I giudizi di Monckey

di Giovanni Nurcato

La XIV edizione del premio Racconti di Primavera si è conclusa con la vittoria del racconto I Giudizi di Monkey, di Giovanni Nurcato. Come già l’anno scorso, rendiamo disponibile on line il racconto vincitore, sperando piaccia anche ai lettori in rete.
Ass. Cult. Direttamente, Turi.

– Marmo… per quale ragione, secondo te, fanno le panchine di marmo Monkey? Le infiggono così fortemente in terra col calcestruzzo che neanche dieci uomini, ma che dico dieci, venti, trenta uomini possono spostarle. Perché le fanno così secondo te?
– Non lo so e non mi interessa Al, e non capisco come cazzo questo sia un problema per te. Panchine… Questo qui mi farà diventar matto come lui.
Monkey era fuori di sé.
– Te la dico io qual è la ragione Monkey. Il motivo è lo stesso per cui, oltre alle targhe, montano alle automobili, così come alle porte delle case e a tutto il resto, anche le serrature, ecco perché. C’è gente di merda in giro, te lo dico io. C’è bisogno di proteggersi. Sarebbero sufficienti panchette leggere e, perché no, anche divani, belli, imbottiti e invece? Monumenti di pietra o di ferraccio pesante con le radici nell’asfalto, come gli alberi. Guarda quella per esempio…
Monkey, seccato, guardava da tutt’altra parte.
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Antonio Casano giocava in avanti

di Mauro Mirci

Antonio Casano giocava in avanti. “Dove giochi,” gli chiedevamo tutti. E lui: “In avanti.” Era quindi un attaccante, e di quelli rifiniti. Almeno così sosteneva lui, e siccome noialtri di calcio capivamo niente – questo era il suo credo – inutile metterci a contraddirlo, non c’era dialogo. Capitava spesso: finta, slalom e girata in rete. Palla nel sette, o sotto la traversa, portiere ramminchionito. Non ce n’era per nessuno.
Più spesso non capitava, ma l’intenzione era sempre quella.
Coi terzini – quando giocavo assieme ad Antonio c’erano ancora i terzini – erano sempre questioni. Una volta ne rincorse uno torno torno il campo, perché gli aveva toccato una caviglia a cui teneva molto visto che se l’era slogata ai tempi dell’asilo.
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In Bretagna

di Angelo Maddalena

Ricevo questo brano del diario di viaggio di Angelo Maddalena e volentieri diffondo. La seconda parte è in siciliano abbastanza stretto, ma nessuna paura: c’è la traduzione. (ma.mi.)
Dici: come stai? Niente, ci ho una sensazione tipo che potrei essere a Parigi a casa di una bella togolese, e invece sono a Pirijac, che pare simile alla parola pirita, pero’ é in Bretagna, ci sono le maree – ora non si vedono che é estate – i topi grossi come i cani lungo la strada provinciale prima di arrivare a Pirijac – ma no ora, d’inverno, quando ci sono le maree -; dicevi in Bretagna, e dove? A casa di un bretone omosessuale che ti ha detto che tu non puoi non andare in Bretagna, che devi conoscere Erik Marchand che sta facendo un progetto di croiser les musiques de la Bretagna e des pays du mediterranee…

E tu ti sei fatto intortare? Dici…: si (con la i un po’ e alla siciliana). E cumu minchia ti sei persuaso dio bammineddru? Non lo so manco io caro mio, lo sai quando ci hai quelle sensazioni di essere dove non devi essere e addirittura sai che c’è un posto dove dovevi essere e non ci sei, tipo la casa della togolese a Parigi? Cioé, lei ti aveva detto che una casa de la resistance sempre te la trovava, dato che tu le avevi detto che stavi andando alla casa de la resistance a Bure, che ci sarebbe stato un festival contro una discarica di scorie radioattive… Ma a te cu minchia ti ci porta, che ti eri sparato quinnici jorna di marcia su Roma a partiri di venaus e ti nnaviatu arricugliutu ccu na carusa terruncella e du cugliuna tanti…
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Il gigante

di Cinzia Pierangelini

– Vatti a coricare un poco, ci sto io qua. – Non ti scanti?
– No, di che?
– Va bene, solo un pochino… mi appoggio dieci minuti in salotto, ma se ti spaventi chiamami subito. Non dovrei allontanarmi, lo so… ma tutta la confusione di oggi e … mi scoppia la testa.
– Ti dissi che non mi scantu di Salvuccio… – mormorò Emma.
– Salvuccio…- sussurrò di nuovo quando sua sorella, accostata la porta, la lasciò finalmente sola con lui, nella penombra della camera da letto. Lo guardò…
Ricordava ancora l’impressione che aveva avuto vedendolo per la prima volta: – Matri… e questo ‘Salvuccio’ si chiama? – aveva esclamato, facendo ridere tutti. L’ampia porta dell’ingresso nobile, spalancata in attesa dell’ospite, era occupata da una specie di titano che, in controluce, pareva una montagna. Era l’uomo più grande che Emma avesse mai visto e lei era quasi una bambina ed estremamente gracile per di più.
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Un viaggio in Sicilia

di Giorgio Morale

Dormito otto ore di fila. Paolo si sveglia con la gola secca: muto, sporco, catarroso. I suoi compagni di scompartimento dormono, muti anche loro.
Paolo quasi rimpiange quei treni degli emigranti dove si mescolavano risa e pianti, odori di cacio e di sudore, la radio ad alto volume e le spiegazioni a non finire, le cortesie e i litigi, i canti e il vino, che gli scossoni facevano schizzare sui vestiti.
Paolo ricorda: un’estate, un viaggio sempre guardando dal finestrino, il vento in faccia, l’aria tutta gelsomini, la luna che seguiva il treno. Lui parlava coi suoi amici e i ferrovieri parlavano con tutti.
Tra Roma e Napoli c’è un lungo tratto senza fermate. Il procedere del treno si fa regolare, come la sistole e la diastole; il movimento regola le funzioni corporee e i pensieri; il rumore pervade corpo e mente, fino a che è il suono a portare e non la forza della motrice: puro suono, puro movimento, che lievita e conduce e anestetizza.
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Succedanei

di Luca Ricci – Mauro Mirci

Qualche tempo fa la Biblioteca Astense bandì un concorso denominato Sedani, progetto ideato e curato da Alice Avallone. I partecipanti avrebbero dovuto completare, con testi di mille battute, gli incipit proposti da una ventina di scrittori, tra i quali Alessandro Bergonzoni, Matteo B. Bianchi, Nicola Lagioia, Margherita Oggero, Giulio Mozzi, giusto per citare i più famosi.
Il raccontino che segue ha partecipato a quel concorso ed è stato selezionato per far parte, con altri, di un audiolibro in formato mp3 destinato a “lettori” non vedenti.
L’incipit è di Luca Ricci. (ma.mi.)

All’ultima cena aziendale per la chiusura del bilancio, conobbi una donna veramente antipatica. Non la smetteva di chiacchierare, esigendo tutta l’attenzione per sé. Era magra e nervosa, con dei grandi anelli da zingara o da chiromante alle dita.
“L’amore è il gioco della Storia in scatola”, disse.
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Ninu ‘u barrista

di Antonio Musotto

Nino abbassa la saracinesca del bar. Il rumore ormai lo conosce a memoria, si abbassa, mette i lucchetti e gira la chiave nella serratura. E’ l’una di notte, come fa da vent’anni Nino ‘u barrista piglia la strada e se ne va a casa, la sveglia è già messa alle sei.

Alle nove apro l’ambulatorio, già alcuni anziani sono appoggiati al muro, un nano che ride dai manifesti strappati promette ancora più soldi per tutti, loro stanno con i libretti e le ricette da ricopiare in mano, chiacchierano tra loro ma appena mi vedono “sarbascenza dutturi!” poi si mettono seri e zitti, ansiosi di occupare le sedie della sala d’attesa.
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Le strade perdute

di Mimmo Marchetta

Tuttora quella strada – la vecchia e angusta 115 – continuo a percorrerla, specie d’estate, sia per evitare il traffico convulso dello scorrimento veloce, ma soprattutto per un motivo sentimentale. La vecchia statale 115 che scende da Ribera verso il Magazzolo e il Platani e da lì, un tempo, costeggiata da maestosi e robusti pioppi, ora ridotti a pochi ruderi, mostrava, prima di giungere a Montallegro, sul lato sinistro un paesaggio singolare, costellato di collinette cretose e increspate come da rughe sulla pelle di un elefante. Questo fu lo scenario consueto e familiare che si offriva a me che da ragazzino feci spesso quella strada che ora costituisce una di quelle strade secondarie e quasi in disuso che mi viene di chiamare le strade della nostalgia. Per quella strada mi portavano spesso con il loro “camioncino” due fratelli che avevano una piccola industria per la lavorazione del pesce in scatola a Siculiana Marina. In qualche altra occasione prendevo anche il trenino, quello a vapore, tutto ferro e lamiera, sedili di legno duro, ancora senza un’ombra di plastica.
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Biagio Salmeri. Testi scelti

Ricevo da Biagio Salmeri e volentieri pubblico. ma.mi.

Biagio Salmeri, medico psichiatra, vive a Catania.
Per la poesia, ha pubblicato: “E passano nebbiosi i bastimenti”, Premio Montale Inedito, in “7 Poeti del Premio Montale” (Scheiwiller, 1998); “La via umida” (Il Girasole, 1999, prefazione di Silvano Nigro), Premio Dario Bellezza Opera Prima; “Voci di sola andata” (Lietocollelibri, 2002, prefazione di Marco Guzzi); “L’esatta cubatura del vuoto” (Manni, 2002, prefazione di Elio Pecora); “La pace e il dissenso” (Passigli , 2007, prefazione di Maurizio Cucchi).
Suoi componimenti sono stati pubblicati su svariate antologie e riviste letterarie.

Da “La pace e il dissenso”, Passigli 2007, prefazione di Maurizio Cucchi.

***
Di ombra in ombra, dunque, si fa notte,
felpati i corridoi dirigono verso le camere da letto,
dove distesi stanno i corpi, nelle plastiche pose del sonno,
o senza posa si rimodellano come tizzoni in attesa di spegnersi, ci sono
resti di mela sul tavolo in cucina dall’odore acre
di acetone, e sconfinano dalle fessure
piccoli esseri repellenti,

gli amanti, intrecciati come rovi e come il mare cadenzati,
vorrebbero intorno a sé un’unica, lunghissima notte polare,
agli inquieti le lenzuola sembrano tele di ragno,
mentre cercano fra i denti con la lingua i fastidiosi residui del giorno,
ogni notte l’uomo pare afferrare di sé qualcosa, come,
nel suo stesso nero in fuga, la parvenza di una seppia.

***

Anche a tornare indietro, al letto dove si è nati, al punto esatto dell’attecchimento dentro la madre, persino alla larvata idea di procrearci, scendendo pure alle radici dell’albero dei nostri avi, fino alla nuda terra,
anche a prenderne una manciata da analizzare, sapendo tutto su carbonio e azoto,
l’origine è altrove, irrazionale e oscura come la fine,
con cui si ricongiunge su una ruota di eventi,
così prevedibili da aver bisogno di spingersi oltre,
ai raggi, al mozzo, all’asse, e quindi al carro, al conducente, al carico che porta e dove, al mulo che tutto traina, sordo alla fatica, alla lunga strada che resta da percorrere,
la cui storia è solo all’inizio,
e tu già dormi,
figlio.

***

Cumuli di cose ordinate,
libri su libri, frutti nelle ceste, pile di bicchieri, piatti, lenzuola,
rotoli di carta,
i trenta piani di un grattacielo, con tutta la mobilia e l’umanità che vi abita,
l’orbita precisa dei corpi celesti, i defunti incolonnati nelle pareti dei cimiteri,
il nesso logico delle parole,
senza tutto questo,
dinanzi a scarpe e calze spaiate, all’anarchia degli asteroidi e dei tumori, alle onde anomale e ai pensieri originali, al mutamento costante di batteri e virus,
dinanzi all’infrangersi dei termometri e al mercurio libero,
ai fumi dell’alcool, alle aritmie del cuore, alle passioni senza freni,
si invocherebbero, a furor di popolo, più controllori, vigili e tiranni,
affinché, fra previsioni del tempo, lettura della mano ed esperti di borsa, non sia del tutto casuale, ma congruo e conseguente,
l’evento in sé caotico
della propria morte.

***

Prima che sia tardi.
Prima che il dolore si incarni. E al posto della vita progredisca una malattia. E il marcio degli alberi, cadendo, macchi in permanenza il pavimento di cotto. E il vento, spostando le tegole, faccia penetrare l’umido in casa.
Prima che il declino sia reso evidente dai vetri rotti, dalle crepe sui muri, dalla vecchia mobilia coperta di lenzuola.
Prima della porta sbattutaci in faccia, con spregio, dalla solitudine. Prima dei figli che scrivono lettere una volta all’anno, dai due capi del mondo.
Cogliendo il momento in cui gli altri dicono: – Perché sta male se ha tutto? – E gli uccelli resistono indomiti nel gelo del cuore.
Quando la voce, pure impedita, chiama e c’è ancora tempo per seguirla. Prima del silenzio.
Prima del crollo.

***

L’andamento regolare dei figli a scuola,
la solvenza puntuale del mutuo e delle bollette,
la progressione lenta e prevedibile del logorio biologico,
un responso seguito dal silenzio,

da pensieri che, prima di smarrirsi,
sono la folla di un cinema durante un sisma,
o il salvate le nostre anime
prima le donne e i bambini,
di una nave che affonda,

mentre si inghiottono pietre di saliva,
come cadono i pezzi del soffitto o le scialuppe in mare,
fino alla pace grave che regna infine fra le macerie e i relitti,
in una visione lucida del proprio essere, pari al collaudo di un edificio,
col progetto dinanzi, e lo schema degli impianti,
la conoscenza esatta, dentro i muri, del tragitto dei tubi,
e, sotto le piastrelle, delle fondamenta,
come del carico sorretto dalle travi,

per quello che serve, in fin dei conti, sapere
che l’ultimo pilastro a reggere al collasso
è solo un muscolo involontario,

come nell’uomo il cuore.

Controvetro

di Sandro Spallino

Ricevo via sms una poesia di Sandro Spallino, poeta riberese.
Non ne conosco il titolo, ma facciamo che sia “Controvetro”. Leggendola non ci ho capito granché ma, chi mi conosce lo sa, non capisco nulla di poesia. Anzi, alcuni che affermano di capire molto (del mondo e, per proprietà transitiva, anche di me che sto nel mondo) giurerebbero che non capisco nulla di molte altre cose. Tant’è.
Comunque, questa poesia mi ha lasciato dentro una sensazione strana, odori di storie inconcluse, ricordi di dialoghi desiderati ma mai realizzatisi. Poi, siccome posseggo anch’io una “Valigia d’amore e d’ozio”, la pubblico qui.
Anzi, direi che la pubblico proprio per quella valigia. ma.mi.
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