Il gigante

di Cinzia Pierangelini

– Vatti a coricare un poco, ci sto io qua. – Non ti scanti?
– No, di che?
– Va bene, solo un pochino… mi appoggio dieci minuti in salotto, ma se ti spaventi chiamami subito. Non dovrei allontanarmi, lo so… ma tutta la confusione di oggi e … mi scoppia la testa.
– Ti dissi che non mi scantu di Salvuccio… – mormorò Emma.
– Salvuccio…- sussurrò di nuovo quando sua sorella, accostata la porta, la lasciò finalmente sola con lui, nella penombra della camera da letto. Lo guardò…
Ricordava ancora l’impressione che aveva avuto vedendolo per la prima volta: – Matri… e questo ‘Salvuccio’ si chiama? – aveva esclamato, facendo ridere tutti. L’ampia porta dell’ingresso nobile, spalancata in attesa dell’ospite, era occupata da una specie di titano che, in controluce, pareva una montagna. Era l’uomo più grande che Emma avesse mai visto e lei era quasi una bambina ed estremamente gracile per di più.

Don Pippo, suo padre, aveva annunciato l’arrivo di Salvuccio una domenica che c’erano dolci e vin santo a tavola e che sua madre pareva assente, inspiegabilmente triste, fuori posto in quell’atmosfera festosa.
– La prossima settimana viene un mio lontano nipote, ragazze – aveva esordito rivolgendosi a Emma e sua sorella. – Viene in visita… forse una lunga visita – aveva aggiunto compiaciuto, con un’occhiata ghiotta e allusiva verso la moglie. L’occhiata però era rimbalzata sul tuppo di trecce grigie, annodate strette sul capo della signora Maria, tornando indietro, come un boomerang, a colpirlo nell’orgoglio. – E quando parlo voglio essere guardato in faccia – aveva urlato, allora, sbattendo sul tavolo un pugno tale da far saltare piatti e bicchieri oltre alle figlie; ma neanche davanti a quell’insolito scoppio d’ira Maria si era degnata di alzare la testa che teneva china, dall’inizio del pranzo, con gli occhi fissi alla tovaglia candida, quasi che nell’ordito di cotone si fosse persa senza ritorno. Don Pippo allora se n’era uscito a cavallo tutto il pomeriggio ed era tornato a sera fatta, sempre nero come un temporale.
Una settimana di sfoggi di conti e cambiali, però, doveva essergli bastata per convincere la moglie ad accettare Salvuccio, ché quello veniva per sposare Mimma, la primogenita, e riassestare così il patrimonio di famiglia, seriamente compromesso da un paio di raccolti fiacchi, olio rancido e vino acetoso.
– Tu la devi capire, Maria: babbo o non babbo quello un sacco di soldi ha e a noi ci servono per l’azienda e pure per Emma… e poi Mimmuzza niente ha detto… -.
– Figghitta e che deve dire? Lei buona è… se ci piangi che serve per salvare la terra e so soru… che vuoi che ti dica, poverina?! Non le bastava già una sorella poliomelitica? Che vita gli stai combinando? Due pesi sulle spalle…-.- Vedrai che poi si aggiusta tutto: Salvuccio è un ragazzo semplice certo… però bravo, lavoratore, e c’è la parentela: ci scambiamo un favore con loro… che lo sistemano; e poi almeno è bello… un gran bel ragazzo -.
– Grande sì… dicisti bonu, povera figghia mia… – aveva aggiunto la signora Maria, alzando gli occhi al cielo come immaginasse già un qualche vergognoso sacrificio.

Salvuccio, in beffa al suo nome, era grande davvero: alto come un gigante, collo taurino, mani a pala, spalle che bisognava tagliare i vestiti su misura, un’apertura toracica che pareva un materasso in gommapiuma. L’unica cosa piccola che aveva era il cervello, o almeno così se lo immaginava la signora Maria quando squadrava quel genero sempre allegro, sorridente e ingenuo come un bambino.
– Mimma, non ci fare picciriddi… senti a me, ché non lo sai se ti escono scimuniti. Giura, a’mamma, che ci stai attenta… – si andava raccomandando alla figlia, tenendo il conto del suo ciclo su un quadernetto nero chiuso nel comò.
Mimma però, al contrario di ogni aspettativa, non pareva affatto infelice, anzi. Gli sposini avevano occupato un’ala della casa colonica, ristrutturata da don Pippo con ogni comodità, e pareva che, come due piccioncini tubanti, non fossero mai stanchi di starsene in quel nido, pure in pieno giorno. Salvuccio, d’altronde, compensava il piccolo intelletto con altre grandezze e proporzionali prestazioni e con un’altruistica, rara gentilezza nei confronti della moglie. Dal canto suo Mimma, che non si sarebbe mai aspettata tanta felicità dal matrimonio, si era scoperta propensa a indugiare volentieri in fantasie e capricci sempre nuovi che lo sposo prontamente soddisfaceva. La semplicità di Salvuccio la dispensava inoltre da un giudizio di tipo morale, aprendole un campo sconfinato di licenziosità a cui abbandonarsi in un puro, animalesco gioco.
Emma, nostalgica del tempo che passava con sua sorella prima che si maritasse, all’inizio del matrimonio la andava a cercare, ma le risate, gli urletti e le gran porcherie che sentiva pronunciare a Mimma, quando era chiusa là con suo marito, le avevano fatto passare presto la voglia. Dopo aver sbirciato attraverso la serratura, se ne scappava, con gli occhi pieni di seni, culi e gambe per aria, veloce quanto quella gambetta magra e corta le permetteva, facendosi il segno della croce, confusa.
In compenso, però, quell’enorme cognato la adorava e, quando non lavorava o non se ne stava chiuso con sua sorella nella camera da letto, la prendeva in braccio come fosse una bambina piccola e la faceva volteggiare nell’aria che neanche alle giostre si divertiva così. Se la caricava sulle spalle correndo per la campagna e, per un po’, Emma poteva dimenticare le sue gambe inutili. Si guardavano, poi, ridendo senza motivo, mentre Mimma batteva le mani, felice, e pure alla signora Maria scappava un mezzo sorriso stitico.

Con i soldi di Salvuccio, le cose si riassestarono velocemente e per festeggiare don Pippo gli regalò un cavallo. – Così ce ne andiamo assieme a caccia – gli disse, mentre apriva la stalla e tirava fuori quell’inaspettata sorpresa.
Don Pippo amava le cavalle in verità, era convinto che fossero meno sicure dei maschi ma non stupide, come quelli, a loro modo. La sua cavalla era un bellissimo animale, aggraziata, non eccessivamente alta, di un marrone mieloso come una castagna matura; aveva lo sguardo vivace e spiritato, intelligente e, a completamento del suo valore, era mansueta come un cagnolino. Emma osservava le uscite del padre, invidiosa di quella libertà che le era negata. Solo a lei, tra le femmine di casa, sarebbe piaciuto cavalcare ma, ovviamente, le era proibito, per sicurezza. Suo padre, però, accondiscendendo a malincuore, l’aveva fatta montare un paio di volte a passo d’uomo, nel recinto e tenendo la briglia. Per lei era stato come un viaggio in paradiso, sentiva la potenza dell’animale tra le gambe e il fremito lungo che, come una carezza, percorreva il manto facendola quasi scivolare; accarezzava il pelo ispido e caldo aggrappandosi al pomello della sella, impaurita ed eccitata da quella vita diversa che si sottometteva con paziente umiltà.
Il cavallo che don Pippo tirò fuori dalla stalla, invece, era una bestia immensa, sembrava un cavallo da tiro, nero e lucido, con gli occhi buoni dei bovini; ed era maschio.
– Ecco un cavallo grande per un uomo grande!- rise don Pippo, davanti alle facce sbigottite dei familiari.
– Ma è un gigante! Lo voglio montare! – gridò Emma.
– Non ci pensare neanche! È troppo alto, se cadi da lassù ti rompi la schiena!- le ruggì il padre. – Però lo puoi accarezzare: è tanto grande quanto stupido…- aggiunse, poi, passandole una mano sulla testa a consolarla.
Fu così che suocero e genero presero l’abitudine di montare insieme ogni domenica. A vederli da lontano sembravano don Chisciotte e Sancho Pansa: uno alto e innocentemente fiero e quell’altro piccoletto e rassegnato a lato. Uscivano di mattina presto e tornavano per il pranzo, con i fucili in spalla e un paio di cani appresso. Don Pippo, non ostante l’evidente semplicità del genero, pareva ritemprato da quelle lunghe passeggiate insieme; e pure Maria si rasserenava, covando la segreta speranza che il gigante si stancasse un po’ e desse respiro per qualche ora a Mimmuzza che, infatti, ne approfittava per fare lunghe, rigeneranti dormite. Solo Emma non si sentiva contenta.
All’inizio pensava fosse per i cavalli…

Chè quei due cavalli, così diversi e bellissimi, la attraevano allo spasimo, sebbene le ricordassero, quand’anche fosse riuscita a dimenticarlo per un solo giorno, la sua menomazione; o forse proprio perché di quella erano l’antitesi, e nella sua testa innocente rappresentavano la libertà a cui pareva non aver diritto.
Nelle lunghe ore estive, quando la casa si addormentava spossata dal caldo, lei andava al recinto e, stesa sotto un albero, osservava le due bestie felici di trottare e giocare, intente in quella vita ignota che pareva a un passo dalla comprensione e poi, invece, sfuggiva lieve nel battito attutito degli zoccoli sull’erba. Emma si toglieva le scarpe e camminava anche lei sul terreno morbido, avvicinandosi coraggiosa. Gli portava carote e zollette di zucchero, gli sussurrava complimenti e pian piano i due animali finirono per prendere confidenza, lasciandosi accarezzare.
Fu partecipando alla loro quotidianità che notò i cambiamenti. Il grosso cavallo, che Salvuccio con poca fantasia aveva chiamato Nero, cominciò a sembrare irrequieto: infastidiva la cavallina con musate e spinte laterali, tentava di salirle addosso da dietro, nitrendo impermalito quando quella, scantonando, mordeva e scrollava il capo, disturbata dalla sua enorme mole. Nero, poi, aveva spesso quell’escrescenza enorme che Emma, all’inizio, aveva scambiato per una quinta zampa più corta, un po’ come la sua gamba maledetta. Quando, tutta eccitata, aveva raccontato della scoperta a Mimmuzza, sua sorella si era rotolata sul letto, ridendo come una pazza e l’aveva presa in giro davanti a Salvuccio: – Babba – le aveva detto, – quella è la minchia! -.
La ragazzina si era vergognata della propria ingenuità e non era scoppiata a piangere solo perché Salvuccio le aveva sorriso con dolcezza, con quel suo sguardo pulito e buono che sembrava purgare il mondo dai cattivi pensieri, facendole venire voglia di salirgli sulle spalle, per correre veloce nei campi, di nuovo libera.

Aveva pensato fosse per i cavalli e invece era per Salvuccio, era per lui che si sentiva scontenta. Quelle lunghe passeggiate a cavallo che faceva la domenica, l’unico giorno in cui era libero dal lavoro, lo tenevano lontano da lei. E poi il tempo passava veloce ed Emma diventava quasi una signorina, ormai.
– Non è il caso che te la prendi sulle spalle, Salvuccio – l’aveva rimproverato la madre l’ultima volta, – non è cchiù picciridda, poi che dice la gente? -.
– Ma io ce la faccio, non è pesante… – aveva ribadito il gigante, candidamente.
– Oddio…Non è questo il problema… non lo fare più e basta! – .
All’età in cui le ragazze si sposano, Emma aiutava il padre a tirare avanti l’azienda familiare e la madre a gestire la casa. Nessuno si presentò alla porta per lei e la giovinezza svanì come una bolla di sapone, lasciando il posto a una malinconia severa che solo il sorriso immutato di Salvuccio riusciva a lenire. Alla morte dei genitori li sostituì in tutti i ruoli e finalmente ebbe l’occasione di provare la sua maternità adottando sorella e genero. Lo fece per Salvuccio, soprattutto, per averlo accanto in qualche modo. Adesso ci passava le ore con lui, aiutandolo a fare conti e prendere decisioni, consolandolo quando quello pareva sperdersi di fronte alla propria idiozia, cucinando la selvaggina che cacciava, lustrando le sue scarpe e ascoltandolo cianciare e ridere come la migliore delle mogli; mentre Mimmuzza se ne stava sempre in camera a farsi bella, aspettando che il marito tornasse a darle l’unica soddisfazione di cui era capace, l’unico legame che li unisse, in qualche maniera, ma saldamente e per l’eternità.
Il tempo scorreva eppure, nascosta dietro la porta della camera da letto degli sposi, Emma continuava a sentire gli stessi mugolii dei primi mesi del loro matrimonio. L’unica differenza era che, adesso, lei non scappava più, non si faceva il segno della croce e non avrebbe mai scambiato una minchia per una zampa.
A volte si chiudeva nella sua stanza, con le orecchie piene dei sospiri d’amore rubati alla coppia ignara, e si sdraiava sul letto pensando a lui, al suo odore, alle rughe che gli erano comparse intorno agli occhi e che gli addolcivano maggiormente lo sguardo, a quelle mani enormi entro cui si sarebbe rotolata con gioia, a quel petto muscoloso e vasto che avrebbe percorso con la lingua centimetro per centimetro, in adorazione. Fantasticava di salirgli sulle spalle come faceva da bambina e che lui si trasformasse in Nero: un cavallo lanciato verso la libertà, il manto fremente contro la sua pelle nuda, avanti e indietro, a lungo, con lentezza. La potenza di un sogno tra le cosce.
Sognava…e mentre sognava e lavorava, la vita sfuggiva di mano a ognuno di loro, spandendosi come ghiaia su un viale infinito. Arrivò il momento di chiudere, vendere l’azienda e ritirarsi in città. Andarono a vivere insieme in un appartamento spazioso; sulla credenza, in sala da pranzo, Emma sistemò la foto di Nero. Continuò a occuparsi di loro, attenta a ogni desiderio e necessità.
Sua sorella era maturata con garbo; era una bella signora e ancora si preoccupava, per ore, ogni giorno, di rendersi desiderabile per quell’uomo che il tempo aveva deciso di risparmiare, trascinandoselo dietro sempre bambino, sorridente, ingenuo. Dalla stanza da letto, in cui ancora i due passavano interi pomeriggi, non provenivano più urletti e sospiri ma un silenzio frusciante, gentile, da cui Mimma riemergeva rosata e serena, sempre appagata.
In quel silenzio Emma sarebbe voluta sprofondare, a occhi chiusi; per un silenzio così avrebbe rinunciato agli anni che le restavano da vivere e a ogni secondo di felicità che aveva goduto da bambina. Ma il silenzio che avvolgeva lei, quando la sera si coricava da sola, era diverso: freddo, ostile, vuoto. A volte, per combatterlo, scorreva con le mani lungo la camicia da notte, accarezzando il suo corpo asciutto e segaligno sotto la stoffa morbida; immaginava che a farlo fosse Salvuccio, sentiva quasi il calore delle sue dita enormi sui seni minuti, intorno all’ombelico, più giù dove, per un attimo, le pareva che scoppiasse un fuoco doloroso e pungente, un fuoco vivo che si espandeva gonfiandosi in una sorta di fitta pulsante. Scendendo lungo le cosce la sua mano sfiorava però la gamba maledetta e ogni cosa spariva, ingoiata dalla realtà. Si addormentava triste, col viso di Salvuccio sorridente davanti agli occhi, le mani strette sul ventre affamato e vizzo.
A lei aveva sempre sorriso, Salvuccio, sin da quel primo giorno, sempre. E la guardava con occhi unici che parevano ciechi alla sua deformità, occhi in grado di andare oltre l’apparenza o forse a quella disinteressati, superiori. Per quegli occhi Emma era stata donna e femmina e madre e fu guardandoli un pomeriggio, subito dopo il pranzo, che capì…
– Mimma! Corri… Mimma! – gridò, fissando terrorizzata lo sguardo annacquato e sperduto di Salvuccio. L’uomo stava fermo, le mani contratte sul tavolo e quegli occhi sembravano improvvisamente vuoti, senza luce, senza sorriso… per la prima volta.

La stanza da letto è in penombra, con le persiane chiuse; la lampada sul comodino spande una luce gialla invitante, intima. Salvuccio è steso sul letto e Mimma riposa, esausta, in salotto.
Sono soli finalmente, in silenzio.
Emma gli si sdraia accanto, con una mano sfiora la camicia di seta, la sbottona sul petto e fa scorrere le dita sulla carne liscia, arrotolandosi i peli ricciuti tra le dita. Ripensa a Nero, che non ha mai potuto montare, ricorda il suo manto lucente e ispido. Il petto di Salvuccio è diverso: tenero, coperto di peli soffici come il velluto. Sosta sui capezzoli minuscoli, palpandoli con la punta dell’indice. Si gira e sale sull’uomo, slaccia tutta la camicia standogli sopra a cavalcioni e bacia quel petto che ha desiderato per anni, lo adora centimetro per centimetro, affondando il naso nell’odore ancora forte che conosce bene. Prima di scendere col viso verso il pube gli bacia la bocca, delicatamente. Salvuccio ha gli occhi chiusi e un sorriso leggero sulle labbra. Emma percorre con la lingua lo spazio libero che arriva fino alla cintura, sa di sapone, di pulito, di buono; sgancia la fibbia e sbottona i pantaloni, infila dentro una mano, timidamente, una carezza appena, come una bambina ingenua. È troppo: le pare che il cuore le stia per esplodere insieme alle viscere, torna a cavalcare Salvuccio, con gli occhi chiusi, avanti e indietro… lentamente, a lungo. È Nero tra le sue gambe, Nero che galoppa veloce nel recinto, potente e muscoloso, fremendo e nitrendo, libero…libero…libero.
Cade di schianto di lato all’uomo, ansando, rosea e felice, di nuovo bambina nei campi con Salvuccio, ride come allora. Lo guarda: è contento anche lui e Mimma batte le mani allegra, anche sua madre sta sorridendo, lì sulla porta di casa…

Invece no: c’è silenzio, un silenzio netto, senza fruscii. Emma guarda il disastro che ha combinato, si affanna a mettere tutto a posto.
– Che stai facendo? – La voce della sorella la fa trasalire. Mimma la fissa, severa, aspettando. – Devi esserti addormentata, è così? Guarda che hai fatto… Ti agitavi sempre nel sonno anche da piccola…- le dice all’improvviso, cominciando a mettere in ordine. – Dai, aiutami a legargli i piedi, tra poco vengono a chiuderlo…-. Poi si ferma e crolla seduta sul letto, piange in silenzio. Emma si avvicina, le si ferma di fronte.- Lo amavi anche tu, vero? L’ho sempre immaginato… – sussurra Mimma. – Ora siamo sole, completamente sole. – .- No, Mimma, siamo insieme. Noi tre, insieme…per sempre. Vieni, prepariamolo.-

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