi del liceo apostrofa Alfonzo ogni volta che ne ha occasione. E’ il Teorema di Graz. Inesorabile, ineludibile. Alfonzo non tenta nemmeno di ribattere. Altri al suo posto risponderebbero per le rime, ma Alfonzo Graz no. E’ un perfetto soggetto del verbo perdere. Col suo silenzio non fa che rendere ossequio alla propria natura. Cosa fa di Alfonzo Graz un perdente? Semplice, il fatto che è incapace di essere un vincente. Un vincente ha pochi dubbi, grande fiducia nei propri mezzi, desideri pressanti, certezze monolitiche. Magari sbagliate ma monolitiche.
Ciò che poi veramente fa un vincente è la capacità di piegare gli accadimenti a proprio favore. Tutto ciò è assente in Alfonzo Graz. Egli subisce ciò che accade e ciò che non accade. Immerso nella placida inerzia siciliana, se ne lascia avviluppare e vi si impelaga, vittima di fantasie idiosincrasiche e dubbi epocali assolutamente incompatibili con la realtà, tipo: coma ha potuto Mario Puzo, mitico autore del romanzo Il padrino, firmare la sceneggiatura di Superman? Come ha potuto un grande autore cadere così in basso?
Non capisce, il poveretto, che Puzo ha agito da vincente. Eppure Puzo, durante una fantasia glielo dice pure. Lo ha fatto per soldi.
Ecco, dimenticavo, un’altra dote dei vincenti è l’opportunismo.
Eppure anche Alfonzo ha la sua occasione: parte per l’America.
Ora sarebbe lungo spiegare come fa ad andare in America un perdente che, per di più, non ha una lira in tasca, fatto sta che ci va, se volete sapere come leggete il libro. Basti sapere che c’entra una sorta di fatino buono con maggiordomo.

Cosa farà in America il nostro? Be’ – e questo è anche l’unico appunto che mi sento di fare a Stefano Amato, cioè essersi lasciato troppo ispirare da My name is Tanino -, diciamo che in America, la sana America WASP da videomovie delle 16, Alfonzo riesce a combinare qualche casino e alla fine deve rientrare in Italia. Non più perdente ma looser, chè pare laggiù si dica così. Con la differenza che da loro looser è ormai quasi un insulto (almeno tanto mi assicura un amico ben informato), mentre da noi è ancora un participio romantico ispiratore di romanzi.

Mi rileggo e provo l’improvviso timore di avere reso un pessimo servizio a Stefano Amato e al suo romanzo. Mi sono perso in amenità, mentre avrei forse dovuto dire altro, e cioè che Soggetti del verbo perdere è anche un attendibile spaccato della realtà siciliana degli ultimi anni, fatta di emigrazione dei giovani migliori, mentre chi è rimasto ha spesso dovuto adattarsi alla sottocupazione e al disconoscimento di un intero percorso di formazione e di vita. Oppure a un sistema di clientele che non fa che rigenerare sé stesso. Alfonzo è il perfetto archetipo del sottoccupato (o inoccupato) con laurea, incapace di iniziative e proteste, ma adattabile alle situazioni contingenti. Ragazzi ai quali i padri mostrano il nulla e promettono: “Tutto questo, un giorno, sarà tuo”, ricevendo in cambio non un urlo di rabbia, ma un grazie poco partecipato.
Un romanzo fatto di inerzie e indecisioni, molto più profondo di quel che pare, infinitamente più vero e amaro di quanto l’ironia della scrittura sembri voler mostrare.

Stefano Amato – Soggetti del verbo perdere. Verba Volant edizioni , Siracusa, 2006. Pp. 159, € 9,00. ISBN 88-89122-16-1

Pietro Tamburello

di Marco Scalabrino

Il 20 Giugno del 2001, si è spento a Palermo – dove era nato nel 1910 – Pietro Tamburello.
Nel 1957 Pietro Tamburello è tra gli autori presenti nella Antologia POETI SICILIANI D’OGGI, Reina Editore in Catania, a cura di Aldo Grienti e Carmelo Molino. L’antologia, con introduzione e note critiche di Antonio Corsaro, raccoglie, in rigoroso ordine alfabetico, una esigua quanto significativa selezione dei testi di diciassette Autori: Ugo Ammannato, Saro Bottino, Ignazio Buttitta, Miano Conti, Antonino Cremona, Salvatore Di Marco, Salvatore Di Pietro, Girolamo Ferlito, Aldo Grienti, Paolo Messina, Carmelo Molino, Stefania Montalbano, Nino Orsini, Ildebrando Patamia, Pietro Tamburello, Francesco Vaccaielli e Gianni Varvaro.
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Giovanni Nuscis. In terza persona

di Marco Scalabrino

La terza persona di cui al titolo non dia adito a fraintendimenti!
Essa infatti, lo si apprende sin dai versi d’esordio e lo si reitera per tutta la silloge, <questa giungla bestiale / di pali e fili, gemiti e carne>, <scintillio di idee e muscoli, missili, e dollari>, <vuoto che s’invera giusto il tempo / di uno scampanio di sensi>, non è la comoda, equidistante, vaga postura di chi osserva dall’alto, da distanza, con distacco; non è “maschera”, passività, spocchia. È piuttosto il tratto ponderato della contemplazione, dell’approccio critico alle “cose”.
<Milizie oscure (cui) affidiamo / i nostri documenti in regola> <hanno sciolto del grasso nell’acqua>. È andata ovvero corrotta, appestata, in putredine l’utopia di un uomo; anzi, <tutti l’abbiamo bevuta>, di una generazione pari pari di giovani uomini e donne che, all’indomani di una irripetibile stagione di “fate l’amore e non la guerra”, di “mettete dei fiori nei vostri cannoni”, di “come potete giudicare?”, ha ceduto il passo all’arrembante imbarbarimento sociale, culturale, politico; ha assistito negletta, impotente, consapevole, al tramonto di ogni illusione, al declino di ogni idealità, al dissolvimento di un planetario disegno di società costellata dei valori universali dell’amore, della pace, della libertà.
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Luca Ricci. L’amore e altre forme d’odio

Esistono luoghi dell’anima dove albergano le nostre pulsioni primordiali. Esistono pensieri inconfessabili, desideri riprovevoli e voglie represse. Se l’essere umano è fatto di razionalità, essa ha anche la funzione di ricacciare nell’intimo quanto di animale si nasconde nell’uomo, e tuttavia quella frazione inconfessata e inconfessabile attende acquattata l’attimo opportuno per riaffacciarsi nei gesti quotidiani, nella vita familiare. Assume, inconsapevole, la funzione di perturbatrice della convenzione e del quieto vivere, di macchia sulla superficie candida del banale scorrere della vita.

Questo il messaggio immediato di questo libro di racconti dal titolo paradossale e azzeccato, che mostra la sua prima “cattiveria” in copertina: un Cupido precipitato al suolo, trafitto alle spalle da una delle sue stesse frecce.
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Antonio Musotto. Chimiche interiori

Dal blog alla libreria senza quasi soluzione di continuità. E’ questo il percorso dei racconti di Antonio Musotto, palermitano e orgoglioso di esserlo, viaggiatore per mestiere, osservatore per istinto. Il libro – bell’oggetto, peraltro, dalla copertina accattivante – racchiude il meglio della produzione di questo autore on line che, secondo tendenza (a confermare, ma è solo un modestissimo parere, che internet e i blog in particolare rappresentano un buona palestra per gli scrittori agli esordi) migra dalla pubblicazione virtuale a quella cartacea senza che la godibilità del testo ne risenta. Il fil rouge della raccolta è bene espresso dal titolo. “Si tratta di racconti che prendono in considerazione la chimica emotiva degli esseri viventi” dichiara l’autore nel risvolto di copertina. In realtà, le chimiche interiori non sono tanto quelle dei personaggi, quanto quelle dell’autore, che registra la realtà che lo circonda e la rielabora secondo il metro del narratore puro e duro.
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Giusi Maria Reale. Phygè

di Marco Scalabrino

Il Signore disse: <Vattene dal tuo paese, dalla tua patria / e dalla casa di tuo padre, / verso il paese che io ti indicherò>. Genesi 12, 1.
Rispondendo (Inanì = Eccomi) alla Sua chiamata, Abramo partì allora da Carran in Mesopotamia, con Sara, Lot, tutti i loro familiari e i beni che si erano procurati, alla volta di Canaan, spingendosi fino a Sichem, presso la Quercia di More. Correva l’anno 1850 a.C. circa; ebbe così inizio la diaspora degli Ebrei.

Quella del popolo ebraico è la più antica, duratura, sintomatica delle PHYGÈ.
Giusi Maria Reale ne tratta diffusamente nella sua plaquette: <questa notte che mi canta in gola / il respiro di Canaan … il novilunio dei cedri / sulle alture del Betel>, ove Betel è la città della Palestina nella quale, stando alla tradizione, Giacobbe ebbe in sogno (Genesi 28, 10 e segg.) la visione della scala sulla quale gli angeli salgono e scendono dal cielo.
La PHYGÈ, nondimeno, è trasversale ai tempi, alle latitudini, ai popoli, si protrae nei secoli fino ai nostri giorni; e anzi giusto negli anni più recenti, con i massicci sbarchi sulle coste europee e siciliane in prevalenza, ha registrato un considerevole inasprimento. Giusi Maria Reale non tarda perciò di contemplarne altre articolazioni.
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La pagina nera di Francesco Lanza

di Enzo Barnabà

Ricevo da Enzo Barnabà questo breve saggio su Francesco Lanza. L’autore valguarnerese noto soprattutto per i Mimi siciliani, opera nella quale sono rappresentati personaggi che, spesso, sono entrati a far parte dell’immaginario collettivo, mostra, nelle corrispondenze inviate dalla Romania negli anni ’30, un aspetto inedito della sua scrittura. E’ espressione di convinzione ferma o “comoda” adesione a una discutibile linea editoriale?. ma.mi.

Nel 1930 l’attività giornalistica dello scrittore valguarnerese non conosce soste; nulla lascia prevedere il crollo, da cui non si riprenderà mai più, dell’anno successivo. Pubblica sull’Italia Letteraria, sull’Ambrosiano, sulla Gazzetta del Popolo e soprattutto sul Tevere, al quale collabora ormai da tre anni. Telesio Interlandi, il direttore del quotidiano romano, convinto che la prosa del corregionale conferisca “dignità e scarna bellezza” al suo giornale, gli affida “molti e diversi compiti”.[1] Anche quello di inviato speciale. A fine primavera, Lanza è in Sardegna (ma il servizio si limita alla descrizione dell’arrivo a Cagliari e a una breve fantasia suggerita dal folclore isolano).
Due giorni dopo la pubblicazione di questi articoli, a partire dal 12 maggio, è la volta di una serie di corrispondenze dalla Toscana, a copertura del viaggio che vi sta effettuando Mussolini. E forse proprio in questo incarico vanno ricercate le ragioni dell’aborto sardo: Interlandi sa bene che il Tevere è uno dei giornali su cui maggiormente si sofferma l’interesse del duce durante la rassegna stampa mattutina e ritiene opportuno coinvolgere il meglio di cui dispone in redazione. (Con ogni probabilità – apro e rapidamente chiudo questa parentesi – a quei giorni va fatto risalire il mussolinismo che spinge Lanza a desiderare di “vedere se con un po’ di fascismo bene applicato non sia possibile insegnare un po’ di civiltà ai villanzoni del circolo, dei feudi e delle farmacie”[2]).A giugno, Interlandi invia Francesco Lanza in Romania. Perché in un paese che non stimola più di tanto l’interesse dell’opinione pubblica? Nessuno, che io sappia, si è mai posto questa domanda. Facciamolo adesso nella speranza di trovare una risposta convincente.
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