La traversata andata e ritorno

di Giorgio Ruta

Un racconto che in realtà è quattro racconti. Quattro storie accomunate da un luogo geografico: lo Stretto di Messina. Il racconto fa parte dell’antologia “No ponte ” edita da Città del sole . Lo ricevo da Giorgio Ruta e lo pubblico con piacere. ma.mi.

I
Aprile 1892: Treno Regio Milano-Palermo
Il treno ha fischiato. Sono passate 36 ore e adesso, se non fosse per le gambe anchilosate, l’amaro in bocca e la testa intontita, penserei che quel fischio stridente, prolungato e definitivo, l’ho percepito, in coscienza, non più di mezz’ora fa.
Si, è proprio così: è come se fossi appena uscito dalla stazione di Bonn, sento ancora l’odore del carbone germanico così forte, aromatico. Sento l’abbraccio disperato di Jenny, il vapore della sua pelle amica, il biondume morbido e sincero che ha nuociuto seriamente alla mia volontà di partire.
Oh, quanta crudeltà c’è nella certezza di non rivederla mai più!
Jenny, oh Jenny capirai mai il mio gesto? Capirai un giorno il mio essere figlio dell’Isola, l’isola dei briganti, del sole e delle serpi? Serpe io sono per averti lasciata sola sola sola.
Gli scherzi ingannevoli del tempo che trascorre facendosi largo nello spazio quando da un amore ci si separa e verso un altro ci si incammina.

Ci siamo, il personale del wagon-restaurant sta informando i passeggeri che sono iniziate le manovre di traghettamento: siamo arrivati a Villa San Giovanni.

Bene, mi ritiro nel mio scomparto, lì continuerò a scrivere, ci vorrà almeno un’ora prima che tutte le carrozze entrino nella pancia del ferry-boat. Il mio compagno di viaggio – dice di essere un commerciante di vini che opera tra Milano e Marsala- sembra inopportunamente interessato, direi incuriosito, delle mie carte sparse sullo scrittoio estraibile e traballante (ora più che mai che il treno ha iniziato le manovre). Non ho problemi ad ammettere che lo sopporto a malapena. Vediamo, se mai riuscirò a portare a termine le quattro parole a mio padre. Ammesso e non concesso che l’etilico commesso non m’assilli senza concedermi tregua alcuna.
Padre, il mio rispetto.
Padre, vi porgo l’affetto di figlio ingeneroso, vi prego, accoglietelo!
Vi prego di accogliermi fra le vostre braccia quando, dopo aver letto la mia presente, che vi giungerà, spero, al più presto, deciderete se mai sarò degno di presentarmi al vostro cospetto.
Non vi porterò rancore se il vostro cuore non sarà pronto. La mia pena sarà l ‘attesa, aspetterò penitente il vostro segno. Quel giorno per me sarà di gaudjo per il grande sollievo che mi darà l’annunzio di avere scontato la mia immensa colpa.
D’ora innanzi il mio operato sarà svolto con la coscienza di chi non si vuole più macchiare di recidività.
La mia vita, le mie azioni, i miei buon esiti, d’ora in avanti, dovranno divenire il vessillo del cognome che porto.
Padre caro, spero che in questo futuro prossimo riuscirò a ripagarvi con gioje il dolore che sto per arrecare a voi e a tutta la famiglia amata.
La missiva qui presente ha la facoltà di sostituire la mia assenza tra i viaggiatori del treno Milano-Girgenti delle ore 18.00 di oggi 11 Aprile 1892.
Quando Voi la leggerete io sarò già da alcuni giorni a Palermo dove intendo soggiornare per qualche tempo.
A tal proposito desidero informarvi dell’identità del mio ospite e del domicilio a cui far riferimento in caso di vostre missive: presso Emerico Almeyda Torres, via Del Cassaro n. 115, Palermo.
il figlio di Don Emerico, Carlo, è un mio compagno di studi nonché fraterno amico. Insieme e con i medesimi risultati abbiamo assolto l’incarico di “lettori” di italiano all’Università di Bonn.
Mi fa onore essere l’ospitato di questa amabile persona.
Ivi rimarrò con i conforti e le cure che questa degna e raffinata famiglia prodiga nei miei confronti. Me medesimo rimane ancora incredulo per la generosità e la simpatia che sprigionano i Sign.Almeyda nell’ambito della società palermitana.
Ma caro padre mio, vi dico: il vostro calore e il richiamo di sangue che ci unisce anziché separarci, il clima della nostra casa dove sono nato, l’odore di zolfo, mandorlo e pino, sono irreplicabili.
Quanto sarebbe stato giusto per voi tutti assaporare la gioja di abbracciare un figlio che torna con il titolo di professore, ma non sarà così.
Questa volta, non bacerò il suolo della nostra Girgenti.
Non attraverserò parte della Valle Demone per incunearmi, attraverso il crocevia di Castrogiovanni, all’interno della Valle di Mazzara al cui principio sta il nostro altopiano akragantino.
Non succederà perché devo informarmi di una mia scelta la cui gravità impone che fra chi riceve un torto e il procurante si mantenga una distanza fisica precauzionale.
Vi garantisco che io, il procurante, ho dentro l’analogo dolore ma rovesciato, la sua proiezione.
Padre, padre mio,vi annunzio con grande ambascia ma ferma decisione che il mio fidanzamento con la virtuosa e stimata cugina, vostra nipote, lo dichiaro nullo.
Con una lettera che seguirà non appena sarò giunto nel capoluogo, informerò gli zii e con loro lei.
Ho riflettuto a lungo, caro padre, ho affrontato i tormenti che da qualche tempo mi affliggono.
Ho affrontato l’ignoto.
Ulisse ha affrontato i mari e soltanto dopo molto tempo, ha trovato l’approdo definitivo.
Io non l’ho ancora trovato ma considero un grande risultato aver domato angoscianti domande ed insopportabili risposte.
Non sarei stato felice e a lei avrei procurato e diffuso sventura.
Se mai vogliate vedermi, un giorno, allora riferirò meglio questo mio travagliato gesto.
Fino al 15 Luglio prevedo di trattenermi in Palermo; dopo, mi recherò a Roma dove un mio carissimo amico, nostro conterraneo, mi ha offerto il suo aiuto e sostegno. Il suo nome, ormai da tempo magnificato, grazie alle benemerenze letterarie, è divenuto gloria per la nostra comune terra nativa.
Egli, il Maestro, mi ha proposto come supplente di lingua italiana all’Istituto Superiore di Magistero della capitale. – come potrei negare di esserne onorato e lusingato! –
Prima di quella data, potrei fare una sosta a Girgenti: ciò è nei miei desideri non lo nego, ma sarete voi a dirmelo.
Amatissimo padre, vi abbraccio e vi prego di fare lo stesso con mia madre.
La mia povera madre abbraciatela e rincuoratela, ve lo chiedo.

Vostro figlio Luigi

Siamo sul mare. Ecco la continuità con la terra ferma qui si interrompe, come s’interrompe la continuità dei miei pensieri. Poi, di là, tutto riprende.
Salgo sul ponte insieme al mio compagno di viaggio che pare non riesca a nascondere una spropositata e scomposta soddisfazione nel rivedere l’Isola. Certo, non so se a causa dei buon affari conclusi e adesso brama di veder tradotti in moneta i suoi presunti meriti. Oppure è quel sentimento infantile del ritorno alla propria cara natale casa?
Per me piuttosto cos’è? Un passaggio prima di un salto?
Un ritorno fugace nella propria infanzia (l’essenzialità della propria essenza!) per registrare come tutte le cose siano al loro posto e poi voltarsi con gli occhi pieni di riecheggiamenti?
Io non so, ogni volta, che attraverso questo mare mi chiedo: questa è l’ultima? Mi chiedo se è l’ultima che vengo o che vado.
l’ultima traversata, ma che melensaggine.
Eppure, il mio umore mi sospinge verso un pensiero mesto e fatale: non vivrò sulla mia ISOLA, altre sponde il destino mi riserva.
Questo è il viaggio che serve a prendere le cose ed andare. Serve perché adesso io possa ancorare bene un’ estremità del ponte che insieme all’altra, nella sponda opposta, deve riuscire a tenermi unito a questa terra che, seppur traguardata da lontano, voglio che rappresenti un dipinto impresso negli occhi, la trama delle mie parole.

II

Ottobre 1917, vagone feriti e deceduti

Questo rumore cos’è?
È come se il treno avesse urtato.
Sorella Caterina dice che adesso entreranno le carrozze dentro il ferry boat. Siamo a Villa.
Che dolore, Signiruzzu!
Sorella Caterina mi ha detto che durante il traghettamento si siederà accanto a me e scriverà la lettera a mia madre che io le detterò. Che bella che è “la littra”, l’istruzione ti permette di fare cose importanti. Se io sapessi leggere e scrivere adesso non mi servirebbe a nulla, e sarei esattamente come sono: ferito di guerra, senza il braccio destro, inabile al lavoro. Così come non potrò più zappare giusto non potrei neppure scrivere giusto.
E se fossi morto? Se fossi mutilato tutto? Littra e non-littra. Ah, Signiruzzu, menumali!
Sono contento come sono: in questa barella di legno che mi sembra di stare coricato sopra una massicciata di pietre pizzute mentre sta passando u tirrimoto di Messina. Ma meglio così che come questo povero disgraziato che invece di una barella è dentro una cassa di legno e non può più nemmeno dire:
“ccu gran dduluri murivu senza un coppo di campani
si nni ieru li me anni, si nni ieru, si nni ieru un sacciu unni.”

Siamo sul mare, lo sento come una culla stavolta, adesso tutto è più morbido, si torna a casa.
Ecco Sorella, mia sorella Caterina, mi fa sentire un po’ di zzucchero e meli intra tuttu sta ‘maru e n’tossicu.
Cara madre…

Cara madre, matruzza mia, sugnu vivu!
Sugnu fuori di na nuttata longa e di timpesta, fori di l’acqua e di lu focu, ma sugni fora, sugnu vivu.
Mi dispiace non possiamo abbracciarci, non possiamo vasarini né con voi né con i miei fratelli perché mi portano a Palermo all’ospedale. Sono ferito ma sono vivo, questo è l’importante.
Io i miei dolori li sopporto bene ma diventano più forti e insopportabili quando penso a voi da sola e con quattro fratelli e tre sorelle ancora troppo picciliddi ed io l’unico che poteva aiutarvi sequestrato dalla guerra e non sapere quando posso tornare come prima.
Vi prometto che non appena le cose si metteranno a posto tornerò in paese e riprenderemo a vivere.
Voi non sapete ma è successo un finimondo, una carneficina. Ci hanno portato a difendere Caporetto portandoci al macello .
Ci hanno detto che potevamo uscire dalla trincea e correre verso il nemico al grido <>, <>, <>. L’abbiamo fatto con le baionette alzate pronti a infierire sull’austriaco.
Neanche bambino, voi lo sapete, potevo uscire a giocare con i miei compagni perché giustamente dovevo aiutare voi e la famiglia, e qui giusto-giusto dovevo venire a giocare alla guerra?
Altro che gioco! Una trappola fatta per non uscirne più vivi. Cose spaventose, cara madre, ancora più brutte della fame. Vi ho invocata tante volte e forse l’avete sentito, non è vero? Si penso proprio che mi avete protetto voi. Grazie grazie grazie.
I miei compagni camirati cadevano comu li piri nni lu misi d’agustu ed io con loro da un momento all’altro ma voi mi avete ammuttato, sono caduto e la granata mi ha preso di striscio. Pensate se mi avesse preso in pieno.
E così sono rimasto in un immenso cimitero grande quanto na diecina di sarmi: tutti murti!
Ci sono rimasto due giorni e due notti, coperto dai cadaveri dei miei compagni che tutto il tempo mi hanno guardato e avevano gli occhi fissi su una cosa che anch’io vedevo e avevo addosso.
Mi hanno guardato così per due giornate e due nottate e mi hanno pure detto: << Calò, tu ce la puoi fare, fallo per tutti noi.>>
Alla fine dell’ultima nottata, ho sentito un gallo cantare in mezzu a tutta dda campagna di murti. Sembrava u addu niuru di lu zù Vilasi, u stessu cantu bellu.
Sono uscito dalla mia tana come un scravagghiu sutta na scarpa e ncapu la sabbia.
Ho salutato il mio braccio morto ed è il pegno che ho lasciato. E così una parte di me è lì che è rimasta con tutti loro, per sempre.
Carissima madre, sono vivo e se abbiamo sopravvissuto alla guerra sopravvivere alla fame sarà un gioco.

vostro figlio Calogero Di Natale

Cara Signora, io sono Sorella Caterina, sono una crocerossina ma tutti pensano che sia una suora, va bene lo stesso. Vostro figlio sta bene e tutto passerà, io lo aiuterò fino allo sbarco, poi andrà a Palermo, lo porteranno allo Spasimo o all’Ospedale Civico, comunque avrete sue notizie.
Calogero è forte e ce la farà ed anche voi ce la farete. Dobbiamo sopravvivere a questa catastrofe perché adesso, noi tutti, abbiamo un compito da svolgere: costruire tanti ponti verso un’umanità nuova.
Sorella Caterina

Sorella Caterina pensava che dovessi firmare con una croce, non immaginava che la mia firma almeno la so mettere, anche se con la sinistra.
Come li ha sgranati quegli occhi belli grandi e neri.
Eh sì, la guerra me ne ha insegnate di cose. Solo che non l’ho chiesto io di impararle.
Ecco, ho sentito il rumore, siamo in Sicilia!
Menumale ca c’è stu pezzu di mari ca mi fa stari luntanu. D’ora in avanti per me al di là del mare ci sarà solo un braccio lasciato. E basta.

III

Luglio 1983
TRENO 911 ESPRESSO CATANIA-FIRENZE

Ecco fra un po’ l’isola sarà alle mie spalle e così tutto il resto. Il personale ha detto che al massimo alle 11 saremo a Villa.
Voglio salire sul ponte e guardare un amore che si allontana; vado a sedermi al bar a prendermi un cappuccino e magari scrivo quattro righe al mio “carciofo”.

Carciofo mio, scusami per la carta ma non mi è rimasto nulla, questi tovaglioli me li hanno offerti i camerieri del traghetto, devi accontentarti. Spero che riuscirai a leggere lo stesso.
Carciofo, tutto riccioluto e spinoso, quanto mi manchi.
Ti confesso che quando mi hai appioppato il nome di Coccomella traducendo il suo significato dal siciliano (il frutto del kaki!) ci sono rimasta un po’ così a vedermi fragile e succulenta (succulenta però non mi dispiaceva). Ma quando hai precisato che “l’accezione del termine è da intendere come fior di loto” sono andata in giuggiole.
Ti sembro un piccinino bischera, vero?
Credimi, mi sento profondamente angosciata di lasciare così di fretta la tua terra, te e tutti i compagni. Così di fretta è successo tutto.
Che nottata, che paura, che bastardi!
Il potere non si smentisce mai, ma che bisogno c’era di caricare? In fondo cosa stavamo facendo? danze circolari di dissenso, in fondo cos’erano?
Quando tu mi hai detto che fra un poco ci sarebbe stata una carica, ti confesso, che lì per lì, non ci ho creduto. Ho guardato per un po’ gli sbirri nella loro tenuta antisommossa e vedevo i loro volti: ho visto dei ragazzi sorridenti addirittura. E poi è successo il finimondo. Sento ancora l’odore acre dei lacrimogeni, le urla, le manganellate ai fianchi, i calci; sembravano automi guidati da una rabbia cieca e nello stesso tempo lucida. Lo facevano per professione, direi con professionalità. Ci sono sequenze che non dimenticherò mai: una fra tutte, il compagno di Napoli in carrozzella sbattuto a terra e massacrato. Erano in tre ad accanirsi su di lui.
Sento ancora la tua mano che mi afferra e mi trascina correndo fuori dal campo di battaglia, in mezzo alla campagna comisana.
E poi rivedo il resto della notte, a contarci e scoprirci sani e salvi, a leccarci le ferite.
Quella notte calda, afosa, dopo la battaglia lontano dalla base, nel nostro campo, la villa comunale.
I timori e le paure ancora mi risuonano: all’alba fanno la retata e ci attaccano tutti.
Intanto abbiamo passato la notte, e la lampo del tuo sacco a pelo si è rotta, menomale che c’era il mio! A proposito era davvero rotta? No, perché se non è stata una scusa, quella notte, ad un certo punto sarei venuta io a scardinartela.
Così almeno l’insurrenzione l’hanno fatta i nostri sensi, contro la paura e la repressione.
Vorrei dirti tanto su quel tanto che ci siamo detti ma i tovagliolini sono finiti e poi i miei sentimenti sono troppo contrastanti per ora, come lo sono l’amore e la guerra, la base missilistica amerikana e il nostro accampamento nella villa.
Ti stringo forte con Amore e Anarchia
Coccomella tua

P.S.
Quel tuo invito per Novembre a raccogliere le olive da te, è ancora valido?
Ma tu intanto non potresti salire a Firenze qualche giorno?
Suvvia costruiamoci un ponte sulle distanze che ci separono!

IV
GENNAIO 2005
TRAGHETTO SCILLA e CARIDDI

Ai miei picciotti ho detto che la cosa migliore per passare lo stretto era mischiarmi con la gente che normale va e viene dalla Sicilia. Una pirsuna anziana pensionata ed ammalata che va al nord per curarsi – con la mutua, s’intende! – e ci va coi suoi due figlioli, due belli picciotti struiti ma, mischini disoccupati come tanti puttroppo in Sicilia.
Chi mali c’è.
Sono uno come tanti che prende il treno e col traghetto poi passa. Che vuol dire è pericoloso? E allora è meglio con la macchina, che ci può essere un posto di blocco?
No, no. Ho detto mi nni futtu, tantu è la nostra Maria, la madre di Gesù Cristo che mi protegge, e prego che lo faccia ancora per me e tutte le famiglie.
La verità è un’altra senza nicchi e nnacchi : si ci fossi il ponte niente pericolo si correrebbe perché con l’auto e le altre di scorta, quattro, cinque, tutte armate, pronte, si passerebbe e basta, come migliaia di altre macchine, come essere in autostrada s’intende.
E così sarà. Così nostro Signore Gesù Cristo vuole.
Basta cu stu minchia di traettu. I Siciliani non ne possono più!
E tutti gli altri personi, tereschi miricani, calabrisi, tutto il mondo che vuole bene alla Sicilia non-ne-può-più!
E poi ve lo immaginate tutto il mondo che passa da noi, dai nostri luoghi meravigliosi, dai nostri villaggi turistici, casinò, ma senza casino, s’intende.
Passano da noi e ci lasciano qualche cosa magari, che poi sarebbe un contributo per la simpatia di noi siciliani. Ecchémminchia!
Poi arrivano gli oppositori del ponte, sti fanghi di mbientalisti, sti cumunisti senza cristianità, e chi fanu? Cercanu di sconsare le carte e di rumpiri i cabbasisi. Ma non vedete che siete soli e pochi e poi cuntati ancora meno di lu due di coppe quannu a briscola è a bastone?
Ma poi non lo capiscono che questo è un travagghiu veramente pulito. Non si è sempre detto che la mafia non si mostra, sta nel buio, vuole l’isolamento della Sicilia tiritippi e tiritappi?
Ma allora in questo caso il ponte ci toglie dall’isolamento, dal buio. Giustu? Giustu. E perciò la mafia che c’entra? Non dite che c’entra la mafia, perché sarebbe una vera bugiarderia.
È una cosa pulita invece, ca tutto il mondo ci dice di fare. Allora tutto il mondo è mafioso?
Che belle parole che mi vengono, però. Che poi sono solo pensieri giusti ca mi detta la mano divina. Bella a verità.
Ma ogni tanto mi viene voglia anche di dirle con la conversazione certe cose, con persone estranee come si fa quando si viaggia. L’umanità stessa fa così.
E allora dicimmula tutta: è umanità questa che un povero uomo onorato e devoto debba passare le pene dell’inferno nascondendosi come fosse un lebbroso o un fango qualsiasi? E a questa età poi. Io sono mutu come una pietra ma ogni tanto mi mittissi a chiacchiariari cumu un tratturi .
Ho pensato che devo scrivere un pizzino ai picciotti, subbitu.

Il signore vi benedica e la Madonna sua madre ci aiutino sempre in tutti i momenti belli e brutti.
Questo è un momento bello e benedetto da tutti i santi. Io, il vostro servitore, va a curarsi e dovete essere contenti e avere fede. Ci sono stati tempi peggiori ed ora per fortuna – alla faccia di ddi curnuti e sbirri – possiamo dire, ringraziando Dio, che le cose vanno meglio.
I travagghi stanu ncuminciannu e dobbiamo essere capaci di essere valenti ed umili di fronte a nostro Signore Gesù Cristo che ci vuole bene e che ci manda sulla Terra gli angeli del cielo, che poi sarebbero tutti nostri amici, e così ci guarda e ci protegge dall’alto, sempre.
Dobbiamo, per questo, essere sempre attenti ma muti-muti senza fare scrusciu; i ferri non servono per ora.
E perciò mi raccomando a tutti i picciotti, non fate colpi di testa, non avvampate comu fa lu focu di ristuccia.
Dovete essere buoni, dobbiamo farlo vedere che siamo buoni come siamo.
I cantieri si stanno aprendo e finalmente questo benedetto ponte lo faremo, pulito pulito.
Non siate angustiati per me, vi benedico tutti.
lo zio Bino

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